La società dei beni comuni
Una rassegna
Pubb. : Gennaio 2011
192 pag
ISBN: 88-230-1527-2
Collana: Saggi
Descrizione
Il libro raccoglie diciannove opinioni di autrici e autori italiani che da diverse visuali disciplinari (storiche, giuridiche, filosofiche, antropologiche, ambientaliste…) si sono confrontati con il tema dei «commons». Aria, acqua, terra, energia e conoscenza sono risorse speciali, beni primari da cui tutto dipende e la cui fruizione richiede quindi attenzioni particolari. L’applicazione a tali beni della logica del mercato ha sperimentato infatti i più clamorosi fallimenti. Il riconoscimento del Nobel all’economista Elinor Ostrom dimostra che il pensiero unico neoliberista sta incrinandosi anche dentro l’accademia. Ma nella sfera politica (specie in quella italiana) non vi è ancora traccia di ravvedimento: la saga delle privatizzazioni procede, ma cresce anche l’opposizione da parte di numerosi gruppi di cittadinanza attiva, di comitati, di associazioni in nome di una società più consapevole nei riguardi della natura e più responsabile nei confronti di tutta la comunità umana. Contributi di: Massimo Angelini, Bruno Amoroso, Eugenio Baronti, Davide Biolghini, Paolo Cacciari, Nadia Carestiato, Giuseppe De Marzo, Luigi Lombardi Vallauri, Laura Marchetti, Ugo Mattei, Emilio Molinari, Officina delle idee di Rete@Sinistra, Tonino Perna, Riccardo Petrella, Mario Pezzella, Giovanna Ricoveri, Edoardo Salzano, Chiara Sasso, Gianni Tamino, Laboratorio Verlan, Filippo Zolesi.
Rassegna:
La società dei beni comuni. Non solo uno slogan
da: il Cambiamento.it-18 Novembre 11
18/11/2011
Di recente pubblicazione 'La società dei beni comuni' (Ediesse 2010), curato da Paolo Cacciari in collaborazione con docenti universitari e cittadini attivi, esplora il significato della nozione di beni comuni, indagandone l'estensione e la validità, soffermandosi sui problemi giuridici e pratici che tale concetto presenta, fino a proporre una serie di buone pratiche di gestione comunitaria di saperi e risorse. La società dei beni comuni (Ediesse 2010), curato da Paolo Cacciari in collaborazione con docenti universitari e cittadini attivi, esplora il significato della nozione di 'beni comuni' Ricordo che, durante la campagna di raccolta firme per la ripubblicizzazione dei servizi idrici, numerose persone, al motto “Acqua bene comune”, mi dicevano, polemicamente, che si trattava solo di uno slogan e nient'altro, insufficiente a giustificare da solo la validità della campagna. Mai come allora tre parole messe in fila contenevano, invece, un significato molto più complesso e rilevante. Lo si comprende bene sfogliando La società dei beni comuni. Una rassegna (Ediesse 2010), a cura e con un'introduzione di Paolo Cacciari. Il volume raccoglie una serie di interventi che esaminano in dettaglio il significato della nozione dei beni comuni, soffermandosi sulla loro classificazione, sull'importanza del loro riconoscimento e della loro corretta tutela, nonché sulle implicazioni giuridiche ed etiche sottese dalla loro rivendicazione in senso egualitario e democratico. Un utile compendio di buone teorie e di buone pratiche, corredato da una ricca bibliografia, che fa riflettere sui tanti assunti che diamo per scontati o non vincolanti quando si parla di diritti e tutela dell'ambiente, di democrazia partecipata o di valori sottratti alla legge del profitto. Anzitutto, come si fa a riconoscere questi beni speciali? Risponde Cacciari, nell'Introduzione, che si danno due caratteristiche essenziali: “la prima: nessuno può affermare di averli prodotti in proprio (...). La seconda: sono beni necessari, indispensabili e insostituibili per la vita di ogni individuo”. A questo proposito Luigi Lombardi Vallauri, docente di Filosofia del diritto all'Università di Firenze, distingue ancora, all'interno dei commons, fra beni non esclusivi, come i beni del corpo, della mente e della relazione affettiva, i quali non solo non escludono l'altro, ma anzi lo includono necessariamente nel tessuto umano, e beni essenziali (acqua, cibo, ambiente, scuola, sanità, servizi), fondamentali per lo sviluppo della persona umana. In questo senso la produzione di beni comuni esclusivi, ovvero essenziali, si dimostra orientata all'uguaglianza tra tutti gli esseri umani, ovvero a garantire il primato dei beni non esclusivi. Tratto saliente di tutte le definizioni è l'indipendenza dei beni comuni dalle leggi del mercato, in quanto questi beni sono di per sé irriducibili ad un calcolo quantitativo per il fatto incontrovertibile di essere alla base della vita. Le classificazioni dei commons servono, dunque, non a confondere e complicare il discorso, ma, al contrario, se elaborate con correttezza, permettono di ricostruire una visione dell'essere umano e delle sue finalità fondamentali. In concreto queste definizioni mostrano l'interconnessione del bene comune con la vita umana individuale e collettiva, rivelandosi decisivi per la stessa connotazione della società e della democrazia. Non si può, allora, parlare di beni comuni senza discutere del loro nesso costitutivo con la società e l'economia. Come ricorda Bruno Amoroso, docente emerito dell'Università di Roskilde (Danimarca), l'Italia ha alle spalle un'esperienza di beni comuni radicata nello Stato, che si pose dopo la seconda guerra mondiale come il solo garante del progetto di ricostruzione nazionale. Se oggi il mutato quadro storico ha depotenziato e svilito la funzione statale, sarebbe errato rimettere la questione dei beni comuni a logiche privatistiche. Scrive, infatti, Amoroso: “L'esperienza italiana ed europea è un esempio di esproprio statale dei beni comuni (o pubblici che siano) messi a disposizione di interessi estranei a quelli delle comunità di appartenenza, attuato prima per via politica e poi mediante il 'mercato'. Questo è stato possibile prima con un'operazione culturale che ridicolizzasse ogni riferimento ai valori, ai miti, al territorio, ecc.; poi, messo sull'altare il nuovo Dio, il mercato, il gioco è fatto”. Come uscire dalla logica che pone come sola alternativa allo Stato il mercato? Amoroso su