Una pietra sul passato
Con un fotoreportage di Matteo di Giovanni
A metà  tra ricognizione di paesologia e narrazione sociologica, la storia di una piccola Italia sconvolta dal mito della crescita
A cura di:
Pubb. : Novembre 2012
232 pag
ISBN: 88-230-1702-3
Collana: Carta bianca
Descrizione
Aspro e sassoso, aggrappato alla cerniera montuosa dei monti Aurunci, che divide la Valle dei santi dalla Terra di lavoro. Santi (in Paradiso) e lavoro: proprio quello che al momento manca da queste parti». Questo libro racconta la storia di un piccolo borgo della provincia di Frosinone, Coreno Ausonio, al confine tra Lazio e Campania, e delle sue cave di pietra, tra storia e leggenda. Dalla prima, impiantata da uno scalpellino abruzzese nell’immediato dopoguerra, a quelle che furono aperte dopo, una dopo l’altra, cambiando la vita e la fisionomia del paese, toccato da un immediato benessere e da una repentina crescita economica. Le cave divennero così una specie di icona miracolistica alla quale immolare tutto: strade, paesaggio, tradizioni. A metà tra ricognizione di paesologia e narrazione sociologica, questo libro ondivago, al quale l’autore ha dato l’andamento investigativo di chi racconta camminando, dalla scrittura asciutta e tesa, descrive una delle tante piccole Italie, segrete e inaccessibili, sconvolte dal mito della crescita, dalla follia del sogno cieco e dall’epica della ricchezza, un sogno che per una intera comunità diventerà poi fino ai giorni nostri distruzione e incubo.
Rassegna:
I sovietici nel paese del marmo
da: il Manifesto-6 Novembre 12
06/11/2012

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La collina che non c'è
da: Rassegna Sindacale-31 Ottobre 12
31/10/2012

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Coreno, quando il marmo racconta la storia
da: il Messaggero- Frosinone-13 Novembre 12
13/11/2012

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Carlo Ruggiero ospite di Radio Articolo1
da: Radio Articolo 1-27 Novembre 12
27/11/2012

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'Una pietra sul passato, un viaggio-racconto per narrare la storia di un angolo perduto d'Italia
da: Avanti!-30 Novembre 12
30/11/2012
È un racconto, un viaggio. Da Erodoto e Ibn Battuta in poi, il viaggio è il racconto, linfa vitale che nutre la narrazione. Il libro di Carlo Ruggiero e del fotografo Matteo Di Giovanni, 'Una pietra sul passato, è questo, viaggio e racconto. Un libro che ti porta per mano nel percorrere le strade di un paesino, il piccolo borgo di Coreno Ausonio, perso nella provincia di Frosinone, al confine tra Lazio e Campania. Un paese ruvido, fatto dalle sue pietre antiche come amano descriverle gli autori del libro, Carlo Ruggiero e Matteo Di Giovanni, intervistati dall'Avanti!. Un borgo che conserva delle cave di pietra che Ruggiero e Di Giovanni hanno attraversato passeggiando per quelle strade impregnate di passato. Gli autori hanno seguito quattro itinerari che ci parlano di una storia lunga sessant'anni, specchio della realtà  e del mutamento culturale, morfologico, antropologico e sociale dell'Italia che incontra e si scontra con la modernità  e con il mito della ricchezza. Caratteristica di Coreno Ausonio sono le cave di pietra, che delineano il paesaggio e ne modellano l'identità : la prima di quelle cave fu il frutto del lavoro, nel dopoguerra, di uno scalpellino abruzzese. Da allora, una dopo l'altra quelle cave si trasformarono in una sorta di icona che testimonia il passaggio del progresso attraverso le strade pietrose di Coreno Ausonio. Come è nata l'idea di questo racconto? Carlo Ruggiero: Io sono nato e cresciuto a Frosinone e da anni vivo a Roma. Coreno, però, ce l'ho nel sangue. Perché è il paese della mia famiglia, il posto delle vacanze, il paesaggio della mia infanzia, delle estati, dei giorni di festa. Quegli enormi squarci bianchi che mozzavano le colline là intorno mi incuriosivano già  da allora. Cosà come le facce ruvide e le mani callose di quella gente, il via vai dei grossi camion lungo le strade strette, che ci costringevano a spezzettare le partite a pallone. E poi c'erano quelle pietre. Erano ovunque, a migliaia, gigantesche e bianche come il latte. Coreno, in realtà , per me allora aveva i contorni di un villaggio da far west. Con il saloon, il barbiere e le strade polverose. Un pezzo di vecchia America trapiantato nel Basso Lazio. Quel quadretto