Non si può accettare
Pubb. : Novembre 2009
220 pag
ISBN: 88-230-1394-0
Collana: Citoyens
Descrizione
In questo libro vengono raccolti alcuni scritti di Mario Tronti, dedicati specificamente al problema della sinistra e della ricostruzione della sua cultura politica. Perché, scrive Tronti, «non sarà il coro dei pentiti, degli atei devoti, dei borghesi laici, dei padroni illuminati a cancellare questa storia del grande Novecento». Anzi, «è venuto il momento di porci l’obiettivo di chiudere il dopo ’89, per superare la diaspora che ha diviso la sinistra a partire da quella data e ricomporla unitariamente, in grande, in avanti».
Rassegna:
Perchè è utile leggere Tronti a destra
da: Secolo d'Italia-11 Novembre 09
11/11/2009

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La sinistra e gli invisibili
da: Left-13 Novembre 09
13/11/2009
Il pensiero e la rivoluzione, il lavoro e la sua centralità, l’idea alternativa di società. Lo sguardo lucido e sensibile del filosofo politico. Colloquio con Mario Tronti di Pasquale Serra. Pubblichiamo alcuni estratti della conversazione inedita che Mario Tronti ha avuto con Pasquale Serra, l’introduzione al libro Non si può accettare. In uno dei testi più densi di questa raccolta - “Politica e cultura” - c’è un brano che sintetizza molto bene tutto il tuo pensiero: «Pensare per estremi. Altra cosa, altro piano è l’agire. L’errore è agire conseguentemente per estremi». Cosa significa? Il pensiero, nel suo contenuto e nella sua forma, non può venire da fuori. O viene da dentro, o non c’è. È vero che spesso sono irresistibili gli influssi esterni, che fanno moda e quindi affascinano. Qui da noi, ad esempio, hanno combinato, in ambienti diversi, disastri culturali sia un certo heideggerismo sia un certo foucaultismo, come merce di importazione e quindi di cattiva imitazione. (…) Oggi una cosa è certa: puoi pensare la rivoluzione, ma non puoi farla. Questo non poter fare sovvertimento delle cose porta molti, porta quasi tutti, a dismettere un pensare alternativo e ad accogliere culture compatibili con la prassi vincente in atto. Nei casi migliori si attenua la carica antagonistica delle idee per ottenere un miglioramento delle condizioni presenti. Nei casi peggiori, si scavalca il campo e si passa dall’altra parte, assumendo il punto di vista dominante, visto che le cose stesse lo confermano. Il primo atteggiamento è l’errore del riformismo contemporaneo. Il secondo è un vero e proprio cedimento alle ragioni dell’avversario. Ai primi bisogna riservare la critica, ai secondi il disprezzo. (…) Il pensare estremo l’ho imparato da Marx. Ma non solo. Anche da tutte quelle forme di pensiero incomponibili con lo stato presente, inassorbibili dall’opinione corrente, irriducibili al senso comune di massa, alternative al buon senso intellettuale. Queste forme sono venute da chi prefigurava un altro mondo per il futuro, ma anche da chi rammemorava un altro mondo, dal passato. Di qui, la mia passione, assolutamente non compresa, di coltivare insieme il pensiero grande rivoluzionario e il pensiero grande conservatore. Ferruccio Masini usava l’espressione «pensare per estremi», perché conosceva bene Nietzsche e frequentava il nichilismo del Novecento. A volte - non sempre, e bisogna essere attenti e valutare caso per caso - contro ciò che c’è e contro chi comanda qui e ora, vale più ciò che c’è stato rispetto a ciò che sta per essere. L’agire accorto l’ho imparato da Machiavelli, l’ho inseguito nei teorici della ragion di Stato, poi alla scuola dei Gesuiti, specialmente spagnoli, quindi nella forma politica del cattolicesimo romano, l’ho ritrovato in Max Weber e in Carl Schmitt, l’ho studiato e ristudiato e dunque approfondito in Lenin, non nei suoi libri di scarso spessore teorico, ma nelle sue geniali e magistrali mosse tattiche. Per nessuna ragione «ideale» rinuncerei a questo sapere incorporato. Tra il tuo pensiero e il tuo mondo, in mezzo, c’è il tuo tempo. Con questa contingenza devi fare i conti. Spesso è un terreno nemico. Devi attraversarlo, senza farti né eliminare né imprigionare. Se ne esci libero e vivo, è un miracolo. Il miracolo dell’esistenza sovrana. Al tema del lavoro è dedicata una parte significativa di questo libro, nella quale tuttavia la difesa del lavoro viene svolta in un quadro sostanzialmente nuovo, molto problematico, con elementi di forte discontinuità rispetto al passato. Il lavoro, dunque. Manca ancora una considerazione di fondo, una elaborazione sistematica. In realtà, il discorso sul lavoro in questa fase nasce più da un’esigenza pratica che da un bisogno teorico. Il discorso sul lavoro è molto una proposta per la sinistra. Si tratta di ricomporre, di ricostruire, un’idea di sinistra. E la proposta è che questo si può fare solo recuperando e riorganizzando una centralità del lavoro. Sembrerebbe una cosa ovvia. E invece è il contrario. Per la maggioranza dello schieramento che si definisce di centrosinistra, e per moltissimi di quelli che fino a ieri militavano in un partito di sola sinistra, si tratta proprio di superare questa centralità, se si vuole conquistare un consenso più largo, indispensabile per diventare forza di governo, legittimata da un voto popolare. Quindi