Le ragazze di Asmara
Lavoro domestico e migrazione postcoloniale
Uno studio sulla migrazione e sul lavoro femminile basato sui racconti delle donne eritree arrivate in Italia negli anni '60 e '70
Pubb. : Dicembre 2011
192 pag
ISBN: 88-230-1628-6
Descrizione
Si parla molto oggi degli eritrei come dei giovani che sbarcano, in gran numero, sulle coste meridionali, ma, in realtà, è già dagli anni sessanta, con l’aumentare del conflitto con la vicina Etiopia, che sempre più persone arrivano dall’Eritrea in Italia. Allora come oggi, per la maggior parte di essi l’Italia è solo un punto di passaggio di un percorso con destinazioni più lontane. Ma non per tutti è stato così. Fra coloro che in Italia hanno invece deciso di fermarsi ci sono le donne arrivate da Asmara, negli anni ’60 e ’70, per lavorare come domestiche presso famiglie romane. Il libro nasce dai ricordi di queste donne, raccontandoci la storia della migrazione eritrea in Italia e l’esperienza di alcune fra le prime straniere impegnate in un lavoro che caratterizza tutt’oggi la migrazione femminile nel nostro paese.C’è un elemento, tuttavia, che distingue l’esperienza di queste donne da quella delle ucraine, filippine o peruviane che lavorano nelle case degli italiani: l’esistenza di un passato legame coloniale fra l’Italia e il proprio paese. Nelle memorie delle intervistate, la dimensione postcoloniale emerge come un aspetto fondamentale della propria identità, della propria esperienza lavorativa come domestiche e della propria relazione con l’Italia in quanto paese ex colonizzatore. Le ragazze di Asmara s’inserisce in un dibattito crescente, anche in Italia, circa la costruzione dell’identità di soggetti neri, migranti e (ex) colonizzati, in particolare nell’ambito della «narrativa migrante» e negli studi letterari. L’originalità del volume sta tuttavia nella capacità di portare questo dibattito all’interno degli studi sulla migrazione e sul lavoro femminile, inserendo la categoria del postcoloniale nell’ambito delle scienze sociali e della storia orale, attraverso un accurato lavoro di carattere empirico ed un innovativo approccio teorico.
Rassegna:
Vie di fuga da identità colonizzate
da: il Manifesto-29 Marzo 12
29/03/2012

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Il ruolo delle donne eritree in Italia negli anni '60 e '70
da: Conquiste del Lavoro-28 Aprile 12
28/04/2012

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Immigrazione: un fenomeno tutt’altro che nuovo per l’Italia
da: Africanews.it-9 Febbraio 12
09/02/2012
Il lavoro domestico delle immigrate eritree in Italia negli anni Settanta e l’eredità postcoloniale Il libro “Le ragazze di Asmara. Lavoro domestico e migrazione postcoloniale” di Sabrina Marchetti, presentato a Roma presso la Casa internazionale delle donne il 9 dicembre, riporta la memoria agli anni ’60-’70, quando allora l’immigrazione italiana aveva una composizione e motivazioni diverse dal fenomeno odierno. Il libro ha il merito di dare testimonianza della continuità storica legata al flusso di immigrazione e di mettere in luce gli aspetti sociologici, antropologici ed etnografici legati al passato postcoloniale. L’autrice, come essa stessa afferma, vuole “mettere in luce l’esistenza di un legame fra il paese di origine e il paese di destinazione delle migrazioni, fatto di cruciale importanza nel percorso migratorio delle persone, ma che viene spesso dimenticato. In molti casi, infatti, si cade nell’errore di rappresentare i migranti come persone la cui vita “inizia” nel momento in cui mettono piede nel paese di