questo punto è chiarissimo: “Di nuovo non ci sono scorciatoie, ma solo percorsi culturali e sociali, tipo quelli su cui si sono impegnate molte delle nostre organizzazioni e movimenti. Punto di partenza, i beni comuni appartengono alle comunità di appartenenza e per il valore che assumono in quei luoghi e per quelle persone non sono espropriabili o compensabili, se con un atto di guerra, come di fatto avviene”. Che i movimenti dal basso rappresentino in questo momento la sola strada praticabile per mutare l'atteggiamento presente, è una realtà nota a chi si soffermi a considerare le debolezze delle politiche governative recenti. Pochi forse sanno o ricordano, come fa Rete@sinistra nel volume, che l'ultimo governo Prodi aveva istituito nel 2007 una commissione ministeriale presieduta da Stefano Rodotà per riformulare lo statuto giuridico e garantire una gestione pubblicistica dei beni comuni. Uno dei tanti tentativi di quel governo non andato in porto, ma che dimostra come la questione sia già all'ordine del giorno e oggi ancora dibattuta. I problemi principali riguardano, infatti, la cosiddetta “gestione” dei commons e il loro statuto giuridico. Cominciamo dal primo: dal momento che si tratta di beni non monetizzabili, i commons sono di per sé irriducibili al binomio, tante volte proclamato dai fautori del libero mercato, “proprietà pubblica ma a gestione privata”. Si tratta di un vecchio trucco che, spiega Rete@sinistra, “senza banalizzare, sarebbe come affermare che un bosco rimane patrimonio della comunità, ma i sentieri di accesso vengono sbarrati, tariffati e il Corpo forestale quotato in borsa!”. Purtroppo è un trucco che ha fatto presa sulla cultura politica e generale degli ultimi decenni: pensate soltanto alla ricorrenza ossessiva del lemma 'governance', adoperato quasi sempre da giornali e televisioni in sostituzione a 'governo'. Riccardo Petrella, professore emerito all'Università cattolica di Lovanio (Belgio), spiega che l'uso del concetto di governance risale alla seconda metà degli anni '70, dopo la crisi finanziaria del 1971-3. Irreversibilmente tramontato il sistema nato nel 1945 della convertibilità del dollaro in oro e dei tassi di cambio fissi, istituti di credito e società di rating disposero i nuovi criteri quantificabili sulla base dei quali valutare le opportunità di investimento, decidendo dei nuovi pacchetti azionari (OPA). Il principio adottato consisteva nel giudicare buona un'operazione finanziaria in funzione del suo contributo alla ottimizzazione della crescita di ricchezza per gli azionisti. Scrive Petrella: “Dalla valutazione delle operazioni finanziarie, il criterio in esame fu rapidamente applicato alla valutazione della gestione generale di qualsiasi impresa (e non solo quelle quotate in Borsa) e poi esteso alla gestione di un settore industriale od economico, servizi pubblici compresi”. Dalla fine degli anni '80 il metodo della governance è stato applicato da governi e imprese per valutare ogni scelta economica e sociale. Significa che il valore di una cosa, di una strategia o di un'impresa dipende unicamente dal suo contributo alla creazione di valore per il capitale e per i suoi detentori. Gramsci l'avrebbe forse chiamata, come Petrella, egemonia ideologica e culturale del concetto di governance, oggi stabilmente piazzata in un'Unione Europea completamente schierata a suo favore. Occorre appropriarsi e far valere strategie alternative alla logica della governance, non soltanto sul versante della rieducazione culturale, la quale rappresenta comunque – è importante ribadirlo – la via più importante da intraprendere per avviare un cambiamento effettivo. Mario Pezzella, docente della Scuola Normale Superiore di Pisa e dell'Università di Pisa, rilancia le “istituzioni di democrazia insorgente (Consulte, Comuni, Consigli), delegate e controllate direttamente dalla cittadinanza attiva” contro le logiche finanziarie astratte che caratterizzano oggi la democrazia-spettacolo. Ma si può dibattere, come invita a fare Rete@sinistra, sulle varie forme di amministrazione collettiva e fiduciaria di un bene comune. Il problema dello statuto giuridico dei beni comuni concerne da vicino quella che Giovanna Ricoveri, sindacalista della CGIL, definisce la sottovalutazione che riserviamo ai beni e ai servizi ecosistemici fornitici gratuitamente dalla Terra, quella biocumunità su cui si sofferma, tra l'altro, Laura Marchetti, docente dell'Università di Foggia. Oggi non identifichiamo il territorio come il nostro habitat, sempre più saccheggiato da una pianificazione selvaggia, documentata da Edoardo Salzano, fondatore di www.eddyburg.it. Pochissimi serbano intatta la conoscenza effettiva della propria terra, poiché i più lasciano che le spiagge siano svendute e le montagne traforate per dare retta alle logiche di un profitto che arricchirà, peraltro, detentori di titoli azionari di società quotate in borsa e non gli abitanti di quei territori messi a soqquadro. Tonino Perna, ordinario di Sociologia economica all'Università di Messina, difende la bontà degli 'usi civici', come quelli che regolavano nelle comunità il taglio della legna, la raccolta dei funghi, la caccia e la pesca. In questo quadro si tratta di riappropriarsi della comunitaria dei beni vitali passando per l'attribuzione dei diritti alle risorse naturali, al modo insegnato dalla Costituzione dell'Ecuador del 2008, il cui art. 71 recita: “Ogni persona, comunità, popolo o nazionalità potrà pretendere dalle autorità pubbliche l'osservanza dei diritti della natura”. Le rivoluzionarie costituzioni della Bolivia e dell'Ecuador, ricordate dall'economista Giuseppe De Marzo, sono in questo senso un autentico modello giuridico. Il presupposto di tale riconoscimento si basa, in realtà, su quella sfera pregiuridica che logicamente precede e fonda ogni norma, come spiega lo storico Massimo Angelini: “perché la sussistenza comunitaria e di qualunque formazione sociale è presupposto logico di ogni norma che ne regoli il funzionamento”. Un discorso analogo vale per la libera fruibilità del patrimonio scientifico, che andrebbe difeso contro le