La Racaille
Le periferie contro lo Stato
Pubb. : Maggio 2010
304 pag
ISBN: 88-230-1449-7
Descrizione
Racaille, feccia: così l’aveva definita l’allora ministro degli Interni Nicolas Sarkozy. Di questa «feccia» facevano parte anche Zyed e Bouna, 17 e 15 anni, morti mentre scappavano, inseguiti dalla polizia. È la scintilla che fa scattare la rivolta nelle banlieues, cinque anni fa. Gli scontri si susseguono per giorni, le immagini di quelle diecimila auto bruciate fanno subito il giro del mondo e si ripetono tre anni dopo ad Atene. Sono immagini che assomigliano a quelle di Los Angeles, solo che stavolta gli scontri razziali non c’entrano nulla: le rivolte di Parigi ed Atene sono, infatti, i simboli più evidenti del «modo» in cui intere generazioni hanno scelto di comunicare la loro rabbia e i loro desideri. Non si tratta del «malessere» dei figli dell’immigrazione, ma dell’espressione di una condizione di vita precaria che caratterizza tutti i giovani in Europa. Le periferie popolari francesi in cui infuria la protesta sono state per molti anni luoghi di emancipazione e di esperienze di protagonismo sociale, ma i grandi processi di ristrutturazione economica ne hanno cambiato il volto. Oggi la storia delle banlieues racconta solo la violenza poliziesca e l’incontro mancato tra la sinistra e le ultime generazioni, che rifiutano tutte le forme di rappresentanza, anche quelle introdotte col ’68. Ecco perché quelle periferie costituiscono la chiave di lettura per capire i nuovi fenomeni legati al lavoro e denunciano drammaticamente il vuoto di democrazia in Europa.
Rassegna:
Le periferie contro lo Stato
da: Insorgenze-29 Settembre 10
29/09/2010
Da dove ripartire dopo la crisi di consensi e d’idee, l’assenza di progettualità che ha ridotto la sinistra, ed in particolare quella comunista, ai minimi termini? E’ questa la domanda a cui cerca di dare risposta Graziella Mascia nel suo, La Racaille. Le periferie contro lo Stato, Ediesse editore. Il titolo del libro è fin troppo chiaro nell’indicare la pista da seguire: immergersi nella trama dei nuovi conflitti, anticipare le contraddizioni che si delineano all’orizzonte e richiedono un’innovazione dell’analisi sociale e una nuova capacità di creazione politica. Le periferie delle grandi metropoli sono oggi uno dei luoghi, se non il luogo, dove si gioca una delle partite centrali della postmodernità. Che si tratti dei grandi centri urbani del Nord America o delle città euromediterranee, queste metropoli crescono e si modificano secondo un unico modello standard fatto d’innovazioni architettoniche e urbanistiche del tutto simili: grandi parcheggi, metrò, nuovi complessi residenziali, centri commerciali che accolgono schiere di boutique, multisale, luoghi di ristorazione, selfservice, stazioni di rifornimento e poi torri e lunghe barriere d’edilizia popolare. «Nonluoghi» come vengono definiti, il tutto raccolto in scenari ballardiani con spazi illuminati e videosorvegliati, pattugliati da polizie pubbliche e private. Dietro questo universo d’insegne pubblicitarie, vetrine scintillanti e viedeoclip si aggirano delle «ombre»: sono i giovani precari, i lavoratori al nero, i neoschiavi nascosti nelle cucine e nei sotterranei. «Ogni città si nutre delle sue “ombre”, le periferie o bidonville, e produce eccedente umano: gli ex umani ormai troppo usurati o che non hanno avuto la possibilità o non sono stati mai capaci di adattarsi o ancora, peggio, quelli che hanno osato rivoltarsi» (Salvatore Palidda). I sauvageons (piccoli selvaggi), come li aveva etichettati Jean-Pierre Chevènement, e più tardi racaille (feccia), come li ha definiti Nicolas Sarkozy. Sono loro i protagonisti della dettagliata analisi condotta da Graziella Mascia, ex dirigente nazionale del Prc ed oggi responsabile di Altramente, scuola di educazione civica e formazione politica indipendente, che dalla rivolta delle periferie francesi, dell’ottobre-novembre 2005, passa alla insurrezione della «generazione 700 euro» del dicembre 2008 in Grecia. Nel mezzo c’è l’Italia con il muro di Padova, la Lega nord, “l’Onda” degli studenti e i fatti di Castelvolturno. Manca purtroppo la rivolta di Rosarno, ma solo perché il volume è stato consegnato prima alle stampe. Oltre ad essere il luogo dove l’immaginario politico investe le sue battaglie simboliche più importanti (tutte le ultime campagne elettorali francesi si sono giocate sul terreno delle banlieues), le periferie rappresentano uno dei laboratori più sofisticati di sperimentazione del controllo sociale da parte degli Stati: dalle nuove concezioni urbanistiche antisommossa riprese dalla tradizione hausmaniana, ai dispositivi polizieschi che evocano apertamente la figura del nemico interno emblema di quel «capitalismo sicuritario», come lo ha definito Mathieu Rigouste, che ricorre apertamente a strumenti tipici dello stato d’eccezione. E’ di queste ultime settimane l’ennesima torsione sicuritaria impressa da Sarkozy con ulteriori