arrivo, come fossero persone senza passato”. Attraverso le parole delle intervistate, il libro analizza l’immigrazione delle donne eritree arrivate in Italia negli anni ‘60/’70 ed evidenzia il nesso di continuità tra il passato coloniale del nostro paese e il vissuto delle donne, che arrivarono in Italia per lavorare come domestiche, bambinaie, cuoche e cameriere. Dal racconto delle intervistate la dimensione post-coloniale si fa strada come elemento della propria identità ed auto-rappresentazione e come aspetto fondamentale della loro esperienza lavorativa. Emerge dai ricordi del passato coloniale il fatto che gli Italiani venivano visti come l’Occidente modernizzatore e come esempio di civilizzazione e progresso; la popolazione di Asmara, ai tempi della colonizzazione, adotta l’italianizzazione come modello a cui aspirare. Allo stesso tempo, il background coloniale precedente all’immigrazione verso l’Italia degli anni ’60-’70 evidenzia anche la sottomissione della popolazione eritrea, visibile nella separazione fisica degli spazi ma anche nelle relazioni che si instaurano, che sono solo superficiali e, nel caso di legami sentimentali, sono solo di concubinaggio. La migrazione verso l’Italia raggiunse il suo apice intorno al 1975 a seguito dell’intensificarsi degli scontri con l’Etiopia e della conseguente crisi economica. In alcuni casi l’Italia era solo un paese di passaggio verso altre mete europee, in altri casi, con un livello di istruzione medio-basso, molte donne scelsero l’Italia per lavorare, approfittando anche di legami già esistenti con le famiglie italiane. Il vissuto delle donne arrivate a quel tempo in Italia è molto diverso dalle aspettative e dall’immagine che del paese si erano formate in patria e la tipologia delle relazioni create al tempo della colonizzazione si ripercuotono sulle loro possibilità di emancipazione. La sensazione di straniamento implica la necessità di rinegoziare la propria posizione all’interno della società italiana. Quest’ultima riproduce la dicotomia tra donna bianca colonizzatrice e donna nera colonizzata e con la reiterazione delle frontiere simboliche e culturali si determina la stessa relazione che c’è tra oppressore ed oppressi. Allo stesso tempo, pero’, grazie alle competenze di eredità coloniale, le donne eritree affermano di essere “brave serve”, perchè sanno come gli italiani “vogliono che le cose vengano fatte”. La postcolonialità dunque da un lato facilita le donne eritree nei loro compiti, ma dall’altro lato rappresenta dei lacci che le relegano ai lavori più umili. Il libro di Sabrina Marchetti ha il merito di voler comprendere le radici simboliche e materiali del lavoro migrante in Italia ed in Europa. A proposito di ciò l’autrice stessa afferma: “Emerge un elemento valido per tutto il lavoro domestico, ossia la stretta interconnessione fra il lavoro che si svolge e la posizione sociale che si occupa, in cui l’una rinforza l’altra a vantaggio comunque del paese di arrivo. Si tratta della connessione fra l’«essere necessari» e l’essere posizionati come «inferiori». In sostanza: chi si occupa dei compiti più difficili, duri, umili che nessuno vuole fare (come accade nella pulizia della casa o nella cura di anziani e malati) è continuamente costretto dalla società in una posizione di minorità, mancanza di diritti, stigmatizzazione, ecc. Questo è un elemento costante nel lavoro domestico in tutti i contesti storici e a livello globale, difficilissimo da modificare. Perciò bisogna continuare a puntare il dito sull’ingiustizia fondamentale di tale meccanismo”.
