Roma negata
Percorsi postcoloniali nella città
Un viaggio attraverso la città  per recuperare dall'oblio un passato coloniale disconosciuto.
A cura di:
Pubb. : Maggio 2014
176 pag
ISBN: 978-88-230-1842-6
Descrizione
Libia, Somalia, Eritrea, Etiopia: quali sono le tracce dell’avventura coloniale italiana a Roma? Roma negata è un viaggio attraverso la città per recuperare dall’oblio un passato coloniale disconosciuto e dare voce a chi proviene da quell’Africa che l’Italia ha prima invaso e poi dimenticato. Igiaba Scego racconta i luoghi simbolo di quel passato coloniale; Rino Bianchi li fotografa, assieme agli eredi di quella storia. Il risultato è una costruzione narrativa e visiva di un’Italia decolonizzata, multiculturale, inclusiva, dove ogni cittadino possa essere finalmente se stesso. Negli anni trenta del secolo scorso Asmara, Mogadiscio, Macallè, Tripoli, Adua erano nomi familiari agli italiani. La propaganda per l’impero voluta da Benito Mussolini era stata battente e ossessiva. Dai giochi dell’oca ai quaderni scolastici, per non parlare delle parate, tutto profumava di colonie. Di quella storia ora si sa poco o niente, anche se in Italia è forte la presenza di chi proviene da quelle terre d’Africa colonizzate: ci sono eritrei, libici, somali, etiopi. Il libro riprende la materia dell’oblio coloniale e la tematizza attraverso alcuni luoghi di Roma che portano le tracce di quel passato dimenticato. I monumenti infatti, più di altre cose, ci parlano di questa storia, dove le ombre sono più delle luci. Prende vita così un’analisi emozionale dei luoghi voluti a celebrazione del colonialismo italiano, attraverso un testo narrativo e delle fotografie. In ogni foto insieme al monumento viene ritratta anche una persona appartenente a quell’Africa che fu colonia dell’Italia. Scego e Bianchi costruiscono così un percorso di riappropriazione della storia da parte di chi è stato subalterno. «Volevamo partire dal Corno D’Africa, dall’umiliazione di quel colonialismo crudele e straccione, perché di fatto era in quel passato che si annidava la xenofobia del presente (…) Da Roma negata emerge quel Corno d’Africa che oggi sta morendo nel Mediterraneo, disconosciuto da tutti e soprattutto da chi un tempo l’aveva sfruttato». Gli autori
Rassegna:
Igiaba Scego a Radio Radicale
da: Radio Radicale-8 Mag 14
08/05/2014

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IGIABA SCEGO Affile: una vergogna nazionale da 'Roma negata
da: Nazione Indiana -28 Mag 14
28/05/2014
I ritorni di memoria, come li ha chiamati efficacemente Silvana Palma, hanno avuto la loro apoteosi nefasta nella costruzione ad Affile del mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani, uno dei peggiori criminali di guerra che il mondo conosca. Graziani era nato a Filettino, ma molto conosciuto anche ad Affile, dove il padre era medico condotto. Ed è là ad Affile che è sepolto. Morto, è bene ricordarlo, senza aver di fatto mai pagato per le sue colpe. Graziani fu l'uomo che fece uccidere i cantastorie, i poeti, i diaconi dopo l'attentato da lui subito ad Addis Abeba nel 1937. La sua crudeltà  era nota. E poi come tutti gli italiani si macchiò della vigliaccheria estrema di usare gas vietati dalla Convenzione di Ginevra sulla popolazione etiope inerme. E a questo individuo, a questo criminale (meglio non risparmiare le parole in certi casi), la cittadina di Affile ha dedicato un sacrario militare. Il sindaco del luogo, Ercole Viri, ha dirottato fondi pubblici per far costruire quella immensa vergogna. I fondi erano stati originariamente stanziati dalla Giunta Polverini (in quel momento alla guida della Regione Lazio) per la ristrutturazione del parco di Radimonte. Non solo questo non avvenne, ma al posto del rifacimento del parco Affile e l'Italia intera si trovarono da un giorno all'altro con un monumento dedicato ad un gerarca fascista e criminale di guerra. Una vergogna nazionale insomma. Un po' come se domani la Germania si svegliasse e dedicasse un monumento a Himmler o a Goebbles. Insomma un fatto praticamente inconcepibile. Alcuni affilani (soprattutto i giovani del comitato antifascista di Affile) non se la sono sentita di piegare il capo e accettare l'inaccettabile. E si sono detti che era meglio combattere con onore che morire da vigliacchi. All'inizio la loro è stata una battaglia in solitudine contro il sindaco della cittadina, Ercole Viri. Ma poi da Roma, da fuori Roma, dal mondo molti hanno cominciato a riempire di amore questi (pochi) cittadini partigiani di Affile. Ci sono stati articoli, fiaccolate, mobilitazioni, interpellanze parlamentari, petizioni, appelli. Dal «New York Times»1 al Manifesto» sono stati tanti i media che si sono occupati di questa cittadina della valle dell'Aniene. E anche la politica alla fine ha risposto. Dopo tante mobilitazioni (come la petizione che io stessa ho mandato avanti grazie a Change.org2 ' coordinandomi con Cécile Kyenge Kashetu, all'epoca non ancora ministro dell'Integrazione del Governo Letta, che intanto presentava un'interrogazione parlamentare) il neopresidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha deliberato lo stop al finanziamento di questo monumento che non faceva onore all'Italia. Ricordo che in una delle manifestazioni incontrai Gianfranco Azzali, «il Micio», e Sonia Storti, della Lega di cultura3. Erano venuti da Piadena per non mancare a questa manifestazione. «Anche a noi è successo un fatto simile» mi disse «il Micio», spiegandomi che il sindaco di Voltido, in provincia di Cremona, aveva tirato fuori un fascio littorio. «Abbiamo constatato con stupore che era stato posto al centro dell'entrata del Comune. Abbiamo protestato e ora stanno facendo le operazioni per ricoprirlo come già  era stato fatto nel 1946». «Il pericolo è grande ' ha ribadito Sonia Storti. ' A Cremona c'è stato un raduno di forze antifasciste contro un incontro promosso da Casa Pound al Cafè Soirée sulla crisi economica. L'incontro è stato autorizzato dal Comune. L'intenzione di queste forze di estrema destra è chiaro: aprire sedi e insediarsi all'interno delle scuole per fare proselitismo». Sonia, me lo ricordo ancora bene, si morse per tutto il tempo il labbro. Lei sapeva che la violenza si maschera sempre dietro la strumentalizzazione di problemi sociali. È già  successo nella storiaâ?¦ Matteo Lollobrigida, giovane portavoce del comitato antifascista4, sa però che la storia si può cambiare con la partecipazione, con l'entusiasmo. Ha sempre tenuto a ribadire la volontà  del comitato «di coinvolgere gli abitanti di Affile». Ma le cose, mi spiegava, non erano affatto facili: «Il clima di conflittualità  che si è creato tra paesani dopo la costruzione del monumento a Graziani è una cosa che definirei inquietante. Ma proprio per questo vogliamo abituare gli abitanti al confronto, al dialogo». Quella prima manifestazione, organizzata dal comitato e dall'Anpi, fu caratterizzata dagli sguardi attoniti degli affilani. Facce spuntavano un po' ovunque. Erano facce un po' curiose, un po' perse, un po' ostili, un po' perplesse. Facce che il comitato stava cercando di portare dalla sua parte. Sono tornata ad Affile anche il 25 Aprile, la festa della liberazione dal nazi-fascismo. Ancora oggi, al ricordo di quella giornata, di quel 25 Aprile 2013, sento dei brividi attraversare tutto il mio corpo. C'era qualcosa che ancora non mi era totalmente chiaro in quella faccendaâ?¦ BRRRRâ?¦ perché tanto freddo? Certo era nuvoloso, ma la gente aveva abbandonato giacche e giacchette per godersi il tepore finalmente primaverile. Possibile che stesse venendo solo a me quella strana febbre? Poi ho capito. Era tutta colpa del mausoleo, di quel Graziani. La prima volta che sono stata ad Affile ' vuoi per il tempo, vuoi per il disgusto ' non ce l'avevo fatta a vedere quel sacrario (che il mio amico giornalista Daniele Barbieri aveva ribattezzato in un articolo schifezzario5 ). Ma in quel 25 Aprile sapevo che avrei toccato con mano quell'orrore ed era quella consapevolezza di fatto a farmi sentire male. Non sono andata da sola, per fortuna. Mi sono portata dietro una cara amica. Quando le ho proposto la gita fuori porta ad Affile, Marta Bonafoni, neoconsigliera della Regione Lazio e amica di sempre, mi ha detto subito con entusiasmo: «Sà,andiamo». Entrambe infatti volevamo renderci conto di quale mostro avessimo fronteggiato in quei mesi convulsi di petizioni e appelli. Camminando, siamo passate per un parco giochi pieno di bambini. Saltavano, urlavano, si divertivano da matti. Le mamme erano sulle panchine a chiacchierare dei loro piccoli grandi mondi. Ed è là che ho pensato che il sindaco Ercole Viri, che ha voluto il monumento, è maestro elementare. Un pensiero, uno tra i tanti. Poi, a pochi metri, sul muro opposto, scritte oscene si contrapponevano a quell'infanzia gioiosa. Le croci celtiche dominavano il panorama e i caratteri cubitali delle scritte mettevano un po' di angoscia. Su un muretto accanto ad un bar ho letto «squadra d'azione Alessandro Pavolini». Le gambe hanno cominciato a tremare. C'era davvero ancora chi scriveva queste cose? Ho continuato a camminare e con le altre persone del gruppo, tra cui Marta, siamo saliti su una specie di collinetta. Il luogo era semplicemente splendido, da togliere il fiato. Intorno a noi ulivi e beatitudine. Qualche gallinella scorrazzava felice e le formiche operaie si davano veramente un gran da fare. Poteva essere il paradiso. Però poi si alzava lo sguardo e si aveva davanti l'inferno. Lassù, infatti, c'era il mausoleo a Graziani. Già  a distanza mi sembrava molto brutto. Avevo visto molte foto, ma vederlo dal vivo mi stava facendo capire che, oltre ad essere un insulto manifesto alla nostra Costituzione, era anche un'offesa al nostro senso artistico. Guardandolo ci si rendeva conto che quei 130 mila euro della Regione Lazio Giunta Polverini erano stati spesi doppiamente male, non solo per glorificare un fascista, ma anche per celebrare la bruttezza. Ah, quante cose si potevano fare con quei soldi! Magari delle cooperative per i giovani di Affileâ?