logiche aziendali dei brevetti biotecnologici, di cui parla Gianni Tamino, docente di Biologia dell'Università di Padova. Se le buone teorie documentano l'urgenza del riconoscimento dei beni comuni, la seconda parte del volume, interamente dedicata alle buone pratiche, mostra che un cambiamento nelle abitudini e nei costumi è già attivo in determinati settori della società e può essere utilmente preso a modello. È il caso dei Comuni virtuosi, di cui parlano Eugenio Baronti, consigliere comunale di Capannori e Nadia Carestiato, docente di Geografia dell'Università di Udine; della rete dei Gas (Gruppi di acquisto solidale) e Des (Distretti di economia solidale), descritti da Davide Biolghini, membro del Tavolo-Res (Rete di economia solidale); del Software libero illustrato dallo studente di Fisica Filippo Zolesi, della campagna referendaria sull'acqua, analizzata da Emilio Molinari, tra i fondatori del movimento dell'acqua; dei presidi valsusini contro l'alta velocità Torino-Lione, ricordati dalla scrittrice Chiara Sasso e dalle attività didattiche portate avanti dal Laboratorio Verlan. In ultima analisi La società dei beni comuni profila con efficacia il quadro teorico e paradigmatico necessario per prendere coscienza dell'intreccio, oggi più che mai evidente, fra crisi ambientale, economica e politica. La via maestra per reagire a questo stato di cose passa, in primo luogo, per una radicale conversione culturale, sicuramente individuale prima che collettiva, perché, come scrive Ugo Mattei, docente di diritto civile all'Università di Torino, la coscienza da acquisire riguarda il modo proprio di ognuno di percepire la realtà: “per raggiungere la consapevolezza del bene comune occorre una trasformazione del soggetto, una rivoluzione nei suoi apparati motivazionali, una visione del mondo autenticamente rivoluzionaria. Mentre la logica del marketing (o della propaganda) produce motivazioni allineate alla produzione di ideologia dominante riduttivista e incentrata sullo statu quo, quella del sapere critico di base produce la trasformazione qualitativa essenziale per la stessa percezione dei beni comuni”
Beni comuni, una definizione [quasi] impossibile
da: Carta-12 Mag 11
12/05/2011

Link alla risorsa
La società dei beni comuni
da: il Fatto Quotidiano (web)-3 Dicembre 10
03/12/2010
Il diritto all’acqua è stato definito nel luglio 2010 dalle Nazioni unite un «diritto umano», mentre in Italia quasi un milione e mezzo di italiani, in poche settimane, hanno firmato per il referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Intanto, la Pacha mama, la Madre Terra [ma anche il «buen vivir»], sta entrando nelle costituzioni latinoamericane, così come la biodiversità è entrata da tempo nei trattati internazionali. Insomma, la società dei beni comuni sembra proprio essere una delle vie d’uscita dalla crisi di senso globale più importante. Ma cosa sono i beni comuni? Qual è la lora importanza? Come gestirli? Il libro «La società dei beni comuni», curato da Paolo Cacciari e edito da Carta – in edicola soltanto a 10 eruo fino al 13 novembre a Roma, Milano, Firenze, Torino, Bologna, Parma, Reggio Emilia e Bari, e acquistabile anche su bottega.carta.org -, raccoglie diciannove opinioni di autrici e autori italiani che da diverse visuali disciplinari (storiche, giuridiche, filosofiche, antropologiche, ambientaliste…) si sono confrontati con il tema dei «commons», i beni comuni. In tutto il mondo, spiegano gli autori, il governo dell’impresa assunto come modello da seguire dello stato e delle comunità locali ha tolto spazio e funzioni ai beni comuni pubblici. Eppure, aria, acqua, terra, energia e conoscenza sono risorse speciali, beni primari da cui tutto dipende. La loro fruizione richiede quindi attenzioni particolari. La logica del mercato qui trova i più clamorosi fallimenti. Le alternative per la loro tutela e gestione? Ad esempio, il principio di gratuità dei beni comuni che non significa assenza di costi («nessuno paga»), ma che i costi sono presi in carico dalla collettività. La grande conquista sociale rappresentata dall’introduzione nei paesi europei della fiscalità generale redistributiva e progressiva, spiega Riccardo Petrella, «sta proprio nel principio della gratuità dell’accesso e dell’uso dei beni essenziali e insostituibili per la vita grazie alla copertura comune dei loro costi secondo di principi di giustizia, solidarietà e responsabilità». Ma il principio di gratuità resta strettamente legato a quelli di responsabilità e di partecipazione dei cittadini. La logica del marcato applicata ai beni comuni pubblici, infatti, è semplicemente un furto. È tempo, quindi, di abbandonare la monetizzazione dei beni comuni pubblici e di reinventare sistemi basati sul principio di gratuità partendo da forme organizzate a livello locale, alcune già sperimentate (da qui l’importanza dell’economia di prossimità, dei circuiti corti) fino al livello mondiale (attraverso forme di transnazionalità e di transterritorialità che da immaginare e definire). Di certo, sui beni comuni si scontrano due logiche inconciliabili: la condivisione e il mercato. Eppure il riconoscimento del Nobel all’economista Elinor Ostrom dimostra che il pensiero unico neoliberista sta incrinandosi anche dentro l’accademia. Ma nella sfera politica, specie in quella italiana, non vi è ancora traccia di ravvedimento: la saga delle privatizzazioni procede, ma cresce anche l’opposizione da parte di numerosi gruppi di cittadinanza attiva, di comitati, di associazioni e reti in nome di una società più consapevole nei riguardi della natura e più responsabile nei confronti di tutta la comunità umana. Il libro curato da Paolo Cacciari, animatore di un gruppo di riflessione dell’Officina delle idee di Rete@sinistra, raccoglie i contributi di Bruno Amoroso, Massimo Angelini, Eugenio Baronti, Davide Biolghini, Nadia Carestiato, Giuseppe De Marzo, Pippo Jedi, Luigi Lombardi Vallauri, Laura Marchetti, Ugo Mattei, Emilio Molinari, Tonino Perna, Riccardo Petrella, Mario Pezzella, Giovanna Ricoveri, Edoardo Salzano, Chiara Sasso, Gianni Tamino, il Laboratorio Verlan.
