Morire di non lavoro
La crisi nella percezione soggettiva
Uno studio - condotto in Italia e in Catalogna - sulla percezione soggettiva della crisi economica.
A cura di:
Pubb. : Settembre 2013
156 pag
ISBN: 88-230-1791-7
Collana: Materiali
Descrizione
«Volevo scrivere un libro sugli ultimi, su quelli che sono diventati gli ultimi con questa crisi e non ce la fanno più; oppure vanno avanti, inventandosi strategie di sopravvivenza. Volevo osservare, raccontare, non dare risposte, parlare di condizioni concrete, di donne e uomini concreti, provare a individuare alcune suggestioni. Volevo fare una denuncia delle classi dirigenti e di questa politica che non si occupa delle persone. Lo so, è qualcosa che mi riguarda, molto. È stata la mia personale strategia per resistere, fino a qui». Con queste parole, l’autrice introduce un punto di vista differente sulla crisi economica, quello delle persone che ne sono colpite, denunciando le politiche di rigore dell’Unione Europea che strangolano le economie dei paesi e peggiorano le condizioni di vita dei cittadini, minandone la salute psico-fisica. L’indagine sulla percezione soggettiva della crisi, proposta attraverso la tecnica del focus group, è applicata alle situazioni italiana e spagnola/catalana, permettendone una lettura comparata, da cui emergono similitudini, peculiarità e differenze di comportamento rispetto a politiche che producono sofferenza e umiliazione nelle popolazioni, incontrando rabbia nelle piazze e disperazione nell’isolamento. Fino al suicidio, come risposta individuale che si fa collettiva e riempie di sé la cronaca degli ultimi anni. Mentre si strutturano strategie singole e di gruppo messe in atto dalle persone per resistere.
Rassegna:
'Morire di non lavoro nell'era della Grande CrisiNuvola/Libri
da: Corriere.it - Nuvola/Libri-16 Settembre 13
16/09/2013
Si dice che alla perdita di lavoro seguano diverse fasi. La prima, di sconforto, vergogna, frustrazione. La seconda, fatta di tentativi di recupero, di lotta per riemergere dalla disperazione nella quale si è sprofondati. Infine, la terza fase, la più dura: quella della paura. Sono le bollette da pagare che giacciono impilate sul tavolino, i libri da comprare per i bambini che iniziano la scuola, la rata del mutuo da saldare. Soledad ha cinquant'anni, è spagnola, e questo è il suo percorso da disoccupata di lungo periodo. Ne ha dato testimonianza raccontandosi con altre 11 persone in un focus group organizzato a Barcellona a settembre 2012. L'esperimento è stato ripetuto in Italia il mese successivo. L'obiettivo era il medesimo: evidenziare le ripercussioni che la crisi economica ha avuto sulla salute mentale delle persone. Un'indagine che è diventata un libro, 'Morire di non lavoro, che per la sua autrice, la giornalista Elena Marisol Brandolini, è stato più che altro 'un'urgenza intellettuale. «Io il miraggio del benessere l'ho vissuto, vivevamo bene prima e adesso i soldi che guadagniamo se li prende la banca. Io sono una che combatte, però è normale che la gente si ammazzi». A parlare questa volta è un'attivista della Plataforma Afectados por la Hipoteca, anche lei disoccupata. L'associazione catalana di cui fa parte si impegna per bloccare l'esecuzione degli sfratti di tutte quelle famiglie che, per effetto della crisi, sono state impossibilitate a proseguire nell'assolvimento del debito ipotecario. Una realtà  sempre più comune, purtroppo. 'Morire di non lavoro, è un libro concreto, gremito di storie come queste. Voci di persone che hanno temuto di non farcela più. Perché la crisi non è solo un salario decurtato, e in certi casi, cancellato. E' perdita di certezze e aspettative. Ciò che è peggio, spiega l'autrice, è che a una crisi mondiale non si è riusciti a trovare una risposta globale. Colpa anche degli 'uomini vestiti di nero venuti da Bruxelles, come li chiama lei, che con politiche di austerity hanno favorito il degenerare di una crisi già  abbastanza profonda. Ecco dunque, i numeri dello sconforto: la disoccupazione giovanile al 24% nei paesi dell'area euro, l'ondata di fallimenti per le imprese (dal 2009 a oggi in Italia, hanno chiuso i battenti 48.939 aziende), il Pil con segno meno e il crollo del potere d'acquisto (nei primi nove mesi del 2012, la quota delle famiglie italiane indebitate è passata dal 2,3% al 6,5%). Dati oggettivi che hanno portato a psicodrammi soggettivi. Si è diffusa la convinzione che agire non serva a nulla, che ciò che è perso non potrà  essere recuperato. E' una guerra tra poveri, che a lungo andare rischia di portare alla depressione sociale e, dunque, al suicidio. La correlazione tra crisi e salute mentale della società  è stata sottovalutata per diverso tempo. In Spagna, minimizzando l'incidenza dei suicidi, in Italia, di converso, spettacolarizzando queste situazioni senza produrre un serio dibattito in merito. Eppure, numerose ricerche indicano come all'aumento di un punto percentuale del tasso di disoccupazione corrisponda un incremento dello 0,8% nel tasso dei suicidi. Una dipendenza che potrebbe essere almeno in parte mitigata da efficienti sistemi di protezione sociale. Ma, le politiche pubbliche di sostegno si sono rivelate ancora una volta inadeguate a capire e gestire la nuova realtà  imposta dalla crisi. Al loro posto, invece, più robusto è stato il contributo dato da associazioni e fondazioni di volontari. Che si tratti di Caritas, Croce rossa o comunità  di vicinato, poco cambia. In ognuno di questi casi, la riscoperta della condivisione rompe l'isolamento in cui spesso ci si rifugia. Perché ritrovarsi disoccupati, da un giorno all'altro, non è cosa facile. E la solidarietà , a volte, può diventare l'unica strategia per sopravvivere.