¦ invece l'egoismo di un sindaco e di una giunta ha prodotto quella oscenità  artistica ed etica. Poi improvvisamente un «fermatevi» da parte di una signora. È muscolosa, con mani grandi, abituate a faticare. È la proprietaria delle galline e di qualche albero di ulivo. La signora comincia a mettere in scena la sua rabbia. È infastidita da quel via vai di gente verso il monumento. Continuava a dire: «voi» (un «voi» che io ho interpretato come un vago «voi comunisti») siete fissati con il passato, dopotutto quel monumento non fa male a nessuno e in fondo «so' stili», e poi insomma 'sto Graziani era un cristiano. Ad un certo punto entrano in scena i racconti di guerra, dei nonni, e inspiegabilmente anche Grillo, Bersani e gli aborti che lei chiama omicidi. È molto arrabbiata, molto confusa. Mescola tutto. Ed è a questo punto che un'altra affilana le va contro e le dice che quel monumento è una vergogna pubblica, una macchia per Affile e che Affile deve essere antifascista. Le due donne si prendono a male parole. Marta Bonafoni da buon politico ascolta, altre persone non capiscono e bollano la signora con le galline come una mentecatta. Io penso che quel litigio tra le due donne rappresenti l'Italia con le sue contraddizioni, con le sue divisioni, con la sua memoria frantumata da ricostruire. Marta e io concordiamo che qualsiasi cosa ne sarà  in futuro del monumento prima si dovrà  appianare il dissidio tra gli affilani. Si deve creare dialogo in questa cittadina, fare un lavoro culturale. L'idea di Wu Ming di colorare il monumento e dedicarlo al partigiano italo-somalo Giorgio Marincola è un'idea splendida, ma non può calare dall'alto, da noi che là non abitiamo. Affile deve parlare a se stessa prima, deve discutere, e noi tutti con essa. Perché la tensione c'è ed è palpabile. Nel delirio di quelle parole confuse cercavo comunque di raggiungere la mia meta: il monumento. Cercavo lentamente di avvicinarmi. Ed è là che il disegno recondito del sindaco di trasformare Affile nella Predappio del Lazio mi è apparso in tutta la sua chiarezza. Lo spiazzo, infatti, era fatto apposta per ospitare delle commemorazioni. C'erano persino delle toilettes. È là che ho cominciato a ridere come una matta. Il monumento con la scritta «Patria e onore a Graziani» e la struttura che ospitava i «cessi» erano di fatto identici. Edifici gemelli. Della serie: un cesso di monumento e un monumento di cesso. Eh sà, il fascismo ha avuto sempre poca fantasia. E poi era bene non dimenticarlo che quella era la zona di Fiorito, della corruzione più manifesta, della volgarità  al potere. Gli errori di ieri si sovrapponevano a quelli di oggi e l'orrore era servito caldo. Nel mausoleo però non c'era traccia del busto di Graziani e i quadri a lui dedicati erano stati capovolti. Si era forse voluto far sparire le prove? Chissà â?¦ Di fatto il sindaco della cittadina era (e rimane ancora) formalmente indagato per apologia di fascismo. Ma le tracce di quel fascismo sono rimaste nei dirupi in basso, vicini ma non troppo al monumento. Targhe ai «combattenti e coloni in A.O.I. al grande condottiero» o una inquietante «le nostra mura crollarono i nostri cuori no» firmato «linea gotica 1942-43». C'era persino una scritta in tedesco piuttosto nazisteggiante. E pensare che là proprio per mano nazista era morto un povero pastore affilano di 25 anni, Alfredo Mariozzi, reo solo di voler far pascolare il suo gregge dove l'aveva sempre fatto. Questo l'ha spiegato Matteo Lollobrigida all'inizio della celebrazione del 25 Aprile. L'emozione in lui era grande, gli occhi lucidi, ma c'era nel suo sguardo la scintilla dei lottatori per le giuste cause. Lui, la meglio gioventù, ci credeva. Affile poteva essere salvata.
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Libro del giorno. Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città 
da: Qui Comincia - Radio 3-28 Mag 14
28/05/2014

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Igiaba Scego e Rino Bianchi. Roma negata
da: Internazionale-12 Giugno 14
12/06/2014

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Le colonne del Duce. Foto e testimonianze per combattere l'oblio
da: La Repubblica ed. Roma-9 Giugno 14
09/06/2014

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Scoprendo una Roma invisibile, sconosciuta e rimossa
da: Blog di Daniele Barbieri -9 Giugno 14
09/06/2014

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Roma negata
da: Corriere delle migrazioni -17 Giugno 14
17/06/2014
Impossibile immaginare che oggi nella capitale tedesca siano in bella mostra gli antichi simboli del Terzo Reich o che in Germania si spenda denaro pubblico per dedicare un sacrario a qualche massacratore nazista. Nell'Italia democratica invece accade. Con stupore prima che con rabbia «Roma negata: Percorsi neocoloniali nella città » (Ediesse: 160 pagine e 13 fotografie per 13 euri) ci ricorda che non abbiamo avuto il coraggio di fare i conti con la nostra storia. Siamo differenti persino nel guardare le targhe o i monumenti. C'è chi, a esempio, si chiede perché una via o una piazza ha proprio quel nome e chi (assai più) non mostra interesse. Ci sono persone che passando in via Cola di Rienzo (chissà  chi era) a Roma non notano il busto che ricorda Totò e tanto meno la targaccia fascista sull'altro lato del marciapiede mentre altre persone conoscono le storie dentro molti angoli della città . Igiaba Scego ama Roma che più non si può: «il mio ombelico e quello del mondo, forse dell'intero universo», Però in questo libro inizia a camminare nella capitale spinta da un dolore che si nutre di assenze, presenze, ignoranze e rimossi (psico-analitici e storici). I piedi di Igiaba vanno in piazza di Porta Capena a guardare due targhe. La prima è «In ricordo delle vittime della strage dell'11 settembre 2001». La seconda è una frase di di Georges Santayana: «Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo». Manca però in quella piazza l'obelisco di Axum e da questa assenza, dalla smemoratezza che l'accompagna Igiaba Scego comincia a tessere la sua tela. Dopo piazza di Porta Capena i passi della scrittrice vanno verso la periferia, via dell'Acqua bulicante. Sembra che la nostra guida si perda nei film di «Sissi l'imperatrice» ma in realtà  ci guida con fermezza verso l'ex cinema Impero, quello che campeggia anche in copertina, e le molte vicende che là si intrecciano. Storie del passato e dell'ultimo 3 ottobre (ricordate? 369 vittime a Lampedusa, quasi tutte dall'Eritrea un'ex colonia italianaâ?¦ per chi ne conserva memoria) ma anche del futuro perché quell'ex cinema potrebbe diventare un luogo di socialità , di incontro nella Roma sempre più meticcia. Prima di riprendere il viaggio 13 fotografie, molto belle, di Rino Bianchi. Ne manca una però che era stata pensata, discussa con entusiasmo e poi bocciata. Vi svelerò l'idea ma tacerò il motivo per cui non è stata realizzata. «Questo libro si doveva concludere con una foto che non siamo riusciti a fare. La foto del balcone di piazza Venezia, il luogo occupato dal corpo di Benito Mussolini in 20 lunghi anni di dittatura fascista. La nostra prima idea era molto suggestiva. Avevamo pensato che da quel balcone dovevano affacciarsi richiedenti asilo somali, eritrei, etiopi. Uomini e donne sorridenti che rivendicavano quel passato in comune con un'Italia sorda e assente». Provate a indovinare perché quella foto non c'è; poi magari riflettete se quella scelta (di non farla) spiegata nelle «conclusioni» vi convince; a me sà. Dopo le foto il libro si incammina verso il cuore di Roma, «piazza dei Cinquecento», ovvero la stazione Termini. Ho vissuto i primi 40 anni della mia vita a Roma senza chiedermi chi fossero quei 500; l'ho scoperto da poco, con stupore. La piazza è dedicata ai 500 (in realtà  430) soldati italiani che morirono nella battaglia di Dogali del 26 gennaio 1887. Igiaba Scego ci spiega cosa accadde là, poi si rimette in cammino incrociando Carducci, Pascoli, D'Annunzio, processioni, Giulietta Masina (in «Le notti di Cabiria»), le persone migranti (spesso delle ex colonie italiane) che affollano questi luoghi, citando il fumetto «Volto nascosto» e ricordando un piccolo, grande uomo che fu nemico e vittima dell'Italia fascista ma che nel novembre 1970 fu accolto a Roma con un misto di rispetto e smemoratezza: Hailé Selassié. I penultimi passi di Igiaba Scego ci portano verso il ponte Amedeo d'Aosta, davvero brutto quanto inutilmente pesante: come sempre saltando avanti e indietro nel tempo, l'autrice ci racconta storie ' personali e collettive ' scordate o meglio rimosse perché, come insegna la psicoanalisi, se non vogliamo fare i conti con un dolore o con un problemaâ?