Mugello sottosopra
Tute arancioni nei cantieri delle grandi opere
Pubb. : Ottobre 2011
280 pag
ISBN: 88-230-1573-9
Collana: Carta bianca
Descrizione
Simona Baldanzi, nata in una famiglia di lavoratori del tessile, scrive un libro che è un percorso di studio e di ricerca che la porterà nel cuore della «condizione operaia» del Mugello, nei cantieri dell’Alta velocità prima, della Variante di valico poi. Sono le grandi opere che si snodano tra la Toscana e l’Emilia Romagna, in un territorio tra i più strategici e critici del Paese, in cui la maggior parte della tratta ferroviaria e autostradale è fatta di gallerie. Passa mesi nei campi base, laddove vivono i trasfertisti, a raccogliere dati, voci, volti, storie, polvere, solitudine; e ascolta i dialetti, soprattutto del Sud, traduce gli sradicamenti, studia il lavoro di questi nuovi minatori moderni, le squadre, la struttura dei campi base, il tempo libero. «Mentre prendevo coscienza che il mio territorio era danneggiato irrimediabilmente, decisi che la tesi l’avrei fatta sui lavoratori. Nelle gallerie rimanevano invisibili proprio come le falde e, forse, proprio perché nessuno li prendeva in considerazione, erano a rischio anche loro», racconterà in un passo. Oggi quella ricerca è questo libro esemplare, che ha il pregio di raccontarci un mondo sommerso di grande forza espressiva, riconnettendosi idealmente con due antenati scrittori, Luciano Bianciardi e Carlo Cassola, autori di un classico, I minatori della Maremma, fatto anche quello di città sotterranee, infortuni e morti, come una maledizione che si ripete. Perché, come scrisse George Orwell, «più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale (…) perché è così virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene».
Rassegna:
I dimenticati delle grandi opere
da: il Manifesto-8 Dicembre 11
08/12/2011

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Viaggio nei cantieri dell'Alta Velocità e nuovi minatori
da: Il Tirreno-30 Novembre 11
30/11/2011

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Intervista a Simona Baldanzi sul suo libro "Mugello sottosopra" sulla costruzione della Tav tra Bologna e Firenze
da: Radio Radicale-4 Aprile 12
04/04/2012

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Mugello sottosopra
da: Le monde diplomatique-2 Febbraio 12
02/02/2012

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Le opere e il rimosso
da: Rassegna Sindacale-9 Febbraio 12
09/02/2012

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Viaggio nei cantieri dell'Alta Velocità con i nuovi minatori
da: il Tirreno-22 Ottobre 11
22/10/2011

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Miniere di ieri, 'grandi opere' di oggi
da: Fahrenheit - Radio 3-8 Novembre 11
08/11/2011
Sono pagine del lavoro, quelle su cui ci soffermiamo oggi nell'approfondimento delle 17,00. Un confronto tra le identità forti del mondo operaio, quelle più frequentate dagli scrittori, e altre realtà ancora in via di rappresentazione, che in fondo sono le loro eredi contemporanee. Così le miniere e i minatori campeggiano con le loro grandi epopee di vita e di morte (come la tragedia di Marcinelle, in Belgio, in cui morirono 136 migranti italiani, su 262 vittime); luoghi della memoria e della storia cui si affiancano altre storie possibili. Come quelle che racconta, fotografando il contemporaneo, Simona Baldanzi, autrice di Mugello sottosopra. Tute arancioni nei cantieri delle grandi opere, dedicato agli operai edili che lavorano nel settore delle infrastrutture pubbliche. Con lei è nostro ospite Paolo Di Stefano, giornalista e scrittore, autore di La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956, sulla vicenda della miniera belga.
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In Scena (dal Mugello)
da: Novaradio-28 Novembre 11
28/11/2011

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Minatori, il mondo sottosopra
da: Liberazione-20 Ottobre 11
20/10/2011

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Quello scavo nella montagna che mise il Mugello sottosopra
da: Unità - Toscana-20 Ottobre 11
20/10/2011