cinematografico, di tanto in tanto, era però incrinato da alcuni strani modi di fare, da certe consuetudini antiche che stonavano con tutto il resto. Erano cerimoniali antichi, quelli, riti indecifrabili per un ragazzino. L'ho scoperto solo con il tempo che si trattava di reperti di un mondo oramai scomparso, di quella società  contadina che aveva dominato su quelle terre per millenni, sempre uguale a se stessa. Ma che era stata immolata nel nome del marmo. Un mondo spazzato via nel giro di pochi decenni dal mito della crescita, da quel sogno di ricchezza immediata che ha sconvolto una volta per tutte la fisionomia del paese e dei suoi abitanti. Matteo Di Giovanni: Coreno per me è essenzialmente legato a due cose: una vacanza improbabile e un progetto culminato nella mia prima pubblicazione insieme a un grande amico. Qualche anno fa non avrei mai detto che il legame tra me e questo piccolo paese sarebbe diventato cosà stretto. Era il 2003 e noi, studenti/lavoratori a Roma, decidemmo che, soldi o non soldi, una vacanza ci serviva e dovevamo farcela. Insomma, dopotutto la meritavamo. Carlo mi aveva parlato a lungo di Coreno e dei suoi abitanti, in parte della sua storia. E la cosa m'incuriosà. Passai in paese una decina di giorni, di cui ho un ricordo magnifico. Ebbi la fortuna di incontrare tante persone che poi sarebbero diventate amici. Nel corso degli anni sono tornato tante volte, sempre e comunque con Carlo, che nel corso del tempo mi ha introdotto sempre di più all'interno delle dinamiche di Coreno. Mi ha aiutato a capirne il ritmo, a interpretarne i movimenti e mi ha guidato alla scoperta della saggezza di cui alcuni abitanti sono intrisi. Quell'antica saggezza contadina che, nascosta sotto una coltre bianca di polvere di marmo, ancora resiste. Il borgo, un simbolo dell'Italia dei campanili che, oggi, sembra essere entrata in crisi nell'impatto con la globalizzazione dei mercati perdendo il suo ruolo culturale. Cosa ci raccontano i borghi dell'Italia di oggi e quale contributo possono ancora dare? Carlo Ruggiero: Il contributo potrebbe essere grande, perché il problema dello sviluppo di queste realtà  è, appunto, in primo luogo culturale. Non è lo sviluppo in sé a creare problemi, ma è la crescita senza regole a determinate molto spesso i disastri che abbiamo sotto gli occhi. Affinché le piccole realtà  produttive tornino ad essere centrali nel nostro paese, credo che l'obiettivo debba essere quello di gettare le basi per uno sviluppo sostenibile. Non solo dal punto di vista ecologico, che resta comunque fondamentale, ma anche e soprattutto da un punto di vista culturale. Bisognerebbe saper formare una cultura di impresa che determini le scelte e le convinzioni dei piccoli imprenditori. Quando manca la consapevolezza di quello che si sta facendo, quando manca la cultura, quando mancano le regole e le scelte sono miopi, determinate esclusivamente dalla ricerca forsennata della ricchezza fine a se stessa, dall'epica dei soldi facili, i risultati sono questi. La crisi economica che stiamo vivendo, in fondo, è frutto di un approccio non molto diverso da quello descritto nel libro. Ci sono centinaia di storie come quella di Coreno in ogni angolo d'Italia, e ognuna è frutto della stessa mancanza di prospettiva. Matteo Di Giovanni: Quando si parla di borghi penso sempre a quelli della mia infanzia, dove mia madre da piccolo mi portava a fare gite e scampagnate. L'Abruzzo ne è pieno e nella mia famiglia c'è sempre stata questa cultura della scoperta e allo stesso tempo della preservazione di questi luoghi antichi, capaci di dare emozioni inaudite. Penso a questi borghi abruzzesi e a come sono cambiati in questi ultimi anni. Sono in 'fase di ristrutturazione adesso, sono stati investiti da questa ondata di riscoperta dei luoghi e sapori antichi partita dalla Toscana e dall'Emilia, per poi arrivare a Umbria e Lazio. Non a caso, la mancanza di cultura e di coscienza verso uno sviluppo sostenibile ha portato alla cessione, alla vendita di questi luoghi a persone competenti, in grado di risollevarli con criterio e spirito imprenditoriale. Non a caso Santo Stefano di Sessanio, da tempo considerato uno dei borghi medievali più belli d'Italia, è finita in mano ad un imprenditore danese, che l'ha 'rimessa a nuovo preservando però l'antico stile del paese. Adesso è nato un turismo intorno a questi luoghi, cosa impensabile fino a qualche tempo