Rapporto sui diritti globali 2014
Dopo la crisi, la crisi
Il punto sullo stato di salute dei diritti in Italia e nel mondo. Dodicesima edizione.
A cura di: Umberto Melotti
Pubb. : Giugno 2014
160 pag
ISBN: 978-88-230-1893-8
Collana: Rapporti
Descrizione
Il Rapporto sui diritti globali, che da 12 anni propone analisi e documentazione sulla globalizzazione in una chiave di lettura dell’interdipendenza dei diritti, è un volume unico a livello internazionale per ampiezza dei contenuti e dei temi trattati. La struttura del Rapporto è articolata in macro-capitoli tematici in cui viene documentata la situazione relativamente all’anno in corso e vengono delineate le prospettive. L’analisi e la ricerca sono corredate da cronologie dei fatti, da schede tematiche, da quadri statistici, da un glossario, da una bibliografia e sitografia, dalle sintesi dei capitoli e dall’indice dei nomi e delle organizzazioni citate. È uno strumento fondamentale d’informazione e formazione per quanti operano nella scuola, nei media e nell’informazione, nella politica, nelle amministrazioni pubbliche, nel mondo del lavoro, nelle professioni sociali, nelle associazioni. Ideato e realizzato dall’Associazione Società INformazione ONLUS, è promosso dalla CGIL nazionale, con la partecipazione di ActionAid, Antigone, ARCI, Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza (CNCA), Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum Ambientalista, Gruppo Abele, Legambiente. Il libro con la sintesi dei capitoli e le introduzioni è accompagnato da un CD contenente l’intero Rapporto composto da 1096 pagine. Prefazioni di Susanna CAMUSSO e Luigi CIOTTI, introduzione di Sergio SEGIO, interventi di Andrea BARANES, Danilo BARBI, Marco BERSANI, Aldo BONOMI, Paolo CAGNA NINCHI, Andrea CAMMELLI, Stefano CECCONI, Letizia CESARINI SFORZA, Maxime COMBES, Sergio D’ELIA, Alessandro DAL LAGO, Marcello DE CECCO, Marco DE PONTE, Sergio FINARDI, Lyda Fernanda FORERO, Luciano GALLINO, Leopoldo GROSSO, Maurizio GUBBIOTTI, Luke HARDING, Paolo IAGULLI, Maurizio LEONELLI, Paolo MADDALENA, Marco MASCIA, Mariagrazia MIDULLA, Nicola NICOLOSI, Vicent PARTAL, Dijana PAVLOVIC, Simone PIERANNI, Chiara SARACENO, Leopoldo TARTAGLIA, Danilo ZOLO.
Rassegna:
'Dopo la crisi, la crisi', Rapporto sui diritti globali 2014
da: Arci Report-4 Luglio 14
04/07/2014

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"Dopo la crisi, la crisi". Presentazione del Rapporto sui diritti globali 2014.
da: Radio Radicale-8 Luglio 14
08/07/2014
Il Rapporto è a cura di Associazione Società  Informazione Onlus, promosso da Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum Ambientalista, Gruppo Abele, Legambiente. Partecipano: Danilo Barbi (segretario nazionale Cgil), Paolo Beni (Commissioni Affari Sociali e Affari Esteri della Camera dei Deputati), Francesca Chiavacci (presidente nazionale Arci), Marco De Ponte (segretario generale ActionAid Italia), Maurizio Gubbiotti (coordinatore nazionale Legambiente), Alessio Scandurra (Antigone), Sergio Segio (curatore del Rapporto, direttore di Associazione Società  Informazione), Don Armando Zappolini (presidente Coordinamento Nazionale Comunità  di Accoglienza). Interviene Luigi Manconi (presidente della Commissione Diritti Umani del Senato)
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Rapporto Diritti Globali 2014. La difficile alchimia cinese
da: China Files-8 Luglio 14
08/07/2014
Trasformare la quantità  in qualità  è la sfida della difficile alchimia cinese. Roberto Ciccarelli intervista Simone Pieranni sulla nuova politica economica e il potenziamento del welfare in un Dragone che sta affrontando il difficile passaggio da fabbrica del mondo a potenza imperiale. China Files pubblica uno stralcio del Rapporto sui diritti globali 2014 (per gentile concessione della casa editrice Ediesse) Simone Pieranni è il fondatore dell'agenzia China Files e giornalista del quotidiano 'il manifesto di cui è corrispondente da Pechino. Nel suo ultimo libro Il nuovo sogno cinese (Manifestolibri), Pieranni racconta come la Cina stia affrontando il difficile passaggio da 'fabbrica del mondo a potenza imperiale. Una trasformazione che sta producendo enormi conflitti sociali all'interno del Paese e sollecita l'immaginario da grande potenza nella dirigenza del Partito Comunista Cinese. Forse non esisteva e non esisterà  in futuro un 'modello cinese, dice Pieranni, ma la strada intrapresa dal Dragone finirà  per pesare, economicamente e culturalmente, anche sugli equilibri del mondo occidentale attanagliato dalla sua crisi. Redazione Diritti Globali: Quali sono i principali indirizzi di politica economica adottati dal Partito Comunista Cinese nel 2014? Simone Pieranni: Ridurre il debito, consolidare il ceto medio per redistribuire la ricchezza e fare sà che il mercato interno diventi traino economico, considerato il calo delle esportazioni dovuto alla crisi economica occidentale. Sono le tre traiettorie del Partito, insieme alla necessità  di riformare, con l'ingresso di privati, le grandi aziende di Stato, ricettacolo di corruzione e non produttive come Pechino vorrebbe. RDG: Rispetto alla crisi dei BRICS e a quella finanziaria che attanaglia i Paesi occidentali quali sono le prospettive cinesi? SP: La crescita ha rallentato, è quantificata al 7,5 per cento, ma Pechino la vede come un segnale positivo, per consentire un passaggio dalla quantità  alla qualità  di cui la Cina necessita. Per aumenti salariali e diminuzione delle esportazioni, la Cina punta tutto sul mercato interno e sul settore dei servizi e ha pronta la riforma dell'hukou, ovvero il certificato di residenza che inchioda i diritti sociali al luogo di provenienza. Cambiando la legge si permette ai lavoratori migranti di godere di parte del welfare nelle città  in cui lavorano consentendogli, insieme ad alloggi popolari, di spendere di più sul mercato interno. La prospettiva principale è liberalizzare alcuni settori e tentare allo stesso tempo una redistribuzione della ricchezza ai ceti più deboli. RDG: Come nasce il ceto medio in Cina e com'è cambiato negli ultimi anni? SP: Il ceto medio in Cina nasce grazie alle riforme che alla fine degli anni Settanta hanno consentito alla Cina di diventare fabbrica del mondo e aumentare il reddito dei propri cittadini. La classe media, o almeno parte di essa, può considerarsi tale da un punto di vista economico, ma non ancora da un punto di vista culturale. Solo negli ultimi anni la classe media cinese ' per lo più concentrata nei settori dei servizi e dell'information technology ' ha cominciato a richiedere più spazio economico e più diritti civili. Molti analisti e intellettuali 'liberal hanno effettuato campagne stampa a favore della liberalizzazione di alcuni settori chiave dell'economia, mentre le proteste, ad esempio, contro l'inquinamento hanno avuto come protagonisti proprio elementi della classe media cinese. Le prospettive si basano sul tentativo di creare un rapporto di forze favorevole con il Partito chiedendo più spazio ai capitali privati. RDG: Qual è la situazione del mercato del lavoro cinese? SP: Dal primo luglio 2013 è entrata in vigore la nuova legge per i lavoratori esternalizzati e interinali. Nascono come funghi le agenzie interinali, mentre milioni di laureati sono disoccupati. In Cina, infatti, il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente: sono aumentati i salari in alcune zone del Paese, anche del 17 per cento negli ultimi anni, i milioni di nuovi laureati faticano a trovare impiego e ultimamente anche Pechino ha scoperto il lavoro precario, e con esso le agenzie interinali. Dal primo luglio è entrata in vigore la revisione della legge sul lavoro del 2008, che dovrebbe regolamentare milioni di lavoratori, quelli che vengono presi in outsourcingper sostituzioni o tempi brevi, con l'intento di limitare le irregolarità  e lo sfruttamento dei 'precari. Almeno in teoria, la legge dovrebbe provvedere a modificare quella del 2008, aumentando le garanzie di chi viene assunto come 'interinale. Ma la realtà  non appare cosà chiara e conseguente agli auspici: sempre in linea teorica, pare infatti che rimanga anche quella parte di legge che richiede lo stesso trattamento di salario ai precari rispetto ai garantiti che finiscono per sostituire o affiancare. Ancora teorica, anche perché da stabilire, la quota di lavoratori atipici che ogni azienda potrebbe assumere. A ora, dato che non è ancora stato stabilito il limite, un po' tutti se ne stanno approfittando (specialmente le aziende di Stato, il che pone la questione anche da un punto di vista politico, visto che sono i colossi cinesi che molti dei liberals vorrebbero smembrare in nome della crescita del capitalismo privato). Secondo un sondaggio del sito people.com.cn ' il website del 'Quotidiano del Popolo, l'organo ufficiale del Partito Comunista cinese ' i lavoratori occasionali della Guangdong Mobile a Canton guadagnerebbero solo un terzo della retribuzione dei dipendenti della società . La Federazione cinese dei sindacati, impegnata da tempo nel sensibilizzare sulla nuova legge, ha suggerito che la percentuale di lavoratori esternalizzati rispetto a quelli impiegati direttamente non superi il 5 per cento. Il 'South China Morning Post di Hong Kong riportava l'opinione di «un manager di un'agenzia di lavoro interinale di Shanghai, per il quale la cifra reale sarebbe superiore», tanto che si dice felice di quanto il provvedimento del 2008 abbia migliorato il business della sua azienda. Racconta che «in media, più della metà  dei lavoratori presso le aziende con cui lavoriamo sono mandati da noi, in alcuni casi la percentuale è del 90 per cento». E conclude: «Se avesse seguito la regola non scritta, secondo la quale le assunzioni precarie non dovrebbero superare il 10 per cento del numero dei lavoratori impiegati, la mia azienda avrebbe chiuso entro uno o due anni». Cos'è successo dunque? Nel 2008 è stata approvata la nuova legge sul lavoro in Cina con un'attenzione particolare alle assunzioni delle agenzie interinali. La discussione da cui nacque il provvedimento legislativo avvenne tra il clamore generale, perché secondo le aziende avrebbe portato a peggiorare la competitività  cinese sui mercati mondiali, tutelando troppo i lavoratori. Da parte loro, i soggetti della legge non si dissero particolarmente entusiasti. Secondo il China Labour Bullettin (CLB), una ONG di Hong Kong che si occupa del mondo del lavoro in Cina, «forse la ragione per cui nessuno sembra fare grande affidamento sulla nuova legge è perché nessuno pensa davvero che farà  quello che dovrebbe fare, ovvero arginare gli abusi del sistema delle agenzie di lavoro in Cina e garantire che tutti i dipendenti che lavorano nel stesso business ottengano parità  di retribuzione a parità  di lavoro». Quando la legge entrò in vigore, le aziende fecero di tutto per arginarla: furono soprattutto le grandi aziende di proprietà  statale a utilizzare contratti atipici attraverso le agenzie di lavoro interinale. In alcuni casi, dicono al CLB, più di due terzi dei dipendenti a tempo pieno che lavorano presso le aziende di Stato sono in realtà  lavoratori temporanei. Per la Federazione dei sindacati cinesi (All-China Federation of Trade Unions, ACFTU) nel 2011 sarebbero stati circa 60 milioni i lavoratori assunti tramite agenzie in Cina, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto. Secondo la revisione della legge, in vigore dal primo luglio, le posizioni di lavoro 'temporanee non possono essere estese oltre i sei mesi, le posizioni 'ausiliarie devono essere estranee al core business della società  e le posizioni 'sostitutive possono essere riempite solo quando un dipendente è lontano dal lavoro per un certo periodo di tempo a causa di formazione, ferie e altre eventualità . La nuova legge richiederebbe poi che le agenzie