Il trucco
Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi
Sessualità  e biopolitica nella fine di Berlusconi.
A cura di:
Pubb. : Novembre 2014
256 pag
ISBN: 978- 88-230-1917-1
Collana: Saggi
Descrizione
Prima dello spread e delle sentenze giudiziarie è stata la parola femminile ad aprire una crepa nel regime del godimento di Silvio Berlusconi. Al centro di questo libro c'è il rapporto fra sessualità e politica. Non l'ennesimo racconto degli scandali sessuali che hanno decretato la fine dell'ex premier, ma un'analisi del dibattito pubblico e dei tratti del berlusconismo che gli scandali hanno portato alla luce. Ida Dominijanni ci restituisce il quadro di una società ridisegnata dall'egemonia neoliberale dietro lo scambio fra sesso, potere e denaro, dalla crisi del patriarcato dietro la mascherata delle feste di Arcore e, infine, dalle fragilità della leadership populista dietro l'uso sensoriale del potere. L'analisi del ventennio si allunga all'indietro, verso la stagione del Sessantotto e del femminismo di cui il berlusconismo non è stato il compimento, come taluni sostengono, bensì il rovesciamento; e in avanti, verso la trascrizione evidente della sua eredità nelle presunte svolte politiche di oggi. E lo sguardo si sposta dal leader ai follower: l’identificazione in una debolezza truccata da forza spiega il tratto depressivo che sembra sempre più contrassegnare il legame sociale e la relazione con il potere. Dalle macerie del carnevale berlusconiano emerge una chiave per capire il repentino passaggio alla quaresima dell’austerity e il sorprendente trasferimento del consenso passivo dall’ex premier ai successivi esperimenti di governo. L’assoluzione di Silvio Berlusconi al processo d’appello sul Ruby-gate non chiude ma riapre il problema del giudizio politico sul suo «regime del godimento» e sui segni che esso lascia nell’immaginario collettivo, nel discorso pubblico, nell’esercizio della leadership. Contro la riduzione ricorrente del cosiddetto sexgate a fatto di colore o episodio criminale, questo libro lo considera il momento rivelatore del trucco costitutivo del berlusconismo e l’evento decisivo del suo tramonto. Facendo la spola fra cronaca e filosofia e smarcandosi dagli schieramenti politici e culturali mainstream, l’autrice rilancia alcuni nodi del dibattito attorno agli «scandali sessuali» troppo rapidamente archiviati, ma tuttora sul campo: la concezione della libertà in tempi di governamentalità neoliberale; il rapporto fra privato e pubblico e fra penale, morale e politica alla fine del paradigma politico moderno; le trasformazioni del rapporto fra i sessi e della scommessa femminista in una società post-patriarcale; le variazioni del populismo in una sfera pubblica mediatizzata; la crisi della sovranità in epoca di «evaporazione del padre».
Rassegna:
L'ossessione del sovrano
da: Rassegna Sindacale-4 Dicembre 14
04/12/2014

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Delle mutande
da: Il Foglio-6 Dicembre 14
06/12/2014

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Lo spettro del Cav. e noi
da: DeA-14 Dicembre 14
14/12/2014
Quanto conta ancora, politicamente, Silvio Berlusconi? Molti critici di Renzi accusano il premier per aver rilegittimato il Cavaliere ' già  condannato definitivamente per frode fiscale e espulso dal Parlamento ' con il 'patto del Nazareno. In realtà  il leader affaticato della resuscitata Forza Italia e il suo stesso partito non se la passano troppo bene: il giovamento tratto dal rapporto con Renzi non sembra poi cosà efficace. Ma la polemica si spinge molto più in là : sull'ultimo numero di Micromega Paolo Flores D'Arcais scrive che 'Renzi costituisce la realizzazione del berlusconismo con altri mezzi. E per lo storico Angelo D'Orsi il renzismo è 'la fase suprema del berlusconismo. Ne è una variante addirittura 'nella sostanza politica peggiorativa. Berlusconi quindi in vario modo sopravvive, anche come categoria di interpretazione della realtà  politica, almeno per una parte della sinistra. Le analisi di Flores e D'Orsi, che non approfondisco qui, non mi convincono, e tanto più opportuna mi è sembrata la radicale fenomenologia che del berlusconismo ci ha dato Ida Dominijanni con il suo ultimo libro Il trucco. Sessualità  e biopolitica nella fine di Berlusconi (Ediesse 2014). Il titolo e il sottotitolo sono già  indicativi di un taglio diverso: si parla della fine di Berlusconi, e si annuncia una lettura della sua parabola che ne svela la verità  mettendo al centro la scena dei rapporti sessuali rappresentata dal Cavaliere, alla luce di una critica della politica e dell'assetto sociale contemporaneo che ha un referente fondamentale nell'idea di biopolitica sviluppata da Foucault. Quando nei corsi al College de France alla vigilia degli anni '80 aveva analizzato il neoliberalismo non come una riedizione del classico laissez faire , ma come una nuova 'maniera di essere e di pensare, fondata sul concetto di 'capitale umano: ognuno è illusoriamente libero di essere imprenditore di se stesso. E questa idea truccata di libertà  si allarga a comprendere non solo il mercato, ma anche i corpi, i desideri, l'immaginario, il simbolico. Ma il punto di vista di Dominijanni naturalmente arricchisce e reindirizza l'impianto foucaultiano con le analisi e le elaborazioni del femminismo (e i suoi scambi col più significativo pensiero contemporaneo, da Lacan a Derrida, Zizek, Butler e tanti e tante altre), e in particolare del femminismo della differenza italiano, secondo il quale viviamo nell'epoca in cui le donne hanno tolto il loro credito al patriarcato, annunciandone la fine. In questo contesto la vicenda di Berlusconi non è più uno stravagante eccesso provinciale italiota, ma un sintomo assai significativo delle dinamiche profonde e diffuse di un mondo definito dall'intreccio tra la forza della ragione neoliberale e la debolezza di un post-patriarcato che ha smarrito l'autorità  della legge paterna. Il libro rimprovera severamente, e per me fondatamente, la sinistra italiana per non aver saputo comprendere il vero significato del berlusconismo proprio perché impermeabile al discorso del femminismo della