¦ lo mettiamo nel 'dimenticatoio. Ci portano un po' fuori Roma gli ultimi passi del libro; il capitolo si intitola «Affile, una vergogna nazionale». Qui si sono spesi soldi pubblici per un omaggio al boia Rodolfo Graziani. Se abitualmente leggete «Corriere delle migrazioni» sapete cosa è accaduto ' e accade ' ad Affile. Ma in tante/i non sanno. In questo capitolo si affaccia anche un'idea molto bella (di Serena Fiorletta): «fare un museo del fascismo. Un museo che spieghi, contestualizzi; non certo un museo agiografico»; la sede ideale sarebbe proprio Palazzo Venezia. Perché la frase di Georges Santayana è saggezza, è necessità , è urgenza. Tanto più nella Roma che è sempre più meticcia anche se tante/i fanno finta di non saperlo. Le ultime parole di Igiaba Scego sono: «Buona Italia a tutti e che la forza sia con noi». «Roma negata» si chiude con una post-fazione (di Andrea Branchi) piena di notizie interessanti ma piuttosto confusa ' è l'unico difetto di un libro riuscitissimo ' e con i «titoli di coda» (un'utile bibliografia). Fra tanti discorsi seri e tragici, Igiaba Scego infila anche alcune battute eccellenti e almeno una ve la riporto. A proposito dell'ossessione di Mussolini per Roma antica che lui immaginava tutta marmi, bighe e doghe è bene invece ricordare ' come scrive l'autrice ' che all'epoca Roma somigliava più a «Rocky Horror Picture Show» (spiegazione per chi avesse perso il film: un casino totale). Chi leggerà  questo bel libro incrocerà  anche un ambiguo Indro Montanelli, una rabbiosa Elvira Banotti, un riflessivo (o pentito?) Oscar Luigi Scalfaro, le canzoni di Pierangelo Bertoli e Gabriella Ferri, una bella definizione dei Wu Ming, molta Italietta ma anche una certa bell'Italia che c'era e per fortuna c'è. Sarebbe bello se davvero gli spunti di questo libro diventassero la 'guida, o solo un primo spunto, per qualche 'giro nella memoria di Roma un po' come nella Buenos Aires dello choccante «Le irregolari» di Massimo Carlotto oppure nella logica con la quale l'associazione Todo Cambia anni fa 'presentava Milano alle persone migrantiâ?¦ e viceversa. Aggiungo una notazione personale, che è evidentemente scaturita da alcuni passaggi del libro di Igiaba Scego: io vivo da molti anni a Imola, città  che ha pagato un prezzo antifascista molto alto, e anche qui purtroppo resistono alcuni simboli orribili, a partire da tre enormi fasci e altre iconografie del losco ventennio, in centro, a pochi metri da piazza Gramsci e da piazza Matteotti. Buttarli giù o ri-contestualizzarli? La terza via (far finta di nulla) non mi pare intelligente e rispettosa di chi è morto per liberarci dal nazifascismo.
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Quanto sei bugiarda Roma!
da: il sole 24 ore - Domenica-22 Giugno 14
22/06/2014

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Italia negata. Colonialismo, postcolonialismo e nuovi migranti
da: Radio Articolo 1-20 Giugno 14
20/06/2014

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Botta e risposta sul colonialismo
da: Cronache del Garantista-25 Giugno 14
25/06/2014

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ROMA negata
da: Solidarietà Come-1 Luglio 14
01/07/2014

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Roma negata, con Igiaba Scego
da: Fahrenheit - Radio 3-3 Luglio 14
03/07/2014

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Il brusco risveglio italiano degli eritrei viaggiatori
da: il Manifesto-9 Luglio 14
09/07/2014

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Ricordare è un dovere
da: Conquiste del Lavoro-20 Luglio 14
20/07/2014

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Dalla stele di Axum a piazza dei Cinquecento. Il passato coloniale che Roma non sa vedere
da: Reset doc-24 Luglio 14
24/07/2014
Ci sono dei vuoti che parlano a chi sa ascoltare. Ci sono delle assenze che lasciano un senso di smarrimento, ricordo di un passato che non si vuole affrontare. Ci sono presenze rese mute che chiedono di essere ascoltate perché raccontano una storia dimenticata, e presenze che gridano vendetta perché falsificano la realtà . L'Italia non ha mai fatto i conti col suo passato coloniale. Roma non ha mai affrontato davvero il significato del fascismo e delle colonie in Somalia, Etiopia, Eritrea e Libia. A raccontarlo sono i suoi stessi monumenti: quelli che una volta c'erano e non ci sono più, come la stele di Axum restituita all'Etiopia; quelli che ci sono ancora oggi e sono tenuti nel degrado, come la stele di Dogali o il Cinema Impero; quelli che rivendicano con orgoglio, nell'indifferenza generale, la loro genesi fascista, come il Ponte Amedeo D'Aosta; quelli che non si trovano a Roma ma che sono finiti sulle cronache internazionali, come l'incredibile vicenda del mausoleo dedicato a un gerarca fascista e criminale di guerra edificato ad Affile. Sono questi alcuni dei luoghi di un «viaggio emozionale» che Igiaba Scego, scrittrice italiana e somala, compie camminando per Roma per ricostruire i percorsi coloniali e postcoloniali di una città  che è ancora il cuore del mondo eppure non ha memoria del passato delle colonie, dei crimini che là furono perpetrati, delle responsabilità  dell'Italia nei confronti dei migranti e dei rifugiati politici che vengono dal Corno d'Africa e che sono trattati come se l'Italia mai avesse conosciuto l'Africa. Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città  (Ediesse 2014) è il libro che Igiaba Scego ha scritto insieme al fotografo Rino Bianchi, che nelle sue fotografie ha catturato lo sguardo e il volto di migranti e rifugiati politici in questi luoghi 'simbolo, eppure negati, della città : in piazza dei Cinquecento e davanti alla stele di Dogali, in viale Somalia e davanti al ponte Amedeo D'Aosta, ai Fori Imperiali e al Cinema Impero, davanti al Palazzo della Fao e al Vittoriano, dove quattro rifugiati somali si sono fatti fotografare senza che fosse pubblicato il loro nome perché hanno voluto rappresentare «il simbolo di una condizione esistenziale». Il viaggio di Igiaba Scego ' che è anche un atto d'amore verso la città : «Roma il mio ombelico e quello del mondo. E forse chissà  dell'intero universo. La mia Roma cosà inadeguata al presente, cosà totalmente imperfetta», scrive all'inizio del suo cammino ' parte da piazza di Porta Capena, dove una volta c'era la stele di Axum, bottino di guerra del fascismo ora tornata in Etiopia dopo peripezie durate decenni (una vicenda ben raccontata dall'autrice). In quella piazza ora ci sono due colonne e una lastra con una frase del filosofo George Santayana: «Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo». Il passato che viene ricordato in quella piazza è l'attentato alle Torri Gemelle di New York e la strage di Washington dell'11 settembre 2001. Bello sapere che Roma ha un monumento per quell'attentato che ha cambiato il mondo, argomenta l'autrice, ma in quella piazza c'è anche una grande assente: l'Africa. Quella della stele di Axum, quella delle vittime del colonialismo italiano: «Ahi, il colonialismo italiano ferita mai risanata, ferita mai ricucita, memoria obliata. Quel colonialismo italiano che si fingeva buono (il mito degli italiani brava gente era duro a morire nell'immaginario popolare), ma che aveva sterminato quanto e a volte più degli altri colonialismi». Ora la stele di Axum è tornata in Etiopia. E in questa piazza romana? «Solo vuoto, solo silenzio, assenza, oblio, smemoratezze in salsa italica», scrive l'autrice. L'Italia non riconosce il legame con le ex colonie ' Eritrea, Somalia, Etiopia, Libia. I somali scappano dalla guerra, gli eritrei dalla dittatura, attraversano un Mediterraneo di morte e sbarcano in un'Italia che non ha memoria dell'Africa. Per questo si arriva al naufragio dello scorso 3 ottobre senza che nessuno riconosca il legame dell'Italia con le centinaia di vittime. Scrive Igiaba Scego: «Il 3 ottobre 2013 il Mar Mediterraneo ha inghiottito 369 eritrei, donne, bambini, giovani, uomini. Tutti i sogni di quella gente naufragati in quel mare freddo e inospitale. Ma nessun grande giornale ha scritto «quei ragazzi, quelle ragazze, quei bambini sono i nostri». Il legame storico tra Italia e Eritrea non è stato percepito, riconosciuto. L'Italia davanti a questa immane tragedia non ha dichiarato compattamente la sua responsabilità  storica verso l'Eritrea. Il tutto è stato silenziato, dimenticato, cancellato». Spiega l'autrice: «L'Italia non ha vissuto un processo di defascistizzazione come la Germania. L'Italia non ha fatto i conti con il suo passato coloniale e con le sue immense colpe. Ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia come uno struzzo. Ma quel dispositivo xenofobo potrebbe rimettersi in funzione in ogni momento, anzi in parte è già  in funzione». Il cammino della scrittrice nella città  la porta davanti alla stele di Dogali e le permette di raccontare la storia che si intreccia a quel monumento ora lasciato nel degrado, ricordo di una delle più grandi sconfitte italiane in Africa orientale, per poi ricostruire l'immaginario coloniale italiano e l'atteggiamento tenuto verso le donne d'Africa violate come la loro terra, per arrivare a quella piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini, che è anche «la piazza dei migranti» ed è «una piazza postcoloniale, suo malgrado, quasi per caso». Scrive l'autrice: «È questo il vero ombelico di Roma, quasi più del Colosseo, qui dove in una Babele folle le lingue si intrecciano e si contaminano con la lingua di Dante. E chi lo immaginava che proprio questa piazza babilonia fosse legata alla storia del colonialismo italiano? Infatti i cinquecento citati nel nome della piazza sono i cinquecento caduti di Dogali». Il filo conduttore di questo viaggio è l'assenza della memoria. Denuncia Igiaba Scego: «La memoria è assente, cancellata, dimenticata. A scuola, tra la gente, nella cultura popolare, intellettuale e istituzionale del nostro paese. Nel peggiore dei casi è anche mistificata, cambiata, trasformata. Girando per Roma questo si percepisce molto bene purtroppo. I luoghi del colonialismo in città  vengono lasciati nel vuoto (Axum), nell'incuria (Dogali), nell'incomprensione (quartiere africano). Si cancella quello che è troppo scomodo. È scomodo per l'Italia ammettere di essere stata razzista. È scomodo ammettere che il razzismo di oggi ha forti radici in quello di ieri». Ma proprio nel denunciare quest'assenza, insieme al vuoto di un passato che non si è voluto affrontare e che spiega gli stereotipi sessisti e razzisti che ancora subiscono le donne del Corno d'Africa, è la scrittrice stessa che si fa carico della ricostruzione della memoria, ridando valore e dignità  a episodi passati e presenti, problematizzando la storia, mettendo in gioco se stessa (non solo perché scrive in prima persona, ma perché porta nella sua storia personale la storia dell'Italia e della Somalia insieme): cosà (ri)scopriamo la visita dell'imperatore d'Etiopia Hailé Selassié nell'Italia degli anni Settanta, l'immaginario maschile nei confronti delle donne africane, «terra di conquista» dei soldati e di un imbarazzante (ed è un eufemismo) Indro Montanelli che parla della sua «sposa bambina», la storia degli ascari, i soldati coloniali, e quella recentissima del monumento fatto ad Affile in memoria del gerarca fascista e criminale di guerra Rodolfo Graziani. E il balcone, il balcone di piazza Venezia? Ci può essere un luogo più simbolico e 'pesante di quel balcone da cui s'affacciava Mussolini? Non l'hanno dimenticato, i due autori. Tutt'altro. Il libro, racconta la scrittrice, si doveva chiudere con una fotografia di richiedenti asilo somali, eritrei, etiopi che si affacciavano da quel balcone. Una foto che non è stata scattata. Perché Roma non si è mai riappropriata di quel balcone, che rappresenta «una ferita nella città » da cui si volge lo sguardo: «Non aveva senso riempire di corpi un balcone che non era ancora mai tornato ad essere davvero dei cittadini. Mai tornato ad essere di Roma. Per questo quella foto non c'è. Prima da quel balcone si doveva affacciare l'anima di Roma». E nell'attesa che quel balcone apra, perché si apra la memoria di Roma e dell'Italia intera, il viaggio di Igiaba Scego e di Rino Bianchi ci fa conoscere la città , il nostro passato e il nostro presente, e ci fa pensare: con voce lieve e a tratti commovente, con la realtà  di chi vive giorno per giorno quello che racconta, con la forza di chi ama questa città  e il paese che ha scelto di abitare. Una preziosa testimonianza, che restituisce corpo a vicende ormai poco note, raccontate 'dall'altra parte della storia (quella che sta dietro la retorica, quella che non c'entra niente con la retorica) e restituisce loro dignità  e nome. Vale la pena chiudere con una frase che Igiaba Scego scrive quando parla delle migrazioni e del viaggio, una frase che personalmente vorremmo diventasse la risposta a tanti allarmi lanciati spesso per pura propaganda politica, se non per speculazione elettorale: «Il viaggio è un diritto umano, come respirare, amare, studiare, votare».
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Quando l'arte entra nel sociale
da: Articolo 33-25 Luglio 14
25/07/2014

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Sono figlia del Corno d'Africa ma anche dell'Italia
da: Gazzetta del Sud-30 Settembre 14
30/09/2014

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'Roma negata: cosa resta del colonialismo
da: Reporter nuovo-15 Ottobre 14
15/10/2014
L'Italia e il Corno d'Africa: da Piazza dei Cinquecento a Porta Capena passando per il quartiere Africano. Un libro fatto di luoghi e volti per riscoprire le tracce di un passato dimenticato La Libia, l'Eritrea, la Somalia, l'Etiopia. Il colonialismo italiano esaltato dal linguaggio mussoliniano, dai libri per i bambini, alle canzoni, dai cinegiornali Luce, alla propaganda. Cosa resta oggi di quel passato in una Roma sempre più multietnica? Nasce per rispondere a questa domanda 'Roma Negata, il libro del fotografo Rino Bianchi e della scrittrice di origini somale Igiaba Scego. Obiettivo, ripercorrere la storia coloniale d'Italia attraverso luoghi, nomi, ricordi e persone nella Capitale. Cosà, i monumenti legati al legame tra Italia e Corno d'Africa sono ritratti in una foto, insieme a chi in Africa è nato. Migranti o figli di immigrati, nuovi romani o romani da qualche generazione. Sono loro le 'guide di questo percorso. Per riscoprire il rapporto, spesso negato, o dimenticato tra i due Paesi. 'Uno strumento agevole anche per i ragazzi, per i romani ma anche per i turisti, per togliere dall'oblio quella storia coloniale tra Corno d'africa e Italia, spiega Igiaba Scego. 'Roma negata nasce dalla tragedia del 3 ottobre dello scorso anno. Dal tentativo di ricordare i 369 eritrei, in qualche modo figli dell'Italia, che hanno perso la vita in mare per arrivare fin qui. Una collaborazione, quella tra la scrittrice e il fotografo, nata all'interno dell'associazione'Incontri per la civiltà . 'Quattro mani che hanno dato vita a un progetto di foto letteratura, dove immagini e narrazione si fondono, come il fotografo Rino Bianchi. C'è tutta una Roma vissuta quotidianamente che pensiamo di conoscere benissimo ma che in realtà  ci sfugge. A Piazza di Porta Capena, tra il Circo Massimo e Via delle Terme di Caracalla, si stagliano due colonne. Sono il ricordo di Roma alle vittime dell'11 Settembre, tributo voluto dall'allora sindaco Gianni Alemanno. Ma quello era il luogo dove si innalzava la stele di Axum, l'obelisco scelto come bottino di guerra della campagna d'Etiopia di Mussolini. 'E Piazza di Porta Capena è in fondo un esempio di questa incapacità  dell'Italia di prendersi le sue responsabilità , di fare un vero patto di memoria, scrive Igiaba Scego nel libro. O ancora Piazza dei Cinquecento, il piazzale proprio di fronte alla Stazione Termini. Terreno calpestato da romani e non migliaia di volte, ma di cui tanti ignorano il significato della toponomastica. Quei cinquecento ' in realtà  420 ' , infatti, sono i soldati italiani caduti nellabattaglia di Dogali nel 1887. E per quelle vittime italiane di una guerra aveva causato tanti altri morti tra gli africani, in diverse città  italiane furono intitolate strade, piazze e lapidi. Là, al posto dell'attuale Papa Giovanni Paolo II, c'era la stele di Dogali, ora trasferita alle Terme di Diocleziano. Altra tappa in cui le storie di Roma e Asmara si incrociano è a Via dell'Acqua bullicante, nel cuore di Tor Pignattara. Il Cinema impero, costruito là nel 1938 è identico ad un cinema che si trova nella capitale eritrea. 'Tanto che, racconta la scrittrice di origine somala, molte persone vedendo la copertina del libro ' che raffigura proprio la facciata del cinema ed una donna africana ' mi chiedono quando sono stata ad Asmara. Viale Somalia, Viale Libia, Via Dire Dauda, Via Migiurtinia, Via Tripoli, Piazza Amba Alagi, Viale Etiopia, Via Cirenaica, Via Tigré o Via Asmara, le vie del cosiddetto quartiere Africano, sono solo altre delle tante tracce che ricordano questo rapporto vissuto eppure spesso mancato tra Roma e l'Africa.