Beni comuni stretti tra Stato e mercato
da: il Manifesto-2 Dicembre 10
02/12/2010

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Le radici vitali di una società fondata sui beni comuni
da: il Manifesto-3 Febbraio 11
03/02/2011

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Ripartiamo dai beni comuni
da: Nigrizia-1 Gennaio 11
01/01/2011

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L’esproprio dei beni comuni tra governance e monetizzazione
da: Micromega-2 Novembre 10
02/11/2010
Proponiamo un estratto da "La società dei beni comuni" edito da Carta/Ediesse, in edicola fino al 13 novembre e acquistabile anche on line qui. Il libro raccoglie diciannove saggi che da diverse visuali disciplinari (storiche, giuridiche, filosofiche, antropologiche, ambientaliste) si confrontano con il tema dei beni comuni. di Riccardo Petrella Mi propongo di concentrare questo contributo su due «questioni di frontiera» che, a mio parere, sono (o dovrebbero essere) al centro del dibattito teorico e politico sui beni comuni nei paesi occidentali. Penso alla tendenza impostasi negli ultimi quindici anni consistente nel parlare di governance anziché di «governo» dei beni comuni. Penso altresì all’adozione quasi generale da parte dei dirigenti occidentali del principio di monetizzazione dei beni comuni al posto del principio di gratuità. «Governance» vs. governo L’uso del concetto di governance risale alla seconda metà degli anni ’70 allorché l’economia occidentale si trovava alle prese con la rincollatura dei cocci del sistema finanziario andato in frantumi nel periodo 1971-73. Il sistema nato nel 1945 essendo ridotto a macerie (fine della convertibilità del dollaro in oro e dei tassi di cambio fissi, fine dei controlli sui movimenti di capitale, esplosione del mercato delle divise, liberalizzazione dei mercati, deregolamentazione e privatizzazione del settore…), gli operatori finanziari, in primis gli istituti di credito e le società di notazione (rating), si confrontavano col problema di determinare i nuovi criteri quantificabili sulla base dei quali valutare le opportunità d’investimento, e soprattutto le operazioni di vendita/acquisto di pacchetti azionari (le famose OPA, fusioni di imprese, prese di partecipazione…). In effetti, la crisi finanziaria provocò dei grossi processi di ristrutturazione delle banche e delle assicurazioni a livello locale, nazionale ed internazionale. La soluzione, per i gruppi dominanti, fu trovata nel principio «to increase the shareholder’s value». Un’operazione finanziaria era giudicata buona in funzione del suo contributo alla ottimizzazione della crescita di ricchezza per gli azionisti. Si cominciò quindi a sostenere che i processi di ristrutturazione e di sviluppo del nuovo sistema finanziario procedevano in un buon contesto di governance ai vari livelli settoriali e territoriali, nella misura in cui il risultato globale era l’ottimizzazione del valore del capitale azionario. Non per nulla, successivamente, negli anni ’90, si cominciò a misurare l’importanza delle imprese e a stabilirne la graduatoria mondiale in funzione della loro capitalizzazione e non più del numero di occupati e/o del fatturato. Dalla valutazione delle operazioni finanziarie, il criterio in esame fu rapidamente applicato alla valutazione della gestione generale di qualsiasi impresa (e non solo di quelle quotate in Borsa) e poi esteso alla gestione di un settore industriale od economico, servizi pubblici compresi. Così, verso la fine degli anni ’80, il principio «to increase the shareholder’s value» fu utilizzato, in concomitanza con il principio di competitività, per valutare ogni scelta economica, ivi comprese le scelte economiche e sociali di un governo, per finire nel corso degli anni ’90 col valutare l’intera società (onde la valenza generale del concetto di governance acquisita negli ultimi anni). A partire dal momento in cui i dirigenti hanno deciso che il valore di una cosa, di un’impresa, di una strategia di sviluppo, dipende dal suo contributo alla creazione di valore per il capitale e per i suoi detentori, è logico che essi siano passati da un uso del principio limitato alla gestione di operazioni finanziarie a quello applicato alla gestione di un’impresa, poi alla gestione dell’economia in generale. Il che spiega anche la relativa facilità con la quale gli stessi responsabili politici, considerati tradizionalmente rappresentare le correnti di sinistra e progressiste, hanno aderito alla liberalizzazione delle istituzioni e dei servizi finanziari (inclusa la gestione dei fondi pensione e fondi malattia) e poi dell’insieme dei servizi pubblici detti locali, di prossimità, così come alla loro deregolamentazione e privatizzazione. Questi passaggi sono stati resi possibili proprio per l’egemonia ideologica e culturale assunta dal concetto di governance nella teoria (e nella pratica) dello Stato e della società, come testimonia, già negli anni ’94-95, la comunicazione della Commissione europea, allora presieduta dal socialdemocratico/socialista francese Jacques Delors, sul tema della governance, nella quale la Commissione si schierava a favore dell’adozione del principio di governance. Fra le ragioni invocate, v’erano due postulati intrinsecamente mistificatori. Da un lato, quello della complessificazione crescente delle società che, nell’avviso della Commissione, implicava l’abbandono dello Stato e della statualità quale luogo naturale e principale dei processi politici ed il loro allargamento a tutti i possibili «centri» di decisione politica definiti gli stakeholders, cioè i portatori d’interesse. Dall’altro lato, il postulato della mondializzazione che, secondo i suoi sostenitori, implicava per la democrazia lo spostamento della decisione politica dagli stati nazionali alla governance vuoi internazionale vuoi mondiale1. Fondandosi sui due postulati, la governance è stata definita come il nuovo sistema di organizzazione delle decisioni politiche a livello nazionale, internazionale e mondiale basata sull’incontro/dialogo/discussione tra tutti i portatori d’interesse rappresentativi delle varie componenti della società quali gli Stati, le imprese, i sindacati, i cittadini, le collettività locali, le «chiese»… Secondo questa visione, la decisione politica è e deve essere il risultato di accordi e di partenariato tra i vari stakeholders in un contesto di libertà, di cooperazione/competizione, di autoregolazione e di responsabilità «sociale» autoassunta. Il motore del nuovo sistema di organizzazione politica sta nell’ottimizzazione dell’utilità particolare di ogni stakeholder in termini monetari/finanziari in funzione dell’equazione costi/benefici ai prezzi di mercato. Un’equazione non fissata in maniera generale e per tutti, ma flessibile, variabile a seconda dei luoghi, degli stakeholders in azione, dei tempi, dei settori. La governance non è orientata da un interesse