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Disoccupazione, la nuova malattia mortale del lavoro
da: Rassegna.it-18 Settembre 13
18/09/2013
Pubblichiamo un estratto da Morire di non lavoro, di Elena Marisol Brandolini (Ediesse 2013), un'indagine sulla percezione soggettiva della crisi, proposta attraverso la tecnica del focus group, e applicata alle situazioni italiana e spagnola/catalana. «Quando perdi il lavoro alla mia età , inizi un percorso di presa di coscienza della nuova situazione che ha diverse fasi. Nella prima, se, come nel mio caso, puoi accedere alla prestazione di disoccupazione, prevale il senso di fallimento, la perdita di status e d'identità ; una disperazione sorda che, anche se non la metti in pratica, ti porta molto vicino all'idea del suicidio. Una seconda, in cui inizia un processo di adattamento, riprendi a combattere, provando a recuperare una qualche fiducia nel futuro, anche se si tratta di un futuro del tutto diverso da come lo avevi immaginato. Una terza, nella quale, se non interviene qualcosa a modificare la tua condizione di senza lavoro e avendo esaurita la prestazione di disoccupazione, la vicenda economica prende il sopravvento e ti rendi conto che da là a breve non sarai più in grado di far fronte al pagamento delle spese fisse domestiche. Ecco, questa terza fase, che è quella nella quale sono appena entrata, è la fase della paura; ed è un momento delicato, difficile da gestire». Analizza cosà Soledad, una spagnola di cinquant'anni, la sua condizione di disoccupata di lungo periodo. È soprattutto la perdita del lavoro ad agire sul riconoscimento sociale della persona, sulla sua utilità  sociale. È perdita della libertà  materiale, perché rende difficile, se non impossibile, il soddisfacimento dei bisogni elementari propri e della propria famiglia. Ma ancor prima è perdita dell'identità  soggettiva, smarrimento, caos. La perdita di reddito è per lo più vissuta come un passaggio successivo a questo stravolgimento personale e spesso comporta una responsabilità  verso gli altri che da questo reddito dipendono ' famiglia e/o dipendenti di un'impresa. Quando la povertà  materiale s'impone, è la dignità  personale ad essere messa in questione. Si parla di «espulsione» dal processo produttivo, infatti, non solo per rappresentare la violenza e il trauma che comporta l'evento licenziamento, ma per il rischio che vi è nella sua possibile coincidenza con l'esclusione sociale. Vi è un uso del corpo come gesto di denuncia nel tagliarsi le vene, come fa l'operaio del Sulcis davanti ai suoi compagni e alle telecamere di mezzo mondo; nel nascondere il volto dietro un passamontagna scuro, come gli operai dell'Alcoa, accampati su una cisterna, a 66 metri di altezza. Nuove forme di lotta portate quasi all'estremo, per far tornare visibile la propria condizione, avvalendosi dell'unica cosa che si possiede, il proprio corpo: «Una frontiera molto sottile separa la scelta nonviolenta di testimoniare con il proprio corpo dalla necessità  disperata di usare la sofferenza del proprio corpo perché non resta altro». [...] Ogni anno, un milione di persone, nel mondo, si toglie la vita; ciò significa che ogni quaranta secondi si ha una morte da suicidio. Il numero di tentati suicidi può arrivare ad essere venti volte superiore alle morti per suicidio. «Il numero di vite perdute ogni anno per suicidio eccede il numero complessivo di morti dovute all'omicidio e alla guerra», si legge sul sito web della International Association for Suicide Prevention (Iasp), l'organizzazione internazionale non governativa, collegata con l'Organizzazione mondiale della sanità , che si dedica alla prevenzione del suicidio, operando in una cinquantina di paesi. E per quanto il suo presidente, Lanny Berman, si mostri scettico sul collegamento tra incremento del tasso dei suicidi e crisi economica, è abbastanza riconosciuto come, in questi anni di recessione economica, si sia registrato un incremento nel tasso dei suicidi in diversi paesi europei e negli Stati Uniti. Ad ogni buon conto, anche nel caso in cui i dati d'incremento non risultassero statisticamente rilevanti, il concatenarsi di una serie di eventi apparentemente dovuti ad una stessa causa, com'è nel caso delle centinaia di suicidi occorsi in Italia motivati dagli stessi protagonisti con l'insopportabilità  della crisi economica, dovrebbe essere sufficiente a richiamare l'attenzione su di un fenomeno sociale impossibile da oscurare. Secondo dati dell'Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre (Cgia), con la crisi, e in particolare negli anni tra il 2008 e il 2010, in Italia, i suicidi per motivi economici sarebbero aumentati del 24,6%. Nel 2° Rapporto Eures - Ricerche economiche e sociali pubblicato nel 2012, «Il suicidio in Italia al tempo della crisi», si legge che, nel corso del 2010, i suicidi in Italia sono