fa. Questo è un racconto esemplare secondo me, perché mette alla luce proprio la mancanza di cultura in Italia e il bisogno di affidarsi a chi è invece in grado di dare nuova vita a questi luoghi. Il fatto che questa persona venga dalla Danimarca, da questo Nord Europa ordinato e pulito mette a nudo le nostre lacune e la nostra tendenza a rimandare e delegare ad altri cose che potremmo fare, ma non facciamo. E poi critichiamo. Un racconto 'in cammino con un piglio sociologico. Chi sono gli autori e quale la loro sensibilità  culturale? Carlo Ruggiero: Io non sono certo un sociologo, non ho questa ambizione. Sono soltanto un giornalista e un documentarista. Ed è proprio dal punto di vista del giornalista che con Matteo abbiamo deciso di realizzare un libro che avesse dei paletti ben delimitati, senza rischiare di perderci. 'Una pietra sul passato si inserisce perfettamente in un genere letterario ben definito, quello del reportage narrativo. Un libro scritto come se fosse una finta guida turistica, in cui ogni luogo racconta una storia, e tutte queste storie messe insieme raccontano la Storia (con la S maiuscola) di una comunità  che ha vissuto un periodo molto particolare della sua vita, un'accelerazione improvvisa dopo millenni di fissità . Poi la spinta si è fermata, lasciando questo borgo in una strana sospensione. Noi abbiamo cercato di raccontare questo momento preciso, perché crediamo che sia un istante esemplare. Riteniamo che si tratti di una piccola storia, che racconti però una situazione che riguarda un'area geografica più ampia, quella del Mezzogiorno d'Italia e forse l'intero Paese. A Coreno, oggi, i segni di quella corsa forsennata, durata solo una manciata di decenni, ancora rimangono ben visibili, nel paesaggio e nella testa della gente. Eppure tutto sembra essere tornato di nuovo immobile, immutabile, per sempre. Le foto di Matteo, credo, in questo senso hanno colpito perfettamente nel segno. Matteo Di Giovanni: 'Essere in cammino è fondamentale per un giornalista, per uno che vuole raccontare una storia. E di una storia si tratta. Noi siamo partiti volutamente dal particolare, Coreno, per raccontare delle dinamiche più ampie, più universali mi verrebbe da dire. È quello che fa Carlo in modo esemplare, scomponendo in tante piccole storie una storia più ampia, che a sua volta rimanda a storie ancora più grandi, a dinamiche presenti in tutto il nostro Centro-Sud e che rischiano di demolire il nostro Paese. La corsa forsennata, lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, non porta da nessuna parte. Le pietre che resistono e che testimoniano la distruzione di un paesaggio visivo, storico e culturale. Cosa resta scritto in quelle pietre? Carlo Ruggiero: Su quelle pietre resta scritta la storia di questa comunità , nel bene e nel male. Restano i segni di una grande sbornia industriale ormai quasi passata del tutto, ma anche le tracce antiche di un mondo contadino ch nonostante tutto non è ancora morto e sepolto. Perché quel mondo, quella cultura, non è stata mai sostituita da un'altra cultura. La cultura d'impresa, a queste latitudini, non ha mai visto la luce per davvero. La cultura contadina che ha dominato su queste terre per millenni, invece, è rimasta nascosta nelle crepe della storia e ha superato la buriana. Ogni tanto viene fuori di nuovo. Perché è fatta di grande sofferenza e di enormi sacrifici, ma anche di propensione al lavoro, di capacità  di stringere i denti e andare avanti, e dell'attitudine a costruire il futuro con le proprie mani. Tutte cose che oggi potrebbero tornare più che mai utili. Matteo Di Giovanni: Quello che abbiamo cercato di fare è molto semplice: registrare, imprimere, scrivere su carta una storia, che altrimenti avrebbe rischiato di scomparire, come tante altre storie legate ai borghi e alle piccole comunità . Fotograficamente per me è stato un lavoro fondamentale. 'Fotografare quelle pietre e comporre una storia visivamente accattivante è stato un viaggio, che mi ha aiutato a comprendere delle cose che in passato mi erano oscure. Camminare in quei luoghi, alla scoperta di particolari che potessero raccontare tutto quello che ha investito questo piccolo paese, mi ha dato la possibilità  di comprendere proprio la relazione che c'era, che c'è e che ci sarà  tra i corenesi e le pietre, che sono ovunque. In quelle pietre resterà  scritta per sempre la storia di questa comunità .