Le ragazze di Asmara nell'Italia colf-coloniale
da: in genere-2 Mag 12
02/05/2012
Il caso delle donne provenienti da una ex colonia che vanno a lavorare nel paese degli ex colonizzatori [è] qualcosa di unico, o almeno di molto diverso, rispetto al caso di altri gruppi. Parte da questo assunto Sabrina Marchetti nel suo libro “Le ragazze di Asmara. Lavoro domestico e migrazione postcoloniale”, applicandolo al caso esemplare delle donne eritree che negli anni ’60 e ’70 giunsero in Italia. Una storia poco conosciuta dagli italiani – almeno quanto il proprio passato coloniale nel Corno d’Africa – che il libro, attraverso i racconti e le voci delle protagoniste, recupera e rilegge all’interno della dimensione, ben più ampia, della globalizzazione del lavoro domestico e di cura, o meglio della delega quasi esclusiva che le società europee hanno fatto di questo lavoro alle donne straniere di origine immigrata. Nel caso della migrazione eritrea in Italia – e più in generale delle migrazioni dai paesi colonizzati ai paesi colonizzatori – l’applicazione di una prospettiva postcoloniale al regime culturale ed economico che regola l’inserimento dei migranti nelle società di emigrazione, permette di rintracciare una netta linea di continuità tra la colonizzazione e la globalizzazione, tra il posto riservato ai colonizzati nei loro paesi durante i regimi coloniali e il posto che si ritrovano ad occupare nei paesi europei quando vi arrivano da immigrati. Il libro rilegge l’immigrazione eritrea e le condizioni di vita – nonché i vissuti – delle immigrate eritree in Italia, in diretta continuità con il regime coloniale italiano e con la condizione di “domesticità” già in quel contesto riservata loro. Le ragazze che negli anni ’60 e ’70 da Asmara raggiunsero Roma, scelsero l’Italia e furono scelte dagli italiani proprio in virtù della precedente socializzazione alla cultura italiana e della forte prossimità sperimentata con gli italiani in Eritrea: durante la colonizzazione attuata dal Regno d’Italia sul finire dell’Ottocento; durante il fascismo, che tra gli anni ’20 e ‘30 vi attuò una politica di segregazione lungo linee “razziali” e sessuali; infine, durante il periodo del neocolonialismo, che tra il 1945 e il 1975 vide moltiplicarsi le occasioni di scambio e contaminazione tra la cultura italiana e la cultura eritrea, sia nei luoghi pubblici che nelle abitazioni private, ma che non per questo modificò l’ordine gerarchico vigente tra le due culture. Sempre, in ciascuna fase, alle donne eritree fu assegnato il compito di occuparsi dei servizi domestici destinati alla popolazione italiana, in base a una divisione del lavoro fondata sulle differenze di genere e di “razza”. Parallelamente, l’istituto del “madamato” inaugurato dal colonialismo italiano in Eritrea sul finire dell’Ottocento, ossia il concubinato tra uomini italiani e donne eritree (che il fascismo nel 1937, con l’introduzione delle leggi razziali, proibì e perseguì penalmente, causando il disconoscimento dei figli nati da quelle relazioni e l’abbandono di molte donne), generò anche rapporti di parentela che contribuirono ad accrescere le occasioni di familiarità e vicinanza tra gli eritrei e gli italiani. È in virtù di questo passato che, nel momento in cui in Italia iniziò a svilupparsi una domanda di lavoro domestico retribuito, non solo l’Italia considerò quasi naturale richiamare forza lavoro dall’Eritrea piuttosto che da altri paesi, ma le stesse donne eritree si pensarono come le più adatte a svolgere quel lavoro. La convinzione di essere le più “brave” nell’interpretare i desideri e i gusti degli italiani, di possedere cioè quel “capitale culturale”, al contempo “femminile” e “postcoloniale”, necessario per svolgere bene e meglio di altre il lavoro domestico e di cura in Italia, ritorna frequentemente nei racconti delle intervistate, come una sorta di tattica narrativa utile a conferire maggiore dignità e valore al ruolo ricoperto nelle famiglie italiane. Un capitale, dunque, che al momento della migrazione hanno saputo strategicamente sfruttare per essere scelte, che nella ricostruzione della propria storia permette loro di elaborarne una valutazione tutto sommato positiva, ma che al momento dell’arrivo in Italia hanno scoperto non essere riconosciuto dagli italiani. In molte, ricordano la delusione e il sentimento di disambientamento provato quando, giunte in Italia piene di aspettative, si sono dovute confrontare con l’indifferenza da parte degli italiani, il non riconoscimento degli studi svolti in Eritrea – spesso proprio presso