aumentati ancora del 2,1% rispetto al 2009, anno nel quale l'incremento era già  stato del 5,6% rispetto all'anno precedente (i suicidi sono stati 3.048 nel 2010, 2.986 nel 2009, 2.828 nel 2008). In Spagna, la cronaca, fino a poco tempo fa, non registrava casi di suicidio legati alla crisi economica. Ufficialmente, il problema sembrava non esistere. In Catalogna, con la motivazione di non voler provocare un effetto imitazione, si sarebbe determinata una sorta d'intesa tra governo della Generalitat e operatori dei trasporti pubblici per occultare i dati sugli «incidenti» occorsi in questi ultimi anni, che hanno determinato la frequente interruzione del servizio su rotaia. Poi, il dramma degli sfratti ha cominciato a smontare l'immagine idilliaca di un popolo che soffre, ma va comunque avanti e finisce le sue giornate al bar sotto casa, davanti ad una birra. Perché più di uno ha preso a buttarsi dalla finestra, abbandonando a suo modo la casa da cui stava per essere sfrattato. E allora sono cominciati ad uscire alcuni primi dati sui suicidi e si è scoperto, ad esempio, che, nella sola Barcellona, tra il 2011 e il 2012, il numero di suicidi sarebbe aumentato del 58%. In Grecia, il tasso dei suicidi, nei primi cinque mesi del 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010, sarebbe cresciuto del 40%; prima della crisi, la Grecia godeva di uno dei più bassi tassi di suicidio nel mondo. In Portogallo, dove i suicidi per lo più vengono mimetizzati tra le morti registrate come di natura incerta, secondo un recente studio epidemiologico, il tasso di mortalità  da suicidio sarebbe rimasto sostanzialmente invariato nel periodo 1980-2009, ma ne sarebbe cambiata la composizione interna, risultando in decremento per i giovani e in crescita invece per i gruppi di età  più elevata, più alto tra gli uomini che tra le donne e concentrato nel Sud. In Irlanda, secondo dati del National Office for Suicide Prevention, dopo un trend decrescente del tasso di suicidi negli anni dal 2003 al 2008, si sarebbe registrata un'impennata nel 2009 (527 suicidi nel 2009, contro 424 del 2008), anche se questo incremento potrebbe in parte essere dovuto ' si sottolinea nel Rapporto annuale 2009 ' ad un cambiamento nella metodologia di calcolo applicata. Secondo dati diffusi dall'Eures - Ricerche economiche e sociali nel Rapporto precedente a quello già  citato, il tasso di suicidi nell'Europa a ventisette paesi, per il periodo 2005-2009, risulta mediamente pari a 10,3 su 100.000 abitanti. La Lituania sarebbe il paese in Europa con il più alto numero di suicidi, in quegli stessi anni, con un indice pari a 31,3 suicidi ogni 100.000 abitanti. Dati crudi e pesanti, come in un bollettino di guerra. Per una generazione, quella di mezza età , che è stata la prima storicamente a non incontrare la guerra nel suo cammino. Ma che si è imbattuta in questa crisi economica che l'ha resa, oggi, la più esposta alle sue conseguenze.
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Le menti malate dentro la crisi
da: l'Unità-23 Settembre 13
23/09/2013

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Bel paese: Terzo mondo prossimo venturo?
da: Gr Parlamento-29 Settembre 13
29/09/2013

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Furore, storie e letture della crisi economica
da: Radio Radicale-27 Settembre 13
27/09/2013
La percezione della crisi nella sfera privaa è il tema della prima intervista con Elena Marisol Brandolini, autrice del libro " Morire di non lavoro" che tratta i temi della disoccupazione in età  matura. Nella seconda intervista parleremo con l'ex ministro Tiziano Treu che recentemente ha curato un libro " Emploiability per persone ed imprese, percorsi di ouplacement", per approndire i temi del welfare e la necessità  di attuare politiche attive che assistano i lavotori nei percorsi di ricollocazione professionale.
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La vita ai tempi della crisi
da: Radio3 Fahrenheit-1 Ottobre 13
01/10/2013
Cos'è davvero la crisi in cui siamo impantanati da anni, una congiuntura negativa o la crisi di un sistema imprigionato nella sua ideologia? E come la vivono le persone, quali le strategie di resistenza? Alla prima domanda ci aiuta a rispondere l'economista Marcello De Cecco, docente alla Luiss di Roma, che fra pochi giorni pubblica con Donzelli Ma cos'è questa crisi L'Italia, l'Europa e la seconda globalizzazione (2007-2013), un'analisi accurata e storica di quanto sta succedendo. Elena Marisol Brandolini ci porta invece nel lato umano e terribile dell'attuale situazione, con il suo Morire di non lavoro, Eds, un'indagine sulla percezione soggettiva della crisi, con un confronto fra Italia e Spagna/Catalogna, da cui emergono similitudini, peculiarità  e differenze di comportamento rispetto a politiche che producono sofferenza e umiliazione nelle popolazioni.