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La pietra diventò mito della ricchezza
da: L'inchiesta-5 Dicembre 12
05/12/2012

Una pietra sul passato
da: Fahrenheit - Radio 3-16 Gennaio 13
16/01/2013

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Il marmo di Coreno
da: Rassegna.it-30 Gennaio 13
30/01/2013
Sono stato una volta sola, parecchi anni fa, a Coreno Ausonio, un paese di millesettecento abitanti tra Lazio e Campania, per fare visita al mio amico e compagno di passioni politiche (in lui rimaste intatte e in me affievolitesi un po', anche se non del tutto sopite) Angelo Ruggiero. Di quella giornata ricordo la calorosa ospitalità  e una luce intensa, che mi ha lasciato una sensazione che non saprei definire diversamente da uno stuporoso abbacinamento. Questa sensazione mi è riesplosa nella mente questo pomeriggio, mentre leggevo per la prima volta interamente (dopo averne avuto in anticipo qualche capitolo, quando la pubblicazione era ancora lontana, ed aver colpevolmente trascurato gli altri offertimi in lettura, per stima generosa, mentre tutti insieme prendevano la strada per la tipografia) 'Una pietra sul passato, il libro che Carlo Ruggiero, figlio di Angelo, ha scritto per la collana dell'Ediesse Carta Bianca (in libreria a 12 euro) e che è uno splendido reportage su Coreno Ausonio e la sua industria del marmo, ieri fortuna del paese oggi forse la sua disgrazia, o quanto meno il suo rimorso. Il marmo, il prezioso marmo di Coreno, che ha avuto la sua straordinaria performance produttiva lungo l'ultimo trentennio del secolo scorso, e le cui cave ai giorni nostri, dopo un ultimo sfruttamento destinato a ricostituire, a pochi chilometri di distanza, gli esausti arenili delle spiagge del mare sottostante o a sbriciolarsi ' come ora vorrebbero gli studi di marketing ' in polvere per dentifrici e ciprie, rischiano (e probabilmente si è ormai andati al di là  della frontiera del rischio) di trasformarsi in discariche appetite dalla spazzatura della camorra. Un destino beffardo, per un marmo che, ai tempi buoni, ha abbellito le facciate, ha impreziosito i monumenti e gli arredi cittadini, ha ampliato con il gioco dei suoi riverberi i luminosi pomeriggi estivi, quando il sole consiglia di starsene dentro casa in attesa della frescura serale e un reporter, magari, ne approfitta per avvicinarsi un po' di più, in solitudine, al segreto di questa pietra. Dicevo che è un reportage, e certamente a voler collocare in un 'genere il libro di Carlo ' che è un giornalista e film maker, che lavora per Rassegna.it ' questa è la collocazione che meglio definisce il suo testo, molto 'cinematografico e non solo per l'importanza che in esso viene data alle istantanee (sia pure di parole e spesso in movimento) ma anche per l'accompagnamento narrativo all'interno del quale queste immagini sono situate ' come se si trattasse di una trama di didascalie che presentano e incorniciano le foto, che sono il focus del racconto a cui si arriva attraverso la zoomata della macchina da presa. La forza del libro, comunque, è che ' nonostante la sua curiosità  spinga lo sguardo davanti e dietro, nel passato e nel futuro - non divaga nemmeno quando sembra farlo, l'obiettivo è rivolto sempre alla storia di pietra e di marmo del paese e gli stessi personaggi che entrano in scena paiono tirati fuori dalla pietra, nel senso che la loro vita, i loro destini, si sono disegnati nel profilo che Carlo racconta perché sono il risultato di un loro vitale contenzioso con la pietra. Per citarne due: è cosà non solo per il marmista che continua a scolpire, con la caparbietà  senza scopo di un matto, la sua incompiuta casa rivestita e arredata solamente di marmi lavorati, ma anche per l'ormai anziano servitore del reale esercito britannico che tra le pietre di Coreno cerca il fantasma del padre, ucciso in quei luoghi che furono coinvolti nella lunga e sanguinosa battaglia del fronte di Cassino, e quando crede di averne trovato la flebile e incerta traccia ferma, o depone su una pietra, a ricordo, due vecchie foto, una di quello che parte per la sua avventura senza ritorno e l'altra della giovane moglie che già  porta in grembo il figlio che incontrerà  il padre, mezzo secolo dopo, tra i marmi di Coreno. 