generale, da una utilità collettiva, in funzione dei principi di giustizia, uguaglianza e solidarietà e della concretizzazione dei diritti umani e sociali. Il valore di un bene risulta dalle equazioni provvisorie e parziali che consentono di ottimizzare le utilità degli stakeholders. In questo contesto, non v’è più spazio né funzione per i beni comuni pubblici. In breve, il governo dell’impresa è stato assunto a modello da seguire per il governo dello Stato e della comunità mondiale. Il risultato finale di questi spostamenti «tettonici» di natura teorica, ideologica, politica e sociale è stato molto dirompente: – destatalizzazione del potere politico e della politica (lo Stato è ridotto ad uno fra i vari portatori d’interesse, il che fa saltare qualsiasi legittimità generale alla rappresentanza politica espressa dai parlamenti. Questi ultimi non hanno più granché da dire; – privatizzazione del potere politico e sua contrattualizzazione «commerciale» tra soggetti portatori d’interessi particolari; – la responsabilità scade a livello dell’autoregolazione e dell’autocontrollo per cui, per esempio, il politico inter-nazionale non è altro che un processo di negoziato permanente tra soggetti autoregolanti e autocertificanti: vedi il caso macroscopico e ridicolo della famosa «responsabilità sociale delle imprese» e della loro «responsabilità ambientale» o, per quanto riguarda gli Stati, della limitazione spontanea delle emissioni di CO2 o della riduzione, altrettanto spontanea, degli armamenti. La governance dell’educazione, la governance dei beni naturali, la governance del sistema della salute… sono una pirateria strutturale, un esproprio legalizzato dei beni comuni, della giustizia e della democrazia. È necessario ed urgente che coloro che difendono i beni comuni si battano per l’abbandono dell’uso del concetto di governance. Non farlo, in maniera chiara e determinata, significa diventare complici dei processi recenti di mercificazione dei beni comuni e della loro privatizzazione. Gratuità vs. monetizzazione Quanto sopra è stato possibile perché si è imposto di pari passo, in una relazione di reciproco posizionamento di causa-effetto, nell’ambito del crescente predominio della visione capitalista liberale della società e del mondo, il principio cosiddetto della «verità del prezzo» (di mercato). Fino a non molto tempo fa, il valore dei beni «naturali» indisponibili al mercato (le foreste primarie, la pioggia, le spiagge del mare…) facenti parte intrinsecamente dei beni demaniali dello Stato (o dei Comuni, delle Province), così come i servizi non-mercantili (quali l’educazione, la protezione civile, la salute, la difesa militare, le fognature, i musei…) era un valore di utilità sociale ed umana collettiva, per tutti. I costi sostenuti dalla collettività per la loro preservazione, produzione, manutenzione ed uso erano presi in carico dalla stessa collettività attraverso la spesa pubblica, finanziata dalla fiscalità generale e specifica. In alcuni casi, la collettività chiedeva ai singoli cittadini o a gruppi di cittadini il versamento di un contributo alla copertura dei costi chiamato tariffa, canone, «biglietto» (tariffa dei francobolli, biglietto dell’autobus o dei treni, canone per il raccordo alla rete elettrica, al gas urbano, alla radio…). Il contributo non aveva la finalità di coprire i costi. Questi restavano principalmente assicurati dalle finanze pubbliche. Il principio di gratuità dei beni comuni non significa assenza di costi («nessuno paga»!). Significa invece che i costi, molte volte particolarmente elevati (caso della difesa militare) sono presi in carico dalla collettività. La grande conquista sociale rappresentata dall’introduzione nei paesi europei della fiscalità generale redistributiva e progressiva sta proprio nel principio della gratuità dell’accesso e dell’uso dei beni essenziali ed insostituibili per la vita grazie alla copertura comune dei loro costi secondo di principi di giustizia, solidarietà e responsabilità. Il principio di gratuità, in effetti, è strettamente legato a quelli di responsabilità e di partecipazione (fino ad alcuni anni fa sotto forma indiretta, quella della rappresentazione democratica, via le elezioni dei «deputati» a suffragio universale diretto). È questo principio che ha fatto della Danimarca (ed anche della Norvegia e della Svezia) la «buona società» occidentale del XX secolo, modello per tutte le altre. Il sistema fiscale in Danimarca, piuttosto unico ed originale, fu addirittura dissociato dal sistema del lavoro retribuito. Il diritto alla vita decente e sociale era garantito a tutti, occupato o no. Da alcuni anni, la Danimarca non è più la società che è stata. Quel che ha reso e rende tuttora il principio di gratuità inaccettabile ai detentori di capitale (ai gruppi dominanti sul piano economico e sociale) è, per l’appunto, il fatto che essi debbano condividere una parte della loro ricchezza «prodotta» per «pagare – gridano – l’accesso all’acqua, alla salute, all’educazione… degli altri, di quelli che non vogliono lavorare, degli immigrati, degli illegali… ecc. ecc.». Il rigetto della copertura dei costi attraverso la fiscalità e le tariffe pubbliche nel caso dei servizi idrici, dell’accesso alla salute, dei trasporti collettivi… mentre, invece, si accetta il ricorso alla fiscalità per la copertura della difesa militare, si spiega assai facilmente. Mentre la difesa militare si traduce in produzione di beni e servizi che generano fonti importanti di reddito per i detentori di capitali (l’industria militare rende ricchi i privati nazionali ed internazionali), ciò non accade per la produzione di beni e servizi, per esempio, nel campo dell’educazione. Un insegnante elementare, o del secondario, è vissuto – per il capitale privato che paga le tasse – come un costo in assoluto. L’«industria scolastica» non rende ricchi i privati. Per questo l’economia capitalista parla dell’insegnamento elementare e secondario come di attività lavorative non produttive (il discorso è cambiato recentemente per quanto riguarda le università private specializzate e, più in generale, l’economia della conoscenza ad alto valore aggiunto). Lo stesso vale per la categoria dei burocrati pubblici (a differenza dei burocrati privati che «rendono» finanziariamente). I discorsi e dibattiti sul «costo dei politici» o i «costi della politica» (cui hanno aderito attivamente anche i rappresentanti della sinistra e delle forze dette progressiste) è sintomatico, corrisponde in pieno all’ideologia della governance. Discreditare la funzione del politico ed il ruolo della politica pubblica ha funzionato in maniera efficace in questi ultimi trent’anni. La monetizzazione dei servizi un tempo pubblici in funzione dell’obiettivo della «verità dei prezzi» si fonda sull’applicazione mistificatrice della teoria dei costi. Il caso della monetizzazione dell’acqua e dei servizi