Sulla strada della partecipazione
Dal Brasile alla Gran Bretagna, viaggio nelle esperienze di nuova democrazia
Pubb. : Settembre 2005
224 pag
ISBN: 88-230-1040-3
Collana: Nuovo municipio
Descrizione
Un viaggio alla scoperta di un’altra democrazia possibile. «Una ricerca di forme più forti di politica democratica con cui poter realizzare le riforme radicali alle quali molta gente sta dedicando il proprio lavoro quotidiano». Hilary Wainwright, giornalista di Red Pepper e collaboratrice del Guardian, studiosa di problemi della «global governance», riassume così il senso di questo libro che analizza premesse teoriche e attuazioni pratiche della democrazia partecipativa e che perciò rappresenta un contributo rilevante al dibattito intorno a un’alternativa concreta al neoliberismo. A partire dal caso più noto del bilancio partecipativo di Porto Alegre e arrivando alle esperienze meno note di grandi centri come Manchester, Luton, Newcastle, il libro illustra «come la gente sta attualmente reinventando la democrazia» e risponde alla domanda se la perdita di legittimità dei vecchi modelli istituzionali può trasformarsi in un’opportunità di realizzare nuove forme di potere democratico sia localmente che globalmente.
Rassegna:
La crisi verticale della democrazia
da: Liberazione-01-Settembre-05
31/08/2005
Per Winston Churchill, che, come è noto, non era certo un progressista, «la democrazia è il peggior sistema di governo, salvo tutti quelli sperimentati finora». Una frase nota, che fece il giro del mondo, con la quale uno dei protagonisti degli accordi di Yalta intendeva sottolineare i limiti appunto della democrazia parlamentare all'interno di uno scenario che, tuttavia, non ne proponeva di migliori. Limiti che però non impedirono a milioni di persone di combattere e sacrificare la propria vita per la libertà di espressione e di organizzazione politica, insomma per avere quella democrazia spesso negata, ieri come oggi, da regimi totalitari. Resta il fatto però che le democrazie parlamentari nate in Occidente ed esportate altrove, contraddistinte da scadenzati appuntamenti elettorali, fanno ormai acqua da tutte le parti e, a differenza di quanto successe nell'immediato dopoguerra, in particolare negli anni '60 e '70, hanno perso o rischiano di perdere ogni carattere realmente rappresentativo. E' Hilary Wainwright, giornalista di Red Pepper e collaboratrice del Guardian ad affrontare questo nodo cruciale di questo inizio di millennio con il suo saggio Sulla strada della partecipazione (Ediesse, pp. 222, euro 12,00). Da britannica ha potuto toccare con mano la crisi della democrazia anglosassone. «Scrivo da un paese che sostiene di essere una democrazia, addirittura "la madre delle democrazie"- scrive nell'introduzione al testo - dove il primo ministro dice di governare nel nome della gente anche se la maggioranza degli elettori ha votato per altri partiti o si è addirittura astenuta.» Una considerazione in consonanza con quella fatta da Ralf Dahrendorf circa due anni fa, quando, in un articolo comparso su Repubblica, ricordò come «solo pochi presidenti americani hanno potuto contare su una percentuale di consensi elettorali significativamente superiore al 10% degli aventi diritto al voto.» Insomma non solo la democrazia occidentale è in crisi, ma quella nata a Londra e poi a Washington lo è ancora di più. E non esita tuttavia a tentare, con avventure belliche dai risvolti inquietanti, di esportare un modello ormai alla deriva, i cui fautori sono ormai incapaci di ascoltare il dissenso di chi è governato. Lo dimostra quanto successe quel 15 febbraio 2003, quando in tante città del mondo milioni di persone espressero il loro dissenso contro la guerra in Iraq. Una protesta che si espresse in un modo mai visto, soprattutto a Londra. Ma tutto questo non servì a nulla: «Questo dimostra - scrive la giornalista - che le istituzioni democratiche mondiali stanno attraversando una profonda crisi, un divario crescente tra la gente comune e gli organi politici che ritengono di rappresentarla. Se ne deduce che una delle condizioni fondamentali per la democrazia, il diritto universale al voto, un sistema multi-partitico, una "stampa libera", persino un sistema elettorale proporzionale non sono mezzi sufficienti per dare voce alla gente.» Hilary Wainwright, studiosa di problemi della "no global governance", trae spunto per la sua riflessione dalle recenti e grandi esperienze partecipative mondiali. Dalle già citate manifestazioni per la pace fino alle proteste di Seattle e Porto Alegre fino ai Social forum di Genova e Firenze e ai girotondi, i quali, malgrado le contestazioni alla leadership del centro-sinistra, si ritrovano a tre anni di distanza le stesse persone in un possibile futuro governo progressista. Insomma, anche a casa nostra le cose non vanno molto meglio e nessuno metterebbe certamente le mani sul fuoco scommettendo sulla futura fermezza di Prodi o Fassino sull'Iraq malgrado le bombe al fosforo e tante altre nefandezze. D'altra parte anche in Italia la crisi della "democrazia rappresentativa" non è certo un fatto nuovo. Lo ricorda bene Alberto Magnaghi, ordinario di pianificazione territoriale dell'università di Firenze e presidente della Rete del nuovo municipio, nella presentazione del volume di Wainwright: «... la crisi di quel modello - scrive lo studioso - ha i suoi prodromi nel divorzio fra sindacati e operai nei moti di piazza Statuto a Torino nel lontano 1961, prosegue nel '68, si accentua nel '77, riaffiora dopo le derive della lotta armata e degli anni di piombo...». Insomma quello trattato dalla giornalista britannica non è un tema nuovo. Ha sempre caratterizzato il dibattito interno alla sinistra, spesso provocando lacerazioni profonde. Ma in un'epoca nella quale sono i grandi interessi economici a dettare i tempi della politica il problema è più che mai all'ordine del giorno nelle agende dei partiti di sinistra. O almeno dovrebbe esserlo. Pena una subalternità, ormai insopportabile, agli interessi dei potenti di turno.