'Una pietra sul passato è un vero reportage narrativo proprio perché nelle storie (raccolte a itinerari e completate da un luminoso, e perciò giustissimo, servizio fotografico di Matteo Di Giovanni) si parte dal dettaglio, che potrebbe essere definito giornalistico, e lo si fa lievitare fino a rivelarne la centralità , proponendolo come modello per interpretare un fenomeno e una realtà  più vasti. Dalla trasformazione del bar del paese, per esempio, e dall'originale idea del suo giovane proprietario che, avendolo avuto in eredità  dal padre, lo rinnova dividendone gli spazi in modo che possano accogliere pubblici di età  e gusti diversi (locale notturno per i giovani, vineria per i più sofisticati, bar in cui si gioca a carte per il dopolavoro di marmisti e impiegati, slot machine per casalinghe e pensionati dediti a miseri azzardi), Carlo ricava una specie di palcoscenico alla cui ribalta si alterna l'intero campionario sociale di un paese della nostra provincia, e perciò dell'Italia intera. La stessa parabola del marmo di Coreno è raccontata come metafora dell'economia produttiva del meridione (non quella assistita e speculativa che pure, nelle zone del cassinate ha prosperato fino a un certo momento con gli incentivi della cassa per il mezzogiorno) che nasce bene e poi, però, quando arriva la crisi, scivola, senza che nessuno sembri volerlo e accorgersene, a lambire la zona maledetta della criminalità . Di frontiera e frontiere, non a caso, parla l'ultima tappa dell'itinerario di Carlo, il punto a cui è affidata la chiave di lettura (o meglio, una delle chiavi di lettura) del libro; un limitare tra legalità  e illegalità , non più cosà netto come un tempo e come vorrebbero ancora raffigurarselo i paesani e i loro amministratori; le frontiere e i confini, però, sono tracciati per essere continuamente rimessi in discussione e superati, cosicché ogni sconfinamento ' nel bene ma anche nel male - è sempre provvisorio, revocabile. Forse anche quello del marmo perlaceo di Coreno.
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Una pietra sul passato. Oggi la presentazione
da: La Provincia-29 Marzo 13
29/03/2013

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In cerca di una propria identità 
da: Flash Magazine-1 Aprile 13
01/04/2013

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Goodbye Tom
da: Nazione Indiana-6 Mag 13
06/05/2013
Questa strada non esiste. Sulle cartine non c'è, non ha guardrail e neppure un nome. Però, all'inizio, c'è un cartello che la indica come l'unico percorso possibile per raggiungere il «Monumento per la pace». Anche se non è stata mai asfaltata, oggi a ricoprirla c'è un cemento polveroso e biancastro che la rende accessibile a qualunque mezzo di trasporto. In alcuni tratti, poi, la carreggiata è abbastanza larga da consentire addirittura il passaggio di due macchine in senso opposto, mentre in altri bisogna alternarsi. Eppure non esiste, perché nessuno s'è mai preso la briga di abilitarla al rango di via carrozzabile. In teoria, sarebbe un sentiero di montagna, che s'inerpica dal rione Coppa fino alla cima di Monte Maio. Ma a ricordarlo resta solo qualche segnavia rosso e bianco, tracciato di tanto in tanto con la vernice sui tronchi degli alberi e sulle rocce circostanti. Per il resto, la si direbbe una strada di montagna a tutti gli effetti (â?¦). Malgrado tutto, però, anche per gli amanti del trekking duro e puro resta comunque un percorso stimolante. Si parte dal centro storico di Coreno. Si può scegliere di cominciare l'escursione imboccando subito le ripide curve sulla sinistra, oppure si opta per la via più breve, si passa sotto un arco e s'affronta una ripida scalinata di pietra, che fa risparmiare qualche centinaio di metri ma spezza subito il fiato in gola. In entrambi i casi, dopo un quarto d'ora buono di cammino, il rione Coppa si mostra per quello che è: una sfilza allungata e sottile di basse case schierate sulla dorsale collinare. Poi la collina s'interrompe di colpo, e più sotto fa capolino il paese nuovo, che da qui appare un po' slabbrato rispetto all'impenetrabile intrico di vicoli del rione vecchio. Più in là  c'è la valle, con pochi fabbricati chiari a punteggiare un verde rigoglioso e dominante. Salendo ancora un po', Coreno scompare del tutto dietro un'altura, e allora il colpo d'occhio si fa davvero suggestivo. I colli e i monti si mostrano finalmente nelle loro forme morbide, che degradano verso il mare in creste allungate, solcate da zone più depresse e canaloni piuttosto profondi. Modellano un semicerchio, gli Aurunci, da qui è evidente. Stringono la vallata in un abbraccio protettivo, quasi affettuoso, come se volessero difenderla non solo dalle perturbazioni, ma anche dai tanti