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Un mazzo di fiori per le vittime del colonialismo italiano
da: La città nuova. Corriere della sera-5 Novembre 14
05/11/2014
Roma è una città  che dimentica in fretta. Soprattutto dimentica il suo passato fascista e colonialista. Io ormai mi sono presa (non da sola, per fortuna ci sono tanti studiosi e studiose fissati come me) questa missione di ripristinare la memoria perduta del colonialismo italiano. La mia non è una fissazione vintage. Quello che è successo a chi ha subito il colonialismo o la Shoah o il Porrajmos non deve e non può essere dimenticato. Per un fatto semplice, perché la storia, soprattutto in un momento di crisi come quello odierno, potrebbe ripetersi. Dio non voglia, ma il rischio aleggia sempre nell'aria. Per questo la storia è maestra di vita, la storia (se studiata bene) ci impedisce di ricadere negli stessi errori. Per questo stamattina presto io, l'attore-filmaker Amin Nour e il fotografo Rino Bianchi siamo andati con un mazzo di fiori a piazza di porta Capena. Qui, tra 28 e 31 ottobre si è perpetrato un crimine dei più orrendi. Una stele trafugata dal fascismo in Etiopia è stata collocata ed inaugurata in questo luogo. La stele è la famosa stele di Axum e il crimine naturalmente è fatto da una stratificazione di violenze subite dai popoli dell'Africa Orientale durante il colonialismo (in Eritrea e Somalia) e l'occupazione milirare (Etiopia). Un mazzo semplice, senza pretese. Volevamo solo a modo nostro ricordare che là un tempo l'Italia aveva collocato un bottino di guerra e se ne vantava. Il nostro intento non era accusare l'Italia di oggi, puntare il dito su di lei, ma quello di creare una memoria complessa e condivisa. Infatti gli stereotipi che il fascismo (ma anche l'Italia postunitaria prima ancora) aveva creato ora sono nel 2014 ancora attivi. Il razzismo di oggi si nutre del razzismo fascista di ieri. Poi non dimentichiamolo nel Lazio, caso quasi unico al mondo, ad Affile abbiamo un monumento (costruito con fondi pubblici) ad uno dei peggiori criminali di guerra fascisti: Rodolfo Graziani. È come se in Germania qualcuno si svegliasse domani mattina con un monumento dedicato alle SS. Fatto inconcepibile! Assurdo! Purtroppo in Italia è successo. Certo Grazie a Dio i fondi sono stati bloccati dall'attuale Giunta Zingaretti, ma purtroppo quell'obbrobrio (c'è chi lo chiama schifezziario) è ancora là, tra noi, ci insozza con i suoi delitti infami. Che fare? Certo un mazzo di fiori non basta. Ma forse è un piccolo passo verso una direzione giusta. L'Italia ci metterà  anni a restituire il mal tolto all'Etiopia, ma nella piazza non c'è niente di dedicato alle vittime di quel brutale colonialismo. Allora per questo abbiamo voluto mettere i fiori. Però non li abbiamo messi nel punto esatto di dove si trovava la stele, ma nell'aiola parallela al luogo originale. Là sono state collocate due colonnine dedicate all'11 Settembre. Ecco io ho raccontato questo fatto nel libro mio e di Rino Bianchi Roma Negata (Ediesse). Il fatto mi fa ancora arrabbiare. Sono arrabbiata perchè forse l'11 Settembre meritava un monumento più bello e più coosciuto (nessun romano immagina che quelle colonnine siano le torri gemelle), ma soprattutto sono arrabbiata perchè là non c'è nulla a ricordare le vittime del colonialismo. Vittime che lego idealmente a quella della Fortezza Europa, che di quei colonialismi sono figli o nipoti. Io vorrei, in qualsiasi lato della piazza, una targa, un qualcosa, che ci riappacifichi su questa storia. Vorrei che il monumento al criminale di guerra fosse distrutto. Ma non c'è niente. Per ora c'è il mazzo di fiori portato da me, da Rino e da Amin. Un mazzo di fiori per non dimenticare.
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Scego e Bianchi raccontano la Roma rimossa del colonialismo
da: Askanews-20 Dicembre 14
20/12/2014
Roma, 20 dic. (askanews) - "Roma è tutta una sbavatura. Uno scarabocchio insensato che illumina d'immenso le nostre vite consumate. Roma con i suoi segreti e deliri.. Roma che non mi ha mai detto la sua verità  fino in fondo". In Roma Negata (edizioni eds). La scrittrice italo-somala (ma romana de Roma, soprattutto) Igiaba Scego e il fotografo Rino Bianchi hanno scelto una serie inaspettata di "percorsi postcoloniali" celati nella città , assai ben nascosti, per ricostruire un volto dell'Urbe sconosciuto ai più, anzi rimossi. La Roma di Scego e Bianchi è una città  nella città  inventata ai tempi dell'Impero è poi mai rivista davvero, mai ripensata. La stele di Axum (un vuoto), il cinema Impero a Torpignattara e piazza dei Cinquecento, il Quartiere Africano, l'Isiao alle porte dello Zoo, la stele di Dogali (e i morti di Lampedusa, ormai nel presente: "Roma negata - dice Scego - nasce dalla tragedia del 3 ottobre dello scorso anno. Dal tentativo di ricordare i 369 eritrei, in qualche modo figli dell'Italia, che hanno perso la vita in mare per arrivare fin qui"). L'Italia non ha fatto i conti davvero con l'avventura coloniale e questa esperienza mai esaminata davvero, mai elaborata, si è cristallizzata in assurde architetture, spazi simbolo di cui si è scordata l'origine, e per sempre. La Roma "negata" di Scego inchioda l'Italia al suo DNA irrisolto e a una colpa indecente, e inconfessata. Se altri paesi hanno saputo fare i conti col passato coloniale, e liquidarlo, il colonialismo italiano resta una "ferita mai risanataâ?¦memoria obliata". Finito il fascismo quella storia "fu riposta in un cassetto, dimenticata". E sarebbe andata sempre cosà, senza eccezioni, non fosse stato per un inciampo della storia, un incidente. Lo scarto temporale ha una data precisa, e un luogo: Roma. "Negli anni Settanta vennero a vivere in Italia persone che da quelle ex colonie provenivano. Donne di Asmara, signori di Mogadiscio, ribelli di Addis Abeba. Roma cominciò a diventare un po' Corno d'Africa". È il ritorno del rimosso, fuor di metafora. Igiaba Scego, che è figlia di quella storia (e â?¦figlia di Roma) cosà riattraversa la città  nascosta nella città , quella negata, e ridà  voce ai fantasmi, senza clamore. «Volevamo partire dal Corno D'Africa, dall'umiliazione di quel colonialismo crudele e straccione, perché di fatto era in quel passato che si annidava la xenofobia del presente (â?¦) Da Roma negata emerge quel Corno d'Africa che oggi sta morendo nel Mediterraneo, disconosciuto da tutti e soprattutto da chi un tempo l'aveva sfruttato».
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L'Italia rimossa tra percorsi postcoloniali e ritorni di colonia
da: Carmilla-9 Gennaio 15
09/01/2015
Igiaba Scego, Rino Bianchi, Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città , Ediesse, 2014, pp. 176, â?¬ 13.00 'Da noi il viaggio di migrazione si chiama tahrib e il sentimento del viaggio si chiama buufis. Ho sempre trovato la parola buufis una parola allo stesso tempo inquietante e bellissima. Nella lingua corrente buufis significa gonfiare. Si gonfia una ruota, un palloncino. Ma si gonfia anche la speranza. Ed è questo significato della parola che si è imposto in questo triste ventennio di guerra civile somala. Buufis, mi ha detto una volta un ragazzo richiedente asilo, è come l'amore, è qualcosa di inspiegabile, ti prende alle viscere e tu non sai bene perché. È la voglia, mi ha detto, che hai di cambiare vita, di migliorare la tua situazione. Il buufis ti fa scappare da guerre, dittature, da torture, da stupri. Ma il buufis l'ho visto anche in Italia, nei giovani che vanno in Germania o Inghilterra in cerca di lavoro, per cambiare situazione di vita (Scego, Bianchi, Roma negata, p. 44). Il buufis, ossia la voglia di viaggiare intesa come diritto alla mobilità  e insieme alla conoscenza, attraversa e muove i percorsi postcoloniali di Igiaba Scego e Rino Bianchi in una Roma negata ripercorsa in un alcune tappe fondamentali scandite non solo da monumenti, strade, piazze, ma anche dai volti fotografati dall'obiettivo di Rino Bianchi. Un processo, dunque, di attraversamento e di riappropriazione dello spazio urbano, volto a decolonizzare lo sguardo e risignificare gli spazi, rivendicando una storia comune. Questo interrogativo, già  nel 2010, aveva portato alla pubblicazione de La mia casa è dove sono, in cui Igiaba Scego, a partire dai suoi piedi, aveva iniziato un percorso di attraversamento dello spazio romano, cucendo insieme episodi della sua storia di italo-somala con quelli di un'Italia che ha consegnato all'oblio pezzi interi della sua storia coloniale in Cirenaica e nel corno d'Africa. Cosà, Igiaba e i suoi piedi, nati a Roma perché suo padre era innamorato di Nat King Cole, erano partiti dal Teatro Sistina per arrivare allo Stadio olimpico, seguendo una mappa fatta di intrecci tra l'autobiografia e quelle vicende di Italia e Somalia che la Storia 'ufficiale ha rimosso. Alcune tappe di Roma negata sono comuni a quelle di La mia casa è dove sono: è come se l'autrice volesse ritornare sopra alcuni luoghi, incalzata dal desiderio di leggerli, decodificarli e di sottrarli all'oblio. Uno di questi è Piazza di porta Capena, dove il vuoto lasciato dalla stele di Axum, bottino dell'Italia