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Il dolore di un paese
da: il sole 24 ore - Domenica-13 Ottobre 13
13/10/2013

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L'assenza che uccide
da: Rassegna Sindacale-9 Ottobre 13
09/10/2013

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Non potranno costringerci a disperare
da: Controlacrisi.org-27 Ottobre 13
27/10/2013
L'Italia oggi è il paese in cui la precarietà , come condizione stabile in cui si è costretti a vivere, va ormai oltre la semplice emergenza. Parlare di emergenza è ormai una modalità  ipocrita per nascondersi dietro un dito. La realtà , per fortuna o per disgrazia, ci parla d'altro. Raffaele Pennacchio, di 55 anni, malato Sla, è morto tra il 23 e il 24 ottobre 2013, dopo aver trascorso due giorni sotto il ministero dell'Economia. Era in presidio di notte, come di giorno, da due. La sua malattia non ha retto al gelo, il ministro dell'Economia, evidentemente, invece non 'ha retto alla richiesta di ricevere lui e il Comitato 16 Novembre, di cui faceva parte. La manifestazione del 19 ottobre per il diritto alla casa e al reddito per tutti, è riuscita a portare in piazza ben 70.000 persone salvo poi il 23, dopo l'incontro con i sindacati prima e i movimenti dopo con il Ministro Lupi vedere il suo prolungamento con una sua dichiarazione negativa. Da parte del ministro un chiaro 'no al blocco degli sfratti. Ma la lotta non si ferma. Il regista Giuseppe Ferrara, di Cento giorni a Palermo, oggi è in una situazione di grave precarietà  di salute ed economica, è sotto sfratto esecutivo e proprio lunedà rischia di essere portato via da casa sua in autoambulanza. Mostapha ha poco più di quarant'anni ed è disoccupato da circa due. Da cinque mesi dorme in un automobile o nel garage di un amico con la famiglia perché a giugno è stato sfrattato. Fa qualche lavoretto saltuario, fino a gennaio monterà  impianti di riscaldamento, ma non riesce a trovare casa: ha un contratto cosà breve che nessuno gli affitta casa. Sono queste tre 'pillole di storie che risultano sufficienti a mostrare una fotografia dell'Italia, il paese in cui il dramma del diritto alla casa, che non è certo una novità , può essere un'occasione di dibattito per mostrare le criticità  di un paese che, con l'austerità  a cui il governo l'ha sottoposto, sta distruggendo l'esistenza di tutta quella parte di cittadini, ormai di varie generazioni, costrette a vivere senza lavoro, senza riuscire a trovare altra collocazione, senza casa e la cui salute mentale, anch'essa, poi, in modo inevitabile, viene minacciata. La mancanza di lavoro, infatti, causa la mancanza di potersi permettere una casa in cui vivere e tutto questo non fa che peggiorare le condizioni di chi già  subisce le politiche di austerità  sul fronte del taglio dei servizi. La manifestazione di sabato 19 ottobre ha dato dimostrazione della rabbia e dell'insoddisfazione dei cittadini, e a parlare sono stati non solo i numeri, quanto le diverse realtà  presenti e scese in piazza per partecipare al corteo, e la loro voglia di dar vita ad un fronte compatto di lotta. E' da pochi mesi in libreria Morire di non lavoro, di Elena Marisol Brandolini, un libro che nelle sue riflessioni, nella testimonianza che la giornalista consegna ai lettori e nelle pagine che raccontano le cause dell'instabilità  della popolazione, italiana e non solo, a partire dal lavoro che non c'è, induce il lettore a un ragionamento più ampio e importante: la mancanza di impiego, l'assenza di un tetto dove vivere, la solitudine forzata e generata da un sistema di vita troppo spesso fatto di ristrettezze e cosà inaccessibile a un vivere dignitoso, e anche la malattia mentale, diventano tutte facce della stessa medaglia. Qualche volta, e in tempi di crisi non è neanche cosà raro, queste mancanze portano al suicidio, tema che la giornalista infatti affronta nel dettaglio e che permette e invita a una riflessione importante su questo argomento cosà delicato, ma per il quale non possiamo permetterci, istituzioni comprese, di chiudere gli occhi. Non è possibile oggi, dunque, scollegare le esigenze pratiche e primarie da quelle 'umane. Non è possibile scindere il diritto al lavoro, dal diritto alla casa, dal diritto alla salute, a meno che quest'ultima non ci venga negata per cause naturali e a questo è talvolta impossibile porre rimedio. La lotta che i sindacati del diritto all'abitare, cosà come quella che i movimenti hanno iniziato da molti anni insegna la resistenza, il dovere di resistere. Sono l'espressione e un esempio di come reagire all'austerità . La lotta è una risposta determinata e la migliore risorsa da mettere in campo per non lasciarsi risucchiare e paralizzare da questo sistema che 'si dimentica dell'uomo come essere umano, dei suoi diritti elementari. E' allora necessario anche soffermarsi sulla partecipazione di numerose realtà  collettive, antagoniste, scese in piazza il 19 ottobre perché sono non solo la fotografia di quest'Italia, ma soprattutto di quanto la collettività  reagisce alle politiche di austerità . Una collettività  che oggi non intende più subire le scelte di una politica schiava della finanza e della speculazione. E' un segnale che si aspettava da tempo, dopo le piazze di Grecia, Spagna e Portogallo. Se ci è consentito fermarci a riflettere sul 'diritto alla casa numerose sono le questioni da risolvere: occorre bloccare gli sfratti, anche quelli