interinali fossero provviste di un capitale minimo ' da 500 mila a 2 milioni di yuan (da 60 a 250 mila euro) ' con un aumento delle multe nel caso di violazioni. RDG: In che modo si sta strutturando l'economia dopo il congresso PCC? SP: Ancora non è chiaro, perché ci sono stati alcuni provvedimenti, ma l'azione più impor tante è la creazione dell'area di libero scambio di Shanghai, ancora però in fase di valutazione. Le direttrici sono di liberalizzazione per alcuni settori, ingresso di capitali privati nelle aziende di Stato, lotta alla corruzione e miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori migranti. RDG:Queste politiche implicano l'adozione di un welfare o un suo potenziamento? E, in questo caso, puoi indicare alcuni casi significativi? SP: Di sicuro c'è la volontà  di rivedere il sistema dell'hukou e con esso il welfare statale. Dal 2014 al 2020 la Cina prevede di trasformare 100 milioni di persone in 'cittadini. Non si intende solo un loro trasferimento ' e vedremo come ' ma un reale cambiamento di status sociale: questi 100 milioni di persone infatti, potranno usufruire del sistema di welfare urbano, superando una delle mancanze più gravi di tutto il sistema sociale cinese, a oggi. Significa che attraverso l'hukou, il certificato di residenza che aggancia i diritti sociali al luogo di provenienza, il migrante cambierà  il suo status, diventando cittadino a tutti gli effetti. Significa che i lavoratori migranti potranno usufruire di tutti i servizi sociali messi a disposizione dalle città . Ovvero, avranno più soldi da spendere sul mercato interno, risparmiando su quei servizi che fino a oggi hanno dovuto pagare (sanità , istruzione dei figli). Non solo, perché in quest'ottica redistributiva, che va di pari passo con la necessità  di sviluppare il mercato interno, si dovrebbero affiancare politiche abitative ed ecologiche, capaci di mutare la natura della trasformazione sociale. Come siamo abituati, infatti, fino a oggi, a vedere questo processo in Cina? Città  con grattacieli disabitati per il loro prezzo esoso, nubi tossiche date dall'inquinamento e i lavoratori migranti a vivere nelle periferie, scontrandosi ogni giorno con la mancanza di coperture sociali. RDG: Xi Jinping, segretario generale del Partito e presidente della Cina, vuole imprimere una svolta socialista, mentre il suo Paese continua a usare tutte le leve del capitalismo finanziario. Non è una contraddizione? SP: Non c'è da storcere il naso: per i cinesi tutto questo non costituisce una contraddizione. Xi Jinping è salito al potere per controbilanciare il recente restyiling finanziario improntato a una liberalizzazione di ambiti economici ben precisi. In tale quadro bisogna valutare anche le politiche sociali. Ad esempio, fino a oggi i migranti non godevano di alcun diritto, e anzi costituivano le fasce sociali più sfortunate: persone che si sono messe il progresso cinese sulle spalle, ma che da oggi godranno di uno status che, di fatto, li eleva a veri cittadini. Un primo segnale di quella difficile alchimia che la Cina si appresta a rendere 'storica: trasformare la quantità  in qualità . RDG: In che modo? SP: Secondo i dati diffusi dalle autorità  di Pechino, fino a oggi i cittadini sarebbero il 53 per cento della popolazione. Di questi solo il 35 per cento gode dei diritti sociali. L'obiettivo è rendere la popolazione urbana, entro il 2020, il 60 per cento di quella totale ed estendere il welfare urbano ad almeno il 45 per cento. Significa, come detto prima, una trasformazione sociale per almeno 100 milioni di persone. Si tratta di un traguardo rilevante anche per il nuovo governo cinese. Com'è scritto nei documenti rilasciati, in cinese: l'urbanizzazione sana è sostenuta da un potente motore economico. La domanda interna è la forza trainante fondamentale dello sviluppo economico della Cina. Non solo perché Pechino pensa anche alla qualità : l'urbanizzazione, si dice, «è un requisito inevitabile per promuovere il progresso sociale, è un prodotto della civiltà  e del progresso umano, capace sia di migliorare l'efficienza produttiva, sia quella degli agricoltori. È un fenomeno per il bene del popolo, per aumentare la qualità  complessiva della vita. Con il rafforzamento della prosperità  economica della città , miglioreranno le funzioni urbane, i servizi pubblici e la qualità  dell'ambiente: la vita materiale delle persone sarà  più ricca e la loro vita spirituale migliore». *Roberto Ciccarelli si occupa di questioni filosofiche e politico-giuridiche. Svolge attività  di ricerca presso numerosi atenei italiani tra i quali Napoli orientale, Salerno, Roma Tre, Genova. È giornalista professionista e collabora con varie testate. Collabora con il Centro per la Riforma dello Stato. Si è occupato di diritto e politica in Spinoza (Potenza e beatitudine. Il diritto in Spinoza, con Carocci, e Immanenza e politica in Spinoza, con Aracne) di storia della cittadinanza (La cittadinanza. Un'introduzione critica, con Aracne). Ha pubblicato nel 2009 con Il Mulino la prima parte di un'ampia ricerca sulla filosofia dell'immanenza (Immanenza. Filosofia, diritto e politica della vita dal XIX al XX secolo). Partecipa a numerosi progetti di ricerca europei e italiani e ha pubblicato numerosi saggi e articoli sulla storia del pensiero politico moderno e contemporaneo in riviste e libri.
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Lavoratori poveri cresciuti di 200 milioni: 'Catastrofe dei diritti sociali
da: Redattore sociale-8 Luglio 14
08/07/2014
Rapporto sui diritti globali 2014. In Ue 13 milioni di nuovi poveri (da noi raddoppiati in 6 anni) e 27 milioni di disoccupati. In Italia tra il 2012 e il 2013 persi 424 mila posti. "Le alternative sono possibili, ma non possono che sortire dal basso". ROMA - Più che di crisi, si tratta di una 'catastrofe globale sul fronte dei diritti sociali ed economici: 27 milioni di disoccupati e 13 milioni di nuovi poveri in Europa. E un picco di privazione anche in Italia dove la povertà  assoluta è raddoppiata tra il 2007 e il 2012. A fotografare la situazione preoccupante del welfare nostrano e comunitario è il Rapporto sui diritti globali 2014, realizzato dall'Associazione società  informazione onlus e promosso da Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente. Dieci milioni di disoccupati in più in Europa. Secondo il rapporto negli ultimi sei anni tutti gli indicatori economici e sociali rivelano un quadro drammatico e univoco. In Europa le persone che hanno perso il lavoro sono cresciute di 10 milioni, portando a 27 milioni il totale di disoccupati. Per il quinto anno consecutivo l'occupazione è in calo nel continente. I nuovi poveri sono cresciuti di 13 milioni di unità . Nell'Europa a 28 Paesi, nel 2012, le persone già  povere e quelle a rischio di esclusione erano ben 124 milioni, poco meno di una ogni quattro, con una crescita di 2 milioni e mezzo rispetto all'anno precedente. In Italia raddoppia la povertà  assoluta. Nel suo piccolo ' spiega il rapporto - l'Italia contribuisce significativamente a questa mappa della privazione: il numero di quanti vivono in condizioni di povertà  assoluta è esattamente raddoppiato tra il 2007 e il 2012, passando da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila, l'8 per cento della popolazione. Il tasso di occupazione nel 2013 è tornato ai livelli del 2002: 59,8 per cento; all'inizio della crisi, nel 2008, era al 63 per cento. Peggio stanno solo i greci (con il 53,2 per cento), i croati (53,9 per cento) e gli spagnoli (58,2 per cento). Tra il 2012 e il 2013 sono stati persi 424 mila posti di lavoro. Dall'inizio della crisi hanno perso il lavoro oltre 980 mila persone. E il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivato al 42,4 per cento. A morire sono anche le piccole imprese: dal 2008 ne sono scomparse 134 mila, e 'per quanto sia difficile stabilire nessi causali univoci e certi, alcuni studi indicano in 149 le persone che si sarebbero tolte la vita per motivazioni economiche nel 2013, quasi il doppio rispetto agli 89 casi dell'anno precedente si legge nel rapporto. Numeri moltiplicati e non meno tragici sul panorama mondiale: nel 2013 i disoccupati erano 202 milioni. Lievita anche il fenomeno dei lavoratori poveri ("working poor"): sono 200 milioni e sopravvivono in media con meno di due dollari al giorno. Questo stato di catastrofe ' umanitaria, non solo economica ' non è una realtà  inevitabile, bensà il risultato di scelte politiche precise. Nessun serio investimento è stato fatto per promuovere l'occupazione e sostenere il lavoro. La rotta non è stata invertita e nemmeno corretta. Anzi. Secondo il rapporto 'le politiche della Banca centrale, del Fondo monetario internazionale e della Commissione europea, la famigerata Troika hanno portato allo stremo i lavoratori e i ceti medi nel paesi destinatari dei programmi di assistenza finanziaria, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Romania. Complice la crisi, è quindi in atto l'intensificazione di una 'lotta di classe dall'alto, una resa dei conti totale con i sistemi democratici e di welfare, per come sono stati edificati nella seconda metà  del secolo scorso, a partire dal modello sociale europeo. Sono potenti le spinte in direzione della privatizzazione dei servizi di protezione sociale in Europa, un potenziale mercato di 3.800 miliardi di euro l'anno, vale a dire ben il 25 del Pil, verso il quale si stanno indirizzando gli incontenibili appetiti dei gruppi finanziari e delle multinazionali. 'Risulta sempre più evidente il contrasto tra due idee diverse e antagoniste del mondo, la più forte delle quali, fondata sul dogma del libero mercato e sulla religione del profitto, vuole fare una definitiva tabula rasa di tutti i diritti faticosamente acquisiti dalle classi subalterne nel corso della seconda metà  del Novecento ' si legge nel rapporto -. La crisi globale ha reso maggiormente manifesta l'incapacità  di perseguire alternative. Negli ultimi anni a livello mondiale si è assistito alla bancarotta del liberismo. Eppure i responsabili della crisi ' grande finanza, corporations e tecnocrazie ' hanno stroncato violentemente ogni ripensamento sui paradigmi della crescita infinita e dell'asservimento totale dei viventi alle logiche del profitto, che sono state architrave di quella dottrina fraudolenta. E ora addirittura rilanciano, con quel Transatlantic Trade and Investment Partnership, il trattato commerciale Usa-Ue che incombe sull'Europa. Eppure - spiegano i promotori del rapporto - le proposte alternative sono da tempo sul tavolo. Ma 'non bastano le piattaforme. Per trasformazioni di tale radicalità  occorrono la forza politica, il consenso e la cooperazione sociale. Ma anche nuova cornice culturale e valoriale. Un'altra Europa e un'altra globalizzazione, insomma, quella dei cittadini, dei diritti e della solidarietà  politica e sociale, ha bisogno di essere pensata e di nascere presto dalle macerie di quella delle monete e dei mercati ' sottolineano. Secondo il rapporto, dunque, serve una riconversione ecologica dell'economia che deve soppiantare il castello di carte della finanza speculativa; un deciso investimento sul lavoro stabile e di qualità  e su un nuovo welfare che devono contrastare la politica dell'austerità  (solo in Grecia sarebbero 2.200 le morti direttamente riconducibili alle politiche del rigore) che sta strangolando economie e stato sociale e a cui l'Unione Europea e i singoli governi si sono inchinati. 'Le alternative sono possibili, oltre che necessarie. Ma non possono che sortire dal basso, dalle forze vive del lavoro, della società , dei popoli. Per contrastare quel 'colpo di Stato, difendendo la democrazia, ricucendo la profonda ferita delle diseguaglianze, ristabilendo equità  e giustizia sociale. Globalizzando i diritti, conclude il rapporto.