differenza e ai suoi strumenti culturali e analitici. Priva di questi attrezzi la sinistra non vede la forza della libertà  femminile e non vede la gravità  di una 'questione maschile che si traduce in una sempre più forte perdita di autorità  della politica, di cui gli intrecci tra sesso, potere e denaro, sono una spia evidente. Ida rilancia e argomenta una tesi da lei immediatamente sostenuta all'epoca dei fatti: nell'epoca del dominio dei media e delle immagini, incarnata proprio dal Cavaliere, è stata la parola femminile a svelare il trucco della falsa immagine di potenza dell'uomo che sembrava all'apice della sua forza e della legittimazione (dopo gli show sulla scena del terremoto dell'Aquila e il discorso del 25 aprile 2009 ai partigiani, con fazzoletto tricolore al collo). A squarciare il velo ' a produrre la 'parresia ' sono una intellettuale (Sofia Ventura) la moglie (Veronica Lario) e una prostituta (Patrizia D'Addario), tre figure 'cardinali per la tenuta del regime di verità  maschile e delle complicità  mute di cui necessita. Le parole più incisive sono quelle della moglie: il 'ciarpame senza pudore di un uomo che candida in Parlamento le ragazze che convoca alle sue feste notturne, che frequenta minorenni, che avrebbe bisogno di cure. E' la regina a svelare il corpo nudo del re. Dominijanni scrisse allora sul manifesto che queste parole decretavano la fine di Berlusconi. Un giudizio sostanzialmente giusto, anche se la parabola è stata lunga e complessa. Se gli effetti della libertà  femminile possono per l'autrice manifestarsi del tutto imprevedibilmente, e persino inconsapevolmente, nella ribellione di queste tre figure femminili, contro questo gesto si scatena una reazione negatrice selvaggia da parte dei sostenitori del Cavaliere, ma anche la sinistra politica preferisce non guardare lo 'scandalo, tenuto aperto invece dai giornali dell'opposizione. Emblematica la frase del segretario del Pd Franceschini, che evoca il pilatesco motto 'tra moglie e marito non mettere il dito. Sarà  la crisi finanziaria in Europa, e il rischio che un'Italia allo sbando comprometta la sopravvivenza dell'Euro, a fare aumentare la pressione politica internazionale contro l'uomo delle 'cene eleganti con Ruby Rubacuori, riconosciuta da una maggioranza parlamentare quale nipote di Mubarak. Dominijanni legge qui una sostanziale continuità  tra il regime del godimento e del consumo impersonato da Papi (un padre osceno che sostituisce il Nome del Padre di lacaniana memoria, lacanianamente 'evaporato) e quello della colpa dell'uomo ' e del paese ' indebitato che si afferma con le austere figure di Mario Monti e Elsa Fornero ( mi viene in mente che forse anche alle sue lacrime potrebbe essere attribuito un valore 'parresiastico sul vero segno delle 'riforme di quel governo). Sono diverse declinazioni della 'governamentalità  neoliberale, dove la pulsione al godimento senza legge e senza desiderio e il complesso di colpa per il dispendio eccessivo sono due facce della stessa moneta. Anche l'ascesa di Renzi avviene nello stesso scenario: il suo governo paritario, le nomine femminili e le capoliste alle europee sono un 'uso della cooptazione femminile che ricorda molto quello berlusconiano, ma 'decorosamente de-sessualizzato. Vie maschili diverse ma accomunate nell'obiettivo-effetto di depotenziare il valore sovversivo della rivoluzione femminile, che tuttavia non può essere totalmente negata. In conclusione, Berlusconi è finito, ma essendo stata rimossa la sua verità  disvelata e radicata nella sfera della sessualità , egli si aggira ancora tra noi in forma spettrale,mentre la sua eredità  'è viva e vegeta, e si riflette ' anche per Dominijanni, sia pure sulla base di una analisi ben più acuta e ferrata ' nel modello di leadership populista di Renzi. In questi passaggi ho avvertito il rischio di un uso forse troppo pervasivo, ideologico, della categoria del neoliberalismo, che non mi pare sufficiente a spiegare tutte le dinamiche politiche, economiche, culturali e globali che si intrecciano con la vicenda politica italiana e la determinano da Berlusconi a Renzi. Ma il punto che mi interessa di più è un altro. Ida rileva con ampiezza come intorno alla vicenda del Cavaliere, oltre al ruolo della destra che difende e esalta il capo (capitanato con sfrontata intelligenza da Giuliano Ferrara e dal Foglio), oltre alla sordità  e cecità  della sinistra, oltre allo sguardo acuto di una parte del femminismo italiano (in polemica con le riduzioni moralistiche di altre culture femministe), si sia verificato anche un prendere per la prima volta la parola da parte di un certo numero di uomini più consapevoli del significato post-patriarcale ' per riassumere ' del comportamento e della messa in scena berlusconiana. Una serie di voci maschili, critiche del virilismo posticcio del premier, e consapevoli della propria differenza, improvvisamente emerse ' sulle pagine del manifesto ma anche di altri quotidiani e in un buon numero di blog e siti web (tra i quali il sito di maschileplurale e anche questo) ' ma anche altrettanto rapidamente scomparse dal discorso pubblico successivo. La ricca analisi del libro è messa al servizio del rilancio di una politica capace di 'un'altra pratica della soggettività  contro l'individualismo narcisista, della 'libertà  politica contro la libertà  di mercato. Un punto di vista capace di riconsiderare e forse reinventare quell'incontro mancato dopo il '68 tra la critica contro l'autoritarismo delle origini del movimento e il portato radicale del femminismo (una divaricazione forse non per caso seguita dalla tragica deriva di ottusa violenza terrorista). Non si tratterebbe più, oggi, di un fatto 'generazionale ma 'generativo a partire dalla 'differenza femminile, e forse finalmente di quella maschile. Sono le ultime parole del testo. Che per me chiamano all'apertura di un altro discorso: perché non siamo ancora riusciti e riuscite a rendere più forte e stabile la ricerca e la pratica di relazioni politiche tra donne e uomini sostenute dal desiderio di questo differente incontro? I tentativi non sono mancati. Ma che cos'è che fa ancora ostacolo?