fascista restituito solo nel 2005 all'Etiopia, sembra inghiottire il nostro passato imperialista. Sembra, perché se quello spazio lasciato vuoto dalla stele di Axum non è stato riempito da un altro monumento alla memoria delle vittime del colonialismo italiano, è proprio in un'aiuola di Porta Capena che sono state poste due colonnine a mo' di sipario ad una targa in memoria delle vittime dell'11 settembre 2001. È l'Africa, dunque, che manca all'appello. Roma_negata3Da dove si comincia? Anche la stele di Dogali, e il degrado in cui è abbandonata, sono paradigma del degrado della memoria o, meglio, della memoria di alcuni, e solo alcuni, fatti. Come la stele di Axum, anche quella di Dogali è stata trafugata dall'Africa, più precisamente dall'Egitto, dall'imperatore Domiziano ed era stata posta nel 1887 davanti alla stazione di Termini per commemorare l'eccidio dei 430 italiani morti nella battaglia di Dogali, in Eritrea. Ben prima dell'epoca fascista, dunque, la neonata nazione italiana, alla prese con la costruzione di una sua identità , tentava di ricavarsi un posto nello scacchiere delle politica coloniale europea a spese del continente africano. L'insurrezione degli eritrei contro i colonizzatori italiani, e l'eccidio di questi ultimi, vennero trasfigurati in scontro epico, atto di eroismo e di sacrificio per la patria, con una tale enfasi che i morti nello scontro divennero 500 e a questi venne dedicata una piazza, l'attuale piazza dei Cinquecento. Ed è bizzarro (o forse macabro), osserva l'autrice, che la stele di Dogali ad oggi si trovi nei pressi della chiesa di Santa Maria degli Angeli, dove si svolgono i funerali dei militari caduti nelle operazioni internazionali di peacekeeping. Ma se da un lato piazza dei Cinquecento reca il segno dell'umiliazione subita dagli italiani per la rivolta degli eritrei all'oppressione coloniale, da un altro, con la stazione Termini e la fermata degli autobus, è il luogo delle migrazioni per eccellenza. Ed ecco che l'obiettivo di Rino Bianchi ritrae Amin Nour in piedi su una sorta di podio proprio a piazza dei Cinquecento, con la stazione Termini alle spalle e lo sguardo rivolto lontano. In questa fotografia si legge tutta la volontà  di decolonizzare il punto di osservazione e le narrazioni dominanti, smontando quel dispositivo coloniale che per comodità  si attribuisce solo al fascismo, ma che in realtà  salda la fase liberale a quella fascista di una Italia che è nata e cresciuta su due colonizzazioni, entrambe orientate a sud: quella del meridione e quella dell'Africa. Tale dispositivo coloniale ' e razzista ' non è stato ancora disinnescato, in ragione delle continue rimozioni e sovrapposizioni di memorie di serie A su memorie di serie B, ma anche dell'inossidabile mito degli italiani brava gente, che rivendicano a sé il merito di aver costruito strade e ponti in Africa, ma non il primato dei campi di concentramento in Cirenaica, dove gli italiani sterminarono popolazioni inermi ben prima di quanto fecero i nazisti con gli ebrei. E se è vero, e lo è, che gli spazi non sono mai neutri, appare allora quanto meno singolare che ancora oggi la FAO sia ospitata nel palazzo che in epoca fascista ospitava la sede del Ministero dell'Africa orientale. Igiaba Scego sottolinea come il dispositivo coloniale e razzista si sia retto sulla costruzione di una propaganda sessuata che, seppur con delle variazioni, ha sostenuto tanto il colonialismo liberale quanto quello fascista. Già  nel 1995 Anne McClintock osservava come la tradizione porno-tropica, da Cristoforo Colombo in poi, legittimi lo stupro coloniale assimilando la 'terra vergine al corpo della donna ed erotizzando in questo modo lo spazio geografico, riprodotto come appetibile terreno di conquista mediante la sovrapposizione tra esotico ed erotico. A partire dalla fine dell'Ottocento, cominciano a svilupparsi, soprattutto in Italia, ditte specializzate in nudi femminili, che, mediante la fotografia, fissano nell'immagine stereotipata della Venere nera la presunta lascivia delle africane, appiattendole sull'identità  sessuale con lo scopo di invogliare forza-lavoro maschile al trasferimento nelle colonie. Tale rappresentazione comincia a cambiare con il passaggio dalla formazione di un'identità  nazionale alla formazione di una identità  imperiale, fondata sulla coscienza di razza e quindi su una rigida linea di demarcazione tra razza bianca e razza nera e affermazione della superiorità  della prima sulla seconda. In seguito alla dichiarazione dell'Impero nel 1936 e alla legge sulle Sanzioni sui rapporti di indole coniugale tra cittadini e sudditi viene intrapresa la lotta al meticciato, condotta attraverso la disciplina della sessualità  e una vera e propria 'africanizzazione dell'Africa. La fotografia continua a reificare la donna africana, rappresentandola sà come una seduzione, ma questa volta una seduzione minacciosa da cui il buon colono civilizzatore deve sapersi tenere alla larga. Questo monito è raffigurato anche per mezzo di vignette satiriche, per esempio nella serie di Enrico de Seta, 1935-36: La lotta al meticciato porta con sé la messa al bando del madamato, una relazione di concubinaggio, temporanea, ma non occasionale, tra indigene nere e coloni bianchi preesistente all'impero, con il conseguente abbandono dei figli nati da quelle relazioni. In alcuni casi, come ci testimoniano le vite di Isabella e Giorgio Marincola ' narrate da Wu Ming 2 e Antar Mohamed in Timira ' i figli meticci non venivano abbandonati dai padri, ma sottratti alle madri, molto spesso declassate a prostitute solo per neri, e trasferiti in Italia perché venissero civilizzati e dove li attendeva un futuro sempre ai margini di questa e quella 'razza. Dopo la proclamazione dell'Impero, la formazione di una coscienza di razza si salda alla formazione di una coscienza di genere che assegna alle bianche una funzione moralizzatrice, di cui ancora si avverte una potente eco nelle posizioni neocolonialiste di certo femminismo neoliberale, alle prese con il fardello della femminista bianca impegnata nelle lotte islamofobe contro il velo e in quelle contro una prostituzione essenzializzata nel frame della nigeriana che batte ai bordi delle strade. Alle donne che si trasferivano nelle colonie al seguito dei mariti spettava, infatti, allontanare gli uomini dalla tentazione delle Veneri nere, salvaguardando tanto la moralità , quanto la purezza biologica della sedicente razza superiore. La scarsezza di dati, la difficoltà  di accesso agli archivi, non ancora resi disponibili alla collettività , l'elusione di una cosciente e critica opera di rielaborazione politica caratterizzano tutta la storia coloniale dell'Italia fino ai giorni nostri, ma interessano in particolar modo le testimonianze inerenti le atrocità  di cui furono oggetto le donne africane per via di una oppressione triplice, dovuta non solo alla razza e alla classe, ma anche al genere. È di questa triplice oppressione che ancora nel 2009 ci raccontava Isabella Marincola intervistata da Aureliano Amadei: «Io ero figlia di una zoccola, ero figlia di una puttana, io ero una negra, puzzolente, ero veramente un rifiuto della società , questa è stata la mia infanzia [â?¦]. Qualcuno ha detto: è una grandissima troiaâ?¦perché a Romaâ?¦ mamma miaâ?¦.è andata a letto con tutti meno che con il Papa e con Togliatti. [â?¦] Queste promesseâ?¦ chissà  perché una persona scura, nera, promette dei nirvana, delle cose cosà goderecce, questo non l'ho mai capito, come se fossi un mondo da scoprire, come se avessi delle doti nascoste. No, assolutamente [â?¦]. Una persona come me, non può stare in Somalia. Una gaal non sta in Somalia. Se ne va fuori dalle palle, subito. Una gaal, un'infedele. C'è un razzismo in Somaliaâ?¦ straordinario. No, non mi sono mai più sentita in casa. [â?¦] Allora mi ricordo che qualcuno mi ha detto: sei la vergogna della razza. Allora mi sono chiestaâ?¦ quale razzaâ?