per morosità  non colpevole, bisogna creare alloggi pubblici, permettere che l'uscita da una casa non veda una famiglia finire per strada, ma in un altro alloggio. Occorre capire meglio cosa dovrà  accadere a Roma a chi vive nei residence: se uscendo da questi, ricevendo un contributo di affitto, verranno esclusi dalle liste per la casa popolare. Occorrerebbe rivedere la cedolare secca, l'imposta che di fatto ha favorito solo i proprietari che, pur pagando meno tasse, si sono guardati bene dall'abbassare gli affitti. Bisogna pensare ai bambini, che vengono tolti alle famiglie quando queste sono costrette al dramma dello sfratto. E' dovere pensare agli immigrati, a i precari, ai disoccupati. Ai cittadini, tutti. E non di meno importanza sarebbe indispensabile un confronto e chissà , forse, anche l'unità  della sinistra, delle forze sindacali, con i movimenti, più avanti con la fiducia riconquistata, anche con la sinistra politica, oggi non più riferimento di chi un riferimento lo vorrebbe ancora. Penso a un'unità , più desiderata che attuabile, perché le battaglie comuni per essere vinte devono unire e non dividere chi si muove in un terreno comune. Devono andare verso la crescita, la coesione e mai verso l'esclusione. E se questa diventa una pratica 'nel movimento allora vuol dire che il movimento può vincere. Anche le pagine di Chi comanda Roma, inchiesta di Ylenia Sina, permettono uno spunto di riflessione. In questo caso mi soffermo sull'informazione, ormai manipolata da costruttori proprietari dei nostri quotidiani. Dobbiamo schiacciare l'informazione manipolata continuando a far emergere la voce degli invisibili e trovando strade sempre più adatte perché queste stesse voci raggiungano un pubblico che sia in crescita costante. E' indispensabile pensare a quei cittadini oggi sempre più numerosi e a cui le politiche di austerità  stanno togliendo tutto. Fare nostra, e con forza, una pagina di quello che è stato definito da Sartre il più grande romanzo sulla resistenza: L'educazione europea, di Romain Gary. Questa meravigliosa pagina che oggi possiamo leggere come un invito: 'La verità  è che ci sono momenti nella storia, momenti come quello che stiamo vivendo, in cui tutto quel che impedisce all'uomo di abbandonarsi alla disperazione, tutto ciò che gli permette di avere una fede e continuare a vivere, ha bisogno di un nascondiglio, un rifugio. Talvolta questo rifugio è solo una canzone, una poesia, una musica, un libro. Vorrei che il mio libro fosse uno di questi rifugi e che alla fine della guerra, gli uomini ritrovassero intatti i loro valori e capissero che, se hanno potuto forzarci a vivere come bestie, non hanno potuto costringerci a disperare. Non esiste un'arte disperata: la disperazione è solo una mancanza di talento [...]. Non potranno costringerci a disperare.
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Morire di non lavoro. La crisi nella percezione soggettiva
da: Radio Articolo 1-30 Ottobre 13
30/10/2013

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Morire di non lavoro. La crisi nella percezione soggettiva
da: Redattore sociale-4 Novembre 13
04/11/2013
Tra gli effetti che la crisi ha avuto sulle persone quello del suicidio è la manifestazione più macroscopica. In 'Morire di non lavoro (Ediesse Editore, 2013) Elena Marisol Brandolini passa in rassegna i principali studi relativi all'impatto della crisi sulla salute psico-fisica delle persone evidenziando come le solite ricette economiche basate sul 'mito del deficit zero o su quello dell'equilibrio di bilancio non hanno evitato l'aumento delle disuguaglianze e del rischio di povertà  ed esclusione, determinando invece una crescita significativa di un disagio non solo sociale ma anche e soprattutto personale. L'indagine della Brandolini si concentra inizialmente su una descrizione generale di alcuni paesi europei maggiormente colpiti dalla crisi per poi approfondirne gli effetti andando ad indagare la percezione soggettiva delle persone, analizzata attraverso la tecnica del focus group. In particolare, l'autrice confronta la situazione italiana con quella spagnola-catalana da cui emerge un disagio comune che si manifesta principalmente con lo smarrimento dell'identità , con la perdita dello status e il senso di vergogna sociale derivante dalla condizione di disoccupazione, che sempre più spesso sfocia nel gesto estremo di togliersi la vita. A questo si aggiunge il deterioramento del sistema di welfare dovuto ai considerevoli tagli al sistema pubblico della salute, a quello dell'istruzione nonché a quello pensionistico, che non ha di certo contribuito ad arginare il fenomeno. Anzi, la contrazione dei redditi familiari e il conseguente rischio di entrare in povertà  confermano l'esistenza di uno stato che non si fa garante del benessere sociale della sua popolazione. 'Se il lavoro è fondativo di uno Stato, com'è nel caso dell'Italia, dove la Costituzione, all'articolo1, lo nomina a base della Repubblica, questo diventa un elemento di valore nel definire la cittadinanza. Perché è qualcosa che non può essere svincolato dai diritti e perciò dalla libertà . Quello che manca ' conclude la Brandolini ' è una misura di sostegno al reddito legata alla cittadinanza che risolverebbe non soltanto il problema degli 'esodati ma anche quello di tutti coloro che, rimasti senza lavoro, hanno esaurito o sono privi di sussidi di disoccupazione di tipo assicurativo.
