Recluse
Lo sguardo della differenza femminile sul carcere
Lo sguardo della differenza femminile in carcere. Un'indagine nelle sezioni femminili delle carceri di Sollicciano, Empoli e Pisa.
A cura di:
Pubb. : Novembre 2014
320 pag
ISBN: 978-88-230-1899-0
Collana: Materiali
Descrizione
Le donne sono una percentuale minoritaria dell’intera popolazione detenuta italiana, appena il 4%.Questa loro scarsa presenza, invece di rappresentare la garanzia di maggiori opportunità e miglior gestione degli istituti che le ospitano, si traduce troppo spesso in invisibilità e irrilevanza, e porta con sé una omologazione all’immagine della detenzione maschile che cancella ogni differenza di genere e ogni analisi che la includa e la comprenda. Questo libro si basa su interviste a donne detenute nelle sezioni femminili delle carceri di Sollicciano, Empoli e Pisa, e nasce dal desiderio di indagare la soggettività delle donne detenute e dare ad esse voce, senza assecondare visioni «patologizzanti» del reato al femminile né facili stereotipi sulla «debolezza» delle donne detenute. Al contrario, lo sforzo è di rintracciare nelle loro biografie, nelle loro autoriflessioni e valutazioni due diverse «mappe»: quella delle sofferenze, dei fattori di stress e dei momenti critici indotti dalla carcerazione, da un lato; e dall’altro, quella delle risorse, delle strategie personali, in una parola della forza e dei fattori di tenuta, resistenza e resilienza, che consente loro non solo di «tenere» durante la detenzione, ma anche, nonostante tutto, di apprendere e immaginare un futuro. Le autrici compiono un’analisi critica dell’istituzione carcere che guarda a possibili trasformazioni: pur consapevoli dell’irrisolvibile, ontologica sofferenza inflitta dalla detenzione, le ricercatrici si muovono nel solco di un «riformismo disincantato», volto a contrastare la quota di «sofferenza aggiuntiva», inutile e ingiusta, basata su un insufficiente riconoscimento di diritti umani e civili inalienabili. Con l’obiettivo di promuovere una cultura e una prassi che supportino – invece che limitare o osteggiare – le strategie di «tenuta» che la differenza femminile mette in campo.
Rassegna:
Semaforo
da: Alfabeta2-16 Novembre 14
16/11/2014
Per ripensare il carcere, occorre affrontare la questione dei diritti dei detenuti, di una loro migliore definizione. Per riprendere un problema che molto sta a cuore alle detenute: se il mantenimento dei contatti con l'esterno e l'incentivazione dei rapporti affettivi saranno riconosciuti come fattori che attengono al diritto (alla salute) delle persone detenute (e non come concessioni discrezionali), il lavoro di rete (sia di comunicazione interna che esterna) diventerà  un pilastro dell'impalcatura organizzativa (â?¦). Similmente, nell'ottica dei diritti, la trasparenza delle procedure e la «certezza» dei tempi (ragionevoli) delle risposte diventerà  una priorità . Susanna Ronconi e Grazia Zuffa Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere Prefazione di Stefano Anastasia, postfazione di Franco Corleone Ediesse 2014, p. 231.
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Una detenuta equivale a un detenuto?
da: il sole 24 ore - Domenica-16 Novembre 14
16/11/2014

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Recluse. Voce alle donne senza cielo
da: Cronache del Garantista-7 Gennaio 15
07/01/2015

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Recluse
da: Noi Donne-1 Gennaio 15
01/01/2015

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'Recluse, ovvero L'Universo della prigionia femminile
da: Linkiesta -15 Gennaio 15
15/01/2015
Martine è la studentessa francese che nel film del 1974, 'Prigione di donne, di Brunello Rondi, viene arrestata a Roma e incarcerata in un penitenziario femminile in attesa del processo. La sua reclusione è solo parzialmente confrontabile con quella di Piper Chapman, una ragazza wasp, costretta a scontare 15 mesi nel carcere femminile di Litchfield, protagonista di 'Orange is The New Black, la recente serie targata Netflix e firmata da Jenji Kohan. Ma sia Martine che Piper, come Alice e Marlene, le sfortunate amiche di 'Bangkok, senza ritorno, il film del 1999 diretto da Jonathan Kaplan, sono interpreti di un universo, non vasto, ma quasi senza voce. Quello delle detenute. Un universo al quale cercano di fornire nuovo spazio Susanna Ronconi e Grazia Zuffa con 'Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere (Ediesse 2014, pagg. 320, euro 16,00). Un reportage, con prefazione di Stefano Anastasia e Postfazione di Franco Corleone, che utilizza 38 interviste biografiche a donne recluse nei penitenziari di Firenze, Empoli e Pisa. Una Ricerca del 2013, 'Donne in carcere, lo sguardo della differenza femminile. Contenimento della sofferenza, prevenzione dell'autolesionismo e del suicidio, promozione della salute, proposta dell'Asl 10 Firenze e realizzata dalla Società  della Ragione. Una discesa in un Inferno moderno, non molto popolato, ma nel quale le sofferenze fisiche e psicologiche sono prove supreme, quasi insuperabili. Una porta aperta su un universo, perlopiù sconosciuto, popolato da Persone che col passare del tempo rischiano di perdere parti di loro, fino a diventare fantasmi. Nel testo i loro nomi ridotti a sigle, per rispettare certo la privacy ma, inconsapevolmente, anche a mostrarne il sostanziale svuotamento di ogni brandello di personalità . 'In conclusione, la reclusione femminile si presenta come questione residuale e marginale sia per gli studi, sia, ciò che è peggio, per i governi e le amministrazioni penitenziarie. Il carcere e la pena sono perlopiù pensati, teorizzati, costruiti e gestiti al maschile, il che produce un di più di sofferenza per le donne, come del resto denunciato da documenti internazionali, scrivono nell'Introduzione al volume Ronconi e Zuffa. Le storie di quelle donne, parti delle loro confessioni, sono il corpo pulsante di 'Recluse. Ne costituiscono l'anima. Cosà ci si addentra 'nella percezione femminile dei dispositivi della detenzione per poi passare 'alle forza delle donne. Fattori e strategie di coping e quindi agli 'Apprendimenti, riflessioni e immagini del futuro prossimo. Aggiungendo anche 'Lo sguardo delle operatrici e degli operatori, nell'intento, dichiarato, di offrire delle 'Piste per riflettere e agire. Con uno spettro incombente. Ovunque. Sempre. Quello 'dell'autolesionismo in tutte le sue forme, compreso il suicidio. Da una detenuta all'altra, dalle loro differenti situazioni affettive, dal loro dissimile stato sociale, dalla loro opposta metabolizzazione dell'accaduto, sono evidenti dei punti di contatto. Dei fili sottili, ma tenacissimi, che legano assieme la schiera delle diversità . 'Indifferenza, abbandono, mancanza di risorse, cecità  di fronte alle differenti esigenze delle donne rispetto agli uomini, soprattutto. Elementi questi che si sommano al dato generale che riguarda tutte le carceri italiane. Il sovraffollamento e 'la sovrarappresentazione dei e delle detenute straniere rispetto alla popolazione straniera in Italia nel suo complesso, scrivono nell'Introduzione le Autrici. Va riconosciuto alle Autrici il merito di aver indagato nelle testimonianze delle Donne recluse con ossessivo rigore. Di essersi spinte con coraggio a sondare, anche attraverso l'analisi lessicale, ogni luogo mentale, ogni spazio temporale e fisico, delle protagoniste della Ricerca dalla quale il volume ha tratto spunto. 'Storia personale, 'condizione ambientale, 'disorientamento, 'non accettazione, 'spersonalizzazione, 'minorazione, 'attesa, 'deprivazione affettiva, 'solidarietà , 'stress, sono solo alcuni di questi 'spazi. Ma ce ne sono molti altri. Perché è chiaro come il tempo 'là  dentro sia, tra le molte cose, anche un alternarsi di azioni e reazioni. In molte occasioni, in maniera quasi inconsapevole da parte delle 'recluse. 'Un tempo vuoto, riempito di gesti uguali costretti dalle regole e di pensieri atroci e stupendi. Un succedersi di giorni ad inseguire il sogno di libertà , dovendo fare i conti con la cella e il cortile. Insomma con le architetture del dolore. Un succedersi di giorni che solo in rari casi costituisce la preparazione alla 'vita fuori. La lunga premessa all'avvio di un'esistenza differente dal passato. L'occasione non scelta per esplicitare interessi sottaciuti. Proprio come accaduto ad Agnese Costagli, una delle vincitrici del premio letterario Goliarda Speranza 'Racconti dal carcere, svoltosi alla metà  di Novembre a Regina Coeli. Nel racconto della detenuta-scrittrice, 'Fuori, la descrizione delle poche ore trascorse fuori dal luogo di reclusione la vigilia di Natale. Tra il 'dentro e il 'fuori continua a giocarsi una partita 'antica, senza esclusione di colpi. Nella quale a mancare sopra tutto, continua ad essere il rispetto della dignità . Qualcuno direbbe, dei diritti fondamentali di ogni Democrazia.