pericoli del mondo là  fuori. Visto da qui, il millenario isolamento di queste terre diventa un fatto assolutamente naturale. Dall'entroterra, per arrivarci bisogna ancora percorrere una gola stretta e profonda che si apre tra due alte pareti di roccia. Oggi ci passa la superstrada e i telefonini perdono campo, ma un tempo attraversarla, magari a dorso di mulo, doveva essere un'esperienza davvero terribile. Dall'altra parte della valle, invece, c'è solo mare. E da quassù lo vedi tutto. Sta dietro le cime degli Aurunci Orientali, di fronte, e anche sulla sinistra, dove sfocia il Garigliano. Sembra di essere su un'isola. Sulla terraferma non te l'aspetteresti mai un'enorme distesa d'acqua calma e azzurra come questa a fasciare l'orizzonte. I monti ci si tuffano dentro a precipizio, con dirupi rocciosi e pendici che si piegano di colpo sulla costa, da Sperlonga a Gaeta (â?¦). I corenesi arrivavano fin qui per scollinare e raggiungere un'ampia valle che si trova poco distante, oltre un boschetto di querce e una sassaia. Si chiama Vallauria, e come rivela il suo nome (Valle Aurea) era interamente seminata a grano. A fine estate, a quei poveri cristi che si arrampicavano fin quassù carichi come bestie tra sassi e sterpaglie, doveva svelarsi sotto il sole come una sfavillante distesa d'oro. Un'apparizione celestiale, il paradiso dei braccianti. Allora il sentiero era sempre affollato, cosà come i campi e i pascoli. A mezzogiorno, però, i contadini riposavano tutti insieme (â?¦), mangiavano un po' di pane secco, un pezzo di formaggio e qualche fetta di salsiccia. Magari si beveva anche un bicchiere di vino, e si scambiavano quattro chiacchiere in compagnia prima di rimettersi al lavoro fino al tramonto. Il mezzogiorno, tra l'altro, era segnalato a tutti da una sorta di enorme, rudimentale meridiana costruita sul Monte Fammera, dall'altra parte della vallata, nel bel mezzo della parete rocciosa. Si tratta di un mastodontico macigno quasi circolare, poggiato su un costone brullo, all'interno di una faglia che solca la montagna da una parte all'altra, come una gigantesca cicatrice. Quella pietra era visibile da tutti i paesi del circondario, anche perché veniva periodicamente imbiancata a calce per spiccare decisa sul grigio-verde della roccia. Da sempre, solo d'estate, e solo a mezzogiorno, la luce diretta del sole supera un alto crepaccio e la investe in pieno, facendola risplendere come un faro. Era il segnale atteso da tutti, quello che diceva che era il momento di riposarsi, come la sirena di una fabbrica. I contadini, in montagna, tenevano d'occhio quel macigno bianco sin dalla mattina, sudando come dannati e sperando in cuor loro che per qualche strano motivo il sole lo avvolgesse in anticipo. Oggi la vecchia meridiana sta ancora là . Strizzando un poco gli occhi la si vede spuntare tuttora dal crepaccio. Eppure ora sembra un po' smorta, molto meno vistosa di quanto non dovesse apparire in passato. A mezzogiorno la si distingue un po' meglio, ma non è più cosà abbagliante. La spiegazione più razionale è che non viene imbiancata con la stessa frequenza di prima. Anche se sarebbe bello pensare che a farla brillare, per tutti quegli anni, siano stati soprattutto gli sguardi trepidanti di migliaia di contadini stanchi e affamati. Sguardi che oggi sono ormai spenti, o magari sono rivolti altrove (â?¦). Proprio qui, tra questi monti, passò la Linea Gustav, il fronte sul quale l'esercito alleato diretto verso Roma fu fermato per oltre otto mesi dalla Wehrmacht. Coreno fu occupato dai tedeschi nell'ottobre 1943 e trascinato nella più grande tragedia che la sua storia ricordi. Un'ordinanza del comando nazista ordinò lo sgombero immediato dell'intera popolazione civile. In piazza si allinearono diversi camion con le svastiche, pronti a deportare tutti verso nord. I corenesi, però, disertarono in massa l'adunata, e scelsero di darsi alla macchia. Si rifugiarono in montagna, trovando riparo proprio nelle caselle. Dentro quelle fredde pareti di pietra vissero la fame e il terrore per tutto l'inverno del '43, mentre la guerra attraversava come un fiume di fuoco i monti Aurunci, distruggendo tutto ciò che trovava sul suo cammino. Furono mesi duri, fatti di privazioni, rastrellamenti e carneficine quotidiane. Il supplizio terminò solo il 14 maggio dell'anno successivo. Quel giorno il paese fu liberato dagli alleati, ma solo per esser dato in pasto alle terribili truppe marocchine. «La Ciociara» di Alberto Moravia è ambientato non