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Elena Marisol Brandolini: "Il suicidio, scelta razionale di chi non vede alternative"
da: Controlacrisi.org-3 Novembre 13
03/11/2013
Elena Marisol Brandolini, giornalista, per ediesse autrice di Morire di non lavoro (pagine 152, euro 10,00), un testo che, attraverso l'austerità  in cui sono costretti a vivere paesi come l'Italia e la Spagna, riesce a esaminare temi importanti quali la crisi, la mancanza di lavoro, il problema degli sfratti, il suicidio, l'incidenza che in generale l'austerità  ha sulla vita dei cittadini. Un vero testo di denuncia questo della Brandolini che consegna al lettore la crisi di due grandi paesi incapaci, oggi, di mettere al centro delle istituzioni l'interesse verso i cittadini. L'estratto dall libro Per controlacrisi abbiamo intervistato l'autrice del libro. Come nasce il libro Morire di non lavoro? Morire di non lavoro è un libro denuncia sulla condizione in cui sono costretti a vivere i cittadini, con un focus su Italia e Spagna. Io sono fortunata perché la mia attività  di giornalista mi consente di raccontare storie di persone e cosà di denunciarle e consegnarle all'attenzione pubblica. Quindi, mi dica, si muore di non lavoroâ?¦ Ho ragionato sul tema del suicidio, sà. In Catalogna è forse più rilevante. Ad acuire il numero di suicidi è stato il problema degli sfratti. Il suicidio come fatto drammatico mi ha spinto a capire cosa sta succedendo. E cosa sta accadendo? Come dicevo in Catalogna del suicidio se ne è iniziato a parlare con il problema degli sfratti, all'inizio infatti era argomento sui cui si taceva, perché tra il governo e aziende trasporti sembrava esserci un accordo. Era la volontà  di non far emergere il problema, e anche quello di non permettere di far accrescere l'emulazione. Quanto e come ha inciso invece il problema degli sfratti in Catalogna? E' stato impossibile nascondere i suicidi perché qui c'è una legislazione passata. In soldoni se paghi il mutuo e perdi casa ti resta il debito da pagare. Gli sfratti pe rquesto con la crisi sono stati portati all'opinione pubblica e cosà i suicidi. Ma veniamo all'Italia. Quando parliamo di suicidi in Italia (nel 2012 due di media al giorno) si parla molto spesso più di italiani che di immigrati. E' dovuta a una condizione di precarietà  a cui gli italiani sono meno abituati a vivere? di recent ec'è stato il primo suicidio di un'imprenditrice donna... Certo. Il ceto medio peraltro è quello che adesso non c'è più e che è stato colpito, trovandosi dunque spiazzato davanti alle difficoltà  in cui è costretto a vivere. Oggi nei dormitori, cosà come alla Caritas, si rivolgono anche questi cittadini, infattiâ?¦ Sà, e sono i meno abituati a muoversi nella burocrazia dei servizi. L'Italia rispetto alla Spagna ha meno residenti che promuovono piattaforme, grazie alle quali a prevalere è la capacità  di lotta cosà come vere strategie di associazionismo. La società  civile cosà è un elemento di grande forza in Spagna. Perdita del lavoro, perdita della casa, perdita della saluteâ?¦ Sà, lo sfrattato viene dalla perdita del lavoro. A intervenire dunque è la disoccupazione, che oggi vivono anche persone di cinquant'anni. Chi viene 'espulso dal lavoro oggi lo cerca, non lo trova e si stufa persino di cercarlo. Invece le persone dovrebbero avere l'opportunità  di cercare l'impiego libere dall'esigenza della sopravvivenza. Oggi non c'è nulla che sostiene i cittadini. La politica non risponde all'emergenza in cui ci troviamo. Cosa servirebbe? No all'austerità  che uccide la popolazione. Occorrono politiche di reddito alla cittadinanza. Prestare attenzione sul tema dei suicidi. Perché chi perde il lavoro non è clinicamente un malato mentale spinto al suicidio dalla malattia mentale, ma è spesso una persona che si trova senza vie di uscita e sceglie il suicidio come soluzione razionale. Oggi il suicidio è un fenomeno di rilevanza sociale. Indagini internazionali, non a caso, dimostrano che nei paesi dove il welfare funziona, con servizi sociali, sanitari e dunque con supporti psico-sociali i cittadini vivono meglio, trovano risposte alternative adeguate alla loro emergenza
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Vite spinte ai margini dal tritatutto della crisi
da: il Manifesto-13 Novembre 13
13/11/2013

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Elena Marisol Brandolini a Linea Notte tg3
da: Tg3 Linea Notte-12 Novembre 13
12/11/2013

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Alle radici della crisi
da: Pagina3 - Radio3-13 Novembre 13
13/11/2013

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Licenziamento killer
da: Succedeoggi-18 Novembre 13
18/11/2013
È un focus-group quello realizzato dall'autrice che in 'Morire di non lavoro indaga gli effetti della disoccupazione sulla salute mentale in Italia e in Spagna. Essere espulsi dal processo produttivo e quindi sociale induce al suicidio. Solo l'associazionismo solidale riesce a mitigare la solitudine dei disoccupati Ve lo ricordate voi l'Ufficio di Collocamento? Io lo vidi solo un paio di volte quando a diciotto anni feci le pratiche per ottenere il libretto di lavoro. Ci passai di sfuggita ma negli anni ne ho conservato un distratto ricordo, mi ero fatta una certa idea. Per esempio, mi ero fatta l'idea che alle brutte, ma proprio alle male parate, l'Ufficio di Collocamento si occupava di 'collocarti, per dire. Avanti veloce di qualche lustro, scopro che l'Ufficio di Collocamento si chiama adesso Centro per l'Impiego, ma questo è solo uno dei piccoli e grandi cambiamenti intervenuti in mia assenza. Per esempio, ora