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“Mugello sottosopra”: la vita disumana degli operai nei cantieri Tav
da: Redattore sociale-8 Novembre 11
08/11/2011
MUGELLO SOTTOSOPRA di Simona Baldanzi. “Da quando sono piccola non ho passato un giorno della mia vita senza un cantiere. Ho visto il grigio del cemento mescolarsi al verde con sempre più insistenza”. Prima la diga di Bilancino, poi l’Alta Velocità, quindi la Variante di valico e la terza corsia dell’autostrada. “A pensarci oggi, dopo tutte quelle domeniche, non potevo crescere indifferente ai cantieri”. Simona Baldanzi non si è accontentata di soffiare sul vento delle proteste e sbandierare lamentele. Per denunciare le ferite aperte del Mugello, dopo un’esistenza trascorsa tra tappeti di polvere e cascate di cemento, ha scelto di penetrare la pancia delle grandi opere che si innalzavano attorno a lei con sempre più insistenza attraverso ‘Mugello Sottosopra: tute arancioni nei cantieri delle grandi opere’ (edizioni Ediesse, pag. 280). Visto da dentro, il cemento assume tutto un altro aspetto: il grigio è ancora più grigio, l’alienazione è ancora più soccombente. Ma soprattutto, c’è tanta solitudine. La solitudine di chi edifica il progresso dell’Italia, protagonista dello sviluppo ma condannato a se stesso. Dovrebbero essere trattati come eroi, finiscono invece stritolati dalle macchine o alcolizzati in pieno giorno. Sono gli instancabili lavoratori-formica che si aggirano tra i cantieri delle grandi opere degli Appenini dell’Italia centrale. E’ a partire dalla loro umanità svuotata che Baldanzi ripercorre la storia dell’Alta Velocità. Baldanzi attraversa quella barriera insormontabile che sembra dividere le vite degli operai dell’Alta Velocità e quelle degli abitanti del Mugello. Scorrendo le pagine di questo libro si scopre un universo inimmaginabile, dove gli operai vivono giorno e notte, notte e giorno. Per mesi, spesso anni. Senza mai uscire, mangiando in squallide mense e in container fatiscenti. Lontano dalle proprie famiglie, visto che gran parte degli operai proviene dal Mezzogiorno. “Un campo lager. Qua è peggio… siamo considerati macchine da lavoro, non esiste la considerazione dell’uomo” dice un lavoratore del campo base di Scarperia. “Qui siamo in un ovile” dice un altro. E poi: “La baracca è un forno. Non si riesce a riposare. E gli impiegati hanno aria condizionata e frigorifero”. In molti piangono, non soltanto per le condizioni in cui vivono, ma soprattutto quando leggono o guardano la televisione a causa della non abitudine alla luce. Naturale, visto che trascorrono dieci ore al giorno dentro oscuri tunnel sotterranei che si diramano nel ventre delle montagne per chilometri e chilometri. Il libro, che offre documenti e informazioni dettagliate anche sull’intero progetto dell’Alta velocità appenninica, si sviluppa a partire dalla tesi di laurea dell’autrice. “Mentre prendevo coscienza che il mio territorio era danneggiato irrimediabilmente – scrive Baldanzi – decisi che la tesi l’avrei fatta sui lavoratori. Nelle gallerie rimanevano invisibili proprio come le falde e, forse, proprio perché nessuno li prendeva in considerazione, erano a rischio anche loro”. (js) Mugello sottosopra Tute arancioni nei cantieri delle grandi opere di Simona Baldanzi edizioni Ediesse, pag. 280 Euro 10,00
NON VACCINATI. Viaggio in Calabria fra i migranti delle grandi opere
da: Nazione Indiana -24 Ottobre 11
24/10/2011