¦». Ri-appropriarsi delle storie e dunque della Storia significa allora non accedere semplicemente agli archivi, ma anche riconoscere una storia comune ed assumere una prospettiva decoloniale che legga il passato e, dunque interpreti il presente, nelle intersezioni tra razza, classe e genere, rivelando le asimmetrie di potere e quindi i rapporti di subalternità  che hanno strutturato, e continuano a strutturare, le relazioni tra Italia, Somalia, Eritrea, Etiopia e Libia. Significa smantellare la narrazione coloniale degli 'italiani brava gente, sedimentatasi nell'immaginario collettivo ad opera della propaganda fascista, e abbandonare una volta per tutte l'ansia civilizzatrice, deponendo quel fardello dell'uomo bianco (e della femminista bianca) che continuiamo a portarci dietro in molte missioni di peacekeeping. Il lavoro di Igiaba Scego e di Rino Bianchi ci spinge a ri-affrontare il discorso sul colonialismo italiano da queste angolature, un discorso che si rende necessario e improcrastinabile proprio ora che l'Italia è attraversata da flussi migratori narrati come emergenza, che, scollegati da una visione storicista, innescano meccanismi di sdoganamento di posizioni xenofobe e di destra. Un processo, quest'ultimo, che va oltre il ritorno di colonia di cui qualche anno fa parlava Silvana Palma ad indicare una rivisitazione nostalgica del passato coloniale, quasi una sorta di mitica età  dell'oro, in cui l'Italia costruiva la sua prosperità  ed il suo benessere sullo sfruttamento delle colonie. Le forme di accumulazione e di profitto del capitale sono per certi versi cambiate rispetto sia all'epoca liberale che a quella fascista, ma cionondimeno continuano a funzionare in maniera anche più pervasiva, estraendo valore dalle nostre vite e, con una particolare ferocia, da quelle dei migranti. Nell'era del bio-capitalismo globale non è più nemmeno necessario spostarsi in colonia per estrarre profitto dalle vite di somali, eritrei, etiopi, richiedenti asilo e migranti di qualsivoglia nazionalità . L'inchiesta 'Mafia Capitale, che ha scoperchiato il business della cosiddetta 'emergenza immigrati e dei campi rom, sta là a dimostrarlo. Sitografia e bibliografia di riferimento Nicoletta Poidimani, «Faccetta nera». I crimini sessuali del colonialismo fascista nel Corno d'Africa, qui Chiara Volpato, La violenza contro le donne nelle colonie italiane, qui Corpi di donne nel colonialismo italiano, in 'Schiavi e servi, qui Quale Razza?, documentario su Isabella Marincola realizzato da Aureliano Amadei, qui Anne Mc Clicntock, Imperial Leather. Race, gender and sexuality in the colonial contest, Routledge, New York, London, 1995 Silvana Palma (2007), Il ritorno di miti e memorie coloniali, in Afriche e Orienti, n 1
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Roma negata
da: Circolo Leopardi-23 Gennaio 15
23/01/2015
Igiaba Scego va alla ricerca delle ultime testimonianze del colonialismo italiano presenti a Roma, sotto specie di monumenti, edifici, istituti culturali. C'è da dire che quel poco che rimane è ormai completamente dimenticato, sopraffatto dall'incuria, dalla sporcizia, dal disinteresse, dal fatto che non "parli" più a nessuno. Non proprio cosà doveva essere ad es. quarant'anni fa, quando ancora erano in vita coloro che all'avventura africana avevano partecipato fisicamente o idealmente. In realtà  le testimonianze di quel passato si contano sulle dita di una mano. Il monumento ai caduti di Dogali vicino alla stazione Termini, in un giardinetto che è un concentrato di sporcizia e degrado, è costituto da un piccolo obelisco egizio di epoca romana su un basamento moderno, ai cui piedi giaceva in epoca fascista il Leone di Giuda. Nessuno ricorda anche che i "Cinquecento" della vicina piazza sono i 500 (impropriamente, erano 440) caduti a Dogali, in Eritrea, in un'imboscata durante i primi tentativi di colonialismo italiano in epoca liberale. L'ex cinema Impero, oggi chiuso e murato, su via dell'Acqua Bullicante, è rimasto attivo fino al 1983, centro del ricordo di tante famiglie romane in epoca fascista e successiva. L'obelisco di Axum, in piazza di Porta Capena, è oggi semplicemente un punto vuoto, a sostituire una stele religiosa divenuta uno spartitraffico di cui nessuno comprendeva le origini e che al limite fungeva da segnaletica per gli appuntamenti o per la partenza della processione al Divino Amore. Il vicino Ministero delle Colonie è divenuto per una sorta di legge del contrappasso Palazzo della FAO. Il ponte Duca Amedeo d'Aosta è percorso oggi avanti e indietro da motorini, bus e macchine, senza che ci si degni di dare uno sguardo alle incisioni ai lati del ponte che magnificano la figura del duca D'Aosta e le sue gesta in Africa Orientale. Le targhe delle strade del Quartiere Africano, iniziato ad edificare in epoca fascista, non ricordano più a nessuno le tappe dell'epopea coloniale, come nel caso di via Makallè (cittadina etiope dell'omonimo assedio da parte degli italiani nel 1895-96), indirizzo attuale della biblioteca Villa Leopardi. Il Museo Coloniale in via Aldrovandi oggi non esiste più e i suoi giacimenti sono conservati parte al Pigorini, parte in magazzino in attesa di un ricostituendo museo postcoloniale. Per finire un monumento d'oggi, il mausoleo a Graziani ad Affile. Igiaba Scego è figlia del ministro degli esteri somalo nel governo prima dell'avvento a seguito di un colpo di stato di Siad Barre. Il padre di Igiaba fuggà in Italia con tutta la famiglia in esilio. E a Roma nacque Igiaba, che è sempre vissuta ed ha studiato in Italia. Questo spiega la sua lacerazione, di cui sono piene le pagine di questo libro. L'Italia è la sua patria, non si sente una straniera, quà è cresciuta e si è formata, l'italiano è la sua lingua e tuttavia questa sua nazione è quella che ha costituito il suo impero coloniale nel Corno d'Africa, stuprando territori e popolazioni, lasciando cicatrici nelle generazioni a venire. La storia della conquista coloniale italiana in Africa orientale, soprattutto in Etiopia, è una storia spaventosa di massacri indiscriminati, uso vietato dei gas, sanguinose repressioni. Però le tracce di quel colonialismo sono penetrate in profondità , se Asmara era una città  architettonicamente italiana, come in larga parte anche Mogadiscio se non fosse stata distrutta dalla guerra civile somala, se si continuava nel dopoguerra a studiare l'italiano, se la cultura europea di riferimento era quella italiana. Ma tutto ciò è stato vero per il passato, oggi, complice il totale disinteresse dell'Italia, i giovani non parlano più l'italiano ma altre lingue straniere. La tragedia del 3 ottobre 2013 nel mare Mediterraneo dove morirono trecentosessantanove migranti, al di là  del commiato di circostanza, non ha fatto riflettere sulla loro provenienza. Moltissimi venivano dall'Eritrea ma questo non ha fatto sentire alcun tipo particolare di responsabilità  nei loro confronti. Essi scappavano dalla dittatura di Isaias Afewerki, una delle più feroci oggi esistenti in territorio africano. Il legame sentimentale tra Italia ed Eritrea non esiste più, un po' come testimoniano gli sporchi ed incustoditi reperti di un'epoca destinata all'oblio incontrati da Igiaba nella sua camminata per Roma. Se cosà è, se ormai le imposture della globalizzazione si sono mangiate tutti gli atroci ricordi del passato, tutta la loro ambivalenza, l'unico appunto che si può fare a questo libretto, del resto bellissimo, è di indulgere troppo al sentimento, alle lacerazioni d'animo dell'autrice, rendendo anche lei confusa ed incapace a capire quanto sta oggi avvenendo, quanto ci circonda, a scapito di una chiave interpretativa, che dovrebbe essere soprattutto economica, degli spostamenti di popolazione. La Roma postcoloniale non può essere solo un confronto dell'oggi con la memoria di ieri, un esercizio di identità , ma deve spostare lo sguardo su quale futuro ci aspetta, oltre la celebrazione del meticciato.
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LETTERA CONFIDENZIALE A IGIABA SCEGO
da: Tempoxme Libri-30 Gennaio 15
30/01/2015
Carissima Igiaba Scego, non è facile parlare di letteratura in un Istituto Professionale. I ragazzi ti guardano distratti e pensano che quelli sono morti da secoli, cosa possono dire mai a loro, in una lingua poi senza K e abbreviazioni? Leggendo il canto I dell'Inferno dantesco mi emoziono dinnanzi alla similitudine del naufrago: E come quei che con lena affannata uscito fuor del pelago a la riva si volge a l'acqua perigliosa e guata, cosà l'animo mio, ch'ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già  mai persona viva. La distrazione si trasforma in costernazione. Cosa ha fatto tremolare la mia voce? I ragazzi mi guardano sorpresi, e anche divertiti. Cerco di spiegare loro l'estrema, insospettabile attualità  di questi versi danteschi. - Non capite, ragazzi? Questo è ciò che vediamo purtroppo ogni giorno nei telegiornali. Uomini, donne, bambini disperati che guardano al mare dopo aver scampato un pericolo mortale. E allora mi tornano in mente le tue pagine sul naufragio del 3 ottobre 2013. Intense, partecipate, dolorose e arrabbiate. Con la chiusa del capitolo piena di speranza in un'Italia che sa parlare al proprio cuore, che si riconosce nella disperazione altrui, che si prende con forza e partecipazione un luogo pubblico e istituzionale. Torno in classe con 'Roma negata (Ediesse, 2014) sotto il braccio. Comincio a leggere. In classe un esule afgano. Solo, senza famiglia. Leggo, e mi emoziono ancora, come con Dante. Vorrei che i ragazzi cogliessero ogni sfumatura del tuo discorso. Suona la campana. L'alunno afgano si avvicina con gli occhi lucidi. Sono mesi che mi chiedo cosa possa significare per lui che non ha potuto studiare nella sua patria, imparare Guinizelli o la storia di un'Europa lontana non solo nel tempo ma anche nello spazio. Per la prima volta, mi dice: - Bello, professoressa! Ed io mi sento importante. Finalmente. Sono riuscita a parlare a lui e di lui. Perché se in 'Roma negata tu fai un discorso storico molto preciso e determinato, poi come Dante racconti la storia di tutti i naufraghi del mondo. Domani torno ancora con il tuo libro a scuola. Alle parole sostituirò la foto, quella che mi piace tanto, di Rino Bianchi, sugli esuli politici. Perché il mio alunno finalmente possa comprendere che a scuola si parla anche di lui.