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Rapporto Diritti Globali 2014: dai consumi al lavoro, dopo la crisi c'è la crisi
da: il Fatto Quotidiano (web)-8 Luglio 14
08/07/2014
Secondo il report curato dall'Associazione Società  Informazione Onlus e dalla Cgil in collaborazione con diverse organizzazioni del Terzo settore, tutti gli indicatori economici e sociali rivelano un 'quadro drammatico e univoco sia in Italia che in Europa. Dove non è arrivata la crisi, ci ha pensato l'austerity a dare la mazzate finale. Tanto che oggi il rischio è di dover parlare di 'catastrofe globale. E' questo il risultato dell'analisi del report 'Dopo la crisi, la crisi ' rapporto sui diritti globali 2014', curato dall'Associazione Società  Informazione Onlus e dalla Cgil, in collaborazione con diverse organizzazioni del Terzo settore. Consumi, lavoro, welfare, diritto alla casa. Secondo gli autori del dossier, tutti gli indicatori economici e sociali rivelano un 'quadro drammatico e univoco. In Europa, dove dal crollo di Wall Street del 2008 hanno perso il posto in azienda 10 milioni di persone, portando il numero di disoccupati a 27 milioni. E anche in Italia, dove coloro che vivono in condizioni povertà  assoluta sono raddoppiati dal 2007 al 2012, passando da 2,4 milioni a 4,8 milioni, l'8% della popolazione. Nel nostro Paese, poi, muoiono in continuazione le piccole imprese (dal 2008 ne sono state chiuse 134mila). E muoiono le persone: l'anno scorso si sono tolti la vita per le difficoltà  economiche in 149. L'uscita dalla crisi, insomma, è ancora lontana. E qui il rapporto punta il dito contro un imputato ben preciso: la Troika, ovvero la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale e la Commissione europea. La loro colpa? 'Avere portato allo stremo i lavoratori e i ceti medi nei paesi destinatari dei programmi di assistenza finanziaria, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Romania. Ma non solo. Perché ancora prima che il fiscal compact diventi effettivo con il suo seguito di tagli, l'austerity imposta dall'Europa ha già  colpito anche l'Italia. E ha colpito duro, secondo i dati riportati nelle pagine del report. Intanto la crescita rimane fragile: nel 2015 i dati ufficiali prevedono un aumento del Pil superiore all'1%, ma 'potrebbe essere molto vicina allo zero. E i provvedimenti annunciati da Matteo Renzi non sembrano per nulla risolutivi. Lavoro, questo sconosciuto Il mondo del lavoro non si rialza. Il tasso di occupazione fra i 20 e i 64 anni nel 2013 è stato del 59,8%, quando nel 2008 era al 63%. Peggio di noi, nell'Unione europea, stanno solo i greci (53,2%), i croati (53,9%) e gli spagnoli (58,2%). Dall'inizio della crisi hanno perso il posto oltre 980mila persone. La disoccupazione all'inizio di quest'anno ha registrato un tasso intorno al 13%. Va male soprattutto per i giovani tra i 15 e i 24 anni, con una percentuale che ha raggiunto all'inizio di quest'anno il 42,4%. Aumentano i disoccupati. E aumenta la durata della disoccupazione: le persone in cerca di lavoro da almeno 12 mesi, rispetto al 2008, sono aumentate di 675mila unità  e la durata media della ricerca di un posto nel 2012 ha raggiunto i 21 mesi. Altra piaga, quella del precariato. Che la riforma Fornero ha pure contribuito ad aggravare, con forti perdite occupazionali registrate sia tra i contratti a progetto che tra le partite Iva. Ma anche chi un lavoro certo ce l'ha, non può dormire sonni tranquilli, visto che gli stipendi sono assai magri. A un anno dalla laurea, per esempio, il netto mensile è di circa mille euro, con una diminuzione in termini reali che nel quinquennio 2008-2013 è stata di circa il 20%. Consumi, casa e welfare: la fatica di campare Il potere d'acquisto delle famiglie, che secondo i dati Istat nel 2012 era già  diminuito rispetto all'anno precedente del 4,8%, nel 2013 ha registrato un altro -1,1%. Cosà la crisi vuol dire anche non riuscire ad arrivare a fine mese. Nel 2012 l'11,1% degli italiani ha rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria di cui aveva bisogno, mentre il 22% delle famiglie ha dichiarato di non riuscire a riscaldare adeguatamente la propria abitazione, il 17,5% di non potersi permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni e l'11% è rimasto in arretrato con almeno un pagamento tra mutuo, affitto, bollette o altri debiti. La casa finisce poi per essere un diritto sempre meno scontato. Nel primo semestre del 2013 sono state presentate quasi 39mila domande di sfratto, è stata richiesta l'esecuzione di oltre 75mila sfratti e ne sono diventati esecutivi più di 16mila. La causa principale? La morosità . Del resto, le tasche degli italiani hanno subito un duro colpo negli ultimi anni. Secondo la Banca d'Italia, tra il 2010 e il 2012, il reddito familiare medio è sceso in termini nominali del 7,3%, quello equivalente del 6%. Un quinto delle famiglie ha un reddito netto annuale inferiore a 14.457 euro, circa 1.200 euro al mese, mentre crescono le diseguaglianze: il 10% dei nuclei che guadagnano di meno percepisce il 2,4% del totale dei redditi, laddove il 10% delle famiglie con maggiori entrate percepisce il 26,3% del totale. Una situazione a cui il welfare non pone rimedio. Anzi, i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno avuto in comune soprattutto una politica che ai tagli ha sommato nuovi tagli. Basti solo qualche esempio: il Fondo nazionale politiche sociali è passato da 670 milioni di euro nel 2008 a 300 milioni nel 2013, il Fondo politiche per la famiglia da 197 milioni a zero, azzerato anche il Fondo pari opportunità  (era di 64 milioni nel 2008). E Renzi? Riforme di stampo autoritario e più precarietà  Intanto dall'Europa l'imperativo è sempre lo stesso: portare a termine le riforme strutturali, ovvero la riforma costituzionale e quella elettorale. Obiettivi che Renzi sta declinando a suo modo. 'La prima ' si legge nel rapporto ' ridisegna l'architettura costituzionale in segno neo-autoriatario, abolendo il Senato come carica elettiva e concentrando il potere nell'esecutivo senza contrappesi costituzionali. La seconda attribuisce al partito vincente 'un super-bonus elettorale che raddoppia i seggi e cancella milioni di voti. E il bonus Irpef da 80 euro mensili in busta paga? Nel rapporto viene definito 'una misura poco più che simbolica, perché finanziato in gran parte con la tassazione dei risparmi e con gli aumenti delle tasse a cui dovranno ricorrere gli enti locali per controbilanciare i tagli chiesti dal governo, 'una serie di misure paradossali che andranno a colpire proprio quel soggetto sociale (il ceto medio povero o impoverito) che si vorrebbe invitare a spendere una sera in più in pizzeria. Duro anche il giudizio sulla riforma del lavoro portata avanti dal ministro Giuliano Poletti. Con l'abolizione dell'obbligo di indicare la causale nei contratti a termine, il Jobs act porterà  al risultato di 'precarizzare tutto il precarizzabile, nell'illusione (già  smentita dalle stime contenute nel Def di aprile 2014) che la disoccupazione scenda sotto la doppia cifra.
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Diritti globali, «dopo la crisi la crisi»
da: Popoff-8 Luglio 14
08/07/2014
Presentato oggi il rapporto sui diritti globali 2014: una catastrofe umanitaria. Complice la crisi, è in atto l'intensificazione di una 'lotta di classe dall'alto. Economia e diritti, economica e lavoro, welfare e diritti, welfare e salute sono i principali temi affrontati nel XII Rapporto sui diritti globali 2014 dal titolo 'Dopo la crisi, la crisi (Ed. Ediesse) redatto a cura dell'Associazione società  informazione onlus, promosso da Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso, Forum ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente. Prefazione di Camusso e Ciotti, introduzione di Sergio Segio. Il rapporto, presentato questa mattina a Roma presso la sede nazionale della Cgil, dove è intervenuto Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani al Senato, è la fotografia disastrosa della realtà  che stiamo vivendo. Moltissimi i contributi al rapporto tra cui quello di Marco Bersani, Andrea Baranes, Alessandro Dal Lago, Stefano Ciccone, Letizia Cesarini Sforza, Chiara Saraceno, Danilo Zolo, solo per citarne davvero alcuni. Tutti d'accordo che quella che stiamo attraversando è più simile a una catastrofe globale che a una crisi. A rilevale il quadro drammatico e univoco ci sono gli indicatori economici e sociali. 'In Europa ' riporta il rapporto ' le persone che hanno perduto il lavoro sono cresciute di 10 milioni, portando a 27 milioni il totale di disoccupati. Per il quinto anno consecutivo l'occupazione è in calo nel continente. I nuovi poveri sono cresciuti di 13 milioni di unità . Nell'Europa a 28 Paesi, nel 2012, le persone già  povere e quelle a rischio di esclusione erano ben 124 milioni, poco meno di una ogni quattro, con una crescita di 2 milioni e mezzo rispetto all'anno precedente. E anche l'Italia fa la sua parte in questa mappa delle privazioni se si considerano i dati indicanti che il numero di persone che vivono nel nostro paese in condizione di povertà  assoluta è raddoppiato tra il 2007 e il 2012, passando da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila, pari all'8% della popolazione. Il tasso di occupazione nel 2013 è tornato ai livelli del 2002: 59,8%; all'inizio della crisi, nel 2008, era al 63%. Peggio, ma non consolatorio, stanno solo Grecia, Croazia e Spagna. 'Muoiono le piccole imprese: dal 2008 ne sono scomparse 134 mila. E muoiono le persone ' si legge sul rapporto ' per quanto sia difficile stabilire nessi causali univoci e certi, alcuni studi indicano in 149 le persone che si sarebbero tolte la vita per motivazioni economiche nel 2013, quasi il doppio rispetto agli 89 casi dell'anno precedente. Per promuovere l'occupazione e sostenere il lavoro ' denuncia il rapporto ' non è stato fatto nessun serio investimento. La famigerata troika (Banca centrale, Fmi e Commissione europea) non hanno né invertito né corretto la rotta, anzi, hanno portato allo stremo i lavoratori e i ceti medi nel paesi destinatari dei programmi di assistenza finanziaria, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Romania. 'Complice la crisi, è in atto l'intensificazione di una 'lotta di classe dall'alto', una resa dei conti totale con i sistemi democratici e di welfare, per come sono stati edificati nella seconda metà  del secolo scorso, a partire dal modello sociale europeo. Sono potenti le spinte in direzione della privatizzazione dei servizi di protezione sociale in Europa, un potenziale mercato di 3.800 miliardi di euro l'anno, vale a dire ben il 25 del PIL, verso il quale si stanno indirizzando gli incontenibili appetiti dei gruppi finanziari e delle multinazionali. In questo contesto risulta sempre più evidente il contrasto tra due idee del mondo diverse e antagoniste. 'La più forte ' si legge nel Rapporto -, fondata sul dogma del libero mercato e sulla religione del profitto, vuole fare una definitiva tabula rasa di tutti i diritti faticosamente acquisiti dalle classi subalterne nel corso della seconda metà  del Novecento. La crisi globale ' continua ' ha reso maggiormente manifesta l'incapacità  di perseguire alternative. Negli ultimi anni a livello mondiale si è assistito alla bancarotta del liberismo. Eppure i responsabili della crisi quali grande finanza, corporations e tecnocrazie, hanno stroncato violentemente ogni ripensamento sui paradigmi della crescita infinita e dell'asservimento totale dei viventi alle logiche del profitto, che sono state architrave di quella dottrina fraudolenta. E ora addirittura rilanciano, con quel Transatlantic Trade and Investment Partnership Ttip) , il trattato commerciale USA-UE che incombe sull'Europa. Uno stato di catastrofe economica ma anche umanitaria, dunque, secondo gli autori del Rapporto, che però non è inevitabile perché risultato di scelte politiche precise. Proposte politiche alternative ce ne sono da tempo sul tavolo, anche se non possono bastare le piattaforme. Per trasformazioni di tale radicalità  occorrono forza politica, consenso e cooperazione sociale, ma per determinarne le precondizioni, secondo gli autori, 'necessita prima di tutto definire una nuova cornice culturale e di valori. Un'altra Europa e un'altra globalizzazione, insomma, quella dei cittadini, dei diritti e della solidarietà  politica e sociale, ha bisogno di essere pensata e di nascere presto dalle macerie di quella delle monete e dei mercati. Una riconversione ecologica dell'economia deve soppiantare il castello di carte della finanza speculativa, che da tempo detta le agende ai governi e che vorrebbe ora addirittura forzare e svuotare le Costituzioni antifasciste europee. Un deciso investimento sul lavoro stabile e di qualità  e su un nuovo welfare deve spodestare la mortifera politica dell'austerità  (solo in Grecia sarebbero 2.200 le morti direttamente riconducibili alle politiche del rigore) che sta strangolando economie e stato sociale e a cui l'Unione Europea e i singoli governi si sono inchinati. Nel suo intervento Luciano Gallino afferma: «i Parlamenti hanno sbattuto i tacchi e hanno votato alla cieca perché ce lo chiedeva l'Europa. Non esistono alternative, ci è stato detto. Questa espressione è un corollario del colpo di Stato in atto». Ma le alternative, per gli autori del XII Rapporto sui diritti globali, sono possibili oltre che necessarie, possono nascere però soltanto dal basso, da quelle forze vive del lavoro, della società , dei popoli. Per contrastare quel 'colpo di Stato di cui parla Gallino, difendendo la democrazia, ricucendo la profonda ferita delle diseguaglianze, ristabilendo equità , giustizia sociale e globalizzando i diritti.