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Se il corpo del potere è solo un artificio
da: il Manifesto-17 Dicembre 14
17/12/2014

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Il trucco
da: Alfabeta2-18 Dicembre 14
18/12/2014
Il libro di Ida Dominijanni Il trucco. Sessualità  e biopolitica nella fine di Berlusconi (Ediesse, 2014), verrà  presentato oggi alle 17.30 alla Fondazione Basso (via della Dogana Vecchia 5, Roma). Con l'autrice intervengono Laura Bazzicalupo, Maria Luisa Boccia e Mario Tronti. C'è una generazione, a cui chi scrive crede di appartenere, che ha capito qualcosa dell'essenziale non coincidenza della politica con se stessa leggendo, per molti anni, la leggendaria rubrica che Ida Dominijanni pubblicava sul manifesto: Politica o quasi. Era un altro modo ' misurato su un'epoca incapace di essere epocale ' di dire è già  politica; i presunti confini che presidierebbero il politico e le indefettibili logiche che deciderebbero dell'attribuzione del predicato della politicità  a eventi, azioni e soggetti apparivano in tutta la loro intransitabile opacità , parzialità  e malcelata arbitrarietà , striati gli uni e attraversate le altre dalle correnti del desiderio, dagli inciampi del godimento, dagli ostacoli e dalle sorprese del corpo sessuato, dalle fantasie e dai fantasmi delle parole. Tutto ciò che impedisce alla politica di coincidere con se stessa (di chiudersi, di appartenersi) è dunque anche ciò che le permette di accadere altrimenti da come e altrove da dove avremmo immaginato (o dovuto immaginare). A lungo restia ' e non senza buone ragioni ' all'idea di dare al suo pensiero la forma di un libro, Ida Dominijanni ha scelto finalmente di farlo sfidando deliberatamente il contro-tempo e scrivendo perciò un testo felicemente e orgogliosamente inattuale senza perciò essere intempestivo. Anzi: Il trucco è un libro genuinamente e letteralmente contemporaneo. Perché parla tanto di ciò che ci capita oggi almeno quanto di ciò che vuol dire parlarne. E parlare di noi ' e cioè di politica; e cioè di corpi e parole ' vuol dire (anche) parlare di Silvio Berlusconi. Autobiografia della nazione e delle peripezie del potere e del godimento, emblema del 'sesso-valuta e monogramma del post-patriarcato, il berlusconismo è l'indice di un terremoto simbolico che non smette di agitare la scena della politica e del desiderio. Proprio questa eco (che è anche una memoria e ' cosà ci viene suggerito ' una rimozione) è quella che Dominijanni si cimenta a interrogare: per farlo mobilita quel sapere dell'esperienza che è il pensiero della differenza sessuale (e chi fosse ancora tentato di tacciarlo di biologismo o essenzialismo avrà  qualcosa in più da imparare da questo libro), fatto convenientemente reagire con la lezione di Michel Foucault e quella di Jacques Lacan (entrambi fortunatamente anni luce lontani dagli usi maldestri e passepartout che ultimamente affliggono e affollano le pagine culturali dei quotidiani). Il berlusconismo è stato il tempo e è la condizione (si potrebbe quindi dire, con Pocock, che esso è il momento) del post-patriarcato conclamato: se la fine di un ordine simbolico non è una cosa da ridere è perché in esso si danno, contemporaneamente e contraddittoriamente (in una parola: ambiguamente), elementi che, fuoriuscendo da un quadro dell'immaginario usato e consueto (dunque, per alcuni, che sono gli uomini, fondamentalmente rassicurante), riconfigurano da cima a fondo le posizioni, reinterrogano gli abiti e confondono i titoli (a parlare, soprattutto). E allora si scopre che la fine di Berlusconi non è questione, innanzitutto e perlopiù, di corpi offesi di donne vittime, ma di parole brucianti e azioni arrembanti di donne libere; non è questione, innanzitutto e perlopiù, di morale e di penale, di vizi privati e di vizi pubblici, ma il tempo del venir meno di questi stessi confini (a dispetto dei 'convergenti estremismi dell'antimoralismo cosà moralista ' e normativo ' di molti e di alcune e del moralismo cosà inderogabile ' e normativo ' di altre molte e molti altri). Non è stato neppure il tempo di un sesso fatto e goduto da tutte e tutti: ma un tempo di una fantasia di potenza (politica) specchiata in un fantasma di impotenza (sessuale); un tempo in cui denaro, potere e sesso hanno provato, fallendo, a fare ordine intrecciandosi. È questo l'algoritmo di Berlusconi, miniaturizzato in un rigo di Walter Siti di cui il libro di Dominijanni potrebbe essere a rigore considerato il commento talmudico (quello cioè capace di illuminarlo una volta per tutte): 'Io ti faccio sentire padrone, tu mi fai sentire libera. Al centro della contesa sta dunque un significante potente ' e ambiguo ' come quello che ha nome libertà : signaculo in vessillo del Popolo che, per interposto corpo del Capo, la incarna e condizione di donne che non hanno più bisogno degli uomini per dire il proprio desiderio e dare forma alla propria vita con autorità . Il berlusconismo è il prodotto della politica e del suo immaginario quando l'ordine simbolico prende congedo dalla legge del Padre: la confusione che ne è il residuo non è però l'Apocalisse che attende nuovi padri o figli (o fratelli, purché maschi) perbene; l'addio a Edipo sta più dalle parti di Cronenberg che da quelle di Omero: c'è tutta una libertà  da risignificare e un'estetica da immaginare. Fuori dal lutto e dal godimento di morte che gli uomini come Berlusconi ci hanno voluto (soprattutto a noi altri uomini) contrabbandare come una dolce medicina alla fine del loro (nostro?) tempo. Il contravveleno era e è la differenza sessuale (femminile e maschile ' proprio come quelle 'questioni di cui Berlusconi non è stato che il nome); essa non smette di incarnare un'altra idea e un'altra pratica della libertà  e sfida a immaginare una politica ' che continuerà  a avere quali suoi fondamentali ingredienti i corpi e le parole ' dove si sceglie che sogno sognare (o almeno ' e non è poco ' di non sognare sempre lo stesso sogno).