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"Recluse", ovvero l'universo della prigionia femminile
da: Huffington Post-19 Gennaio 15
19/01/2015
Martine è la studentessa francese che nel film del 1974, Prigione di donne di Brunello Rondi, viene arrestata a Roma e incarcerata in un penitenziario femminile in attesa del processo. La sua reclusione è solo parzialmente confrontabile con quella di Piper Chapman, una ragazza wasp, costretta a scontare 15 mesi nel carcere femminile di Litchfield, protagonista di Orange is The New Black, la recente serie targata Netflix e firmata da Jenji Kohan. Ma sia Martine che Piper, come Alice e Marlene, le sfortunate amiche di Bangkok, senza ritorno, il film del 1999 diretto da Jonathan Kaplan, sono interpreti di un universo, non vasto, ma quasi senza voce. Quello delle detenute. Un universo al quale cercano di fornire nuovo spazio Susanna Ronconi e Grazia Zuffa con Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere. Un reportage che utilizza 38 interviste biografiche a donne recluse nei penitenziari di Firenze, Empoli e Pisa. Una Ricerca del 2013, Donne in carcere, lo sguardo della differenza femminile. Contenimento della sofferenza, prevenzione dell'autolesionismo e del suicidio, promozione della salute, proposta dell'Asl 10 Firenze e realizzata dalla Società  della Ragione. Una discesa in un inferno moderno, non molto popolato, ma nel quale le sofferenze fisiche e psicologiche sono prove supreme, quasi insuperabili. Una porta aperta su un universo, perlopiù sconosciuto, popolato da persone che col passare del tempo rischiano di perdere parti di loro, fino a diventare fantasmi. Nel testo i loro nomi ridotti a sigle, per rispettare certo la privacy ma, inconsapevolmente, anche a mostrarne il sostanziale svuotamento di ogni brandello di personalità . "In conclusione, la reclusione femminile si presenta come questione residuale e marginale sia per gli studi, sia, ciò che è peggio, per i governi e le amministrazioni penitenziarie. Il carcere e la pena sono perlopiù pensati, teorizzati, costruiti e gestiti al maschile, il che produce un di più di sofferenza per le donne, come del resto denunciato da documenti internazionali" scrivono nell'Introduzione al volume Ronconi e Zuffa. Le storie di quelle donne, parti delle loro confessioni, sono il corpo pulsante di Recluse. Ne costituiscono l'anima. Cosà ci si addentra "nella percezione femminile dei dispositivi della detenzione" per poi passare "alle forza delle donne. Fattori e strategie di coping" e quindi agli "Apprendimenti, riflessioni e immagini del futuro prossimo". Aggiungendo anche "Lo sguardo delle operatrici e degli operatori", nell'intento, dichiarato, di offrire delle "Piste per riflettere e agire". Con uno spettro incombente. Ovunque. Sempre. Quello "dell'autolesionismo" in tutte le sue forme, compreso il suicidio. Da una detenuta all'altra, dalle loro differenti situazioni affettive, dal loro dissimile stato sociale, dalla loro opposta metabolizzazione dell'accaduto, sono evidenti dei punti di contatto. Dei fili sottili, ma tenacissimi, che legano assieme la schiera delle diversità . "Indifferenza, abbandono, mancanza di risorse, cecità  di fronte alle differenti esigenze delle donne rispetto agli uomini, soprattutto". Elementi questi che si sommano al dato generale che riguarda tutte le carceri italiane. Il sovraffollamento e "la sovra-rappresentazione dei e delle detenute straniere rispetto alla popolazione straniera in Italia nel suo complesso", scrivono nell'Introduzione le autrici. Va riconosciuto alle autrici il merito di aver indagato nelle testimonianze delle donne recluse con ossessivo rigore. Di essersi spinte con coraggio a sondare, anche attraverso l'analisi lessicale, ogni luogo mentale, ogni spazio temporale e fisico, delle protagoniste della ricerca dalla quale il volume ha tratto spunto. "Storia personale", "condizione ambientale", "disorientamento", "non accettazione", "spersonalizzazione", "minorazione", "attesa", "deprivazione affettiva", "solidarietà ", "stress", sono solo alcuni di questi "spazi". Ma ce ne sono molti altri. Perché è chiaro come il tempo "là  dentro" sia, tra le molte cose, anche un alternarsi di azioni e reazioni vissute, in molte occasioni, in maniera quasi inconsapevole da parte delle "recluse". "Un tempo" vuoto, riempito di gesti uguali costretti dalle regole e di pensieri atroci e stupendi. Un succedersi di giorni ad inseguire il sogno di libertà , dovendo fare i conti con la cella e il cortile. Insomma con le architetture del dolore. Un succedersi di giorni che solo in rari casi costituisce la preparazione alla "vita fuori". La lunga premessa all'avvio di un'esistenza differente dal passato. L'occasione non scelta per esplicitare interessi sottaciuti. Proprio come accaduto ad Agnese Costagli, una delle vincitrici del premio letterario Goliarda Speranza "Racconti dal carcere", svoltosi alla metà  di novembre a Regina Coeli. Nel racconto della detenuta-scrittrice, Fuori, la descrizione delle poche ore trascorse fuori dal luogo di reclusione la vigilia di Natale. Tra il "dentro" e il "fuori" continua a giocarsi una partita "antica", senza esclusione di colpi. Nella quale a mancare sopra tutto, continua ad essere il rispetto della dignità . Qualcuno direbbe, dei diritti fondamentali di ogni Democrazia.