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"Meno lavoro, più debiti, per i diritti un quadro desolante"
da: Pagina 99-8 Luglio 14
08/07/2014
CrisiPresentato a Roma il "Rapporto sui diritti globali" di Cgil, Gruppo Abele, ActionAid, Arci, Legambiente e altre associazioni. I dati raccolti fotografano una situazione catastrofica: "Senza cambiare le priorità  tenuta sociale a rischio" Durante il 2013 numero dei disoccupati a livello globale è salito di 5 milioni, raggiungendo quota 202 milioni. E nell'Unione Europea sono 27 milioni, con un trend in crescita per il quinto anno consecutivo. Gli europei già  poveri o a rischio di diventarlo erano ben 124 milioni nel 2012, 2 milioni e mezzo in più rispetto all'anno precedente, il 24,8% della popolazione. «Più che di crisi, si rischia ormai di dover parlare di catastrofe globale» scrive Sergio Segio, coordinatore del Rapporto sui Diritti Globali, promosso dalla Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso, Forum Ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente. Giunto alla sesta edizione. Dopo 6 anni di crisi economia e recessione, l'Italia e il mondo intero versano in condizioni drammatiche e in costante peggioramento. O almeno questo è quanto si desume dalla lettura del rapporto. suggeriscono i numerosi dati forniti da istituzioni nazionali e internazionali, raccolti e messi in relazione dall'ultimo Rapporto sui Diritti Globali. L'analisi si concentra sugli aspetti sociali della crisi, i più cari alle organizzazioni coinvolte, e quella che definiscono «catastrofe umanitaria e non solo economica» non è altro che il «risultato di scelte politiche precise». Non ci sono stati investimenti a sostegno del lavoro e in molti casi gli interventi per far fronte alla crisi sono andati nella direzione di uno smantellamento del welfare e delle politiche sociali. Anzi, da anni sono stati avviati processi di «privatizzazione dei servizi di protezione sociale in Europa, un potenziale mercato di 3.800 miliardi di euro l'anno (25% del Pil Ue)». E secondo i promotori del Rapporto il nostro paese, oltre a replicare il trend globale, è un chiaro esempio di cattiva politica. In italia, il numero di quanti vivono in condizioni di povertà  assoluta è raddoppiato tra il 2007 e il 2012, passando da 2,4 milioni a 4,8, pari all'8% della popolazione. A febbraio 2014 i cittadini senza lavoro erano oltre 3,3 milioni con un tasso di disoccupazione giunto al 13% e al 42% per i giovani dai 15 ai 24 anni. La durata stessa della disoccupazione è in aumento, tanto che oltre il 53% dei disoccupati è in cerca di lavoro da almeno un anno. Il periodo medio necessario per trovare un posto, qualunque esso sia? 21 mesi, ma per le persone in cerca di prima occupazione si sale a 30. Cosà, dall'inizio della crisi hanno perso il lavoro oltre 980mila italiani. Nel frattempo, dal 2008 al 2013, sono scomparse ben 134mila piccole imprese ' quelle su cui dovrebbe fondarsi l'economia italiana ', mentre 400mila lavoratori indipendenti hanno cessato l'attività . E il lavoro, oltre ad essere difficile da trovare, è sempre meno fonte di stabilità  e sicurezza. Emblematico che solo nel 2012 siano state aperte 549mila partite Iva, con un aumento dell'8,1% definito «esponenziale» tra i giovani. «Creando occupazione si risponderebbe alla crisi di domanda ' sostiene Susanna Camusso nel Rapporto ' si sospingerebbero i prezzi attraverso i consumi e gli investimenti, si sosterrebbero i redditi, soprattutto da lavoro, si rilancerebbero aspettative di medio e lungo periodo, si diminuirebbero le distanze e le diseguaglianze». Disuguaglianze che nel frattempo stanno crescendo. Misurando la concentrazione dei redditi sulla base dell'indice di Gini, il 10% delle famiglie con reddito più basso percepisce il 2,4% del totale dei redditi, cifra che sale al 26% per i nuclei con reddito più alto. E far fronte alle prime necessità  è sempre più difficile per un numero crescente di persone. La Banca d'Italia ci dice che, tra il 2003 e il 2011, l'indebitamento medio delle famiglie italiane è passato dal 30,8% al 53,2% del reddito disponibile lordo. L'ovvia conseguenza è una drastica contrazione dei consumi: basti pensare che nel 2013 la spesa delle famiglie per il cibo ha toccato il minimo storico dal 1990. Dal canto suo, la Coldiretti stima in 10 milioni gli italiani che nell'ultimo anno non hanno potuto permettersi un pasto proteico. Tutti abbiamo presente le immagini delle file interminabili davanti alle mense della Caritas, che dal 2006 al 2013, oltre che di cibo, ha anche dovuto far fronte anche ad una domanda di farmaci gratuiti cresciuta del 97%. Se la situazione è desolante, anche gli interventi per far fronte ad essa lo sono. Dal 2004 al 2012 il Fondo nazionale per le politiche sociali ha subito un taglio di di 1,84 miliardi di euro. Se nel 2008 ammontava ancora a 929 milioni di euro, negli anni è stato prosciugato sino ad arrivare a 70 milioni nel 2012, per poi risalire a 317 milioni solo nel 2014. Anche il fondo per la non autosufficienza, dopo l'azzeramento nel 2011 e 2012, è stato rifinanziato nel 2014 con 275 milioni di euro, ma soltanto per l'eco che hanno avuto le proteste dei malati di Sla sotto il ministero dell'Economia. «'Non ci sono soldi è diventato il leitmotiv quando si parla di servizi e spesa sociale ' scrive Luigi Ciotti nella sua prefazione al Rapporto ' È vero solo in parte. L'altra parte si chiama individuazione delle priorità : politiche e, prima ancora, etiche». Secondo i curatori del Rapporto, gli stessi responsabili della crisi ' grande finanza, corporations e tecnocrazie ' hanno lavorato alacremente a impedire ogni tentativo di ripensamento del modello di crescita, rifiutando di accettare quella che definiscono «la bancarotta del neoliberismo». «I dati dicono che il nostro debito pubblico ormai è impagabile ' afferma Luciano Gallino, citato nell'introduzione del Rapporto ' Il Pil è sceso intorno ai 1.550 miliardi, il debito è balzato oltre i 2mila. Per fare fronte ai requisiti del fiscal compact servirebbe destinare 40-50 miliardi l'anno dell'avanzo primario. [â?¦] Le strade sono due: o il disastro, oppure che i principali Paesi con debito rilevante si accordino per diluire o abolire il fiscal compact; o comunque per procedere a una ristrutturazione pacifica del debito».
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Un'altra Europa, un'altra globalizzazione
da: Rassegna.it-8 Luglio 14
08/07/2014
Presentato il nuovo Rapporto sui Diritti Globali (Ediesse). "Più che di crisi, ormai, dobbiamo parlare di catastrofe globale: è il risultato di scelte politiche precise". Camusso: purtroppo la luce della ripresa è ancora troppo lontana perché sia visibile. Se la parola crisi indica lo stato più grave di una malattia dalla quale si può guarire, allora questa parola non va più bene. Dopo sei anni, tutti gli indicatori economici e sociali rivelano un quadro drammatico e univoco di costante peggioramento. Insomma, anziché crisi, sarebbe il caso di definirla catastrofe globale. In Europa le persone che hanno perduto il lavoro sono cresciute di 10 milioni, portando a 27 milioni il totale dei disoccupati. Per il quinto anno consecutivo l'occupazione è in calo nel continente. I nuovi poveri sono cresciuti di 13 milioni. Nell'Europa a 28 paesi, nel 2012, le persone già  povere e quelle a rischio di esclusione erano ben 124 milioni, poco meno di una ogni quattro, con una crescita di 2 milioni e mezzo rispetto all'anno precedente. Di tutto questo e di molto altro ancora parla il Rapporto sui diritti globali (Ediesse), giunto alla dodicesima edizione e presentato oggi a Roma nella sede nazionale della Cgil. Macro-capitoli tematici documentano la situazione e delineano possibili prospettive future in questo imponente dossier a cura dell'Associazione Società  Informazione Onlus, promosso da Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum Ambientalista, Gruppo Abele, Legambiente. Come da tradizione, l'analisi e la ricerca sono corredate da cronologie dei fatti, schede tematiche, quadri statistici, un glossario, una bibliografia e una sitografia. Uno strumento fondamentale d'informazione e formazione per quanti operano nella scuola, nei media e nell'informazione, nella politica, nelle amministrazioni pubbliche, nel mondo del lavoro, nelle professioni sociali, nelle associazioni. Nel suo piccolo, l'Italia contribuisce significativamente alla mappa della privazione. Il numero di quanti vivono in condizioni di povertà  assoluta è raddoppiato tra il 2007 e il 2012, arrivando all'8% della popolazione. Il tasso di occupazione nel 2013 è tornato ai livelli del 2002, peggio di noi fanno solo greci, croati e spagnoli. Tra il 2012 e il 2013 sono stati persi 424mila posti di lavoro. Dall'inizio della grande recessione oltre 980mila persone hanno perso il loro impiego. Il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivato al 42,4%. Muoiono le piccole imprese: dal 2008 ne sono scomparse 134mila. E muoiono le persone: per quanto sia difficile stabilire nessi causali univoci e certi, alcuni studi indicano in 149 le persone che si sarebbero tolte la vita per motivazioni economiche nel 2013, quasi il doppio rispetto agli 89 casi dell'anno precedente. Numeri moltiplicati e non meno tragici sul panorama mondiale. Nel 2013 i disoccupati erano 202 milioni. Lievita anche il fenomeno dei lavoratori poveri: sono 200 milioni e sopravvivono in media con meno di due dollari al giorno. "Questo stato di catastrofe umanitaria, non solo economica - si legge nel dossier - non è una realtà  inevitabile, bensà il risultato di scelte politiche precise. Nessun serio investimento è stato fatto per promuovere l'occupazione e sostenere il lavoro. La rotta non è stata invertita e nemmeno corretta. Anzi. Le politiche della Banca Centrale, del Fondo Monetario Internazionale e della Commissione Europea, la famigerata Troika hanno portato allo stremo i lavoratori e i ceti medi nel paesi destinatari dei programmi di assistenza finanziaria, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Romania". Le alternative sono da tempo sul tavolo. Certo, non bastano le piattaforme. Per trasformazioni di tale radicalità  - è una delle idee lanciate dal Rapporto - occorrono la forza politica, il consenso e la cooperazione sociale. Ma, per determinarne le precondizioni, prima di tutto bisogna definire una nuova cornice culturale e valoriale. Un'altra Europa e un'altra globalizzazione, insomma, quella dei cittadini, dei diritti e della solidarietà  politica e sociale, ha bisogno di essere pensata e di nascere presto dalle macerie di quella delle monete e dei mercati. Una riconversione ecologica dell'economia deve soppiantare il castello di carte della finanza speculativa, che da tempo detta le agende ai governi e che vorrebbe ora addirittura forzare e svuotare le Costituzioni antifasciste europee. Un deciso investimento sul lavoro stabile e di qualità  e su un nuovo welfare deve spodestare la mortifera politica dell'austerità  (solo in Grecia sarebbero 2.200 le morti direttamente riconducibili alle politiche del rigore) che sta strangolando economie e stato sociale e a cui l'Unione Europea e i singoli governi si sono inchinati. Come afferma nel Rapporto Luciano Gallino, "i Parlamenti hanno sbattuto i tacchi e hanno votato alla cieca perché ce lo chiedeva l'Europa. Non esistono alternative, ci è stato detto. Questa espressione è un corollario del colpo di Stato in atto". Le alternative invece sono possibili, oltre che necessarie. Ma non possono che sortire dal basso, dalle forze vive del lavoro, della società , dei popoli. Per contrastare quel 'colpo di Stato, difendendo la democrazia, ricucendo la profonda ferita delle diseguaglianze, ristabilendo equità  e giustizia sociale. Globalizzando i diritti. "Il settimo anno della crisi economica che ha investito l'economia mondiale - osserva nella prefazione il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso - ci pone di fronte a un fallimento ormai evidente a tutti: la profonda recessione determinata dalle politiche economiche di stampo liberista, diventate vera e propria ideologia, che si sono dimostrate incapaci di prospettare una qualsivoglia uscita dalle loro stesse contraddizioni. La luce in fondo al tunnel, che in tanti cercano di vedere dietro percentuali di crescita del Prodotto interno lordo dello zero virgola, è, per il momento, un semplice abbaglio. Purtroppo la luce della ripresa è ancora troppo lontana perché sia visibile".