Questo è un racconto sulla festa dei minatori di Pagliarelle, in provincia di Crotone. Natalia, Marzia e Stefano sono miei compagni di università che hanno seguito le vicende dei lavoratori dei cantieri in Mugello e che vennero con me in Calabria nell’agosto 2006. ⇨ Pietro Mirabelli a quel tempo era minatore lancista per Cavet, Rls e Rsu del cantiere il Carlone in Mugello. Appena passato il cartello di Nola, vedo una bandiera dell’Italia ormai lisa sopra un tetto, che sta per perdere un lembo, quello rosso. La serie di cartelli gialli dei lavori in corso ci riempie gli occhi. Guardiamo le gru che sono braccia nude e attaccati al filo i macchinari che ciondolano nel vuoto come enormi orecchini. «Chissà perché sono sospesi» chiede Natalia. «Perché sennò li rubano» risponde Marzia. Siamo sulla Salerno-Reggio Calabria, chilometri a una sola corsia con continue curve. Un cantiere serpente. Fa impressione leggere le innumerevoli targhe che indicano che i finanziamenti vengono dall’Unione europea. Sulla sinistra a un certo punto vedo Sarno e le ferite della sua montagna. Mi vengono in mente quelle morti e quel fango, che sembrava sbavare sullo schermo della televisione. La cappa del caldo mi preme sulla testa. Nell’auto non abbiamo l’aria condizionata. Marzia e io sediamo dietro. Stefano guida e non vuole cambio. Natalia sta davanti e fra le gambe tiene Divo, il suo cane, che ogni tanto si affaccia al finestrino per prendere aria. Usciamo a Cosenza. Girovaghiamo intorno all’università sbagliando strada. Alle rotonde vendono cappelli di paglia e tappetini e cerchioni per auto e mi domando chi è che si ferma in una strada che curva continuamente.Come può succedere senza incidenti? Come è che nessuno interviene? Mi appunto i cartelli che leggiamo. «Alt! Menù del giorno. Ristorante Ciccio Mele. Sierra del Fiego. Elettrosud costruzioni elettriche. Maccarrone arreda. Casa protetta Carusa (casa di riposo)». La Sila è bella, con dei boschi fittissimi, il fresco e un’aria profumata che è tanto che non ne senti di odori così. Però poi avverti la prepotenza dell’uomo, i tanti obbrobri che ha costruito. Strade torte, senza tante insegne, ulivi, terra, vecchio asfalto, buche. Vediamo un uomo lungo il bordo della strada. Marzia chiede: «Questo che fa, piange?» Natalia: «O piscia?» Stefano: «O tutte e due contemporaneamente?» La macchina è invasa da risate fragorose che poi vengono inghiottite da silenzi pensierosi. Arriviamo a Pagliarelle che è sera. Marzia, che non c’è mai stata, è attaccata ai finestrini a guardare il degrado delle case. Vede dove sono costruite, come rimangono non finite, con quelle colonne di ferro e cemento che paiono braccia a chiedere aiuto. Il paese è fatto di sali e scendi, di strade contorte senza seguire un disegno, una pianta. Stiamo per fare una piccola salita, ma sentiamo rumori di trombe e tutti uomini da un bar che si sbracciano, che ci fanno segno di fermarsi e aspettare. Arriva un tir senza rimorchio che non si sa come faccia a passare da quella stradina stretta. È un tir rosso fuoco con attaccati nastri bianchi. La sposa si affaccia salutando con la mano come fosse in carrozza. Riproviamo a fare la salita. Sfrecciano macchine e motorini, con sopra ragazzi senza casco. Passa un’altra auto. Noi ci fermiamo, ma loro vanno troppo spediti. E le due auto si sfregano. Ci fermiamo. Guardiamo i danni, ma fortunatamente solo pochi graffi. Sono due ragazzi giovani. Stefano prova a dire ai due dell’auto che noi avevamo la precedenza, ma uno dei due ci guarda duro e ci dice: «È 24 anni che sto qua». Qua vale la legge di chi da più tempo ci sta. Qua vale la loro legge. Qua noi non valiamo nulla. Una piccola folla del paese si è adunata. Ci girano intorno con i motorini e le sgassate sono puzzolenti ruggiti. Qualcuno ci guarda masticando insistentemente un chewingum. Arriva Pietro. Vocia qualcosa in dialetto. Le espressioni di tutti cambiano. Pacche sulle spalle. Siamo diventati ospiti, non più estranei. L’auto la mettiamo nel garage a casa di Pietro. Salutiamo Mena, la moglie di Pietro, Walter e Gabriele, i due