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Susanna Ronconi a Radio3
da: Dei delitti e delle pene -Radio3 -24 Gennaio 15
24/01/2015

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Detenute tra pena e riscatto
da: Leggendaria-1 Gennaio 15
01/01/2015

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Recluse. A Radio3 Fahrenheit
da: Radio3 Fahrenheit-3 Febbraio 15
03/02/2015
Le interviste di Susanna Ronconi, formatrice e supervisore metodologico nei campi del lavoro sociale, delle marginalità  e delle dipendenze, e di Grazia Zuffa psicologa e psicoterapeuta, a donne detenute nelle sezioni femminili delle carceri di Sollicciano, Empoli e Pisa, nasce dal desiderio di indagare la soggettività  delle donne detenute e dare ad esse voce. Un lavoro compiuto per rintracciare nelle loro biografie, nelle loro autoriflessioni e valutazioni due diverse «mappe»: quella delle sofferenze, dei fattori di stress e dei momenti critici indotti dalla carcerazione, da un lato; e dall'altro, quella delle risorse, delle strategie personali, in una parola della forza e dei fattori di tenuta, resistenza e resilienza, che consente loro non solo di «tenere» durante la detenzione, ma anche, nonostante tutto, di apprendere e immaginare un futuro.
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Vita dietro le sbarre di un microcosmo sessuato
da: il Manifesto-25 Febbraio 15
25/02/2015

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Donne dentro
da: l'Espresso-1 Marzo 15
01/03/2015

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RECLUSE. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere
da: Redattore sociale-4 Marzo 15
04/03/2015
Le statistiche ufficiali riferiscono che le detenute nel nostro paese sono il 4% dell'intera popolazione carceraria, ma le loro diverse esigenze e caratteristiche non sono tenute in considerazione nell'organizzazione degli istituti di pena. Ha indagato la dimensione carceraria con uno sguardo di genere il libro di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa, che prende spunto da una ricerca condotta nei penitenziari di Firenze Sollicciano, Pisa ed Empoli nel 2013 attraverso 38 interviste biografiche a recluse, 3 interviste in profondità  a personale educativo e altre a diversi testimoni chiave, 2 focus group con 8 donne agenti di polizia penitenziaria. Tra gli obiettivi della ricerca 'il contenimento della sofferenza, la prevenzione dell'autolesionismo e del suicidio, la promozione della salute senza mancare di 'allargare lo sguardo ed esplorare il vissuto delle donne intervistate. Se da un lato il lavoro ha evidenziato vincoli, dolori e 'fattori più acuti di stress della carcerazione, dall'altro ha valorizzato volontà  e potenzialità  delle detenute, dando una lettura 'attraverso il pensiero femminile della differenza. Il settimo capitolo - Il filo della differenza fra il 'dentro e il 'fuori - è una conversazione tra le autrici e Maria Luisa Boccia. 'Recluse è il quinto volume frutto della collaborazione tra Ediesse e l'associazione La Società  della Ragione, che ha come finalità  'lo studio, la ricerca e la sensibilizzazione culturale sul tema della giustizia , dei diritti e delle pene nell'orizzonte di un diritto penale mite e minimo. Fra tanti pensieri, che il libro provoca, una piccola annotazione. Nella miseria della vita carceraria (perché il carcere è miseria, e violenza e negazione), la relazione fra donne emerge come 'possibile motivo di stress, ma anche come eventuale fattore di protezione. Una riflessione, questa, che riporta alla mente una frase del racconto dal carcere di Goliarda Sapienza ( ricordate? finà dentro, a Rebibbia, per un furto) che, narrando della sua breve esperienza in un mondo pur spietato ed estremo, dice: 'Là non hai l'obbligo di vestirti, se non ti va non parli, non devi correre a prendere l'autobus. Quelle che ti conoscono sanno esattamente cosa vuoi. Quando sono uscita ho avuto la nettissima impressione di aver lasciato qualcosa di caldo, di sicuro.
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Come vivono le donne in carcere
da: Roma Today-6 Marzo 15
06/03/2015
Come vivono le donne in carcere? ' Appena il 4% della popolazione carceraria è femminile. Una percentuale decisamente minoritaria che forse per questo rimane a margine nelle cronache. Se poco si parla di carcere, ancora meno si parla delle donne ristrette e delle problematiche femminili legate agli istituti penitenziari. Insomma, le differenze di genere esistono anche dietro le sbarre. Forse per queste ragioni Grazia Zuffa e Susanna Ronconi hanno deciso di intraprendere un viaggio nell'universo ristretto delle carcerate: tutto è stato appuntato e pubblicato dalla casa editrice "Ediesse" nel volume di recente pubblicazione "Ristrette". Il libro si basa su interviste fatte a detenute delle sezioni femminili di diversi istituti penitenziari e vuole indagare la soggettività  delle donne che vivono questa condizione, dando loro voce attraverso le