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Dalla crisi economica alla catastrofe globale: "L'austerità  uccide"
da: Today-8 Luglio 14
08/07/2014
'Dopo sei anni la "prima guerra mondiale della finanza" continua a fare vittime: la povertà  aumenta e la politica è ancora assente. Ecco cosa emerge da "Dopo la crisi, la crisi" rapporto 2014 di Diritti globali' Rapporto 2014 Diritti Globali: "Dopo la crisi, la crisi" ' Il rischio è quello di dover parlare di "castrone globale". Cosà inizia il suo discorso di presentazione Sergio Segio, curatore del rapporto 2014 sul diritti globali che ha un titolo che non lascia dubbi: "Dopo la crisi, la crisi". UN PROBLEMA GLOBALE - Dopo sei anni, infatti, tutti gli indicatori economici e sociali rivelano che non c'è ancora stata una ripresa: in Europa 10 milioni di persone hanno perso il lavoro, portando a 27 milioni il totale di disoccupati e i nuovi poveri sono cresciuti di 13 milioni di unità . Numeri non meno tragici sul panorama mondiale: nel 2013 i disoccupati erano 202 milioni e 200 milioni sono i poveri che sopravvivono in media con meno di due dollari al giorno. IL CONTRIBUTO ITALIANO - Il nostro Paese ha contribuito in questo processo raddoppiando dal 2007 la quantità  di popolazione in povertà  assoluta: 4 milioni e 800mila, l'8% della popolazione. Peggio di noi solo la Grecia, la Croazia e la Spagna. In Italia solo negli ultimi due anni sono stati persi 424 mila posti di lavoro, 980 mila dal 2008. Il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivato al 42,4%. Le piccole imprese continuano a morire: dal 2008 ne sono scomparse 134 mila. LA CRISI UCCIDE - Ma esistono anche vere e proprie 'vittime civil' di quella che i curatori del rapporto chiamano la "prima guerra mondiale della finanza": alcuni studi indicano che sono state 149 le persone che si sarebbero tolte la vita per motivazioni economiche nel 2013, quasi il doppio rispetto agli 89 casi dell'anno precedente. "Insomma lo spread non ha fatto meno danni o anche meno morti dei droni. Tutti noi in misura diversa siamo vittime dell'austerità " continua a spiegare Sergio Segio. In effetti la definizione è calzante se si pensa che in Grecia, paese più colpito dalla crisi, la mortalità  della popolazione non era cosà alta dal 1949, visto che oggi il sistema sanitario non riesce più a venire incontro alle esigenze della gente, a causa dei tagli imposti da Bruxelles. Il rapporto è a cura di Associazione Società  Informazione Onlus, promosso da Cgil e con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum Ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente. Nonostante i campi diversi a cui si dedicano, tutte queste realtà  concordano: la crisi ha dato vita a un massacro sociale, che oltre a colpire i servizi e il welfare colpisce direttamente le persone, trasformandole in vere e proprie vittime e parte di loro non ce l'hanno fatta. Questo è un problema soprattutto della politica che nei confronti della finanza non è più capace di alzare la voce. Qualche mese fa JP Morgan, una delle più grandi società  finanziarie del mondo, ha scritto in un suo documento che è necessario modificare i 'sistemi politici periferici (europei) con costituzioni post dittatura'. Tutto ciò suona come una dichiarazione di guerra conclude Segio a cui fa eco anche il parere del senatore Pd Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani: Mentre infuria la crisi è da sciocchi più che reazionari pensare che i diritti civili siano superflui. Bisogna iniziare a comprendere che esiste un'unica famiglia dei diritti D'accordo anche Paolo Beni deputato Pd è d'accordo: Bisogna iniziare ad analizzare la crisi dalla parte di chi la subisce e ripensare completamente il modello di sviluppo costruito sul mito della crescita infinita. I governi europei sono stati complici in questo stillicidio: l'austerità  ha ucciso In effetti soltanto dall'elezione del nuovo parlamento europeo si è iniziato a pensare a un'austerità  più flessibile. Ma guardando i dati sembra già  troppi tardi.
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Rapporto sui diritti globali: il rullo compressore della crisi domina incontrastato, soprattutto in Italia
da: Controlacrisi-8 Luglio 14
08/07/2014
La Cgil ha presentato questa mattina il consueto Rapporto sui diritti globali. Un modo per monitorare l'andamento della crisi economica. Dopo sei anni, infatti, tutti gli indicatori economici e sociali rivelano un quadro drammatico e univoco. In Italia aumentano i poveri, e di tanto. E, come sottolinea l'Istat, anche laddove non arriva la povertà  sia assoluta che relativa si tagliano i consumi riportando la lancetta indietro a dieci anni fa. Nel 2013, il valore mediano della spesa mensile per famiglia risulta pari a 1.989 euro con una diminuzione del 4,3% rispetto al 2012. In Europa le persone che hanno perduto il lavoro sono cresciute di 10 milioni, portando a 27 milioni il totale di disoccupati. Per il quinto anno consecutivo l'occupazione è in calo nel continente. I nuovi poveri sono cresciuti di 13 milioni di unità . Nell'Europa a 28 Paesi, nel 2012, le persone già  povere e quelle a rischio di esclusione erano ben 124 milioni, poco meno di una ogni quattro, con una crescita di 2 milioni e mezzo rispetto all'anno precedente. L'Italia, nel suo piccolo, contribuisce significativamente a questa mappa della catastrofe: il numero di quanti vivono in condizioni di povertà  assoluta è esattamente raddoppiato tra il 2007 e il 2012, passando da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila, l'8% della popolazione. Il tasso di occupazione nel 2013 è tornato ai livelli del 2002: 59,8%; all'inizio della crisi, nel 2008, era al 63%. Peggio stanno solo i greci (con il 53,2%), i croati (53,9%) e gli spagnoli (58,2%). Tra il 2012 e il 2013 sono stati persi 424 mila posti di lavoro. Dall'inizio della crisi hanno perso il lavoro oltre 980 mila persone. Il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivato al 42,4%. Muoiono le piccole imprese: dal 2008 ne sono scomparse 134 mila. E muoiono le persone: per quanto sia difficile stabilire nessi causali univoci e certi, alcuni studi indicano in 149 le persone che si sarebbero tolte la vita per motivazioni economiche nel 2013, quasi il doppio rispetto agli 89 casi dell'anno precedente. "Sul piano delle politiche di contrasto alla poverta' e di sostegno al reddito si registrano poche novita'", secondo il dossier curato da Sergio Segio, e presentato nella sede nazionale della Cgil. Il rapporto evidenzia "molte le proposte, pochi i riscontri": restano inattuati un Piano di lotta alla poverta', coerente e organico, e l'istituzione di una misura di reddito minimo. "Tutto finisce - riporta lo studio - con il decadere del governo di Enrico Letta, e sembra destinato a non decollare nemmeno con quello di Matteo Renzi". La "criticatissima" social card, con una platea piu' ampia ed meglio finanziata (810 milioni), resta una misura "tampone" in un contesto senza strategia, "che raggiunge al massimo 450.000 poveri assoluti, a fronte di un totale di 5 milioni". Numeri che non possono non suscitare il monito di don Ciotti. "Di fronte alle difficolta' crescenti un'azione politica e di governo responsabile e lungimirante deve adoperarsi per sostenere le famiglie e le fasce sociali piu' colpite", ma "i dati italiani mostrano il contrario". Questa e' una "vera e propria omissione di soccorso". Il fondo nazionale per le politiche sociali, che nel 2008 era di 929 milioni, e' uno degli esempi portati da don Ciotti, "negli anni successivi e' stato progressivamente prosciugato sino ad arrivare a 70 milioni del 2012, per risalire a 317 milioni nel 2014, ma solo grazie alla tenace trattativa di sindaci e presidenti delle Regioni e alla determinata pressione di sindacati e associazioni". Anche il fondo per la non autosufficienza e' stato rifinanziato per 275 milioni quest'anno, "ma solo grazie alle lotte disperate nell'autunno 2013 dei malati di Sla". "Per il 2014, insomma - sottolinea il presidente di Libera - qualche risorsa e' stata strappata dai dissestati bilanci pubblici", "restii e avari nel soccorrere i deboli e i malati, ma piu' celeri e prodighi nel sostenere le banche e gli istituti finanziari". "Il problema - protesta don Ciotti - e' che si continua a non pensare al welfare come investimento e come spesa per lo sviluppo", ma "la poverta' non e' una colpa e neppure una sfortuna", e' "una malattia, che occorre curare con le misure appropriate e l'urgenza necessaria". "Se non lo si fa - continua - si e' davanti a una vera e propria omissione di soccorso, cioe' un reato". Numeri moltiplicati e non meno tragici sul panorama mondiale: nel 2013 i disoccupati erano 202 milioni. Lievita anche il fenomeno dei lavoratori poveri: sono 200 milioni e sopravvivono in media con meno di due dollari al giorno. Il Rapporto sui diritti globali di quest'anno taglia il traguardo della dodicesima edizione. Macro-capitoli tematici documentano la situazione e delineano possibili prospettive future. L'analisi e la ricerca sono corredate da cronologie dei fatti, da schede tematiche, da quadri statistici, da un glossario, da una bibliografia e sitografia, dalle sintesi dei capitoli e dall'indice dei nomi e delle organizzazioni citate. Uno strumento fondamentale d'informazione e formazione per quanti operano nella scuola, nei media e nell'informazione, nella politica, nelle amministrazioni pubbliche, nel mondo del lavoro, nelle professioni sociali, nelle associazioni.