figli. Ceniamo. Sapori che ricordavo: queste cipolle e questi pomodori così dolci, i supplì col riso, la carne, il vino della loro vigna, le olive. Mangio talmente tanto che qualcosa mi rimane sullo stomaco e la notte sogno di avere dei chiodi nella pancia e che togliendoli mi rimanevano i buchi. La mattina andiamo in piazza Caduti sul lavoro. C’è fermento. Anche il monumento ai caduti sul lavoro è addobbato a festa: intorno ai pioli delle scalette ci sono attaccati tanti caschi da lavoro colorati. Sembra che lo sguardo del minatore di bronzo, mentre esce dalla galleria, sia più sollevato. La mano che usa per proteggersi dalla luce del sole pare una carezza al cielo e un saluto. Alcuni uomini stanno montando una galleria di grate per entrare nella piazza. Qualcuno ci riconosce e ci saluta. Un lavoratore stappa una birra col metro da muratore, quello che usava mio nonno e che da piccola mi piaceva aprire per disegnare forme geometriche con quelle stanghette di legno bianche, gialle e rosse. Parcheggiato in piazza c’è un Fiat Lupetto verde del Comune di Petilia Policastro con un ferro di cavallo sulla grata, come un anello nel muso. Altri lavoratori arrivano con le canne di bambù, che servono da pali. Si muovono tutti velocemente, scherzano, vociano, ci stringono la mano. Non hanno bisogno delle nostre deboli braccia. Pietro sta sistemando le bandiere. C’è l’arcobaleno della Pace, le bandiere della Cgil Fillea, quella dell’Italia, e quella blu dell’Europa che è un pugno allo stomaco su quel grigio. I bambini fermano continuamente Natalia che ha Divo al guinzaglio. Le chiedono di che razza è e poi se è vaccinato. Solo dopo accarezzano il cane. Capiamo dopo il motivo della reticenza e delle domande: qua ci sono tanti cani randagi e hanno paura. Facciamo un giro nel paese. Facciamo vedere a Marzia la scuola media e poi il campo da calcio scavato ai piedi di una collina, il Galaxi Stadium fatto di fango. Intorno al perimetro del campo hanno tirato su un muro basso di blocchi di cemento. Non serve a niente se non a giustificare un minimo i soldi che hanno preso per sistemarlo. Pietro oggi è contento. È soddisfatto che arriverà un po’ di gente importante, amministratori e sindacati anche qua, in un paese lontano dalle decisioni. Ci mostra il manifesto della festa dei minatori. Ci mostra le spille che daranno a tutti. Pala e piccone incrociati: è il simbolo internazionale dei minatori. Ne metto una sulla maglia e mi chiedo perché non è mai diventato un simbolo di lotta come il martello, la falce, il pugno, le sagome delle fabbriche e delle ciminiere. Nel cortile, assonnati e appesantiti dal pranzo, Stefano, Natalia, Marzia e io ci mettiamo a giocare scrivendo dei versi che Pietro vuole per la festa. Minatori di Paglierelle Di Paglia un tempo era il tuo giaciglio partisti al Nord senza crescere tuo figlio. Tu minatore di roccia e di sudore scavi la terra per tornare al sole. Tra piccone e martello la schiena pieghiamo ma la dignità del lavoro non la sacrifichiamo. Pietro non pare entusiasta e neanche noi. Appallottoliamo il foglio. Non riusciamo a trovare altri versi. Marzia e Stefano vanno a fare un giro a Pagliarelle vecchia. Natalia e io abbiamo altri programmi, vogliamo farci i capelli. Appena sopra casa di Pietro c’è la parrucchiera. È in un garage. Ha un arredamento un po’ anni sessanta. Ha una bimba biondissima che sembra Riccioli d’oro e si chiama Naomi, come Naomi Campbell ci dice. La parrucchiera, ci spiega Mena, è di origine francese e qua ha imparato solo il dialetto. Aspettiamo un po’ sulle poltrone perché domani c’è un altro matrimonio e quindi i clienti abbondano. Il mese dei matrimoni qua non è maggio, ma agosto, quando tutti rientrano per le ferie e possono festeggiare. Agosto è da sempre un mese