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Il trucco di Silvio secondo Dominijanni
da: Cronache del Garantista-28 Dicembre 14
28/12/2014

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Il trucco della politica come ce lo racconta Ida Dominijanni
da: Sinistra Ecologia e Libertà-30 Dicembre 14
30/12/2014
Nella stagione contrassegnata in Italia dal vitalismo giovanilistico di Matteo Renzi ' corpo maschile che si mette in gioco come significante del nuovo che avanza ' e nell'imperante smemoratezza di che cosa abbia rappresentato per la sinistra la lunga stagione del berlusconismo, il libro di Ida Dominijanni intitolato 'Il trucco, sottotitolo 'Sessualità  e biopolitica nella fine di Berlusconi (editore Ediesse), potrebbe apparire fuori tempo massimo, inattuale. Non viviamo forse in un bulimico presente, che tutto metabolizza e archivia nello spazio di un mattino? E Renzi non è l'espressione di questo tempo, anzi di questo 'momento, da cogliere rapidamente, 'adesso? 'Il trucco, invece, proprio per tutto ciò che oggi appare ingannevolmente di senso contrario, è un libro di straordinaria attualità , iper contemporaneo. Nel raccontare infatti la complessa vicenda politica di Berlusconi l'autrice ne mette in chiaro il trucco che ha concorso ad alimentare il suo prolungato successo e nello stesso tempo costruito il contesto del suo declino: l'artefatta costruzione di se stesso come corpo virilmente rinnovato e dunque ancora politicamente potente. E nell'analizzare questi aspetti, Dominijanni ricorda la forza dirompente della diagnosi femminista sul nesso esistente tra il personale e il politico, tra la sessualità  e la politica. E' proprio questa dimensione costitutiva della politica che la politica 'ufficiale continua a ipocritamente a nascondere, forse perché ormai le menzogne e gli autoinganni sono la materia stessa della sua decrepitezza e crisi. L'intreccio tra vita pubblica e vita privata, tra personale e politico ha significativamente contrassegnato la stagione di Berlusconi, che è stata, anche per questo, la stagione della conclamata obsolescenza del patriarcato e della sua entrata nel post. L'irrituale, ostentato intreccio tra residenza pubblica e residenza privata del premier, tra Arcore e Palazzo Chigi, ha segnato i tempi della politica berlusconiana. Quel godurioso andirivieni, tra l'una e l'altra residenza, del grande teatro dei corpi in scena, donne ovviamente ma anche in gran numero cortigiani dell'altro sesso, ha fatto da sfondo osannante al corpo truccato e truccante del sovrano, scenario di quel 'regime del godimento del ventennio, di cui parla l'autrice in chiave psicoanalitica. Più capo che sovrano, per altro, perché l'epoca è quella che è. Che si faceva truccare sempre più nel corpo per usare dadi truccati nel gioco del potere. Sesso, denaro e potere: l'algoritmo del cavaliere, nella vana impresa di ristabilire un nesso di coerenza tra l'immaginaria potenza del suo corpo e la dissolvente potenza della politica. L'arcaico del corpo nella sua performativa contemporaneità . Corpo del re, si sarebbe detto in un'altra epoca, quando nel corpo regale era iscritta la trascendenza del potere. Ma ora basta dire del leader o del capo, perché gli scenari sono ormai desacralizzati, sempre meno aurei e più evanescenti. Ed è proprio l'intreccio tra il personale e il politico che la politica della razionalità  occidentale ha sempre ostinatamente negato e rimosso, costruendo dapprima, sulla sua negazione filosofica, la volontà  di potenza del 'Politico, e oggi, sulla sua rimozione mediatica, la spettrale persistenza di se stessa come politica della crisi. Una causa non secondaria dell'incapacità  della sinistra di capire ciò che è avvenuto nel mondo, e della crisi che la uccide, continua a essere questa ostinata rimozione di qualcosa che la riguarda da vicino. Il pri­vato è pri­vato, è stato detto e continua a essere detto dalla politica dei palazzi, che sa solo fingere con se stessa, e quello che cia­scuno fa a casa sua sono affari suoi. Facendo finta di ignorare ' o forse davvero non arrivando a capire ' che il focus dell'invadenza politica sulla scena pubblica di Berlusconi, il nucleo del consenso elettorale da lui guadagnato e riguadagnato fino alle ultime elezioni politiche, stava proprio nella performance del trucco della virilizzazione, nell'illusoria messa in gioco del corpo del capo, diventato, perché 'esposto, 'offerto in pasto al godimento di chi lo amava, la rappresentazione emblematica del rapporto tra il capo e il suo popolo. Alla ricerca, il Cavaliere, di un potere sempre più artificialmente attrezzato, in un' apparenza di forza ' sessuale in primis - che il trucco intendeva ripristinare e veicolare. Un 'viri­li­smo vir­tuale, antropologicamente e simbolicamente sessuale ' sesso come potenza e potere ' e da ciò i continui tentativi di ricostruire con gli artifizi dell'estetica e della chirurgia plastica l'appeal del corpo . Il trucco di Berlusconi alla fine non ha retto per molte e svariate cause, che ne hanno via via disgregato l'impatto mediatico e la tenuta politico-istituzionale. Tutte cause di natura politica, dicono gli esperti di analisi politiche. Intendendo ovviamente che si sia trattato di cause