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Rapporto sui diritti globali dopo la crisi, Manconi: "L'Italia deve fare la sua parte"
da: la Repubblica.it-8 Luglio 14
08/07/2014
Recessione e politiche sbagliate pesano sulla vita dei cittadini non solo a livello economico. A risentirne sono soprattutto i diritti sociali e umani. Il senatore Luigi Manconi: "La più grande vergogna è la mancanza di volontà  della politica". ROMA - Economia, welfare, ambiente e diritti umani. La ricerca del Rapporto sui diritti globali* a cura dell'associazione Società  informazione e promosso dalla Cgil fa un quadro trasversale e approfondito sullo status della società  in questi anni di crisi. Giunto alla dodicesima edizione, le tinte restano fosche. Politiche internazionali inadeguate e miopia delle istituzioni, hanno riportato l'Italia e molti altri paesi del mondo indietro di alcuni decenni aumentando le disparità  sociali che sono costati all'Europa e al mondo perdite non solo a livello economico, ma anche umano. A presenziare la presentazione del rapporto è Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani al Senato. Durante la presentazione del Rapporto sui diritti globali ha evidenziato la difficoltà  della politica di mettere a puto strategie efficaci e a volte la mancanza di volontà  nel risolvere le problematiche legate ai diritti umani e sociali. La tentazione costante è quella di affrontare tutte le grandi questioni sociali come emergenze. Questo connota gran parte delle politiche pubbliche nazionali da decenni. L'esempio lampante è la questione della migrazione: nonostante la consapevolezza e la prevedibilità  del fenomeno soprattutto in concomitanza di guerre e di altri fattori di crisi a livello internazionale, arriviamo sempre impreparati ad affrontare i flussi migratori. Chiamiamo emergenza quella che non è nient'altro che la conseguenza fisiologica di eventi prevedibili. Cosa può fare l'Italia, anche a livello europeo, per realizzare politiche efficaci rispetto ai flussi migratori? L'Italia deve fare a sua parte, cosa che non fa. Purtroppo lo Stato fa male solo un pezzo della parte che gli compete. Il numero dei rifugiati riconosciuti in Italia è estremamente limitato rispetto a quelli presenti in Germania o in Inghilterra. Questo modo di agire la rende meno autorevole quando richiede, come è giusto che sia, che l'Europa condivida la fatica di affrontare la questione dei profughi e dei rifugiati. La vera questione è fare la propria parte e partendo da questo coinvolgere l'Europa per una politica condivisa. L'Italia, durante il suo semestre di presidenza europea riuscirà  ad imporre politiche nuove, all'avanguardia, nel campo dei diritti umani e sociali, nonostante le carenze ancora presenti nel sistema nazionale? È una straordinaria occasione, spero non venga dissipata. Per quanto riguarda i flussi migratori, abbiamo elaborato un piano che si chiama "Ammissione umanitaria" che consiste nell'"avvicinamento" della richiesta di protezione temporanea, cioè organizzare un sistema di presidi gestiti da consolati, ambasciate e organizzazione umanitarie nei paesi da cui partono o si addensano i migranti, per rendere possibile a quelle persone di chiedere la protezione temporanea. Questo ridurrebbe il numero delle vittime durante la traversata del Mediterraneo e avrebbe anche l'effetto di distribuire su tutto il territorio europeo i richiedenti asilo. Sarebbe un primo importante risultato. L'Italia dovrebbe promuovere questa proposta a livello europeo. Oltre ai flussi migratori, quali sono i problemi più urgenti che l'Italia dovrebbe affrontare? Quanto la crisi sta pesando sui diritti delle persone? Sono tante, una priorità  dovrebbe essere il lavoro. La crisi pesa enormemente sulle politiche sociali perché bisogna ricordare che la tutela dei diritti umani non è gratuita. Richiede risorse, norme, servizi e investimenti. In un momento come questo, gli standard di tutela peggiorano. Basti pensare alla situazione del sistema penitenziario. Se diminuiscono le risorse, i luoghi ritenuti secondari dalla maggior parte della popolazione saranno i primi a risentirne. Quando si riducono spazi fisici in un carcere o l'assistenza sanitaria in un ospedale, è ovvio che ci sia una decadenza dei diritti umani. Nel Rapporto sui diritti globali, l'Italia è agli ultimi posti, prima di Grecia e Bulgaria, per quanto riguarda l'impatto positivo delle politiche sociali e contro la povertà . L'Italia è tradizionalmente carente nelle politiche contro la povertà . Un limite classico del nostro sistema di welfare. Nel codice penale c'è un grande assente: il reato di tortura. Da vent'anni le istituzioni internazionali premono affinché la tortura sia riconosciuta reato. Perché c'è questa resistenza da parte del sistema legislativo? In Italia c'è una tradizionale sudditanza della classe politica nei confronti degli apparati dello Stato che vengono considerati come un blocco omogeneo da non mettere in crisi. Io credo che vadano messi in crisi per consentire che al loro interno si affermino i principi di democrazia, la consapevolezza dei diritti del cittadino e la capacità  di affermare le garanzie individuali. Per esempio, quella che era la compattezza dei sindacati di polizia, non è stata messa in crisi dalle istituzioni, ma dalla madre di Federico Aldrovandi che attraverso le sue parole e i suoi gesti ha fatto emergere quelle componenti della polizia di Stato che si ispirano a valori tradizionali e quelli che invece hanno una concezione autoritaria del proprio ruolo. La politica ha paura che questo conflitto salutare all'interno delle forze dell'ordine si sviluppi e pensa che introdurre il reato di tortura possa produrre effetti controproducenti, mentre ritengo che il reato di tortura protegga e tuteli i poliziotti sanzionando i pubblici ufficiali che ricorrono a trattamenti degradanti e inumani. * Il Rapporto è a cura di Associazione Società  Informazione Onlus, promosso da Cgil con la partecipazione di ActionAid , Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum Ambientalista, Gruppo Abele, Legambiente
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Rapporto sui diritti globali:"Dopo la crisi, solo la crisi"
da: Radio Vaticana -8 Luglio 14
08/07/2014
Gli effetti della crisi sono al centro del rapporto sui diritti globali 2014, presentato a Roma a cura dell'Associazione Società  Informazione Onlus. Un bilancio a tinte fosche di questi ultimi anni di crisi in cui le disuguaglianze sociali sono aumentate: nel mondo sono 200 milioni le persone che sopravvivono con meno di due dollari al giorno, mentre i ricchi del pianeta solo nel 2013 hanno accresciuto la loro ricchezza di 46 miliardi di dollari. Il servizio di Maria Gabriella Lanza. Ventisette milioni di disoccupati in Europa e 124 milioni a rischio di esclusione sociale. Sono solo alcuni dei dati del rapporto sui diritti globali 2014. Una vera catastrofe sociale, secondo i curatori del rapporto, da cui non si salva neanche l'Italia. Tra il 2012 e il 2013 sono stati persi più di 400.000 posti di lavoro, come racconta Danilo Barbi segretario nazionale di Cgil. "La crisi ha avuto effetti catastrofici, soprattutto sul lavoro, sulle condizioni di autonomia e di libertà  delle persone che lavorano o delle persone che cercano lavoro. Bisogna cambiare radicalmente le politiche economiche perché quelle, ad iniziare dalla austerità  europea ma anche di altre politiche fatte dai governi italiani, non stanno funzionando". La crisi globale ha colpito soprattutto i paesi più poveri: negli ultimi sette anni sono oltre 10 mila i migranti morti nel tentativo di sfuggire alla miseria per entrare in Europa. Come spiega Don Armando Zappolini, presidente del Coordinamento Comunità  di Accoglienza. "Si è continuato a vedere l'emigrazione o la ricerca di asilo solo come un problema di sicurezza sociale. In realtà  abbiamo riempito il mare di morti". Qualche notizia positiva però c'è: 160 paesi hanno abolito la pena di morte. Ma la mancanza del reato di tortura nel nostro codice penale rimane secondo Alessio Scandurra di Antigone un capitolo dolente. "L'Italia è uno dei pochi paesi in Europa a al mondo che non ha un reato di tortura. Oggi c'è un disegno di legge in Parlamento. Noi speriamo che l'attenzione resti alta e che questa volta sia quella buona".
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La lotta di classe dei ricchi
da: il Manifesto-9 Luglio 14
09/07/2014

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'Dopo la crisi, la crisi' presentato il Rapporto sui diritti globali 2014
da: Cgil.it-9 Luglio 14
09/07/2014
Presentato quest'oggi presso la CGIL Nazionale la dodicesima edizione del Rapporto sui Diritti Globali, un lavoro edito Ediesse, curato dall'Associazione Società  Informazione e promosso dalla CGIL. Nel volume di quest'anno viene dato largo spazio all'analisi della crisi globale ancora in corso e a tutti i suoi effetti, esplicativo, come ricordato da Danilo Barbi, Segretario Confederale della CGIL nel suo intervento, il titolo di questa edizione: 'Dopo la crisi, la crisi'. 'Al termine della crisi non ci sarà  sviluppo, poiché - spiega il dirigente sindacale - non è stato elaborato nessun nuovo modello di sviluppo e non si potrà  tornare a quello vecchio. 'Il vero problema - prosegue Barbi - è che in tutto il mondo non si sta generando nuovo lavoro il rischio che si correrà  sarà  'la diffusione di una 'malattia sociale', un cataclisma delle aspettative e delle speranze dei cittadini di tutto il mondo. Nel Rapporto si sottolinea come più che di crisi, si rischia ormai di dover parlare di catastrofe globale: dopo sei anni, infatti, tutti gli indicatori economici e sociali rivelano un quadro drammatico e univoco. In Europa le persone che hanno perduto il lavoro sono cresciute di 10 milioni, portando a 27 milioni il totale di disoccupati. Per il quinto anno consecutivo l'occupazione è in calo nel continente. I nuovi poveri sono cresciuti di 13 milioni di unità . Nell'Europa a 28 Paesi, nel 2012, le persone già  povere e quelle a rischio di esclusione erano ben 124 milioni, poco meno di una ogni quattro, con una crescita di 2 milioni e mezzo rispetto all'anno precedente. Nel suo piccolo, l'Italia contribuisce significativamente a questa mappa della privazione: il numero di quanti vivono in condizioni di povertà  assoluta è esattamente raddoppiato tra il 2007 e il 2012, passando da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila, l'8% della popolazione. Il tasso di occupazione nel 2013 è tornato ai livelli del 2002: 59,8%; all'inizio della crisi, nel 2008, era al 63%. Peggio stanno solo i greci (con il 53,2%), i croati (53,9%) e gli spagnoli (58,2%). Tra il 2012 e il 2013 sono stati persi 424 mila posti di lavoro. Dall'inizio della crisi hanno perso il lavoro oltre 980 mila persone. Il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivato al 42,4%. Muoiono le piccole imprese: dal 2008 ne sono scomparse 134 mila. E muoiono le persone: per quanto sia difficile stabilire nessi causali univoci e certi, alcuni studi indicano in 149 le persone che si sarebbero tolte la vita per motivazioni economiche nel 2013, quasi il doppio rispetto agli 89 casi dell'anno precedente. Numeri moltiplicati e non meno tragici sul panorama mondiale: nel 2013 i disoccupati erano 202 milioni. Lievita anche il fenomeno dei lavoratori poveri: sono 200 milioni e sopravvivono in media con meno di due dollari al giorno. Questo stato di catastrofe ' umanitaria, non solo economica ' non è una realtà  inevitabile, bensà il risultato di scelte politiche precise. Nessun serio investimento è stato fatto per promuovere l'occupazione e sostenere il lavoro. La rotta non è stata invertita e nemmeno corretta. Anzi. Le politiche della Banca Centrale, del Fondo Monetario Internazionale e della Commissione Europea, la famigerata Troika hanno portato allo stremo i lavoratori e i ceti medi nel paesi destinatari dei programmi di assistenza finanziaria, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Romania. Complice la crisi, è in atto l'intensificazione di una 'lotta di classe dall'alto, una resa dei conti totale con i sistemi democratici e di welfare, per come sono stati edificati nella seconda metà  del secolo scorso, a partire dal modello sociale europeo. Sono potenti le spinte in direzione della privatizzazione dei servizi di protezione sociale in Europa, un potenziale mercato di 3.800 miliardi di euro l'anno, vale a dire ben il 25 del PIL, verso il quale si stanno indirizzando gli incontenibili appetiti dei gruppi finanziari e delle multinazionali. Risulta sempre più evidente il contrasto tra due idee diverse e antagoniste del mondo, la più forte delle quali, fondata sul dogma del libero mercato e sulla religione del profitto, vuole fare una definitiva tabula rasa di tutti i diritti faticosamente acquisiti dalle classi subalterne nel corso della seconda metà  del Novecento. La crisi globale ha reso maggiormente manifesta l'incapacità  di perseguire alternative. Negli ultimi anni a livello mondiale si è assistito alla bancarotta del liberismo. Eppure i responsabili della crisi ' grande finanza, corporations e tecnocrazie ' hanno stroncato violentemente ogni ripensamento sui paradigmi della crescita infinita e dell'asservimento totale dei viventi alle logiche del profitto, che sono state architrave di quella dottrina fraudolenta. E ora addirittura rilanciano, con quel Transatlantic Trade and Investment Partnership, il trattato commerciale USA-UE che incombe sull'Europa. Eppure le proposte alternative sono da tempo sul tavolo. Certo, non bastano le piattaforme. Per trasformazioni di tale radicalità  occorrono la forza politica, il consenso e la cooperazione sociale. Ma, per determinarne le precondizioni, necessita prima di tutto definire una nuova cornice culturale e valoriale. Un'altra Europa e un'altra globalizzazione, insomma, quella dei cittadini, dei diritti e della solidarietà  politica e sociale, ha bisogno di essere pensata e di nascere presto dalle macerie di quella delle monete e dei mercati. Una riconversione ecologica dell'economia deve soppiantare il castello di carte della finanza speculativa, che da tempo detta le agende ai governi e che vorrebbe ora addirittura forzare e svuotare le Costituzioni antifasciste europee. Un deciso investimento sul lavoro stabile e di qualità  e su un nuovo welfare deve spodestare la mortifera politica dell'austerità  (solo in Grecia sarebbero 2.200 le morti direttamente riconducibili alle politiche del rigore) che sta strangolando economie e stato sociale e a cui l'Unione Europea e i singoli governi si sono inchinati. Come afferma nel Rapporto Luciano Gallino, 'i Parlamenti hanno sbattuto i tacchi e hanno votato alla cieca perché ce lo chiedeva l'Europa. Non esistono alternative, ci è stato detto. Questa espressione è un corollario del colpo di Stato in atto. Le alternative invece sono possibili, oltre che necessarie. Ma non possono che sortire dal basso, dalle forze vive del lavoro, della società , dei popoli. Per contrastare quel 'colpo di Stato, difendendo la democrazia, ricucendo la profonda ferita delle diseguaglianze, ristabilendo equità  e giustizia sociale. Globalizzando i diritti. 'La luce in fondo al tunnel della crisi, 'che molti cercano di vedere dietro percentuali di crescita del Pil da 'zero virgola',è per il momento un semplice abbaglio. Purtroppo la luce della ripresa è ancora troppo lontana perché sia visibile, scrive Susanna Camusso, Segretario Generale della CGIL, nella prefazione del Rapporto sui Diritti Globali E' rimasta, sottolinea la leader CGIL, 'un'economia che distrugge occupazione, che svilisce il lavoro, che calpesta i valori e i diritti, che ha 'precarizzato il lavoro e alimentato le differenze attaccando con violenza i sistemi di welfare. La finanza, secondo Camusso, 'causa della crisi, non può essere la via d'uscita e l'austerità  'è una scelta sciaguratamente sbagliata. Camusso auspica quindi 'un dialogo tra le forze progressiste per cambiare i Trattati. C'è 'urgenza di cambiamento: dal voto alle europee di quest'anno sono emerse 'voci dissonanti che chiedono un cambio radicale delle politiche economiche e sociali, legge il risultato del voto italiano come "la conferma della vocazione europeista del nostro Paese, 'un argine alle derive populiste e 'sottende il desiderio di un radicale cambiamento delle politiche recessive di austerita' fin qui adottate dall'Unione Europea.