inasprimenti legislativi che colpiscono gli accusati di sommosse urbane. Alla domanda che ha diviso studiosi e militanti, se le lunghe notti di fuochi, le diecimila vetture bruciate che nell’autunno 2005 hanno illuminato le periferie francesi, siano state una sommossa etnica o al contrario un conflitto mosso da ragioni sociali, Mascia risponde sposando le tesi di autori, come Loïc Wacquant o Emmanuel Todd, che confutano le interpretazioni «comunitariste» offrendo una lettura «mista» della rivolta. Alcuni dati parlano chiaro: «Nelle retate che fanno seguito ai moti del 2005, solo il 6% dei 400 ragazzi arrestati è di origine straniera», nonostante ciò «nell’immaginario collettivo, anche delle organizzazioni politiche della sinistra, la rivolta delle banlieues passa come la ribellione dei figli dell’immigrazione magrebina e africana, che vogliono uscire dal ghetto». Un deficit d’analisi che sconta il ritardo storico dei partiti della sinistra nel percepire queste nuove zone di frontiera come luoghi dove si intersecano e sovrappongono più conflitti e prendono forma nuove disuguaglianze. Le periferie francesi non sono ghetti razziali, hanno un’altra conformazione dove vige una «selezione prioritariamente di classe», mentre nell’America del Nord prevale l’interclassismo e domina la delimitazione etnoraziale (Wacquant). La crisi delle periferie francesi, e il fallimento delle politiche d’integrazione anteposte al modello comunitarista di stampo anglosassone, sono strettamente legate alla decadenza dei progetti urbanistici cresciuti negli anni del periodo fordista. I quartieri di edilizia popolare, in particolare le cinture rosse dei grandi centri urbani, «erano divenuti luoghi di promozione sociale e culturale per i ceti popolari e i lavoratori migranti». Una serie di strutture comunali, sindacali e associative, collaterali ai partiti del movimento operaio, garantivano importanti percorsi d’integrazione e ascensione sociale. Tutto ciò è venuto meno con la controrivoluzione liberista, l’avvento del postfordismo, la crisi della «società salariale», il dilagare del precariato e della polverizzazione dei rapporti sociali. La crisi e il declassamento delle periferie hanno introdotto una frattura tra gli abitanti e fatto balenare nuove identità di sostituzione strumentalizzate dall’estrema destra. «Coloro che vent’anni prima avevano rivendicato una appartenenza di classe, oggi vantano di essere dalla parte dei francesi». La questione identitaria, dunque, come trappola, costruzione pubblica di un fenomeno che fa velo alla natura reale del problema e la cui soluzione non può essere affrontata sollevando unicamente il tema della solidarietà e dei diritti, dell’accoglienza o dei respingimenti. Perché la mescolanza possa prevalere occorre ­– è questa la tesi del libro ­– una nuova critica dei rapporti di produzione capitalistici che ricomponga il frastagliato fronte della forza-lavoro e organizzi la «nuova popolazione proletaria nomade» contro il dumping dei salari. Eppure il movimento degli Indigènes de la republique aveva individuato nella condizione di emarginazione postcoloniale, in una sorta di minorazione giuridica non scritta, di costituzione materiale della segregazione, la ragione della rivolta, dimenticando, a loro volta, la segregazione che passava questa volta per linee interne: protagonisti dei moti sono stati solo degli adolescenti maschi. Le sorelle non c’erano, non avevano diritto di esserci, come invece è accaduto ad Atene. «Nei quartieri – spiega Omeyya Seddik in una delle interviste finali del libro – ormai tutti assumono su di sé il discorso dell’attacco all’islam, anche i ragazzi che non sono mussulmani. E’ come se l’islam fosse diventato un elemento di classe». Siamo di fronte ad una identità indotta in assenza di altre proposte ma anche alla più totale afasia. L’intera rivolta del 2005 è avvenuta nel più assoluto silenzio, senza dichiarazioni, proclami, comunicati e rivendicazioni, tant’è che si è parlato anche di «rivolta prepolitica», a differenza di quanto è accaduto ad Atene. Un silenzio ostinato e una solitudine voluta che hanno impedito la saldatura con chi, in quelle stesse settimane, manifestava in piazza, bloccava scuole e università contro un modello di contratto di primo impiego, voluto dal governo, che deprezzava il lavoro giovanile. C’è chi ha coniato in proposito la definizione di potere destituente che non cerca una riappropriazione dei luoghi ma solo un tentativo di sottrarli al controllo poliziesco-statale. Semplice disillusione di fronte all’inefficacia dei vecchi strumenti della politica? E’ questa la prima sfida per chi vuol tornare ad incidere sul terreno della trasformazione sociale. Convincere che la parola serve a rafforzare la propria autonomia, a costruire pensiero, progetti, alternative, per rompere la solitudine e costruire le alleanze mancate.
Quella rabbia di banlieue che parla alla sinistra
da: Liberazione-31 Ottobre 10
31/10/2010