interviste curate e fatte dalle autrici. Da queste emerge da una parte le sofferenze e lo stress che la carcerazione porta con sé ma anche la forza e la resistenza di chi, nonostante la reclusione, sogna e immagina ancora un futuro. "Il fatto che siano una piccola minoranza in un universo pensato per il genere maschile, le rende ancora più invisibili e le espone a una situazione ancora più penalizzante. Le donne sostengono le reti di cura e familiari ma quando vengono a mancare hanno uno scarso sostegno" ci spiega Susanna Ronconi, una delle due autrici. La povertà  delle recluse non è solo economica, ma anche sociale e relazionale: "Chi è in carcere generalmente soffre di deprivazione affettiva. Le donne di più, in particolare nei rapporti di maternità  e genitorialità . C'è quindi anche una sofferenza legata al loro ruolo sociale: un sentirsi meno, un deficit che si riscontra in molte narrazioni". Chi è in carcere ha commesso un reato e quindi di per sé è biasimabile. Una donna lo è due volte: "E' come se commettendo un crimine si venisse meno a una certa idea di femminilità . Sembra qualcosa di antico ma in realtà  il giudizio morale è ancora presente e le donne in carcere non solo lo sentono ma lo interiorizzano. Di fronte a questo ci sono anche storie di rifiuto e di resistenza, non solo di sofferenza" continua Ronconi. In effetti il carcere femminile fa parte di una storia "recente": tradizionalmente le donne sono state "recluse" in altri ambiti (la casa o il convento), perché dovevano essere "raddrizzate moralmente". Finire in carcere per aver commesso un reato è stata una forma di rivendicazione di parità : "Adesso però bisogna uscire da questo paradosso - conclude Ronconi - bisogna emanciparsi dalla galera, andare oltre il carcere, sia per il mondo femminile che per quello maschile, per tutti insomma". Di quel 4% quasi i tre quarti si trova reclusa per reati minori, con pene inferiori a tre anni: "Di questo le donne sono consapevoli, delle loro azioni, delle conseguenze e responsabilità  che hanno. Ma perché stare in carcere? Bisogna riflettere per superare la galera". ' Potrebbe interessarti: http://www.today.it/donna/come-vivono-donne-carcere-recluse-libro.html Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/Todayit/335145169857930
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Il carcere della differenza.
da: Femministerie -17 Marzo 15
17/03/2015

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Io donna dietro le sbarre
da: La Repubblica ed. Firenze-24 Marzo 15
24/03/2015

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Donne in carcere
da: la rivista Il Mulino -8 Aprile 15
08/04/2015
Lo sguardo della differenza femminile sul carcere che Susanna Ronconi e Grazia Zuffa mettono all'opera in Recluse (Ediesse, 2014) è duplice: da una parte è il punto di vista sulla propria condizione delle donne detenute che vi sono intervistate, dall'altra è la chiave di lettura delle autrici sull'istituzione penitenziaria e le sue prospettive. Il libro nasce come una ricerca sull'autolesionismo in carcere, si sviluppa come un'analisi del vissuto femminiledietro le sbarre e, infine, restituisce una immagine nitida e veritiera della realtà  detentiva. I nessi sono evidenti ed esplicitati dalle autrici. Il fenomeno del suicidio e dell'autolesionismo in carcere da cui parte il lavoro (rielaborazione di una ricerca condotta da La Società  della Ragione per conto dell'Azienda Usl 10 di Firenze) sono osservati da una prospettiva ecologica. In questa chiave, il carcere si presenta come un ambiente a rischio in cui si sommano le precarietà  esistenziali pregresse delle persone detenute e una pluralità  di fattori di stress legati alla stessa privazione della libertà . In un'ottica di prevenzione, il fuoco della ricerca si sposta quindi sul contesto penitenziario, sulle condizioni di vita di chi vi è costretta e sulle relazioni che ne determinano la quotidianità . Cosà la ricerca diventa uno scavo nella realtà  del carcere. La prospettiva della differenza di genere consente di mettere in luce le ambivalenze del modello correzionalista-trattamentale cui ancora si ispira la concezione progressista della pena detentiva. L'universo penitenziario femminile continua a essere quantitativamente marginale (2354 su 54122 all'ultimo rilevamento, poco più del 4%), cosà come ' almeno in Italia ' quello minorile, con circa 400 ragazze e ragazzi detenuti. Eppure ad essi, al carcere femminile e a quello minorile, dobbiamo la radice del modello correzionalista, l'idea ' cioè ' che la pena possa essere utile a 'correggere e a 'recuperare il deviante. Nelle testimonianze delle donne intervistate è però evidente la scissione tra l'esecuzione della pena detentiva e le prospettive del reinserimento sociale di ciascuna di loro. Il carcere appare un deserto da attraversare piuttosto che uno strumento di empowerment per il futuro. Esso è un accumulatore di fattori di stress, da quelli apertamente negativi (l'impatto con l'istituzione totale e la spersonalizzazione, il tempo vuoto, la perdita o la distanza degli affetti, la difficile cura di sé e del proprio corpo) a quelli ambivalenti, legati alle complesse relazioni con le altre detenute e con il personale penitenziario. Le misure alternative, un lavoro all'esterno, appaiono come eventualità  improbabili, cui certo orientare atteggiamenti saggiamente opportunistici, ma su cui non fare troppo affidamento. L'immagine che ne viene è quella di un sistema inefficace, in cui gli effetti collaterali del farmaco somministrato sono di gran lunga preponderanti rispetto a quelli promessi dalle sue indicazioni terapeutiche. La rieducazione è un miraggio oscurato dalla difficoltà  di mantenere un equilibrio e una padronanza di sé senza la quale sarà  impossibile qualsiasi duratura forma di reinserimento sociale. Pur essendo il prodotto di una ricerca svolta negli anni più difficili del sovraffollamento penitenziario, esso è solo sullo sfondo, quasi non toccato da quel duplice sguardo, delle detenute e delle autrici. Sà, certo, la penuria relativa di risorse umane e strumentali che il sovraffollamento porta con sé hanno aggravato le condizioni di vita in carcere, riducendo l'offerta trattamentale e le possibilità  di un tempo di detenzione significativo nel potenziamento del sé. Ma lo sguardo critico della differenza femminile non si ferma alle conseguenze del populismo penale in termini di incarcerazione di massa e investe direttamente il modello penitenziario rieducativo. Quest'ultimo aggiunge alla spersonalizzazione della istituzione totale la infantilizzazione della persona detenuta, destinataria di un trattamento paternalistico che ne sminuisce le capacità , invece di investire su di esse. Si affaccia, quindi, una critica radicale della privazione della libertà  e il pensiero va a possibili alternative a quella tradizionale modalità  di esecuzione della pena. Ma, intanto, nella parte conclusiva il libro è ricco di indicazioni operative per un diverso trattamento delle persone detenute. Indicazioni rivolte sia agli operatori che alle istituzioni, sia al legislatore che alle amministrazioni competenti, dal superamento di anacronistici vincoli ai colloqui e alle relazioni familiari alla valorizzazione del personale e delle stesse detenute nel sostegno reciproco e nella promozione di attività  per il reinserimento sociale. Fedeli alle loro competenze nel campo delle dipendenze, le autrici ci accompagnano quindi sulla strada della riduzione del danno del carcere. Finché non riusciremo a farne a meno, il modo migliore per conviverci.
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Donne e recluse. Uno sguardo sulla differenza.
da: La Nuova Sadregna-7 Mag 15
07/05/2015

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RECLUSE: IL CARCERE AL FEMMINILE
da: Q Code Mag-8 Giugno 15
08/06/2015
'RECLUSE ' LO SGUARDO DELLA DIFFERENZA FEMMINILE SUL CARCERE È FRUTTO DI UNA RICERCA CONDOTTA NEGLI ISTITUTI PENITENZIARI DI SOLLICCIANO, EMPOLI E PISA, PER ELABORARE NUOVE MISURE PREVENTIVE CONTRO I SUICIDI E L'AUTOLESIONISMO NELLE CARCERI FEMMINILI E SFATARE LUOGHI COMUNI E CLICHÈ SULLA CONDIZIONE DELLE DETENUTE. INTERVISTA CON LE AUTRICI, SUSANNA RONCONI E GRAZIA ZUFFA. 'L'appartenenza a un genere è un punto di forza, esordisce Susanna Ronconi, autrice, insieme a Grazia Zuffa, di 'Recluse, edito da Ediesse in collaborazione con la Società  della Ragione, risultato di una ricerca commissionata dalla Regione Toscana e condotta nel 2013 nelle tre carceri di Sollicciano, Empoli e Pisa, attraverso 38 interviste biografiche alle detenute, tre interviste in profondità  al personale educativo e due focus group con otto agenti di polizia penitenziaria. 'Non facciamo sociologia del carcere, chiarisce Ronconi, 'la scelta di conservare la soggettività  delle intervistate è la conseguenza di una premessa ideologica: l'appartenenza al genere femminile è significativa ed è impossibile non prenderla in considerazione. La prospettiva delle detenute, in quanto donne, è stata quindi il punto di partenza per analizzare la qualità  della detenzione e restituirne un'immagine nitida e veritiera, una scelta di metodo che parte dalle esperienze personali e approfondisce i fattori di stress e gli strumenti di resistenza e resilienza all'interno del carcere. L'UNIVERSO PENITENZIARIO FEMMINILE, CHE COINVOLGE POCO PIÈ DEL 4% DELLA POPOLAZIONE CARCERARIA IN ITALIA, RESTA MINORITARIO E MARGINALE, PERCEPITO COME UN MONDO FATTO DI PICCOLI NUMERI E MENO PERICOLOSO RISPETTO A QUELLO MASCHILE. È proprio dalla detenzione femminile, sottolinea Zuffa, che deriva il modello correzionale, in origine utilizzato nei riformatori, dove la donna era considerata un soggetto a metà  tra il minore e il maschio adulto, a responsabilità  ridotta, e la detenzione volta 'a recuperare l'errante, a correggere il deviante, piuttosto che a punire il colpevole. Un modello rischioso, che implica l'affidamento totale all'istituzione, la spersonalizzazione e, soprattutto, la sensazione che opportunità  come le attività  ricreative, il lavoro, la progressione nella libertà  e nella responsabilità , siano premi, privilegi per cui supplicare, e non diritti. Sin dalle prime pagine, Ronconi e Zuffa si schierano contro la visione della detenuta come vittima degli accadimenti, docile, sperduta. 