scuole italiane –, in alcuni casi addirittura la vergogna e l’imbarazzo da parte di quegli stessi italiani con cui in Eritrea avevano condiviso tanti momenti di vita in comune. Di fatto, quello che scoprono ma non dicono, è che il loro trasferimento dall’Eritrea all’Italia non è che il passaggio da una colonia fuori confine a una nuova colonia interna, da una “periferia coloniale” a una “metropoli postcoloniale”. Persino lo spazio domestico e l’architettura delle case in cui le donne eritree vanno a vivere e a lavorare, sembrano essere stati pensati per riprodurre continuamente il confine tra le famiglie italiane e le domestiche eritree e, per estensione, tra bianchi e neri, tra colonizzatori e colonizzati. Quel capitale culturale acquisito dalle donne durante il colonialismo e da esse rivendicato come valore aggiunto con cui candidarsi all’ingresso e alla vita in Italia, è stato anche la loro gabbia, relegandole per anni allo stesso lavoro e allo stesso posto nella scala sociale. I profili delle protagoniste del libro – oggi ormai anziane – descrivono donne che lavorano ancora adesso come domestiche (o che hanno smesso di farlo da poco) e che nella gran parte dei casi non sono riuscite a costruire – né in Italia né in Eritrea – una propria famiglia e una propria autonomia abitativa. La loro storia è tutto questo, ma è soprattutto la risultante dell’intreccio di almeno tre condizioni: quella di donne, quella di migranti postcoloniali, quella di soggetti subalterni. Il merito del libro è di aver attinto a un panorama teorico-metodologico estremamente vasto ed interdisciplinare – che va dalla sociologia agli studi di genere, dalla filosofia agli studi postcoloniali – e di averlo poi applicato a un caso concreto. La storia dell’emigrazione femminile eritrea in Italia, così, non viene solo ricostruita ma reinterpretata alla luce di almeno tre imprescindibili chiavi di lettura: il razzismo, il colonialismo, il patriarcato. Si riesce così a comprendere quella specifica posizione che le donne migranti si trovano a occupare nei paesi di immigrazione, non solo rispetto ai nativi, ma anche rispetto agli stessi connazionali maschi. La loro specificità sta nel portare su di sé e dentro di sé non soltanto i segni della “linea del colore”, ma anche quelli della “linea del genere” e della “linea della classe”, un intreccio così potente e fitto da aver generato, nel caso delle donne eritree, una vera e propria triangolatura nella quale sono rimaste imbrigliate. Nel frattempo la linea del colore ha esteso il proprio raggio di azione, opera anche nei confronti di donne e migranti dell’Europa bianca e l’esperienza migratoria coinvolge anche paesi di partenza non necessariamente legati ai paesi di destinazione da un esplicito passato di dominazione coloniale. Il lavoro di Sabrina Marchetti, allora, può forse servire non solo a recuperare una storia nazionale rimossa e a rileggerla dal punto di vista dei soggetti subalterni, ma a rintracciare nel passato possibili elementi di comprensione del presente. Il primo passo è stato compiuto pienamente dall’autrice, il secondo resta invece da compiere, a partire dalla consapevolezza che la dimensione postcoloniale, seppure necessaria, non è sufficiente quando si guardi ad altre migrazioni femminili, sia del passato che del presente, che pur non provenendo da una storia di colonizzazione sono comunque accomunate dall’inserimento quasi esclusivo nell’area dei servizi (domestici, di cura, sessuali). Se anche le attuali immigrate bianche ed europee faticano a trovare opzioni lavorative e sociali alternative all’area della “domesticità”, resta una domanda non risolta dal libro ma al contempo offerta alla riflessione comune. Quale sia la combinazione di cause e processi per cui, a distanza di oltre quarant’anni dall’arrivo delle “ragazze di Asmara” in Italia, il posto riservato alle donne immigrate sia ancora la casa e la loro posizione quella della subalternità.
Link alla risorsa
Le ragazze di Asmara, storie di lavoro e immigrazione
da: Radio Articolo 1-24 Febbraio 11
24/02/2011

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Ancelle d'Italia
da: Rassegna Sindacale-9 Febbraio 12
09/02/2012

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Intervista a Sabrina Marchetti sul suo libro "Le ragazze di Asmara. Lavoro domestico e migrazione postcoloniale"
da: Radio Radicale-10 Dicembre 11
10/12/2011

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Le ragazze di Asmara
da: Il Foglio-14 Marzo 12
14/03/2012

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