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La feccia della banlieue
da: Conquiste del Lavoro-28 Agosto 10
28/08/2010

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Intervista a Graziella Mascia su suo libro "La racaille. Le periferie contro lo stato"
da: Radio Radicale-7 Giugno 10
07/06/2010

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Banlieues in fiamme. Radiografia di una lotta
da: Liberazione-1 Gennaio 11
01/01/2011

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Alla "feccia" del mondo non servono teorie
da: Gli Altri-3 Settembre 10
03/09/2010

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Una generazione salta il turno
da: Corriere del Mezzogiorno-27 Mag 10
27/05/2010
«Una generazione salta il turno». Il governatore Vendola: « Così i ragazzi sono candidati alla morte civile. I dati dell'Istat dimostrano che il Paese ha fallito il suo compito fondamentale: dare un futuro ai giovani. Che ormai sono diventati solo un tema per i varietà domenicale». Il governatore della Puglia Nichi Vendola ha da poco analizzato i dati del rapporto Istat diffusi ieri (più di 2 milioni di giovani - il 21,2% della popolazione tra i 15 e i 29 anni - non frequenta corsi di studio, né lavora e la metà è nel Mezzogiorno) quando si appresta a discutere con Graziella Mascia e Maddalena Tulanti del libro scritto dalla prima, La Racaille: Le periferie contro Lo Stato sulle banlieues parigine e, più in generale, sulle problematiche giovanili e degli emarginati, a partire dagli esclusi dal mondo del lavoro. «L'avevamo detto due anni fa - spiega il governatore al pubblico accorso alla libreria Feltrinelli di Bari per la prima presentazione del libro uscito ieri - e ora l'lstat lo conferma: la nuova generazione ha saltato il turno del diritto al lavoro, candidandosi involontariamente alla morte civile». La nuova generazione è diventata racaille, feccia, così era stato definito cinque anni fa dall'allora ministro degli Interni Nicolas Sarkozy il popolo delle banlieues parigine. «Un fenomeno - ha spiegato Vendola - che ha anticipato la disgregazione dell'Europa che stiamo vivendo: se una volta superate le barriere dei quartieri bene si va incontro a un buco nero, c'è evidentemente qualcosa che non va. E gli incendi che pi di recente hanno avuto come epicentro Ponticelli, a Napoli, e Rosarno, in Calabria, dimostrano che la questione è universale. E la situazione sta peggiorando». L'analisi di Vendola da questo punto si allarga alla situazione economica dell'Europa e alla crisi dell'aggregazione di Stati. «La crisi della democrazia nel Paese dove è nata, la Grecia, è grave. Tanto più che si sta realizzando in nome di un'altra crisi, quella economica. Ciò che più preoccupa -aggiunge il governatore - è l'insostenibile leggerezza della politica italiana ed europea su un evento che sta cambiando l'Europa, sancendone la fine». Quindi l'attacco al Fondo monetario internazionale: «Il presidente del Consiglio greco è stato commissariato da una banda chiamata Fmi. Il Fondo monetario internazionale impone ai governi delle misure di ristrettezza che impongono le manovre che stiamo vedendo anche in Italia e in Spagna, dove Zapatero deve anticipare le mosse dell'Fmi per non vedersi a sua volta commissariato. Destra e sinistra, in Europa, stanno agendo sotto il comando del Fondo monetario internazionale: anche Berlusconi, che per tendenza è populista, è stato marginalizzato da Tremonti portatore dell'idea che l'Europa intera con il suo debito pubblico debba risanare le azioni gangeristiche delle banche e delle finanziarie. Il nuovo ghetto, quindi, è quello composto da chi è estraneo alla ricchezza, che comprende vecchi e nuovi poveri». Nessuno, per Vendola risponde alla domanda principale: come si combatte la recessione se si impoveriscono ulteriormente i ceti popolari?». La risposta non può arrivare dal libro di Gabriella Mascia che, piuttosto, può spiegare le ragioni di come progressivamente si sia arrivati a una situazione di racaille: «In Francia hanno conosciuto prima di noi - spiega l'autrice che dirige anche una scuola di politica, AltraMente - fenomeni che in Italia stiamo conoscendo oggi: l'immigrazione giovanile e la difficile integrazione. A chi mi chiede se il lavoro può risolvere i problemi degli emarginati non posso che rispondere che quello dell'occupazione è un problema centrale. Ma una generazione precaria, lo è anche per la precarietà dei rapporti con il resto della società: le barriere e le barricate non aiutano nessuno».
Vendola e Mascia: “L’Europa è finita!”
da: Antennasud-26 Mag 10
26/05/2010

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