c'è il Patto di Servizio, che da quel che ho capito implica che il Cpi debba metterti a disposizione formazione, orientamento al lavoro, aiuto nella stesura del Cv, preparazione a sostenere i colloqui, ma in definitiva il lavoro te lo devi trovare da solo. Non è tanto questo ad avermi turbato, però, qualche settimana fa quando per registrarmi ho sostenuto l'obbligatorio colloquio di orientamento con un operatore del centro, quanto le prime parole di avvertimento pronunciate dal suddetto operatore: «Considera che il 99% delle persone trova lavoro attraverso il proprio personale network di conoscenze e relazioni». Ma anche: «Considera che su 100 curriculum inviati, sei fortunato a ottenere UN colloquio». C'è voluta tutta, per trattenermi dal chiedere «E allora qua che ci si viene a fare?». Nelle settimane successive questo interrogativo inespresso ha continuato a pungolarmi. Non vi pare un meraviglioso arcano che gli enti pubblici spendano risorse per formare e assumere mediante concorso un certo numero di disoccupati allo scopo di metterli in un ufficio a dire a tutti gli altri disoccupati che il loro ufficio non serve a niente? Non vi pare un paradosso squisito? Ho divagato ma fino a un certo punto. Ho divagato perché anche io faccio parte delle schiere di 'precari della cultura la cui condizione di freelancer assomiglia cosà tanto a una forma sancita di disoccupazione a corrente alternata che la parola stessa, freelancer, pare essere diventata un nuovo eufemismo garbato per dire 'morto di fame. Quindi, diciamo che ho divagato perché fosse chiaro da subito il mio stato d'animo quando ho deciso di leggere una recente e interessante pubblicazione, Morire di non lavoro (Ediesse Ed., 152 pagine, 10 euro), una ricerca sulla disoccupazione in tempi di Austerity, condotta dalla giornalista Elena Marisol Brandolini. Questo studio attinge a una varietà  di repertori statistici e a due parallele indagini realizzate dall'autrice secondo il modello del focus-group, in Italia e in Spagna; vi si indaga la correlazione tra disoccupazione e aumento del tasso di suicidi ma, soprattutto, si interpella efficacemente il fenomeno della disoccupazione nei suoi effetti sulla salute mentale, e quindi come problema sociale-epidemiologico, verrebbe da dire. Brandolini non cita nel suo studio un popolare e discusso saggio del 2009 degli studiosi britannici Richard Wilkinson e Kate Pickett ' per l'appunto, due epidemiologi ' The Spirit Level (ed. italiana: La Misura dell'Anima, Feltrinelli, 2009), ma mio avviso Morire di non lavoro ne costituisce un naturale approfondimento e ne rafforza ulteriormente le conclusioni: la disuguaglianza economica, scrivevano Wilkinson e Pickett, è causa dei principali problemi sanitari e sociali che affliggono le società  a capitalismo avanzato, che si tratti di crimine, alcolismo, obesità , disturbi psichici, persino la mortalità  infantile. I contesti esaminati da Brandolini non fanno che confermare questa analisi: Italia e Spagna, entrambe attualmente sottoposte alla cura da cavallo dell'Austerity made in Bruxelles hanno visto aumentare in modo significativo la concentrazione interna dei patrimoni, le diseguaglianze, e ovviamente la disoccupazione. Con esiti prevedibili, verrebbe da dire a chi ha letto The Spirit Level. Morire di non lavoro si colloca quindi in quell'ambito nutrito di studi che considerano le politiche di Austerity una ricetta per il disastro, recessive in se stesse, e va ad alimentare un dibattito virtualmente infinito. Ma c'è un aspetto ulteriore che rende l'analisi di Brandolini meritevole, ed è la sensibilità  con cui approfondisce il tema della solitudine individuale, il senso di fallimento personale che pesa sui disoccupati di oggi. La Crisi nella percezione soggettiva è il sottotitolo di questo volume, che non perde mai di vista l'impatto del non lavoro su singoli e famiglie. Mai come ora l'esclusione dal mercato del lavoro è stata condizione più alienante e solitaria, venute meno tutte le forme di ammortizzazione e sostegno, la nozione stessa di 'diritto al lavoro e, in molti casi, anche la concreta speranza che la propria disoccupazione sia una condizione transitoria, da cui si può uscire. La solitudine, la si consideri nelle sue forme più estreme, quella di chi rimane solo a fronteggiare debiti, pignoramenti, insolvenza, o in quelle dell'ordinaria sommessa disperazione di chi si danna nel cercare un impiego e di chi rinuncia persino a cercarlo, la solitudine di chi è espulso dal mercato del lavoro deve farci paura. Come argomenta Brandolini: «Quando la povertà  materiale s'impone, è la dignità  personale a essere messa in questione. Si parla di espulsione dal processo produttivo, infatti, non solo per rappresentare la violenza e il trauma che comporta l'evento del licenziamento, ma per il rischio che vi è nella sua possibile coincidenza con l'esclusione sociale». È nel cercare risposte a questa solitudine che la metodologia impiegata da Brandolini, quella del focus-group e quindi della messa a comparazione di due diversi contesti, offre notevoli spunti di riflessione. Essa permette di cogliere bene come, laddove si crei una rete di mutuo sostegno, la solitudine degli esclusi trovi un orizzonte e un principio di contenimento. È il caso della Catalogna, dove «la fiducia riposta nelle iniziative di lotta e la diffusione sul territorio dell'associazionismo solidale sembrano, almeno in parte, costituire un possibile deterrente per non incorrere nella reazione estrema che coincide con la scelta del suicidio». Mi sembra, questa, una riflessione importante. Un buon punto da cui ripartire.