quello sul lavoro è un discorso fondamentalmente polemico, che mira a contrastare questa posizione. è un limite, che in qualche modo impedisce l’approfondimento del tema. L’espressione che io uso spesso è quella di una sinistra dopo il movimento operaio, che si fa erede di quella storia e la porta avanti nelle condizioni del capitalismo attuale. Il movimento operaio era quel complesso di forme organizzate e di coscienze collettive fondato su una centralità operaia, su una centralità politica del lavoro industriale. è chiaro che questa condizione sociale non si dà più. L’eredità che la sinistra deve raccogliere da quella lunga storia è una centralità del lavoro, oltre i confini della fabbrica moderna, declinando l’attività lavorativa a tutti livelli, materiali e intellettuali, in cui essa si svolge nella struttura presente della produzione di profitto. Anche quella del lavoro odierno deve essere una centralità politica. (…) “Popolo del lavoro”, ma sarebbe meglio dire dei lavoratori, è un’espressione non perfetta, approssimativa, però comprensibile. Quell’espressione per me traduce, aggiornandola e diciamo pure adattandola, quell’altra a noi, a me senz’altro, cara di “popolo comunista”. Un protagonista della storia recente, che consapevolmente è stato messo a morte. I gramsciani-togliattiani ortodossi non hanno mai assunto questa definizione. Perché, per loro, popolo è popolo-nazione. Io non ho mai ragionato in termini di Italia. è il sociale, non il nazionale, che definisce, per me, il popolare. Chi sono gli invisibili? E che hanno a che fare con la sinistra, con la sua crisi, con il suo futuro? Forse che non può esistere sinistra senza gli invisibili? Senza l’Invisibile? Non è forse intorno a questo problema che stiamo tutti girando a vuoto? Quando dicevamo socialismo o comunismo, si capiva chi eravamo e che cosa volevamo. Quando dici che sei di sinistra, c’è una domanda che segue: e allora? (…) Si cita spesso il catechismo di Bobbio, la sinistra si distingue dalla destra, perché declina il tema della libertà insieme a quello dell’uguaglianza e della giustizia. è il socialismo liberale, da partito d’azione, che, specialmente in Italia, ha occupato quasi per intero il territorio della sinistra. Ma anche le varie terze vie, alla Blair, e prima alla Dahrendorf, sono questa roba qui. E il Partito democratico se ne allontana quel tanto che basta per accontentare la componente cattolica, che segue una terza via diversa, quella delle encicliche sociali della Chiesa. Io credo che la sinistra è una seconda via, rispetto alla prima via che nella modernità ha preso l’interesse borghese-capitalistico. Un percorso diverso per lo sviluppo del progetto moderno, un’idea alternativa della modernità, che voleva dire un’altra idea dell’uomo e della donna, del mondo e della vita. (…). Infine, gli invisibili. Ne parlo, perché ne ho conosciuti. Ho avuto la fortuna di incontrarne alcuni. Non li nomino, perché allora che invisibili sarebbero! Ma li porto dentro, in giro con me e, appunto, in fuga. Sono delle personalità in lotta con il mondo e che il mondo ripaga, non conoscendoli, o non riconoscendoli. Le dittature, rozzamente, li colpivano. Le democrazie, sottilmente, li ignorano. (…) E tuttavia queste persone sono esistenti e, siccome non demordono, non concedono, sono anche resistenti. (…) Non tutte, ma in gran parte, si tratta di personalità religiose. Il che mi conferma una cosa che so da tempo, ma che faccio fatica a comunicare anche agli amici più stretti. L’homo religiosus ha una potenzialità di alternativa, e di antagonismo, rispetto alla struttura fondante di questo mondo, che l’homo democraticus non ha e non può avere, perché è stato costruito affinché non l’avesse. Perché se tu, piccolo invisibile, ti metti in rapporto con un Invisibile più grande, ti rendi indisponibile, inassimilabile, incatturabile per una coscienza dominante di mondo che ti dice: è tutto qui, non c’è altro, quello che conta è quello che vedi, devi sistemarti, o devi partecipare, che è la stessa cosa. Ogni volta che accenni a un oltre, ti liberi e non c’è altro modo per liberarti. Se accetti il tutto qui, sei tutto dentro. (...) L’uscita “liberatoria” - a detta di tutti - dal Novecento ci ha in realtà definitivamente imprigionato in questa ultima nostra specifica, weberiana, gabbia d’acciaio, la profana, laica, tutta terrena, alleanza tra capitalismo e democrazia, che purtroppo anche le menti più aperte si ostinano a non voler vedere. Il libro I temi cruciali dell’oggi Mario Tronti, filosofo politico, docente all’università di Siena, presidente del Centro per la riforma dello Stato, è uno dei padri storici dell’operaismo e al tempo stesso una voce critica della sinistra italiana. Il libro Non si può accettare (Ediesse), in uscita nei prossimi giorni, è una raccolta degli ultimi scritti, eccetto uno, “Sulla categoria politica della diversità”, a proposito della categoria berlingueriana, che risale al 1985. I temi affrontati da Tronti, con grandissima sensibilità e cultura, sono quelli cruciali della sinistra degli ultimi decenni: la politica e la cultura, la società e il lavoro, le riflessioni sul passato, lo spazio concesso all’utopia nella politica attuale.