vivo, di ritrovo, di famiglia e di allegria. La parrucchiera mi fa accomodare. Mi lava i capelli velocemente. Mi chiede come li voglio. Sì, li vorrei tagliare. Lei fa una strana smorfia. Tagliare sì, ma non troppo. Le donne devono avere i capelli lunghi, corti non sono a modo. Me ne taglia un pezzettino e mi fa vedere se va bene. Scuoto la testa in un sì. Alle pareti non ci sono le foto delle acconciature moderne, ma volti di donna disegnati, come andavano un tempo. L’aiutante, vicina di casa, spazza e commenta: «Adesso abbiamo anche i capelli di Firenze». Natalia, che mi guarda dallo specchio, sorride. C’è anche Mena a vegliare sul nostro taglio di capelli. Ogni tanto riprende il dialetto della parrucchiera che sembra un po’ scocciata. «Perché chisto non si dice?». E Mena: «Questo, si dice questo!». I capelli vengono bene e quando paghiamo con dieci euro a testa sembra proprio che tutti qua stiano recitando su un set cinematografico di minimo quarant’anni fa. La sera c’è la festa, prima di quella ufficiale. Mangiamo la porchetta che si scioglie in bocca, tagliata direttamente dalle mani di tutti questi minatori emigranti al Nord, che hanno tirato su l’iniziativa insieme a Pietro. Sul palco si alternano cantanti e cabarettisti. Sembra che qua sappiano tutti cantare. Sembra di vedere quello che si vede negli spettacoli in tv. E proprio le bambine sono le più accanite. Natalia, Marzia e io siamo in gonna, ampia, che magari ci scappa una vecchia tarantella calabrese, ma invece niente. Tutti ci chiedono se siamo sposate e se abbiamo figli. Alla nostra età tutto il resto del paese è «sistemato». Non siamo né sposate né abbiamo figli. Non ci fanno altre domande, il resto non ha importanza. Solo, di nuovo, ci chiedono se il cane è vaccinato. Una ragazza dal palco dedica una canzone a tutte le adolescenti del paese, quella di Gerardina Trovato, La mia città, che parla di una ragazza del Sud che emigra, ma le ragazzine vogliono tornare a ballare e non stanno attente. Poi ci dicono che vogliono andare a Roma, a Milano, su a Nord. «E Firenze come è?» ci chiedono tutte eccitate. Inaspettatamente canta anche Pietro e ci fa emozionare: ti baciavo le labbra e io di rabbia morivo già, e poi, mi dispiace devo andare. Due ragazzi cantano qualche canzone biascicata in inglese e anche Bella Ciao. Le donne sedute con noi sui gradini del monumento ci fanno un po’ da cordone, ci tengono «dentro» alla loro cerchia, mentre gli uomini stanno agli stand delle cibarie. Andiamo a letto e il grillo che sento cantare nel corridoio rimbomba. Capisco tutto l’odio di Pinocchio. La mattina ci svegliamo presto. La meta è il mare, verso Steccato di Cutro. Gabriele e il suo amico Pasquale ci indicano la strada, poi proseguono per andare a prendere un giornalista della Rai che viene alla festa. Pietro è rimasto a organizzare tutto, ad accogliere le autorità e la gente che conta per la serata. Ci fermiamo a comprare della frutta e il giornale perché a Pagliarelle non c’è edicola, non ci sono negozi. Mena ci ha detto che va a Crotone al centro commerciale a fare la spesa, a 40 minuti da casa. Parcheggiamo in una pineta a ridosso della sabbia. Chilometri di spiaggia libera. Il mare è una tavola verde-azzurra bellissima. Non si muove neanche una piccola onda. Una cartolina immacolata. Mi va di nuotare e muovermi, ora che c’è un orizzonte vasto, ora che qua niente soffoca e niente si nasconde. Il sole batte, ma anche la spiaggia è un piacere, fatta di piccolissima ghiaia. Sentiamo intorno a noi solo accento calabrese. Sembra non esserci nessun turista tranne noi. L’acqua è un continuo richiamo, ma notiamo che alcuni si avvicinano fin troppo alla riva con moto d’acqua e motoscafi senza alcun controllo, così decidiamo di uscire dall’acqua