canoniche, quelle tipiche del canonico gioco della politica maschile. Niente a che fare con l'intreccio di privato e politico, con l'algoritmo di sesso e potere che ha informato la politica del Cavaliere. Irrilevanza politica dei comportamenti personali del capo del governo, come ebbero a ribadire in più occasioni i leader del Pd e esponenti vari della sinistra. Tutt'al più materia di interesse delle procure o delle parrocchie, come più o meno chiaramente argomentavano molti di loro, comprese esponenti di sesso femminile. E, ovviamente, irrilevanza politica dell'atto dello smascheramento pubblico del trucco, quando avvenne per la presa di parola pubblica di alcune donne e per il taglio che esse vollero operare, pubblicamente, nei loro rapporti con Berlusconi. Perché, , mette in luce Dominijanni, in un capitolo centrale del libro, il tempo della fine di Berlusconi si è avviato ' soprattutto e in prima battuta ' perché la scena pubblica, ormai occupata da tempo da donne libere, è stata attraversata dalla mossa politica di alcune di loro, decise a dare un altro senso e un altro significato alla vicenda pubblica del premier. Donne vicine a Berlusconi capaci però di fare scelte in autonomia e anche di rompere legami, sodalizi, complicità . Sono state loro a dare inizio alla fine. Sono state le loro a dire parole di verità  su Berlusconi e a mostrarne la nudità  senza orpelli di fronte alla corte, al popolo, all'opinione pubblica. Chi d'altra parte meglio delle donne che lo conoscevano avrebbe potuto svelare i trucchi, le menzogne, la politica truccata? Tre donne, Veronica Lario, Patriza D'Addario, Sofia Ventura, diversissime per storia e collocazione: questi i nomi, che nessuno ricorda più in relazione al tramonto di Berlusconi, Hanno deciso di dare un taglio netto alla storia che le legava a Berlusconi e cosà hanno impresso una svolta all'intera stagione politica, molto tempo prima che Berlusconi decidesse di salire al Colle per dimettersi. Nessuna di loro veniva da una storia femminista e tuttavia, scrive Dominijanni, 'è attraverso di loro che ritorna pressante e inaspettata, l'eco della diagnosi femminista sul nesso che lega, nel bene e nel male, sessualità  e politica. La sinistra, incapace fin dal '68 a leggere i mutamenti di fondo che avvenivano in quegli anni ' come Dominijanni mette in luce - ha interpretato la stagione del berlusconismo soltanto in chiave di vittimizzazione delle donne e di lamentazione moralistica sulla dignità  offesa delle medesime. Ha ignorato l'essenziale, cioè i radicali spostamenti di senso avvenuti nella società , a partire dal decisivo cambio di passo delle donne, dalla loro volontà  di uscire dalla zona d'ombra della loro storia, dai perimetri della famiglia e del familismo, dallo stigma della minorità . La loro rivoluzione, insomma. E spesso per questo disposte,pronte, attrezzate a tutto, anche all'arrembaggio. A tutti i livelli e per le ragioni più diverse. Scavando nelle pieghe di quella che può apparire cronaca minuta, 'politica o quasi, come diceva la sua rubrica sul Manifesto, Ida Dominijanni restituisce cosà all' emblematica dimensione di significante politico il ventennio che abbiamo alle spalle e con ciò va al cuore delle vicende politiche dell'oggi, collocandole nella cornice dell' antropologia neoliberale e nell'intreccio inestricabile di 'fattori sociale e psichici che garantiscono la tenuta tutta biopolitica della 'nuova ragione del mondo. E' questa cornice, sono questi fattori che spiegano perché e come, senza soluzione di continuità , si sia passati dal teatro dell'osceno priapesco del premier impresario all'oratorio della morigerata malinconia del premier professore; dai ristoranti traboccanti di vitalismo, della narrazione berlusconiana, agli uffici della Troika ossessionati dal debito, delle reprimende montiane e delle lamentazioni lettiane. E, repentinamente, il gioco sia passato di mano a un nuovo esperto dell'arte del trucco: orditore di oscure trame si sarebbe detto una volta del Renzi defenestratore di Letta, ma oggi la politica dell'impotenza lo accoglie come l'ultimo possibile salvatore della nazione. E via cosà. Senza il minimo cambiamento dei programmi, che non servono più a niente. E' l'identificazione col leader che conta oggi, la passione del leader, l'affidamento al leader: anima, corpo, rispecchiamento in esso, nel senso delle cose e nei sentimenti che da lui e per lui prendono corpo. Ed è, anche, il collasso della democrazia a cui assistiamo quotidianamente, che si manifesta nel corto circuito tra rappresentanza in crisi, nel suo essere ormai residuale partecipazione dal basso, e presenza incombente dall'alto, nella mossa epifanica del leader, unica provvidenziale risposta alle attese. Quel che oggi domina la scena pubblica, dopo Berlusconi, continua a essere la maschera di una potenza della politica che non c'è più ma finge di esserci, per­pe­tuandosi nel nuovo lea­der, Mat­teo Renzi, quintessenza della finzione. Che può fare d'altra parte il nuovo leader, se non acconciarsi alla governamentalità  neoliberale, mentre inventa lo spettacolo mediatico del competere con Angela Merkel e Bruxelles? E la giovinezza è il suo artificio, il suo trucco. La sua plastica facciale.