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Roma negata, un viaggio attraverso i luoghi che raccontano i morti in mare al largo di Lampedusa
da: Huffington Post-12 Febbraio 15
12/02/2015
Entro nel bar della Stampa Estera, in centro. Dopo aver discusso di progetti futuri, mi siedo e apro il giornale sul tavolo. Strage in mare, 29 assiderati. Ancora ventinove morti. Questa volta non annegati, ma deceduti per il freddo. Assiderati. Anche a causa dei soccorsi giunti in ritardo, stando alle nuove regole stabilite da Triton. Il rischio concreto è che l'Italia con la complicità  dell'Europa si lavi le mani in quello stesso mare, che è diventato la tomba di uomini e donne. Ventinove, questa volta ventinove. Donne uomini ragazzi che non hanno raggiunto le coste siciliane italiane e europee. L'Italia negata. Roma negata. Troppo spesso ci dimentichiamo chi sono queste mamme, donne, padri figli che intraprendono questi viaggi della speranza. Ho svolto io stesso un tirocinio presso il Consiglio italiano per i rifugiati, e ho potuto vivere in prima persona il dramma di chi arriva in Italia dopo lunghi e mortali viaggi attraverso l'Africa prima e poi verso l'Italia. Su quei barconi che troppo spesso carichi di corpi affondano. Gli altri in buona parte affrontano tutte le difficoltà  che uno straniero giunto in Italia può avere, senza conoscere la lingua, senza avere legami affettivi, senza un lavoro, e spesso senza documenti. Molti in attesa di quel riconoscimento dello status di rifugiato politico perché in fuga da paesi in guerra. Status che garantirebbe quantomeno una stabilità  intanto emotiva, e poi naturalmente anche pratica. Siriani, congolesi, camerunensi, liberiani, libici, egiziani, somali, etiopi. Tutti in fuga dalla guerra. C'è un bel libro che racconta in qualche modo una Roma negata, e quindi poco conosciuta. Una storia che rende omaggio ai tanti morti in viaggio verso l'Italia nei barconi della speranza. Rende omaggio a loro raccontando come a Roma ci siano luoghi troppo spesso e troppo facilmente dimenticati. Con lo sguardo ammirato e semplice di una ragazzina come la protagonista di Zazie nel metro, ma allo stesso tempo anche con lo sguardo fiero di donna, di studiosa, di "romana", e del suo essere Etiope. Con lo sguardo semplice della bambina, l'autrice svela la complessità  di luoghi. Roma negata è la volontà  di far emergere invece questi luoghi dimenticati dalla loro dimenticanza. E ricordare con loro gli uomini e le donne che da quei loghi provengono. Uomini e donne come quelli ripresi da Rino Bianchi nella loro quotidianità . Nella loro semplicità . Uomini e donne semplicemente. Roma è attraversata da una nuova e ulteriore luce che illumina gli angoli bui per la dimenticanza in cui sono gettati. E con questa nuova attenzione si incrociano le signore africane più o meno ovunque in città , sui tram, con le gonne coloratissime. Colorate e sorridenti. Colorate e stanche, spesso. Chi vive a Roma sa di avere il privilegio di attraversare semplicemente il centro, per un giorno intero e luoghi posti monumenti diventano a mano a mano familiari. Quotidiani. I posti sono sempre gli stessi. Il merito degli autori di questo piccolo ma intenso libro è proprio quello di gettare addosso uno sguardo nuovo su alcuni luoghi e monumenti della città . Luoghi che raccontano del passato appena trascorso di Roma, dell'Italia e dei tanti che troppo spesso muoiono a largo di Lampedusa. "C'è come una memoria di serie A e una di serie B. Memoria che nessuno vuole ricordare, perché troppo scomode, troppo vere" si legge all'inizio. Luoghi e monumenti che alimentano vuoto oblio smemoratezza, come ciò che ha lasciato nella piazza di Porta Capena, il vuoto lasciato dall'obelisco di Axum. Ora al suo posto sorgono due colonne in ricordo delle vittime dell'11 settembre, nella strage delle Torri Gemelle. Non sarebbe stato forse giusto, si chiede Igiaba, e noi con lei, per rinnovare la memoria di chi muore, anche in fuga da paesi che hanno patito il colonialismo italiano, erigere un monumento anche in loro memoria? "Se si ricorda una intollerabile storia, perché dimenticarne un'altra?". Riconoscere e ricordare le proprie colpe durante il colonialismo, significa allontanare gli spettri di un nuovo fascismo che aleggia sempre non solo nelle periferie delle città , ma anche al fine di rinnovare quei principi democratici a cui l'Italia Repubblicana si ispira. Ricordare per far sà che non accada ancora, si dice. Molti dei migranti che giungono sui barconi della speranza dal nord Africa, provengono dalle ex colonie. Come i ventinove morti di ieri. O come i trecentosessantanove morti nell'ottobre del 2013, naufragati nel Mediterraneo. "Era doveroso ricordare anche le vittime di quel cattivo, brutto sporco colonialismo italiano" scrive l'autrice. Non si può dimenticare il filo che lega l'Italia all'Africa. "Ecco perché sono ossessionata dai luoghi. È da là che dobbiamo ricominciare un percorso diverso, un'Italia diversa". Sono luoghi e posti oggetti che hanno una doppia importanza. Per chi li ha eretti. E per chi, l'italia colonialista e fascista, che li ha sequestrati nel vaneggiamento mussoliniano della costruzione di una nuova Roma Imperiale. Seguire i luoghi i racconti i segreti di questi luoghi significa affrontare una storia finalmente da un punto di vista post-coloniale. Il cinema Impero, ad esempio nel quartiere dove vivo anche io, è l'esempio di quanto ancora sia attuale il passato tra l'Italia e il suo recente passato coloniale. È solo uno dei luoghi che richiama alla memoria di tutti la storia recente dell'Italia che si intreccia con la vita dei tanti migranti che muoiono nei viaggi per attraversare il Mediterraneo. Il cinema non è più in funzione ora, e il comitato di quartiere si sta occupando per farlo riaprire. Magari con un altro nome. C'è un posto descritto nel libro di Igiaba che davvero non credo di aver mai visto, eppure so esattamente dove è. Tra piazza dei Cinquecento e piazza Esedra c'è uno slargo dove di giorno pullula di personaggi sinistri che si aggirano tra i chioschi che vendono fumetti a basso prezzo e la sera di ragazzi che, come ai tempi di Pasolini, ancora si vendono. In mezzo Igiaba, in mezzo a preservativi usati sporcizia, lattine e bottiglie vuote carte, ci scopre di nuovo un luogo, il luogo. La stele di Dogali. "È strano avere come meta la stele di Dogali, penso nessuno va là per vedere il monumento. Ti capita di passarci accanto, ma non ci vai apposta". L'obelisco è dedicato ai caduti della battaglia di Dogali, quattrocentotrenta, i cinquecento della piazza omonima. "Dogali è una sconfitta. Una massa informe di errori di strategia, pressapochismo, sottovalutazione dell'avversario, arroganza e distorto pensiero razzista. Un disastro militare che non ha nessuna scusante. Un disastro che doveva essere recepito come tale e aprire nella società  italiana una riflessione seria sul colonialismo". Questo è ciò che racconta la stele di Dogali. Ci sono altri posti e luoghi nel libro che ci ricordano le colpe della passata politica italiana. Dedicare un monumento a Graziani oltre che un'offesa al buon gusto, è stata l'offesa alla memoria antifascista dell'Italia. Ecco il merito dei monumenti è proprio questo in fondo. Tenere viva la memoria per far sà che ciò che è accaduto, non accada di nuovo. A Berlino, non lontano dal Reichstag hanno eretto un Denkmal in ricordo della Shoah. La prima volta che ci sono stato non l'ho capito. Una enorme distesa di blocchi neri. Occupa un'area enorme, in centro. Poi mi è sembrato come un palazzo interrotto. Dei lavori interrotti. Delle vite spezzate. Non sarebbe una cattiva idea erigere un Denkmal, un monumento alla memoria dei tanti migranti che sono morti e continuano a morire nel Mediterraneo. Forse per tentare di guardare con uno sguardo diverso coloro che arrivano in Italia.
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Roma Negata
da: Q Code Mag -10 Aprile 15
10/04/2015
«Volevamo partire dal Corno d'Africa, dall'umiliazione di quel colonialismo crudele e straccione, perché di fatto era in quel passato che si annidava la xenofobia del presente. Si doveva disinnescare il meccanismo della violenza, del razzismo, per poter sognare davvero di essere felici». [â?¦] «Per questo io e Rino Bianchi abbiamo mappato la città , l'abbiamo guardata come si guarda qualcosa di nuovo e di inaspettato». E lo hanno fatto. Igiaba Scego, scrittrice e attivista, e il fotografo Rino Bianchi. Hanno camminato, attraversato, guardato, fotografato angoli della capitale che ne raccontano un rimosso collettivo: quello dell'Impero pezzente di Mussolini e del fascismo (ma che aveva i suoi prodromi nell'Italia postunitaria), pietre sporche del sangue di etiopi, eritrei, somali e libici. Dimenticati. Il libro Roma negata, Ediesse editore, è un tributo e un monito. Da un lato racconta, attraverso tre protagonisti di pietra, gli anni dell'Impero, dall'altro denuncia come non abbiamo fatto i conti con il nostro passato. L'obelisco di Axum, la stele di Dogali e il cinema Impero. Quartieri differenti, storie lontane, ma vive nell'identità  di tutti coloro che, per forza e per occupazione, alla fine si sono sentiti parti di una storia comune, italiani, in fondo. Ma dimenticati. Dai nomi delle vie di una zona di Roma, fino a l'obelisco rubato durante la campagna d'Etiopia e restituito con un criminale ritardo solo qualche anno fa. La stele che racconta di un massacro, monito di future vendette 'civilizzatrici', che nega il fatto più immediato: gli invasori eravamo noi, i patrioti gli altri. E infine un vecchio cinema, uguale a uno di Asmara, a raccontarci un vissuto condiviso, seppur nel sangue e nel dolore. Ma che diventa nuova e rinnovata violenza nella rimozione del nostro passato coloniale. Quello in cui, è bene ricordarlo, il fascismo aveva stretto attorno a sé il massimo consenso. E che ancora oggi, con gli stereotipi da operetta, continua a nutrire un razzismo volgare. I conti non tornano quando si rimuove. Questo libro ci indica una strada della storia, una geopoetica dei monumenti, che deve ispirare il confronto e non la rimozione. Perché una pietra, se non tiene vivo un ricordo, non vale nulla. Un Paese intero, che non studia a scuola la sua Storia, ha semplicemente dimenticato gli anni del colonialismo, i crimini di guerra e contro l'umanità . Tre luoghi, tre simboli, un itinerario nella storia d'Italia e del Corno d'Africa. Manca la Libia, ma come spiegano gli autori solo per questione di attualità . I volti dei ritratti di Rino Bianchi, davanti a quei simboli, facendo posare gli eredi di quella storia, sembrano scattati allo specchio: sono un altro noi, un nuovo noi. Dovrebbero ricordarcelo i profughi, in fuga dalle guerre e dagli sconvolgimenti che ci riguardano da vicino: somali, etiopi, eritrei. Ma non solo non li guardiamo come parte della nostro comune patrimonio storico ' identitario, finiamo anche per lasciarli annegare in mare. Commuovendoci un po', quando sono troppi, come il 3 ottobre 2013. Passando subito oltre, però, fino a permettere che si eriga un monumento al criminale di guerra Rodolfo Graziani. Prima o poi i conti con la storia li faremo, grazie agli italiani come Igiaba, che porta nelle sue mani la storia che abbiamo condiviso. E che ci divide ancora, perché un popolo che non affronta il suo passato è destinato a ripetere i suoi errori. Fare i conti con quel che è stato, non è solo dovuto verso chi lo ha pagato, ma è anche necessario per gli italiani, per diventare grandi.
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