idrici costituisce un esempio illuminante di una serie di mistificazioni legate alla teoria dei costi. L’acqua dei fiumi, delle falde, della pioggia, dicono i dominanti, è un bene comune e resta un bene comune, ma per garantire l’accesso all’acqua potabile c’è bisogno di tubi, di serbatoi, di stazioni di potabilizzazione, di laboratori di controllo della qualità, cioè ci sono dei costi. A chi spetta coprire i costi? I dominanti affermmano: al consumatore, a colui che ricava un’utilità particolare e personale dal consumo dell’acqua potabile in funzione dei suoi bisogni. Il consumatore, quindi, deve pagare un «prezzo dell’acqua» tale da consentire di recuperare tutti i costi di produzione, compresi i costi d’investimento a lungo termine, più un livello di profitto sufficiente per la remunerazione del «rischio» assunto dal capitale investito. Si tratta dell’applicazione del «full cost recovery principle», un principio chiave dell’economia capitalista di mercato, fatto suo anche dall’Unione Europea con la Direttiva quadro sull’acqua del 2000. È uno dei principi teorici alla base della governance. Visto che il servizio idrico integrato è «naturalmente» e dappertutto gestito in situazione di monopolio e che, inoltre, ci sarà sempre la necessità vitale di utilizzo dell’acqua potabile, parlare di «rischio capitalista» in questo campo è pura mistificazione. Inoltre, i dominanti difendono la monetizzazione dei servizi idrici sostenendo che il prezzo di mercato è necessario per garantire l’autonomia finanziaria degli operatori del settore e sganciarli così dal finanziamento pubblico riducendo la spesa pubblica e quindi la pressione fiscale sul capitale privato, il che rappresenterebbe, secondo loro, un buon indicatore di una governance riuscita. Anche qui, la mistificazione è particolarmente grave. Non solo si estrae l’accesso ad un bene/servizio essenziale per la vita (in questo caso, l’acqua) dal campo dei diritti, ma si afferma che i diritti umani e sociali hanno un prezzo di mercato e che essi si vendono e si comprano! La mercificazione della vita non poteva essere più esplicita. Inoltre, ci si fa burla del cittadino. Non solo lo sganciamento del servizio idrico dal finanziamento pubblico alleggerisce la responsabilità del contribuente ricco, ma addirittura lo scarico sul consumatore del finanziamento stesso si traduce nell’affidare al cittadino ridotto a consumatore il compito di finanziare la creazione di ricchezza per i detentori privati di capitale. Il che è assurdo, oltreché ridicolo: per avere accesso ad un bene/servizio che non sceglie, perché ne ha la necessità vitale, e che ad ogni modo la società/la comunità deve garantire, il «cittadino» di oggi deve contribuire all’aumento della ricchezza del capitale privato. Infine, i dominanti sostengono che quel che il consumatore paga versando il prezzo dell’acqua non è l’acqua ma i servizi resi. Quindi, non vi sarebbe alcuna privatizzazione e mercificazione dell’acqua. Tutt’al più, dicono, v’è mercificazione e privatizzazione dei servizi idrici. Se ciò fosse vero, il che non è, perché HERA pagherebbe per l’acquisto dell’acqua da Romagna Acque che gliela vende al prezzo dell’acqua grezza? E di cosa si deve parlare se non di mercificazione e di privatizzazione dell’acqua allorché l’Acquedotto pugliese compra l’acqua da Lucania Acque e da Campania Acque pagando dei prezzi dell’acqua grezza differenti a seconda della regione di vendita? Il caso della monetizzazione dell’aria e delle foreste rappresenta altre varietà di mistificazione. I gruppi dominanti hanno accettato nel 1992 che si parlasse di un «protocollo di lotta contro il cambio climatico» a condizione che i costi connessi alla riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra (GES) fossero coperti attraverso i meccanismi di mercato, in funzione della quantità consumata da ciascun paese, da ciascun settore e da ciascuna impresa rispetto alla quantità massima autorizzata. Così è nato il Protocollo di Kyoto (1997) basato sul «mercato delle emissioni»: c’è chi compra la quantità di GES di cui ha «bisogno» e che supera quella autorizzata e chi vende la quantità di GES non emessa inferiore a quella autorizzata. Il «mercato dell’aria» è nato. I suoi fautori continuano a difenderlo solo per interesse ideologico ed economico (tutto deve essere mercato) anche se oramai è evidente che il meccanismo del prezzo delle emissioni produce effetti perversi che non gli hanno permesso di contribuire alla soluzione del problema. Come il prezzo mondiale del petrolio non ha risolto alcun problema energetico ed economico – il contrario è vero –, così il prezzo mondiale della tonnellata di CO2 non permetterà di risolvere il problema della lotta al riscaldamento dell’atmosfera terrestre. Pretenderlo è mistificazione da menzogna. Lo stesso vale per la decisione presa nel 2002 a Johannesburg di monetizzare le foreste primarie. Queste non saranno salvate dalla traduzione in dollari o in euro o in yuan del loro valore, misurato in questo caso in termini del loro contributo alla riduzione dei costi connessi alla lotta contro le emissioni di GES. A parte il fatto che le foreste primarie hanno un valore perché esistono e fanno parte del ciclo integrale della vita sul pianeta, non sarà per il fatto che le azioni dei loro proprietari figureranno istantaneamente sui principali indici borsistici mondiali che esse saranno valorizzate, protette e conservate nell’interesse della vita del pianeta. Ha forse il prezzo borsistico del grano, del frumento, del riso contribuito ad un migliore governo di questi beni essenziali all’alimentazione della popolazione mondiale? Certamente no. Così dicasi dei medicinali non generici prodotti a partire dall’appropriazione privata da parte delle grandi compagnie chimiche e farmaceutiche multinazionali del capitale biotico esistente nelle foreste primarie. Nel caso del trattamento contro l’AIDS, la monetizzazione del capitale biotico ha soprattutto agevolato un prezzo elevatissimo della triterapia impedendo così a milioni di esseri umani affetti dall’AIDS di essere curati. La «verità del prezzo» di mercato applicata ai beni comuni pubblici è semplicemente un furto. È tempo, quindi, di abbandonare la monetizzazione dei beni comuni pubblici e di reinventare sistemi basati sul principio di gratuità partendo da forme organizzate a livello locale (da qui l’importanza dell’economia di prossimità, dei circuiti corti) fino al livello mondiale (attraverso forme di transnazionalità e di transterritorialità che restano da immaginare, definire ed implementare). Di nuovo, il principio di partecipazione dei cittadini e quello di responsabilità collettiva condivisa assumono un ruolo centrale determinante. 1. Vedasi la maturazione di queste concezioni in "La governance europea. Un libro bianco", Commissione europea, Bruxelles, pubblicato nel 2001 sotto la presidenza di Romano Prodi.