lontano da qui, cosà come l'omonimo capolavoro di Vittorio De Sica. È per questo che alla fine della strada che stiamo percorrendo, su un colle che si chiama Marinaranne (Marina Grande), è stata issata una stele di pietra grezza. Sta qui dal 14 maggio del 1994, giorno del cinquantesimo anniversario del passaggio della guerra a Coreno, e si affaccia a strapiombo sulla valle. È il «Monumento per la pace» e, come quello in onore dei cavatori, non è altro che un enorme pezzo di roccia affusolata. Sulla cima c'è una croce realizzata con due schegge di granata e su uno dei lati della pietra sono state incise delle lettere. Compongono le parole «Per la pace», scritte nelle diverse lingue delle migliaia di soldati che sono morti tra queste montagne: italiano, inglese, francese e tedesco. Tutt'intorno, spuntano altre targhe di marmo, ognuna ricorda una strage che ha coinvolto le famiglie corenesi durante la guerra. Il vento fa ondeggiare lunghe aste senza bandiera. Alle folate, chissà  perché, ha resistito solo quella italiana, che sventola solitaria sul vasto panorama che si allarga per decine di chilometri. (â?¦) Ogni seconda domenica di maggio, questo posto si riempie di gente per la commemorazione annuale della fine della guerra. Allora, le bandiere vengono rimesse al loro posto, il prete benedice il monumento, il sindaco posa la corona di fiori, fa il suo discorso e le scolaresche in gita applaudono convinte. Anche se ogni anno ci sono sempre meno reduci da premiare con una medaglia, e sempre meno orfani a piangere i propri cari, la cerimonia resta comunque molto affollata. Ogni dodici mesi, l'intero paese ripercorre il cammino che fu costretto a compiere durante la guerra, e questa comunità  si stringe compatta intorno a quello strano totem di pietra. Allora, sembra quasi che la terribile ferita inferta a Coreno in quell'occasione cominci a sanguinare di nuovo. Come se, a settant'anni di distanza, non avesse trovato ancora il modo di rimarginarsi del tutto. Una ferita non molto diversa ha portato da queste parti anche Tommy Beardmore. Ma non nel giorno delle celebrazioni. Senz'altro, quando questo vecchio signore inglese arrivò quassù col suo grosso zaino sulle spalle, in giro non c'era nessuno. Solo il vento increspava un poco il silenzio della valle, e magari in lontananza si sentivano i rintocchi dei campanacci al collo di qualche vacca al pascolo. Tommy, allora, si guardò intorno un po' incuriosito, mentre sotto i suoi folti baffoni a manubrio si stirava una smorfia di stanchezza. Poggiò lo zaino su una pietra e si sedette a riposare un po'. Probabilmente contemplò a lungo quello strano arnese di pietra e il magnifico colpo d'occhio che si schiudeva davanti ai suoi occhi. Nella mente, intanto, ripercorreva le numerose tappe del lungo viaggio che da Stoke-on-Trent, nello Staffordshire, lo aveva condotto fin qui, a Marinaranne, in cerca di un fantasma. Era il 1997, quando un pastore lo notò per la prima volta. S'era accampato in un terreno poco distante. Era piuttosto attrezzato, Tommy, ci sapeva fare con tende e sacchi a pelo, e poi aveva portato con sé acqua e cibo a sufficienza per restare più di una settimana. Ogni mattina si svegliava di buonora e incominciava a perlustrare la zona, fermandosi ad esaminare i cippi commemorativi delle battaglie della seconda guerra mondiale che da queste parti sono piuttosto comuni. Sembrava che cercasse qualcosa, si guardava intorno, dava uno sguardo a vecchie cartine geografiche, poi continuava il suo cammino. Ogni tanto lasciava anche tracce del suo passaggio: poggiava qualcosa a terra, appendeva una foto a un tronco, oppure scriveva messaggi sulle pietre. Il pastore non ci fece troppo caso. Provò anche a parlargli, ma Tommy non capiva l'italiano. Sorrideva solamente, quello stano tipo, scherzava e faceva l'occhiolino in segno di amicizia. «Ecco un altro pazzo», si disse il pastore, e continuò per la sua strada. Poi un giorno non lo vide più. Tommy se n'era andato. 