'Proseguiamo nel solco dell'empowerment, continua Ronconi, 'sin dai colloqui, che iniziano con una riflessione sul rapporto delle donne con il proprio reato. Ronconi si è occupata personalmente delle interviste con le detenute: 'quasi nessuna si considera vittima degli accadimenti, sono per la maggior parte consapevoli delle proprie scelte e degli sbagli che hanno commesso. Assumersi la responsabilità  del proprio reato è, inoltre, il primo passo per una crescita personale. Che inizia proprio con l'intervista. Una possibilità  di raccontarsi. Spesso senza filtri. 'Ho avuto l'opportunità  di restare da sola in cella, con la detenuta, e il mio registratore, una privacy che ci ha concesso di approfondire molte tematiche. PER MOLTE DETENUTE, I COLLOQUI SONO STATI UN'OPPORTUNITÈ DI RIELABORAZIONE DEL VISSUTO, DI SCAMBIO, DI CONFRONTO, 'E NON POCHI SI SONO CONCLUSI CON UNA VERA E PROPRIA SEDUTA DI COUNSELING. Grazia Zuffa ha curato invece le interviste con il personale penitenziario, educatori e psicologi: 'abbiamo seguito il metodo del focus group, cercando di definire come il personale vede le detenute e la condizione di detenzione, spiega. C'è un grosso scarto, ad esempio, sulla percezione dei meccanismi dell'attesa, di come le detenute possano vivere questa incertezza permanente, questo limbo, i giorni passati ad aspettare un permesso, un responso, un cenno: 'se per le agenti si tratta semplicemente di un sintomo del malfunzionamento delle istituzioni, per le detenute l'attesa è il segno di una dipendenza totale, di un assoggettamento coatto, un annullamento delle responsabilità  e della propria persona. Non è infrequente, inoltre, che le detenute rifiutino dei trattamenti preferenziali, siano intolleranti al personale più accondiscendente e preferiscano spesso la durezza e la brutalità  a una gentilezza cui poi far seguire una riconoscenza forzata. La stessa Ronconi riporta nel libro i suoi appunti durante il periodo di detenzione: 'Voglio tornare nel carcere speciale e militarizzato dove mi è più chiaro chi sono io e chi sono loro. Le agenti restano sempre 'quelle delle chiavi e ogni relazione si scontra sempre con un inevitabile limite. 'Abbiamo preferito il metodo dei colloqui narrativi, dove si lascia l'opportunità  di raccontare, ci si limita a stimolare, magari a guidare, ma poi ogni colloquio prende la propria direzione, racconta Ronconi, ' durante tre assemblee propedeutiche, abbiamo spiegato chi siamo, io ho anche raccontato il mio vissuto personale da detenuta, una trasparenza che si è rivelata utile in sede di colloquio, che mi ha permesso di raggiungere un certo livello di confidenza, continua, 'abbiamo garantito l'anonimato e, a fine lavoro, siamo tornate in carcere, a restituire il nostro risultato e presentare il testo. 'Quella della percezione del presente come luogo sicuro, scenario rassicurante, nasconde un'ambiguità  di cui le detenute sono coscienti, continua Ronconi, 'la reclusione è di per sé una condizione innaturale, le detenute vivono male questa deresponsabilizzazione, il fatto che ci sia qualcuno che si prenda cura di tutto è come disimparare a vivere, c'è molta paura dell'esterno, del futuro, una sensazione di inadeguatezza costante e sono in poche a volersi cullare nella dimensione ovattata del carcere. Di contro, il futuro, rispetto al tempo vuoto della detenzione, al tempo insensato della reclusione, è una specie di nebbia. 'Quando il tempo è vuoto, il futuro è una minaccia. Quindi ci si aggrappa alle abitudini, ci si dà  degli obiettivi, che per quanto ideali sono comunque un motore per andare avanti. 'Si cerca di darsi un tempo proprio, una disciplina personale, c'è chi torna alla scuola dell'obbligo, nonostante abbia già  un diploma, chi investe il tempo nella sfera relazionale. 'CERCO DI NON AVERE UN TEMPO VUOTO, RACCONTA UNA DETENUTA DI SOLLICCIANO, 'FACCIO E PENSO AD UN SACCO DI COSE E POI NON MI RESTA TUTTO QUESTO TEMPO PER PENSARE ALLE MIE: NON SO SE È UN BENE O UN MALE. 'Far uscire il sangue amaro, questo il titolo del capitolo dedicato all'autolesionismo, che registra anche le recenti iniziative istituzionali, come il progetto triennale di modello sperimentale di prevenzione dei tentativi di suicidio promosso dall'Agenzia Regionale di Sanità  toscana, tramite un accordo di collaborazione con il Ministero della Sanità , che coinvolge anche Veneto, Liguria, Umbria, Lazio e Campania. 