e non tuffarsi più. Ci dicono che vanno così le cose, che non c’è molto rispetto su questa spiaggia. Per ferragosto hanno buttato giù qualche pino per fare il falò. Andiamo verso la punta, a Le Castellana. Fa molto caldo. Stefano guidando passa da alcuni muretti semicrollati e commenta che a tratti gli sembrano strade di Bagdad. Arriviamo al paesino. Il castello è bello, qua è riserva marina e un po’ di turisti ci sono. Guardiamo nei negozi, prendiamo un gelato, ma la cappa continua a schiacciarci. Compriamo una pianta per Mena. Trovo le maschere che scacciano gli spiriti maligni e un anello con tanti peperoncini di vetro attaccati. Torniamo a Pagliarelle. Facciamo la doccia e siamo di nuovo in piazza. È irriconoscibile. Ci sono più bandiere del giorno prima, un nuovo palco per la Tavola rotonda sotto la statua dei minatori, un palco incredibilmente grande per il concerto, un tavolone dove porteranno da mangiare. Sarà infatti sommerso da quello che porta la gente; come ha esortato ieri sera dal palco Pietro: «Vengono tanti da fuori. Pagliarelle non deve scomparire, facciamogli vedere!». Riconosco l’orgoglio dei minatori calabresi. Sui pannelli in piazza c’è una mostra di foto e documenti, sia dei lavori dell’alta velocità nel Mugello, sia dei lavoratori del passato. A confronto vecchi e nuovi migranti dalla Calabria. In giro si continua a bere la Brasilena, la bevanda al caffè tipica calabrese. Arrivano sindacati e amministratori. Un parlamentare dal palco usa parole che non sentivo dagli anni cinquanta: «Grazie ai vostri suffragi mi capita a Roma di fare cene con imprenditori…». I sindacalisti promettono lavoro, indicando la salvezza nelle grandi opere: «Più buchi, più gallerie per tutti». Tutti hanno la spilla con il piccone e la pala e sento che si parla di modernità come di uno straccio magico che toglie la polvere. Vedo gente immobile che ascolta. Una corona poggiata al monumento e poi l’inno d’Italia. Suona la banda, composta tutta da donne perché gli uomini per provare non ci sono mai. Lavorano tutti lontano dalla Calabria. La festa è un subbuglio. Si mangiano cose buonissime e piccantissime. Adoro il prosciutto col peperoncino. Vino e ancora vino. Un minatore mi riconosce e mi dice che me ne sto sempre seduta in terra, come quando andavo da loro a mensa, e mi fermavo fuori sui marciapiedi a intervistarli per la mia tesi. Gli sorrido. Una donna mi chiede se sono straniera. Secondo lei parlo italiano con uno strano accento. Il concerto inizia e poi anche i fuochi d’artificio, fatti partire proprio appena sotto la piazza, da dietro il nastro adesivo a pochi metri dalla folla. La mattina seguente lasciamo Pagliarelle. Salutiamo Pietro. Lui partirà la notte successiva, per tornare a lavorare dalle nostre parti. Fa impressione pensare che fa quella strada una volta ogni tre settimane, quando ha tre giorni liberi per scendere dalla Toscana alla Calabria. A noi invece ci basterà come esperienza per parecchio tempo. Il nostro viaggio infatti sarà un incubo di 14 ore di caldo, sete, code, sudore, attesa, stanchezza. Ripensiamo alla Calabria che continua a emigrare, alla Salerno-Reggio Calabria come un gigantesco tapis roulant rotto che li vede passare. Divo ansima, ma pare resistere. Noi non siamo vaccinati a tutto questo. Ci verrebbe da mordere.
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Simona Baldanzi in viaggio tra i minatori
da: La Nazione-18 Ottobre 11
18/10/2011

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Gli eroi senza diritti della TAV
da: Left-7 Ottobre 11
07/10/2011

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Baldanzi, vi racconto i minatori invisibili
da: La Repubblica ed. Firenze-19 Ottobre 11
19/10/2011

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