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Il corpo della politica, cosà è caduto Berlusconi
da: Cronache del Garantista-31 Dicembre 14
31/12/2014

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Il trucco. Sessualità  e biopolitica nella fine di Berlusconi
da: zeroviolenzadonne.it-8 Gennaio 15
08/01/2015
Pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Ida Dominijanni "Il trucco"(Ediesse, pagine 256, prezzo 14,00) Quarant'anni dopo l'inizio della rivoluzione femminista, la variegata galassia che vi fa riferimento si trova di fronte a uno scenario che ne riconvoca e ne mette alla prova le premesse e le promesse. La sessualità  torna a fare irruzione nel discorso pubblico, ma non come bandiera sovversiva bensà come protesi del potere costituito. E il rapporto uomo-donna torna a imporsi come problema politico, ma in una configurazione assai diversa da quella del dominio patriarcale contro cui nacque il femminismo delle origini. Nella parte, e dalla parte, dell'uomo c'è una nuova forma di potere, né autorevole né autoritaria ma libertina e seduttiva, che non dispone più per diritto naturale né del corpo né del silenzio-assenso femminili ma ha bisogno di comprarseli, non tiene più le donne segregate nella sfera privata ma le coopta in ruoli pubblici, non le sfrutta in regime di schiavitù ma le usa in regime di libertà ; c'è una sessualità  tecnologicamente assistita, seriale e feticista, che risponde al principio di prestazione ed esprime in modo estremo quel godimento fallico dell'Uno senza relazione con l'altro/a che Lacan definiva «godimento dell'idiota»; c'è un immaginario sessuale che ricostruisce la copia televisiva di una femminilità  archiviata. Dall'altra parte ci sono giovani donne compiacenti ma diffidenti verso quell'uomo, che la segregazione patriarcale non l'hanno mai conosciuta, sono e vogliono essere visibili nella sfera pubblica, non si sentono vittime della situazione, dispongono di un'emancipazione sufficiente per usare il proprio corpo come un capitale da investire per la scalata sociale e la seduttività  come un'arma per ottenere i favori di quell'uomo accordandogli una complicità  revocabile in base al rendimento; c'è una sessualità  femminile che non mette in parola niente di sé, e che sembra rispondere più che al piacere e all'occhio maschile al riflesso narcisista della propria immagine; c'è una visione utilitarista, spogliata di qualunque soggezione, di un potere politico spogliato di qualunque aura. Ma non ci sono solo queste donne; ce ne sono altre che quella situazione la conoscono per averla vissuta, e ne squarciano la segretezza per testimoniare che il re è nudo. La scena è fortemente asimmetrica, come una sorta di proiezione onirica del mutamento sociale da cui nasce: un uomo potente ma solo, intrappolato nel suo godimento autoreferenziale da una parte, e dall'altra parte una galassia di figure femminili in trasformazione e in movimento. Fin dall'inizio si capisce che l'affare, malgrado le apparenze, è in mano loro e dell'opinione pubblica femminile in grado di coglierne i messaggi. Il quadro contiene in nuce tutti gli elementi di quello che fin qui abbiamo chiamato post-patriarcato. Gravano su questo termine non pochi fraintendimenti, come se stesse a significare la fine e la soluzione del problema del rapporto fra i sessi, o l'annuncio trionfalistico di una definitiva affermazione della libertà  femminile che renderebbe le donne immuni da qualunque forma di potere sessista, esonerandole dall'azione politica. Tutt'al contrario, esso allude a una nuova costellazione del potere, della libertà  e della sessualità  che disloca donne e uomini su una scacchiera più complessa dello schema dicotomico vittima-oppressore proprio dell'economia patriarcale, e a una nuova configurazione del conflitto fra i sessi, che si gioca prevalentemente non più sul terreno dell'oppressione ma su quello della libertà . Questo non significa né che siano sparite vecchie e nuove forme di oppressione femminile, né che il potere maschile si sia dileguato. Significa sul primo versante che le antiche forme di oppressione vanno rilette, e misurate, alla luce della libertà  femminile conquistata, e le nuove vanno lette, e contrastate, anche come effetto indiretto di quella stessa libertà , delle reazioni maschili che suscita e delle trascrizioni neoliberali cui è sottoposta. E sul secondo versante, significa che il dominio maschile ha perso l'autorità  e la forza ordinatrice della legge patriarcale, nonché la legittimazione «naturale» che gli veniva dal consenso o dal silenzio-assenso femminile, e che questa perdita di autorità  e di capacità  ordinatrice genera un potere più vulnerabile ma proprio per questo più attaccato alla propria sopravvivenza, meno credibile ma proprio per questo talvolta più aggressivo, più instabile ma proprio per questo a sua volta più destabilizzante di un tempo. Come sempre allusivo e impreciso, anche in questo caso il prefisso post non indica un «dopo» compiuto né tantomeno presuppone, storicisticamente, un processo lineare o dialettico di superamento del passato; allude piuttosto al misto di innovazione e regressione, di citazioni del passato e di nuove figurazioni, che caratterizza nella contemporaneità  il disfarsi dell'ordine moderno. Ma quel post non equivale a un neo, come talune hanno voluto intendere interpretandolo nel senso di una riorganizzazione dell'antico dominio patriarcale sotto mutate e modernizzate spoglie. Al contrario, serve a evidenziare una cesura nella sua storia millenaria: attribuendola però non, o non solo, a un declino «autogeno» della legge del padre e del paradigma edipico, come fa la letteratura neolacaniana, ma anche e in primo luogo agli effetti della rivoluzione e della libertà  femminile, e dunque ponendo l'accento della discontinuità  sul versante del patriarcato e quello della continuità  sul versante del femminismo. Una mossa ' vale la pena di notarlo ' opposta a quella di una parte rilevante del dibattito femminista internazionale, che rubrica sotto la voce «postfemminismo » alcuni fra gli stessi fattori del cambiamento in corso nei rapporti fra i sessi che qui rubrichiamo sotto la voce «postpatriarcato», presupponendo però cosà una frattura, e una sconfitta, nella storia del femminismo e una continuità , e una vittoria, nella storia di un dominio patriarcale sempre risorgente.