'L'attenzione alle componenti ambientali è recente, si legge nel libro, 'è ancora radicata la tendenza riduzionista a leggere la salute nella sua sola, o preponderante, componente individuale, è presente la tendenza a psichiatrizzare il fenomeno del suicidio in carcere, attribuendolo a problematiche individuali, senza considerare adeguatamente il rischio ambientale, ovvero la sofferenza oggettiva della condizione detentiva. Il carcere era ed è tuttora un luogo che crea e importa il rischio suicidio, perché 'la persona è privata di risorse basilari, fra cui, fondamentale, la dimensione privata, dell'individualità . La stessa radice hanno i fenomeni di autolesionismo che, nella sfera femminile, sono adoperati come tattica per richiamare l'attenzione, una risposta più tempestiva alle famigerate 'domandine e, soprattutto, per assimilare la durezza della prigionia, il bisogno puro di sentire dolore, di farsi male per stare meglio: 'sà, piango, però non mi sfogo abbastanza, racconta una detenuta di Pisa. Fenomeni che purtroppo sono spesso scambiati per patologie personali e non come sintomi di un oggettivo male di vivere causato dal carcere. OGNUNO INVENTA LE PROPRIE STRATEGIE DI RESILIENZA E RESISTENZA, SCONTRANDOSI CON QUELLA CHE RONCONI CHIAMA UNA 'CRISI DELLA CULTURA TRATTAMENTALE, CHE HA PORTATO ALL'ESTREMIZZAZIONE DEL CONCETTO DI PREMIALITÈ, ALL'ECCESSO DI INTERPRETAZIONE DELLA PAROLA RIEDUCAZIONE, TROPPO VICINA ALLA REDENZIONE, INSISTENDO NEL LAVORARE SULL'ANIMA DEI DETENUTI, CON CONSEGUENZE SPESSO PERICOLOSE. Ronconi e Zuffa preferiscono parlare di risocializzazione, 'una parola che ha una sfumatura più laica ed evidenzia la contraddizione radicale tra la reclusione e il tentativo di riabilitare la socialità  dei detenuti. Il movimento abolizionista rientra in un tentativo di opporsi a questa contraddizione: 'il carcere è uno strumento superato, fuori tempo e le alternative esistenti sono ancora troppo carcere-centriche, continua, 'la pena si può scontare pagando con monete diverse, se vogliamo conservare questo linguaggio della retribuzione, in fondo, anche nella nostra ricerca, circa il 70% delle detenute era in carcere con pene inferiori ai tre anni e con una pericolosità  sociale pari a zero, allora perché restare dietro le sbarre?. 'Il sistema trattamentale, spiega Zuffa, 'di per sé innesca un meccanismo continuamente sottoposto al giudizio, accentua la discrezionalità , la messa alla prova. Non è un caso, infatti, che queste dinamiche siano percepite in maniera più acuta soprattutto dalle donne: 'si tratta di meccanismi particolarmente rischiosi perché è facile ricadere nello stereotipo, indirizzare le donne nei binari dei ruoli assegnati dalla femminilità  tradizionale. 'Lavoriamo nell'ottica di avere meno carcere, non carceri migliori, continua Ronconi, 'ma più che abolizioniste preferiamo definirci riformiste disilluse. Anche Zuffa è della stessa opinione: 'il lavoro in carcere è un modo per concentrarsi su di sé, spiega, 'sono importanti soprattutto quelle attività  che non implicano necessariamente un confronto con le psicologhe e gli educatori. Ma a volte non basta: 'le vere opportunità  sono fuori e un carcere che impedisce l'accesso naturale al mondo esterno è controproducente, continua, 'preferiamo un carcere dove più che dimostrare di meritare tali benefici, vi si possa accedere naturalmente. Susanna Ronconi ha trascorso circa sette mesi nel carcere di Sollicciano, durante i processi che l'hanno coinvolta come imputata, e poi vi è ritornata per un periodo di semilibertà  durato più di un anno. 'Non nascondo che c'è molto di me nei colloqui, racconta, 'è stato un lavoro che ha rimesso in discussione tutta una parte del mio vissuto personale, è forte la tendenza a fare della ricerca anche un'attività  autoriflessiva, ma ho cercato di tenere a bada la mia emotività , raccogliendola in un mio diario esperienziale parallelo, dove ho registrato le mie reazioni. 'Dal carcere duro non ci si libera, si portano dei segni, non sempre negativi, continua, 'l'isolamento, il carcere speciale finisce anche con il tirare fuori delle potenzialità  sconosciute, o lo si relega nell'oblio, perché anche dimenticare è e deve restare un diritto, oppure ci si relaziona dall'esterno, con un'esigenza di riflessione, in maniera attiva, mantenendo un filo di solidarietà , credo che la mia attività  in carcere derivi anche da questa necessità . Mettendo da parte la disillusione e l'amarezza, le voci delle recluse di Sollicciano, Empoli e Pisa contribuiscono alla restituzione di un'immagine reale della detenzione femminile in Italia, un tentativo di dissipare stereotipi e retoriche, di fare un passo oltre la cortina di pregiudizi che circonda gli istituti penitenziari, a cominciare dalle stesse detenute, riconoscere e riconoscersi oltre il reato, oltre le sbarre: 'Non ti far mai mettere il blindo nel cervello, mi hanno detto una volta. E questa frase me la sono ricordata tutta la vita.
Link alla risorsa
Le recensioni- recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere
da: Polizia Penitenziaria-1 Agosto 15
01/08/2015

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