E Tronti rimpiange il Novecento
da: Corriere della sera-31 Gennaio 10
31/01/2010

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Il trionfo del Capitale
da: Giudizio Universale-12 Mag 10
12/05/2010
Negli anni '60 gettò le basi teoriche dell'operaismo, che rivoluzionò il pensiero marxista. Oggi Mario Tronti registra la sconfitta delle classi, borghesia compresa, in favore di un sistema di valori ormai inattaccabile. Non si esagera nel dire che Operai e capitale, opera del 1966, ha rappresentato un salto di paradigma del marxismo novecentesco. In quel libro – che, sia detto per inciso, intesseva idee innovative e radicali con uno stile di grande eleganza – Tronti capovolgeva uno degli assunti marxiani più consolidati: quello che ritiene che l’antagonismo di classe, le lotte, gli obiettivi derivino dal livello dello sviluppo che il Capitale esprime in ogni passaggio della propria storia. L’operaismo, di cui Tronti poneva i presupposti teorici, affermava invece che era l’autonomia espressa dal conflitto operaio a costringere il capitale ad una risposta, rimodellandosi e quindi trasformandosi a partire dalle lotte del proletariato. Queste tesi non avevano nulla di astratto ma si radicavano in un intenso lavoro di conricerca, nel comune sforzo di comprensione e trasformazione col quale operai e intellettuali studiavano il funzionamento del capitale e quello del lavoro di fabbrica, che trovò accoglienza prima nei Quaderni rossi poi, in misura minore, in Classe operaia. Da queste forme di conoscenza muovevano le lotte. Originali, spontanee, radicate nel sapere operaio del funzionamento del sistema produttivo, esse sostanziavano un progetto radicale, in cui la politica e le richieste connesse al lavoro si fondevano in un’aspettativa alta, di alternativa di sistema. Erano gli anni Sessanta: immissione di nuova forza lavoro immigrata in grandi agglomerati produttivi; scolorimento della figura dell’operaio qualificato (e spesso fidelizzato al lavoro) ed emersione dell’operaio massa; infine una montante conflittualità, quella che a partire dal 1969, l’anno dell’autunno caldo, confluirà con il movimento degli studenti nel “lungo ‘68” protrattosi per oltre un decennio. Proprio la cosiddetta stagione dei movimenti vide Tronti su posizione defilate, scettico sulle possibilità di intaccare un sistema compatto di economia di mercato e valori borghesi che le pratiche riformiste, verso cui gran parte del movimento confluiva, finivano a suo parere per sostenere. Nei passaggi teorici successivi, scanditi da pochi, significativi volumi, emergeva il disincanto derivato dalla sconfitta, non rimediabile, dell’ “assalto al cielo”, cioè dal fallimento del progetto operaio, l’unico autentico tentativo di superamento dell’ordo borghese. La realtà di questi ultimi decenni, da cui sono originati gli scritti di questo libro, è descritta da Tronti come un sistema coerente di democrazia liberale, capitalismo, valori; un orizzonte che si configura come senso intellettuale di massa, cioè egemonia compiuta: non tanto domino e controllo, quanto diffusione di un immaginario che agisce nel tracciare l’orizzonte delle aspettative. Questo piccolo volume, ben curato da Pasquale Serra, raccoglie interventi che si spingono fino a ridosso della politica contemporanea. A fronte di un linguaggio politico che spesso arranca dietro alle trasfigurazioni del sociale, Tronti riesce ad illuminare in modo innovativo questa stessa realtà a partire da assunti teorici vecchi di quasi cinquant’anni. Intrecciati, per altro, con il pensiero della rivoluzione conservatrice e con quanto di più denso abbia offerto la grande cultura borghese, anch’essa sconfitta e disciolta nel grande calderone della cultura d’attualità. Ne emerge un’indicazione di metodo intellettuale, una concezione “partigiana” della conoscenza, mai neutra, mai asettica, anzi innalzata a intelligenza, a servizio di una parte sociale. In questa prospettiva è osservata la figura di Berlinguer, incarnazione, anche corporea, di una diversità tanto politica quanto antropologica. Si comprende così sia la lettura del ’68, un “evento minore” del Novecento, sia la valutazione dell’homo religiosus come alternativa di potenzialità maggiore dell’homo democraticus, il buon riformista, protagonista illuminato della ferrea presa capitalistica e borghese sul mondo della vita.