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Il pensiero lungo di Ida Dominijanni
da: Il Lametino-9 Gennaio 15
09/01/2015
A lungo restia all'idea di dare al suo pensiero la forma di un libro, la calabrese Ida Dominijanni ha scelto finalmente di farlo sfidando deliberatamente il contro-tempo e scrivendo perciò un testo felicemente e orgogliosamente inattuale senza perciò essere intempestivo. Il libro di Ida Dominijanni, Il trucco. Sessualità  e biopolitica nella fine di Berlusconi (Ediesse, 2014), presentato in Calabria alcuni giorni fa, parla tanto di ciò che ci capita oggi almeno quanto di ciò che vuol dire parlarne. E parlare di noi ' e cioè di politica; e cioè di corpi e parole ' vuol dire (anche) parlare di Silvio Berlusconi. Autobiografia della nazione e delle peripezie del potere e del godimento, emblema del 'sesso-valuta e monogramma del post-patriarcato, il berlusconismo è l'indice di un terremoto simbolico che non smette di agitare la scena della politica e del desiderio. Proprio questa eco è quella ' ha acutamente scritto Michele Spano' - che Dominijanni si cimenta a interrogare: per farlo mobilita quel sapere dell'esperienza che è il pensiero della differenza sessuale fatto convenientemente reagire con la lezione di Michel Foucault e quella di Jacques Lacan. Si scopre che la fine di Berlusconi non è questione, innanzitutto e perlopiù, di corpi offesi di donne vittime, ma di parole brucianti e azioni arrembanti di donne libere; non è questione, innanzitutto e perlopiù, di morale e di penale, di vizi privati e di vizi pubblici, ma il tempo del venir meno di questi stessi confini. Non è stato neppure il tempo di un sesso fatto e goduto da tutte e tutti: ma un tempo di una fantasia di potenza (politica) specchiata in un fantasma di impotenza (sessuale); un tempo in cui denaro, potere e sesso hanno provato, fallendo, a fare ordine intrecciandosi. È questo l'algoritmo di Berlusconi, miniaturizzato in un rigo di Walter Siti di cui il libro di Dominijanni potrebbe essere a rigore considerato il commento talmudico (quello cioè capace di illuminarlo una volta per tutte): 'Io ti faccio sentire padrone, tu mi fai sentire libera. Il berlusconismo è il prodotto della politica e del suo immaginario quando l'ordine simbolico prende congedo dalla legge del Padre. Fuori dal lutto e dal godimento di morte che gli uomini come Berlusconi ci hanno voluto (soprattutto a noi altri uomini) contrabbandare come una dolce medicina alla fine del loro (nostro?) tempo. Il contravveleno era ed è la differenza sessuale (femminile e maschile ' proprio come quelle 'questioni di cui Berlusconi non è stato che il nome); essa non smette di incarnare un'altra idea e un'altra pratica della libertà  e sfida a immaginare una politica ' che continuerà  a avere quali suoi fondamentali ingredienti i corpi e le parole ' dove si sceglie che sogno sognare (o almeno ' e non è poco ' di non sognare sempre lo stesso sogno).
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L'aura del potere e l'imprevisto delle donne
da: il sole 24 ore - Domenica-11 Gennaio 15
11/01/2015

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NE 'IL TRUCCO DI IDA DOMINIJANNI LA FINZIONE E L'IMMAGINE BERLUSCONIANA
da: Il giornale di Calabria-16 Gennaio 15
16/01/2015
Il processo d'appello sul Ruby-Gate e l'assoluzione di Silvio Berlusconi non lasciano impassibili. C'è chi continua a discutere, chi ha perplessità  e chi decide di scrivere un libro. È il caso della scrittrice Ida Dominijanni, oltre ad essere giornalista e saggista, ha pubblicato recentemente 'Il trucco, con sottotitolo 'Sessualità  e biopolitica nella fine di Berlusconi. Il libro è stato presentato il 29 dicembre presso il Complesso Monumentale del San Giovanni di Catanzaro. Numerosi i partecipanti che hanno introdotto l'autrice: Vittoria Amantea, Loredana Marzullo, Amelia Morica, Massimo Nisticò e l'Assessore alla Cultura Luigi La Rosa, intervenuto per porgere i propri saluti. Già  dal titolo si comprende l'opera: il trucco evoca la finzione, l'immagine alterata che imperversa nei mass media e nella società  odierna. Il trucco è lo scenario apocalittico e le conseguenze che il berlusconismo ha prodotto. È facile cogliere il nesso tra sessualità  e politica e lo sconfinamento della politica dai suoi confini tradizionali. L'autrice percorre criticamente le tappe e gli scandali sessuali che hanno dominato le scene politiche italiane. Molti italiani, come sostenuto dalla Dominijanni, si sono identificati nel trucco, in base al quale Berlusconi nascondeva un'importanza politica, sessuale e morale. Ciò ha condotto anche a modificazioni delle relazioni tra sessi, dominate da un modello berlusconiano carnevalesco e offensivo. La sfera della sessualità , estremizzata dal potere biopolitico di Berlusconi, è il centro di scandali e di relazioni basate sul potere. Una maggiore attenzione verso la parola, ormai deturpata e contaminata da volgarità , potrebbe di conseguenza salvare il concetto stesso di femminilità , in continuo rinnovamento. La femminilità , spettacolarizzata e falsificata da stereotipi, deve essere ripensata. Il trucco c'è e si vede, si smaschera facilmente, cosà come la realtà , trasformata e manipolata in finzione. La stessa finzione che domina negli scandali sessuali di Berlusconi, nei corpi delle donne come mistificazione e performance. La politica della performance non risparmia nessuno, nemmeno lo stesso linguaggio. Cambia, cosà, anche l'idea di libertà , intesa come rischio ed esperienza, imbattendosi nel nuovo, nel paradossale.