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Rapporto sui diritti globali 2014, "una catastrofe umanitaria"
da: Radio città Fujiko -9 Luglio 14
09/07/2014
Il Rapporto sui diritti globali 2014 rivela un "quadro drammatico e univoco". L'analisi condotta dall'Associazione Società  Informazione Onlus parla di 27 milioni di disoccupati e 13 milioni di nuovi poveri in Europa. Numeri tragici anche sul panorama mondiale. Responsabili le scelte politiche della Troika. Più che di crisi, si deve parlare di una vera "catastrofe globale". Dopo sei anni, infatti, tutti gli indicatori economici e sociali rivelano un "quadro drammatico e univoco". È il risultato del "Rapporto sui diritti globali 2014 - Dopo la crisi, la crisi", curato dall'Associazione Società  Informazione Onlus, e promosso da Cgil con la partecipazione di numerose realtà  del Terzo settore, come ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum ambientalista, Gruppo Abele, Legambiente. In Europa - come si legge nel rapporto - le persone che hanno perduto il lavoro sono cresciute di 10 milioni, portando a 27 milioni il totale di disoccupati. Per il quinto anno consecutivo l'occupazione è in calo nel continente. I nuovi poveri sono cresciuti di 13 milioni di unità . "Diverse le ombre a livello internazionale - sottolinea Beatrice Costa, Direttrice Programmi di ActionAid Italia - cresce la disoccupazione e cresce la disuguaglianza, e questo in presenza di paesi con un tasso di crescita positivo significa che la ricchezza generata non va a beneficio di tutti e non viene equalmente distribuita". Anche nel nostro Paese si riflettono i dati impietosi del Rapporto: il numero di quanti vivono in condizioni di povertà  assoluta - si legge - è esattamente raddoppiato tra il 2007 e il 2012, passando da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila, l'8% della popolazione. Il tasso di occupazione nel 2013 è tornato ai livelli del 2002: 59,8%; all'inizio della crisi, nel 2008, era al 63%. Peggio stanno solo i greci (con il 53,2%), i croati (53,9%) e gli spagnoli (58,2%). Tra il 2012 e il 2013 sono stati persi 424 mila posti di lavoro. Dall'inizio della crisi hanno perso il lavoro oltre 980 mila persone. Il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivato al 42,4%. Muoiono le piccole imprese: dal 2008 ne sono scomparse 134 mila. E muoiono le persone: per quanto sia difficile stabilire nessi causali univoci e certi, alcuni studi indicano in 149 le persone che si sarebbero tolte la vita per motivazioni economiche nel 2013, quasi il doppio rispetto agli 89 casi dell'anno precedente. "Nel nostro paese una delle emergenze a cui stiamo assistendo è l'aumento della povertà , sia relativa che assoluta - spiega Costa - è una questione sotto gli occhi di tutti, derivante dalle condizioni macroeconomiche ma anche da politiche che negli ultimi anni non hanno tenuto un welfare forte in grado di constrastare l'emergere di povertà  nuove". Numeri moltiplicati e non meno tragici sul panorama mondiale: il Rapporto indica per il 2013 un numero di disoccupati pari a 202 milioni. Mentre cresce in maniera esponenziale il fenomeno dei "lavoratori poveri": sono 200 milioni e sopravvivono in media con meno di due dollari al giorno. Questo stato di catastrofe ' umanitaria, non solo economica ' non è una realtà  inevitabile secondo i curatori dell'analisi, bensà il risultato di scelte politiche precise. Nessun serio investimento è stato fatto per promuovere l'occupazione e sostenere il lavoro. La rotta non è stata invertita e nemmeno corretta. In tutto questo pesano le politiche della Banca Centrale, del Fondo Monetario Internazionale e della Commissione Europea (la famigerata Troika), che hanno portato allo stremo i lavoratori e i ceti medi nel paesi destinatari dei programmi di assistenza finanziaria, come Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Romania. "Indubbiamente ci sono delle responsabilità  condivise in istituzioni internazionali, dove ciascun Paese fa la sua parte - fa sapere Beatrice Costa - Non possiamo attribuire solo al governo nazionale la responsabilità  per alcune scelte di politiche economiche e fiscali. L'Italia con il semestre di presidenza europea si assume responsabilità  aggiuntive, e ha la possibilità  di questionare alcune politiche che frenano il raggiungimento di una maggiore eguaglianza".
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Più che di crisi dobbiamo parlare di catastrofe. La parola d'ordine è globalizzare i diritti
da: Dazebao-8 Luglio 14
08/07/2014
ROMA - Il XII Rapporto sui Diritti Globali presentato oggi nella sede nazionale della Cgil è a dir poco drammatico. Ormai, infatti, più che di crisi dobbiamo parlare di catastrofe globale. Catastrofe che altro non è che il risultato di scelte politiche sbagliate e spesso disastrose. Insomma, se questa era la globalizzazione a cui l'Europa auspicava, siamo giunti a un punto di non ritorno, sfatando anche la fatidica frase che voleva la crisi lasciata dietro alle nostre spalle. Bè cosà non è. Gli indicatori economici e soprattutto quelli sociali fanno emergere un quadro drammatico in costante peggioramento. Non si tratta di essere pessimisti, poiché i numeri parlano da soli: in Europa 10 milioni di persone hanno perso il lavoro, portando a 27 milioni il numero dei disoccupati. Le classe povere sono cresciute di 13 milioni unità , sommandosi alle 124 milioni di persone a rischio di esclusione sociale. Numeri e percentuali a conferma della situazione che tutto il vecchio continente sta attraversando. E anche Italia nel suo piccolo dimostra dati tutt'altro che incoraggianti. Basti pensare al numero raddoppiato di quanti vivono in condizioni di povertà  assoluta. Parliamo dell'8% della popolazione complessiva italiana. Per non citare il tasso di occupazione che registra livelli del 2002. Non è un caso se tra il 2012 e il 1013 oltre 400mila persone hanno perso il posto di lavoro, mentre se le contiamo dall'inizio della crisi sfioriamo quota 1 milione. Chi ha perso il lavoro non lo avrà  più, chi lo cerca non lo troverà  mai, mentre le imprese continuano a chiudere i battenti. Dal 2008 ne sono scomparse 134mila. Ma non è tutto. Poi ci sono i suicidi della crisi, sui quali ancora non esiste neppure un osservatorio ufficiale, tant'è che nel 2013 i dati parlano di 149 persone che si sono tolte la vita. Stando al rapporto la colpa di questo tsunami è l'inevitabile risultato di scelte economiche e politiche precise. O meglio, scellerate, visto che non sono mai stati fatti investimenti per promuovere e sostenere l'occupazione e la crescita, magari sfruttando le singolari vocazioni degli Stati membri. Sul banco degli imputati la BCE, l'FMI, la Commissione Europea e la famigerata Troika. Tutti accusati, sotto il segno della globalizzazione selvaggia, di aver spremuto i lavoratori e di aver soprattutto impoverito intere classe sociali. Grecia, Portogallo e Spagna sono solo l'apri pista di una conseguenza con la quale probabilmente tutti prima o poi dovranno scontrarsi. Di sicuro le ricette per uscire da una crisi epocale come questa non esistono, se non quelle di cambiare radicalmente il modus vivendi contro un sistema economico ormai imploso, che non potrà  più funzionare per com'era stato pensato. E per far questo ci vuole non solo un mix di forza politica, consenso e cooperazione sociale, ma soprattutto bisogna definire una nuova scala di valori economici, culturali e sociali . Insomma, la globalizzazione deve diventare tutt'altra cosa e risorgere dalle ceneri delle logiche mercantili a cui si è ispirata finora. Come ha scritto Luciano Gallino, "i Parlamenti hanno sbattuto i tacchi e hanno votato alla cieca perché ce lo chiedeva l'Europa. Non esistono alternative, ci è stato detto. Questa espressione è un corollario del colpo di Stato in atto". Le alternative invece sono possibili, oltre che necessarie. Ma non possono che sortire dal basso, dalle forze vive del lavoro, della società , dei popoli. Per contrastare quel 'colpo di Stato, difendendo la democrazia, ricucendo la profonda ferita delle diseguaglianze, ristabilendo equità  e giustizia sociale. Globalizzando i diritti.