1702-3 Una pietra sul passato_CB_cop:Layout 1 Ma sarebbe tornato, e più di una volta. Lo si notò anche l'estate successiva, nel 1998, e poi nel 2003 e nel 2007. La sua ultima visita risale invece al settembre del 2010. E stavolta è passata meno inosservata. Il mistero di Tommy Beardmore, infatti, è stato svelato da un trentaquattrenne di Coreno, grande collezionista di residuati bellici e appassionato conoscitore delle vicende di guerra che si sono svolte tra queste montagne. Mentre passeggiava per uno dei sentieri su cui fu combattuta una cruenta battaglia, il giovanotto si trovò di fronte a una strana scritta. Con un pennarello nero qualcuno aveva tracciato su una roccia le parole «Goodbye Tom». Poco più in là , nei pressi di un cippo commemorativo in onore della Brigata numero nove dell'esercito britannico, probabilmente la stessa mano aveva lasciato una vecchia foto in bianco e nero. La foto raffigurava un giovanotto in divisa che sorrideva sotto un berretto poggiato alle ventitré sulla testa, e con un grosso zaino sulle spalle. Mostrava due dita in segno di vittoria, il giovane militare, mentre sullo sfondo, nella fitta nebbia, si notava a malapena un camion militare pronto a partire. Su un albero non lontano, poi, era stata affissa un'altra fotografia. Anche questa era in bianco e nero e risaliva più o meno allo stesso periodo. Stavolta, però, nella foto era ritratta una bella ragazza mora, con un fiore tra i capelli, che sorrideva all'obiettivo fasciata in un vestitino chiaro. Il giovanotto corenese fu travolto da una curiosità  irrefrenabile, e si mise subito a caccia del fantomatico visitatore che aveva lasciato tutti quegli indizi. Non fu facile, ma dopo una serie di ricerche incrociate tra libri e siti internet specializzati riuscà a rintracciarlo, ricostruendo passo dopo passo la storia di Tommy Beardmore, e quella di suo padre. Tommy oggi ha quasi settant'anni ed è l'unico figlio di Tom Beardmore, sergente maggiore dell'esercito di sua maestà  britannica. Tom era in servizio presso la Brigata numero nove, che tra il gennaio e il febbraio del 1944 si scontrò con l'esercito tedesco per la conquista del Monte Ornito, proprio a due passi da qui. È lui il ragazzo in divisa della prima foto, scattata proprio mentre stava partendo da Stoke-on-Trent all'inizio della campagna d'Italia. Nella seconda fotografia, invece, è ritratta sua moglie. Quell'istantanea il giovane soldato se l'era portata in tasca fin qui, forse per ricordarsi in ogni momento cosa l'avrebbe aspettato una volta tornato in Inghilterra: il suo grande amore e il figlio che portava in grembo. Tom Beardmore, però, non fece mai ritorno a casa. Morà tra queste rocce, il 3 febbraio 1944, colpito in pieno da una granata tedesca. Aveva solo ventisette anni, e non aveva ancora mai visto suo figlio, nato due anni prima: Tom Junior, Tommy. È per questo che Tommy continua a riaffacciarsi da queste parti. Anche lui è stato un soldato, e ha servito la Regina in giro per il mondo. Una volta in pensione, però, ha deciso di mettersi sulle tracce di quel padre che non ha mai conosciuto, ma di cui porta lo stesso nome. L'unico modo che aveva per incontrarlo e per dirgli almeno una volta «goodbye» era visitare gli ultimi luoghi che lo avevano visto in vita. E cosà, ogni tanto, parte per il suo personalissimo pellegrinaggio della memoria, lasciando in giro tracce materiali di almeno una delle migliaia di vite che sono andate smarrite tra queste montagne. Secondo le ricerche effettuate dal giovane corenese, il sergente maggiore Tom Beardmore non è stato sepolto in una tomba tutta sua. Il suo corpo non è mai stato identificato, ed è considerato un disperso in battaglia. Però il suo nome è menzionato con onore in una targa commemorativa nel cimitero del Commonwealth di Cassino, insieme a molti altri compagni d'armi. Tom potrebbe essere là, seppellito insieme a centinaia di soldati senza nome. Oppure potrebbe essere nel cimitero militare di Minturno, a qualche chilometro da Coreno. Probabilmente non lo scopriremo mai. Forse suo figlio Tommy, però, con tutti quei viaggi ha comunque raggiunto l'obiettivo che si era prefissato. Al ritorno dal suo ultimo passaggio in Italia, ha scritto una lettera a «This is Staffordshire», una rivista locale di Stoke-On-Trent. La lettera, regolarmente pubblicata, inizia cosà: «Signori, questa è la mia storia: sono Tom Beardmore e ho dormito con il fantasma di mio padreâ?¦» (Questo pezzo è un estratto da Carlo Ruggiero, Una pietra sul passato, Ediesse 2012. Un libro che racconta la storia di un piccolo borgo della provincia di Frosinone, Coreno Ausonio, al confine tra Lazio e Campania, e delle sue cave di pietra, tra storia e leggenda. Dalla prima, impiantata da uno scalpellino abruzzese nell'immediato dopoguerra, a quelle che furono aperte dopo, una dopo l'altra, cambiando la vita e la fisionomia del paese, toccato da un immediato benessere e da una repentina crescita economica.)
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