BENI COMUNI, ULTIMA CHIAMATA. UN LIBRO DI BUONE PRATICHE PER SALVARE IL PIANETA
da: Adista-27 Novembre 10
27/11/2010
Quella dei “beni comuni” è ormai una delle questioni su cui si sta decidendo il “futuro prossimo” del nostro Pianeta: la difesa dell’aria, dell’acqua, dei suoli e delle risorse energetiche è la condicio sine qua non per la sopravvivenza della comunità umana. Per questa ragione, in molte parti del mondo, questi beni sono considerati non-negoziabili, non disponibili cioè ad essere alienati, sotto qualsiasi forma, a vantaggio di interessi privati. In Italia, però, le cose non stanno così: anzitutto a causa del “decreto Ronchi” che ha, di fatto, aperto la strada alla cessione della gestione delle risorse idriche ai privati (un provvedimento contro il quale nei mesi scorsi 1milione e 400mila cittadini si sono mobilitati sottoscrivendo un referendum abrogativo, v. notizia su questo numero); ma anche in conseguenza del cosiddetto “federalismo demaniale” (dl 85/2010), cioè il passaggio dallo Stato a Regioni, Province e Comuni di laghi fiumi, coste, miniere, ferrovie, boschi, montagne; di tutto quel patrimonio naturale, ma anche culturale (biblioteche, archivi, pinacoteche) di opere pubbliche, che il codice civile (artt. 822 e 823) aveva sinora considerato inalienabili e che oggi invece il ministro Tremonti intende affidare alla gestione degli Enti Locali. Si tratta di una sorta di “risarcimento” rispetto ai circa 10 miliardi di tagli che entro il 2012 il governo realizzerà attraverso minori trasferimenti dallo Stato alle Regioni, molte delle quali si vedranno perciò costrette a vendere, in tutta fretta, i beni demaniali ricevuti per evitare il tracollo finanziario o il drastico ridimensionamento dei servizi essenziali ai cittadini. A chiarire il vasto e complesso orizzonte in cui si articola la lotta a difesa dei commons, arriva un libro, appena pubblicato da Ediesse (case editrice della Cgil) e Carta (settimanale dei movimenti sociali che, a causa di una grave crisi economica, non è più in edicola e che il 27 novembre, a Roma, discuterà con lettori e soci del proprio futuro): La società dei beni comuni (Ediesse 2010, pp. 192, euro 10: il volume acquistabile anche all’indirizzo internet: http://bottega.carta.org), curato da Paolo Cacciari e dal gruppo di riflessione dell’Officina delle idee di Rete@Sinistra di cui è animatore. Il libro raccoglie 19 opinioni di autrici e autori italiani che da diversi punti di vista e da diversi ambiti disciplinari (storico, giuridico, filosofico, antropologico, ambientalista…) si confrontano con il tema dei beni comuni, della loro definizione, della loro declinazione (anche in termini innovativi, come il software libero), della loro difesa e promozione. Personalità del mondo dell’università, della cultura, della politica, del sindacato come Bruno Amoroso, Luigi Lombardi Vallauri, Emilio Molinari, Tonino Perna, Riccardo Petrella, Mario Pezzella, Giovanna Ricoveri, Edoardo Salzano si sono alternati per raccontare teorie, ma anche buone pratiche per comprendere, fronteggiare guasti e fallimenti del capitalismo. E proporre strade alternative al saccheggio (così lo definisce Salzano) neoliberista che si sta perpetrando nel silenzio-assenso delle istituzioni, come il principio della gratuità dei beni comuni che, spiega Petrella, “non significa assenza di costi (‘nessuno paga!’). Ma che i costi molte volte particolarmente elevati sono presi in carico dalla collettività”, in proporzione al proprio reddito e secondo principi di “giustizia, solidarietà e responsabilità”.
Beni Comuni
da: Liberazione-28 Ottobre 10
28/10/2010
Non molti decenni fa l’acqua era un bene abbondante, un bene gratuito, un bene di tutti. Oggi quasi un milione e mezzo di italiani hanno votato il referendum contro la privatizzazione dell’acqua, e la sua immissione sul mercato come un manufatto o un materiale raro; in tal modo peraltro inserendosi in una vastissima e complessa battaglia su questa materia, in cui molti popoli dei paesi più diversi sono impegnati. Che cosa è accaduto negli ultimi trenta-quarant’anni a determinare questa situazione? Molte cose sono accadute. Gli umani si sono moltiplicati: ai primi del ‘900 erano circa un miliardo e mezzo, oggi sono quasi sette miliardi, e si parla di 9,2 miliardi per il 2050. Ciò nonostante secondo gli esperti l’acqua del mondo sarebbe ancora sufficiente a soddisfare i bisogni di tutti, se per buona parte non fosse inquinata dall’attività industriale, anch’essa vertiginosamente aumentata e diffusa su tutto il globo; e se l’agricoltura, ancora non molto tempo fa praticata secondo saperi quasi immutati da millenni, non fosse stata anch’essa industrializzata, con una crescita esponenziale del fabbisogno d’acqua e insieme un uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi; cioè con un progressivo inquinamento dell’intero sistema idrico, e conseguentemente del pianeta Terra. Che il mercato abbia colto in questi fatti un’occasione d’oro, e si sia affrettato a imbottigliare questo elemento indispensabile, ma non più così abbondante né incontaminato, rilanciandolo come elisir di lunga vita e perfino garanzia di bellezza, non può stupire: la vicenda si iscrive, in modo del tutto omogeneo e funzionale, nel progressivo imporsi del mercato quale indiscussa priorità e referente dell’intero agire sociale. Le conseguenze politiche di questo recente mutamento dell’uso dell’acqua, e quindi del mutato rapporto tra umani e acqua, sono tra i temi privilegiati da La società dei beni comuni, un ricco utilissimo libro curato da Paolo Cacciari e appena pubblicato per le Edizioni Carta. Il quale, insieme a una bella introduzione firmata dallo stesso Cacciari, e una premessa elaborata da “Officina delle idee di Rete@Sinistra”, ci offre una vasta panoramica di fatti e riflessioni, relativi a questa recente riscoperta del “bene comune” come valore di alto significato simbolico, sociale, politico. Un discorso che si snoda e via via di arricchisce lungo una ventina di interventi, recanti firme per lo più largamente note (tra cui Gianni Tamino, Riccardo Petrella, Edoardo Salzano, Laura Marchetti, Giuseppe De Marzo, Bruno Amoroso, per ricordarne solo alcune). Soffermarmi sui singoli articoli, sia pure per rapidi cenni, non mi è ovviamente possibile, non solo per ragioni di spazio, ma per l’estrema varietà di lettura e di “utilizzo” del concetto di “bene comune”, che ne certifica non solo la grande rilevanza, ma la molteplicità dei temi e delle pratiche ad esso riconducibili: ciascuno dei quali da potersi assumere in sé come una sorta di freccia indicativa per un percorso e un obiettivo specifico (sovente infatti divenuto oggetto di impegnate lotte particolari) e però tutti in qualche misura omogenei e convergenti. Se bene comune è – dovrebbe essere – non solo la natura nella sua totalità e nella sua integrità, indispensabile all’esistere degli umani come di ogni altro vivente, ma anche il diritto di ognuno a fruirne per quanto necessario, ne discende l’esigenza di servizi che lo consentano: come la disponibilità di nutrimento igienicamente sicuro, di aria pulita, di mari e fiumi non inquinati, di un clima più o meno rispondente ai cicli stagionali, e pertanto di una politica che tenda ad assicurare per quanto possibile tutto ciò. Ed è così che al concetto stesso di bene comune non può non appartenere