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Diritti globali schiacciati dalla crisi. Con Segio, Manconi, Chiavacci, Gubbiotti, Zappolini, Barbi
da: Radio Articolo 1-10 Luglio 14
10/07/2014

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Dopo la crisi, la crisi
da: il Piccolo Faenza-11 Luglio 14
11/07/2014

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Dal 2007 i poveri sono raddoppiati
da: La Discussione-12 Luglio 14
12/07/2014

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Rapporto sui diritti globali. Dopo la crisi, la crisi
da: Il Settimanale-12 Luglio 14
12/07/2014

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Italia, cresce la povertà 
da: Left-12 Luglio 14
12/07/2014

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LIBRI - Rapporto sui diritti globali. Dopo la crisi, la crisi
da: Mp news-23 Luglio 14
23/07/2014
Non è la solita "crisi del settimo anno". Il divorzio è conclamato: da una parte, nel Mondo, un esercito di disoccupati e nuovi poveri in aumento, dall'altra un'oligarchia di ricchi e potenti. Anche l'Italia è a rischio catastrofe. E non solo per la recessione e la disoccupazione. C'è anche una crisi etica e sociale. Le cifre del Rapporto 2014 sui diritti globali - dopo la crisi, la crisi, a cura di Associazione Società  Informazione, promosso dalla CGIL e appena pubblicato da Ediesse, parlano chiaro. Dopo sei anni, tutti gli indicatori economici e sociali evidenziano un quadro drammatico. I disoccupati, in Europa, sono 27 milioni (10 milioni in più). Ci sono 13 milioni in più di nuovi poveri. Nel 2012, poco meno di una persona ogni 4 era povera, a rischio esclusione. Nel panorama mondiale, nel 2013, i disoccupati erano 202 milioni e 200 milioni di persone sopravvivono con meno di due dollari al giorno. In Italia, le persone che vivono in povertà  assoluta, tra il 2007 e il 2012, sono ormai l'8% della popolazione. Erano 2 milioni 400 mila e sono ora 4 milioni e 800 mila. Dall'inizio della crisi, hanno perso il lavoro oltre 980 mila persone (424 mila tra il 2012 e il 2013) e il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 24 anni è arrivato al 42,4%. Non muoiono solo le piccole imprese (134 mila dal 2008) ma alcuni studi rivelano che almeno 149 persone si siano tolte la vita per motivazioni economiche. Il rapporto CGIL 2014 racconta una catastrofe umanitaria e non solo economica. Denuncia anche la mancanza di una volontà  politica di affrontare la crisi con investimenti mirati, ignorando qualsiasi alternativa alla deriva di oggi. Il sociologo Luciano Gallino parla di "Colpo di stato in atto". E non gli si può dare torto, esaminando l'ostinazione con cui non si è mai cambiato rotta. Nessun investimento per promuovere occupazione e lavoro e nessuna inversione di tendenza nelle politiche della Troika (Banca Centrale, Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea). I lavoratori e i ceti medi sono allo stremo, nei paesi destinatari di assistenza finanziaria, Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Romania. Assistiamo a una "Lotta di classe dall'alto", con forti spinte verso la privatizzazione dei servizi di protezione sociale in Europa, un mercato potenziale di 3800 miliardi di euro l'anno, il 25% del PIL, un settore che fa gola a gruppi finanziari e multinazionali. La religione del profitto e il dogma del libero mercato hanno progressivamente scardinato i diritti conquistati a fatica nella seconda metà  del Novecento dalle classi subalterne. In piena bancarotta, nella crisi globale,i Signori della Stanza dei Bottoni (Grandi finanzieri, Corporations e Tecnocrati), non hanno voluto abbandonare il paradigma della crescita infinita e della logica del profitto. L'unico welfare che funziona è il sostegno delle famiglie ai giovani, ma i risparmi si assottigliano, con tagli del 35% della spesa sanitaria e del 40% di quella ospedaliera. Esiste una priorità  etica della politica, afferma Luigi Ciotti che parla di "bilanci restii e avari nel soccorrere i deboli e i malati, ma più prodighi nel sostenere le banche e gli istituti finanziari". "Non ci sono i soldi- aggiunge- è diventato il leitmotiv quando si parla di servizi e spesa sociale. Il problema è che si continua a non pensare al welfare come investimento e come spesa per lo sviluppo". Di fatto si è scaricato il peso della crisi sulle famiglie, sul mondo del lavoro e sui ceti medi. Oltre a cifre, che descrivono puntualmente la crisi e l'aumento della povertà , nel Rapporto troviamo anche il parere autorevole del sociologo Luciano Gallino riguardo al nostro debito pubblico: "Le strade sono due - spiega - o, appunto, il disastro, ovvero che l'Italia non si adegua e vengono erogate ulteriori misure punitive oppure che i principali Paesi con debito rilevante si accordano per diluire o abolire il fiscal compact, o comunque per procedere a una ristrutturazione pacifica del debito". Il sociologo Zygmunt Bauman delinea una politica che naviga a vista, senza idealità  o progetti, mentre, con la rivoluzione neoliberale si è acuita la separazione tra "potere inteso come capacità  di fare e politica, ovvero capacità  di decidere cosa fare". Soli e smarriti restano i cittadini, schiacciati progressivamente da politiche di rigore. In Italia la povertà  assoluta è raddoppiata: da 2 milioni e 400 mila persone del 2007, nel 2012 si è arrivati a 4 milioni e 800 mila, l'8% della popolazione. Il tasso di occupazione, nel 2013 è tornato ai livelli del 2002 (59,8%) mentre era del 63% nel 2008. Dall'inizio della crisi hanno perso il lavoro oltre 980 mila italiani. Nessun serio investimento - afferma Sergio Segio, coordinatore del Rapporto - è stato fatto per promuovere l'occupazione. Migliaia di miliardi sono andati invece a beneficio dei responsabili della crisi, il settore finanziario. In sintesi "le politiche di austerità  stanno letteralmente strangolando le economie e prima ancora, i sistemi di welfare, lasciando dietro di sé macerie e desolazione sociale." La crisi che stiamo vivendo, viene raccontata nel Rapporto come una "gigantesca e decennale opera di trasferimento di ricchezza dal lavoro al profitto, dai lavoratori alle imprese, dall'economia produttiva alla finanza speculativa". Senza un nuovo Contratto tra Stato e cittadini, non è possibile nessun cambiamento di rotta reale. Iniziamo a leggere la Crisi con occhi diversi, a non pensare che le politiche recessive siano l'unica medicina possibile. Il nostro Paese ha bisogno di ritrovare intelligenza critica, memoria e partecipazione. Per non vivere più in un mondo di precari, senza diritti, manovrati da massicce campagne di "informazione", che spacciano l'austerità  come l'unica via di salvezza, rinunciando a diritti acquisiti e alla protezione sociale. E poi, lotta dura all'evasione fiscale, al valore aggiunto ricavato da traffico di stupefacenti, prostituzione e dall'industria delle guerre, più o meno "umanitarie".
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Rapporto sui diritti globali
da: Aggiornamenti sociali -1 Settembre 14
01/09/2014

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La crisi, i migranti, i diritti ancora fragili in un'Italia complicata
da: Reset-29 Ottobre 14
29/10/2014
La crisi economica, con le politiche di austerità  che sono seguite, mette sotto pressione i diritti. Li porta a un livello di estrema tensione e li stressa, mentre la recessione colpisce in modo più forte gli strati sociali più deboli e con loro i migranti, perché dotati di meno risorse e meno reti di protezione. Ma non di meno capacità  di reagire, se è vero che la disoccupazione colpisce di più i lavoratori stranieri ma allo stesso tempo sono loro che continuano ad aprire imprese, mostrando cosà inedite forme di resistenza alla crisi stessa. Tutto questo in un'Italia dove i diritti sono ancora fragili. C'è uno studio, il Rapporto sui diritti globali (dal titolo 'Dopo la crisi, la crisi) realizzato da Associazione Società Informazione e promosso dalla Cgil, che spende parole molto dure nei confronti dell'impatto della crisi economica globale, che «ha messo sotto pressione i diritti umani e la democrazia, in Europa come nel mondo», e delle politiche fiscali ed economiche adottate. In questo contesto, i migranti rappresentano «un'altra delle pagine nere dei diritti nel nostro tempo». Il Rapporto (che spazia dal lavoro al welfare, dalla politica internazionale ai diritti umani) esprime la tesi che in un contesto di «deserto dei diritti», massacrati dalle politiche di austerità , quelle che vengono attuate siano «strategie di guerra contro i migranti», che non vengono riconosciuti come titolari di diritti ma solo di concessioni che di volta in volta possono essere sospese. «L'ideologia securitaria con cui, in Italia e nel mondo, si sono prevalentemente affrontate le questioni sollevate dai migranti, ha partorito delle vere e proprie strategie di guerra contro i loro diritti, a partire dal diritto alla vita e alla sicurezza», si legge nello studio, per il quale i migranti sono di fatto tollerati e sfruttati come forza lavoro ma vengono rifiutati come portatori di diritti, culture e progetti. «Nell'epoca in cui cultura e diritti sono tagliati alle fasce sociali garantite, le culture e i diritti dei migranti sono strangolati prima ancora di poter esalare il più debole dei respiri». La crisi economica stressa dunque i gruppi sociali più deboli e fra questi, giocoforza, i migranti. Ma in Italia la situazione è abbastanza particolare e niente affatto univoca: gli stranieri per certi versi sono più colpiti dalla recessione ma allo stesso tempo reagiscono meglio degli italiani. Lo spiega Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato: «Ormai da tre, quattro, cinque anni, si riduce il numero complessivo di stranieri presenti in Italia. Questo a seguito di due fenomeni: è minore il flusso di stranieri in entrata e cresce il numero degli stranieri che decidono di lasciare il nostro paese. Contemporaneamente si registrano però anche fenomeni contraddittori. Nel 2013 c'è un dato assai significativo: è cresciuto il numero di stranieri occupati, quasi 100 mila in più rispetto al 2012. Abbiamo un quadro notevolmente mosso, non semplice da decifrare: certamente crescono le difficoltà  complessive per lo straniero presente in Italia, ma la sua tendenza a trovare nelle pieghe del mercato del lavoro e nei sottosistemi di questo mercato un'opportunità  di occupazione è certamente indubbia. Cosà come è indubbio che continui a essere molto consistente e a crescere il numero di ditte autonome con titolare straniero. Mentre ' spiega Manconi ' le piccole ditte autonome con titolare italiano conoscono una vita difficile e cresce il numero di quelle che chiudono, il numero delle ditte con titolare straniero continua a essere significativo, e seppure conosce una flessione, è una flessione inferiore alla flessione conosciuta dalle stesse ditte con titolare italiano». Questo dato è confermato di fatto dall'ultimo Rapporto sull'economia dell'immigrazione della Fondazione Leone Moressa: nel 2013 si contavano quasi mezzo milione di imprese condotte da persone nate all'estero, pari all'8,2 % del totale, ma mentre nel 2012 le imprese italiane sono diminuite di 50 mila unità , quelle straniere sono aumentate di 18 mila. Allo stesso tempo, gli stranieri rispetto al 2007 perdono nove punti di tasso di occupazione contro i tre degli italiani. «L'impresa straniera resiste alla crisi», affermano i relatori della Fondazione. Situazione fluida, dunque, in un contesto di fragilità  dei diritti ma anche di minore livello di aggressività  nei confronti degli stranieri rispetto a quanto accade in altri paesi europei. Sostiene Manconi: «Quella frase 'volevamo braccia, sono arrivati uomini è il non detto che si trova nell'inconscio di molti italiani. Trovarsi a temere la concorrenza con gli stranieri, al di là  del fatto che sia vera o mera fantasia, che sia vera o sia semplicemente una paranoia, induce ad avere un'idea estremamente strumentale: 'abbiamo bisogno di loro perché la raccolta dei pomodori non può essere fatta dai nostri figli che hanno studiato, perché negli altoforni non possono andare i nostri figli, perché a mungere le vacche in Padania non vanno i nostri figli, però che cosa pretendono, però non possono essere padroni a casa nostra. Questi sono sentimenti, umori, pulsioni, e tutto ciò sicuramente si traduce in una grande difficoltà  all'ottenimento di diritti adeguati in Italia, in una carenza gravissima della legge sul diritto d'asilo, in una legge sulla cittadinanza ormai superata. Dall'altra parte però starei molto attento a definire l'Italia un paese che respinge gli immigrati o che nega loro diritti. L'Italia è un paese dove i diritti sono ancora fragili, sono difficili da essere ottenuti e difficili da essere affermati. Siamo in una situazione con luci e ombre, molto contraddittoria, molto complessa, ma non diversamente da quella di altri paesi europei. L'Italia rispetto alla Germania o alla Francia o all'Inghilterra è un paese dove il livello di integrazione degli stranieri è basso, ma è basso anche il livello di aggressività  aperta contro gli stranieri. Negli altri paesi il livello di integrazione, per una parte significativa degli stranieri, è sicuramente maggiore ma in quegli stessi paesi la mobilitazione xenofoba o direttamente razzista è maggiore». In questo contesto, il presidente della Commissione diritti umani del Senato spiega anche i recenti conflitti che hanno coinvolto immigrati e 'autoctoni nelle periferie romane, come gli scontri a Corcolle divampati intorno ai bus. «Gli episodi delle scorse settimane sono estremamente simili a quelli delle periferie romane o milanesi di 25 anni fa. Le tensioni, la convivenza difficile, la diffidenza e l'ostilità  si manifestano laddove sono gli strati sociali italiani più deboli a dover patire l'impatto più pesante con l'immigrazione straniera. A ciò si aggiunge che questa tensione si manifesta in aree del paese dove il sistema dei servizi è più precario e più problematico». Il conflitto avviene intorno agli spazi e al sistema dei trasporti, spiega Manconi: «Mentre è possibile che non via sia concorrenza per il posto di lavoro fra italiani e stranieri, è certo che vi è concorrenza per gli spazi: i luoghi di ritrovo, le abitazioni, i mezzi di trasporto. L'unica cosa da cui guardarsi è di classificare tutto ciò con una parola semplice ma particolarmente equivoca che è la parola razzismo. Questa non va banalizzata. Non bisogna utilizzare il termine razzismo quando è possibile utilizzare il termine xenofobia, che più puntualmente definisce questi episodi». E l'informazione? Stretta fra 'emergenza immigrazione e denunce di razzismo, il modo con cui i media trattano l'argomento di sicuro segna il passo. Gli sforzi perché venga usato un linguaggio più proprio non mancano ma, secondo Luigi Manconi, il segno di una sostanziale sconfitta sta nella persistenza dell'uso di una parola che non è affatto scomparsa dal linguaggio giornalistico: 'clandestino. Su questo il senatore è netto: «La mia fiducia nel cambiamento della qualità  dell'informazione è ridotta al lumicino. Da almeno tre anni io e le persone che lavorano con me cerchiamo di mettere al bando la parola 'clandestino perché la riteniamo una parola giuridicamente infondata, socialmente impropria e culturalmente perversa. Una cattiva parola che produce fatti cattivi. 'Clandestino è la parola che meglio esprime l'abisso cognitivo del giornalismo italiano come parte della cultura nazionale. Quando questa parola ha un qualche rapporto con la realtà  si riferisce a un irregolare, cioè a qualcuno responsabile al più di un illecito amministrativo. Con questo termine noi definiamo l'immigrato come qualcuno che attenta alla nostra vita, si nasconde nell'ombra, si occulta nelle pieghe della società , mentre nei fatti è la persona più esposta e più visibile che ci sia. Chiamiamo 'clandestino chi sbarca a Lampedusa sotto i riflettori della polizia e sotto le luci delle telecamere. La parola 'clandestino si ritrova imperturbabile sui mezzi di comunicazione di destra, di centro, di sinistra e di estrema sinistra. E questo è il segno più grave di una sconfitta avvenuta».
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