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L'ITALIA FRA CRISI ECONOMICA E CRISI D'IDENTITÈ
da: Famiglia Cristiana-6 Dicembre 13
06/12/2013
L'ultimo rapporto dell'Eurostat lancia l'allarme: in Italia 18 milioni di persone rischiano la povertà  e l'esclusione sociale. Peggio di noi in Europa sta soltanto la Grecia. La crisi economica affonda risorse, energie, la speranza della gente. La crisi investe l'economia, ma anche l'identità  di un Paese. Alimenta la sfiducia della gente, nello Stato ma anche in sé stessi. La percezione soggettiva della crisi - che cambia da Paese a Paese - porta le persone al senso di perdita della propria dignità , alla disperazione. Gli effetti della dimensione socio-economica della crisi sul benessere psico-fisico delle persone sono immani: su questo tema negli ultimi anni si sono sviluppati studi e ricerche. Ad analizzare in modo chiaro e puntuale il problema dell'impatto della crisi sullo stato psicologico e sulla salute mentale dei cittadini è Elena Marisol Brandolini nel suo libro Morire di non lavoro. La crisi nella percezione soggettiva (edito da Ediesse). Un titolo forte, lapidario, che rimanda con urgenza al terribile fenomeno dei suicidi legati alla disfatta economica, ai debiti, al fallimento delle piccole imprese. Giornalista, esperta di politiche di sicurezza sociale, residente in Catalogna, l'autrice scandaglia il fenomeno al di là  dei confini italiani, attuando in particolare un confronto con la situazione della Spagna. I dati e le ricerche, spiega la Brandolini nel suo libro, dimostrano una relazione stretta tra l'aumento della disoccupazione nell'Unione europea e il tasso dei suicidi: "in Grecia, ad esempio, nell'ultimo periodo il numero di persone che si è tolta la vita è cresciuto del 40%". Il fenomeno riguarda anche gli Stati Uniti: nell'arco di tempo fra il 2007 e il 2010 "l'aumento della disoccupazione inciderebbe per circa un quarto sull'aumento dei suicidi verificatosi in quel periodo". In Spagna il problema dilagante degli sfratti, a causa dell'impossibilità  della gente di pagare i mutui per la casa, ha generato un senso diffuso di disperazione, sofferenza, frustrazione. La crisi - disoccupazione, perdita di uno status economico-sociale, indebitamento - è in strettissima relazione con i problemi di salute mentale. In Europa, ricorda la giornalista, "lo stress da lavoro è una delle sfide principali in termini di salute e sicurezza. Nel 2005, lo stress rappresentava il secondo problema dal punto di vista della salute professionale, riguardando il 22% dei lavoratori nei ventisette paesi dell'Unione europea". L'infermità  mentale, oggi, si qualifica come una malattia professionale: un debito, ad esempio, "produce un aumento del rischio di disordini mentali come fobia, depressione o attacchi di panico". Se il lavoro è dignità , la perdita del lavoro ha portato ineluttabilmente alla perdita di questo senso di dignità , a uno stato di profonda sofferenza interiore. C'è chi ha escogitato forme di sopravvivenza, chi non si rassegna e continua a combattere, dopo aver perso tutto. Ma intanto, tra politiche statali fallite e classi dirigenti incapaci di trovare soluzioni concrete, in Italia, in Spagna, in Grecia, negli Stati Uniti, si continua, purtroppo, a morire di non lavoro.
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PAGINE, FOGLI, PAROLE. Morire di non lavoro
da: Radio Vaticana-11 Dicembre 13
11/12/2013
Lo scorso 16 maggio, durante un incontro con i nuovi ambasciatori, papa Francesco ha parlato della crisi economica, ricordando che "la maggior parte delgi uomi nie delle donne del nostro tempo continuano a vivere in una precarietà  quotidiana con conseguenze funeste". Nella puntata di oggi, partendo proprio dalle parole del Santo Padre, vogliamo occuparci di questo argomento, e lo facciamo con l'aiuto di Elena Marisol Brandolini, autrice del libro Morire di non lavoro . La crisi nella perceizone soggettiva, Edizioni Ediesse. Un programma di Ilaria Bottiglieri.
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