la difesa del paesaggio, nella sua duplice valenza di natura e cultura: e cioè la garanzia di città vivibili, il rifiuto dello stravolgimento di antichi o comunque collaudati assetti urbani, l’impegno contro la stolta realizzazione di opere di pura esibizione di grandeur (vedi Tav, ponte di Messina, e simili); e insieme la possibilità di recupero e rimessa in valore di antiche pratiche e culture, ma anche la certezza di libero accesso al sapere di ogni tipo e livello, e per questa via il recupero e il rilancio del concetto di cittadinanza partecipata, vale a dire la messa in opera di una democrazia il più ampia possibile…ecc. ecc. Il concetto di “bene” occupa di per sé uno spettro di significati e valori praticamente senza limiti: accoppiarlo all’aggettivo “comune” dà il via a orizzonti sterminati, equivalenti a pratiche, ipotesi, aspirazioni, rivendicazioni, esperimenti di proprietà comune e vita collettiva, ecc. ecc. Che è quanto in effetti va accadendo, come questo lavoro a più mani felicemente documenta e considera. Ma il fatto che tutto ciò oggi si verifichi secondo tante e diverse modalità, sovente spinte fino a un azzardo prossimo al surreale, che dunque il “bene comune”, nelle accezioni e per i fini più diversi, trovi attenzione e impegno, apre un discorso di rilevanza enorme, se appena si considera che “bene comune” (cioè qualcosa da usare al suo meglio in favore della collettività, ma non da possedere individualmente) è un concetto totalmente estraneo, anzi decisamente opposto, alla logica dell’avere, costitutiva della cultura oggi dominante. La quale, secondo la regola del mercato capitalistico, si definisce in base alla categoria dell’“individualismo proprietario”, e nella “quantità”, impostasi come obiettivo primo di ogni agire, pubblico e privato, trova la sua espressione più congrua: fino a equiparare la persona a ciò che possiede, non importa in che modo ottenuto. E’ evidente che imbattersi nel concetto di “bene comune”, con tutto quanto comporta, può significare, specie per i giovani, un’occasione per la rimessa in causa dell’intero panorama dei rapporti sociali, e spesso anche personali, oggi dominanti e in larga misura più o meno da tutti pigramente riprodotti. E può essere la presa d’atto dell’attuale scadimento di valori civili, sociali, culturali, in un processo di svuotamento della stessa democrazia. Che è quanto in larga misura – seppure spesso confusamente – accade, come buona parte degli interventi di questo libro testimonia. Tutto ciò meriterebbe forse maggiore attenzione da parte delle sinistre. Perché queste masse, in gran parte composte di giovani, che appunto per i “beni comuni” si organizzano e lottano, non costituiscono potenzialmente la critica più eversiva della società neoliberista? Non sono una forza capace di affiancare le battaglie del lavoro, perseguendo obiettivi nello specifico diversi ma sostanzialmente convergenti? Non sono di fatto “sinistra”?
Comunet
da: Controlacrisi.org-
01/01/1970
I beni comuni hanno fatto irruzione sulla scena politica. Giornali, partiti, istituzioni non se ne sono ancora accorti, ma un nuovo paradigma di società sta prendendo piede nell’immaginario di milioni di persone. Non si tratta di una nuova categoria merceologica, di una lista di cose rintracciabile sui banchi del supermercato o tra i capitoli di bilancio dello Stato. L’idea che si sta facendo strada nella testa delle persone è che vi siano dei beni e dei servizi “di tutti e di nessuno”, res communes omnium, per usare una antica categoria giuridica che si è perduta nel tempo a seguito degli attacchi dei predatori e le ondate successive delle “accumulazioni originarie”. Una categoria concettuale incompatibile con le logiche della proprietarizzazione, privata o pubblica-statale, che sia. I beni comuni, prima di diventare “cose”, sono un processo di riconoscimento e rivendicazione collettiva. Un repertorio di pratiche conflittuali e di azioni dirette volte alla riappropriazione e ri-creazione sociale di beni e servizi giudicati indispensabili e insostituibili. Materici, come l’acqua, l’aria, il cibo… o cognitivi, come i saperi, le lingue, i codici, i beni culturali e artistici… Non è un problema di gratuità (non siamo così cretini da non sapere che prendersi cura e rendere accessibili tali beni chiede l’impiego di lavoro e investimenti che in qualche modo vanno sostenuti) ma di rifiuto di ogni forma di gestione che comporti la discriminazione ed esclusione di chiunque dalla possibilità di poterne fruire. Insomma, se i beni comuni sono doni del creato o lasciti accumulati nel tempo dal genio creativo delle generazioni che ci hanno preceduto, i benefici che se ne traggono dalla loro utilizzazione non possono che andare a vantaggio dell’intera comunità umana. Davvero troppo facile fare business appropriandosi di risorse che sono di tutti e rivendendole a chi non ne può fare a meno. Il caso della privatizzazione dell’acqua (non solo in Italia) ha segnato il superamento del limite della decenza e ha provocato l’indignazione che conosciamo. La gestione dei beni comuni deve seguire due semplici principi: la giustizia distributiva e la preservazione nel tempo (la salvaguardia degli habitat e dei tempi biologici necessari alla rigenerazione dei cicli di vita). Mi ha molto colpito il titolo netto di un convegno che la Pastorale sugli stili di vita del Patriarcato di Venezia ha organizzato venerdì scorso: “La ricchezza o è comune o non è”, con relazione del vescovo Angelo Scola. Il lemma “beni comuni” oramai è applicato ad ogni cosa si voglia ricondurre ad un uso collettivo: dal web e dai software del cyberspace, all’acqua, dai sistemi complessi che determinano il clima alle foreste, dalle istituzioni sociali alle risorse minerarie, fino a Pacha Mama, che è poi la madre di tutti i beni comuni. Come si intuisce subito, una corretta gestione dei beni comuni (the commons) imporrebbe norme e regole sociali esattamente opposte a quelle dominanti che si fondano sul diritto della proprietà.. Vi è una “incompatibilità con la logica della pura efficienza economica, cioè con l’imperativo della massima resa produttiva. Scrive Rodotà: “Davanti a noi è il tema, davvero ineludibile, di che cosa possa stare nel mercato e che cosa, invece, non deve starci” (La proprietà come diritto relativo, in “Alternative per il socialismo”, febbraio-marzo 2011). Gli studi del gruppo di Elinor Ostrom, politologa, prima donna ad essere stata insignita due anni fa del Nobel per l’economia, hanno dimostrato che esistono forme di gestione comunitaria più efficaci nell’usare le risorse naturali. Una terza via che ci apre la strada alla individuazione di alternative sociali ed economiche, istituzionali, sociali al capitalismo. Il concetto di beni comuni ci permette di mettere con i piedi per terra l’idea di alternativa. Su questi temi un gruppo di riflessione dell’Officina delle idee di Rete@Sinistra ha prodotto un lavoro collettivo che è ora pubblicato da Carta ed Ediesse: “La società dei beni comuni”.Vi hanno, partecipato: Bruno Amoroso, Massimo Angelini, Eugenio Baronti, Davide Biolghini, Nadia Carestiato, Giuseppe De Marzo, Pippo Jedi, Luigi Lombardi Vallauri, Laura Marchetti, Ugo Mattei, Emilio Molinari, Tonino Perna, Riccardo Petrella,Mario Pezzella, Giovanna Ricoveri, Edoardo Salzano, Chiara Sasso, Gianni Toniolo, il Laboratorio Verlan.