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Tra Escort e Papi la politica 'truccata da Berlusconi
da: Il Mattino-22 Gennaio 15
22/01/2015
Solo poco tempo fa, il discorso pubblico italiano era egemonizzato da "utilizzatore finale", "cene eleganti", "escort", "Papi". Correvano gli anni del priapismo berlusconiano e la geniale gag di Albanese-Cetto La Qualunque - "cchiù pilu pe' tutti" - veniva scavalcata dalla realtà , in un grottesco parossismo che appariva infinito. Ora ci sembra di aver dimenticato, il che sarà  salutare ma non è detto sia un bene. Cosà, molto a proposito, il saggio di Ida Dominijanni ci rinfresca la memoria alzando il velo e mettendoci in guardia sul trucco fondativo di una leadership troppe volte data per morta e sepolta. Ufficialmente è da quando i radicali lanciarono Ilona Staller a Montecitorio che il "valore aggiunto" di Cetto è entrato nella politica italiana. E' vero che i sexgates di Clinton, Strauss-Kahn e la scivolata recente di Hollande suggerirebbero un "tutto il mondo è paese", ma mai nessun teatrino politico ha dovuto sopportare, come in Italia, la messinscena carnascialesco-autoritaria di una leadership con la sessualità  del capo divenuta protesi del potere. Di quegli anni incredibili viene fornito un efficace excursus sociale, antropologico e filosofico che incrocia la cronaca con il "disagio della civiltà " neolacaniano, con il "falso indiscutibile" di Guy Debord, con Hannah Arendt e soprattutto con l'analisi foucaltiana sulla biopolitica. Risalta il "trucco" della perversa visione pseudo-liberale nella "trasformazione dei cittadini in consumatori, la rotazione populista del rapporto fra leader e masse (...), l'uso di una retorica che fa leva sulla sensorialità  del corpo sociale e sul sensazionalismo mediatico". Centrale è l'analisi simbolico-lessicale nella "sorpresa della verità " a tre voci: quella della politologa Sofia Ventura, che nell'aprile 2009 lanciò su "FareFuturo" l'accusa contro il velinismo in politica; quella simultanea di Veronica Lario, che con la denuncia del "ciarpame senza pudore" e delle "vergini offerte al drago" classificò i tristi convivi di un anziano che "frequenta minorenni" e "non sta bene"; quella di Patrizia D'Addario, che nell'intervista della stessa Dominijanni, sul Manifesto, fece luce per prima sulle notti di Arcore. L'intellettuale di destra, la moglie e la prostituta: quale genio del palinsesto politico avrebbe immaginato un'eterogenesi dei fini altrettanto spietata? Dominijanni riflette sul simultaneo triplice smascheramento della berlusconiana "spettralizzazione della sessualità " che a destra aveva "ridotto il sexgate a gossip o fatto privato" e a sinistra lo aveva depotenziato di valenza politica. E dà  la sveglia al Pd indicando come "la stessa inclusione paritaria delle donne nel cambio della guardia ai vertici del potere" simboleggiata dalle ministre renziane altro non sia che "una sorta di evoluzione della 'valorizzazione' berlusconiana delle donne, ma desessualizzata, moralizzata e perbene". E' come se l'autrice mettesse tutti davanti a uno specchio per constatare i guasti residui di una patologia ancora in agguato, di un trucco smascherato dalla parola femminile sà da rendere pan per focaccia perfino per bocca della favorita che sbottò: "E' un c... flaccido e basta". Tu quoque, Nicole.
Quando il re è nudo
da: Leggendaria-1 Gennaio 15
01/01/2015

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Il paradosso dell'otto marzo, da giorno della donna a festa di Berlusconi
da: Huffington Post-3 Febbraio 15
03/02/2015
Un motivo in più per non reggere l'otto marzo? Grazie a uno "sconto" di 45 giorni, il prossimo vedrà  la fine della pena - si fa per dire - ai servizi sociali nella casa per anziani di Cesano Boscone comminata a Silvio Berlusconi. E se mai coincidenza fu più simbolica, la festa della donna 2015 sarà  tutta da festeggiare soprattutto per colui che per anni ha ridotto il discorso pubblico sulla medesima a battutaccia da caserma. Nella migliore delle ipotesi. Come antidoto alla suddetta circostanza, nonché promemoria di un ventennio tra i più cupi per il femminile in Italia, è assai istruttivo leggere Il trucco, il libro di Ida Dominijanni appena uscito da Ediesse, sottotitolo "Sessualità  e biopolitica nella fine di Berlusconi". Ottimo per rinfrescarsi la memoria a proposito dell'artificio fondativo di una leadership già  troppe volte data per seppellita. Vi si ripercorre una lunga e ingloriosa tranche di storia italiana, fino alla svolta prodotta da tre voci dissonanti: quella di Sofia Ventura, la politologa di centrodestra che per prima, sulla rivista di "Farefuturo", tuonò contro la cooptazione delle veline in politica; quella della moglie Veronica Lario con la sua denuncia del "ciarpame senza pudore"; quella della escort Patrizia D'Addario che proprio in un'intervista a Dominijanni alzò il velo sulle notti di Arcore. Ma nel suo saggio, l'autrice va ben oltre la rappresentazione di quel che è stato: dà  la sveglia al Pd a proposito del ruolo che vi ha la componente femminile, chiedendosi se "la stessa inclusione paritaria delle donne nel cambio della guardia ai vertici del potere" adombrata dalle ministre renziane non sia "una sorta di evoluzione della 'valorizzazione' berlusconiana delle donne, ma desessualizzata, moralizzata e perbene". Riflettiamoci, mentre passiamo in rassegna, nel "fior da fiore" qui riportato, alcuni pregnanti pensierini sulle donne pronunciati dall'uomo di Arcore: "Viviana Beccalossi è più brava che bella: dai Viviana, fagliela vedere" (a Brescia, campagna elettorale 2003) "Signorina, non si deve preoccupare, sono di nuovo single" (a una visita a Sofia nel 2009 per inaugurare una statua di Garibaldi) "Sai Boris ho la fila cosà di donne che mi vogliono sposare: e si capisce perché: ho la grana, non sono scemo e sono ancora giovane" (al premier ungherese Boris Borisov durante la stessa visita) "Dai Boris, dacci qualche buon indirizzo, a me e agli amici giornalisti" (durante la stessa visita) "Amo la Francia e continuo ad amarla. Basta contare le fidanzate che ho avuto" (visita di Stato in Francia del 2008) "Da noi le lesbiche scarseggiano e quelle poche presenti ci sono solo perché non hanno incontrato me" (confidenza rilasciata a Putin durante una visita a Mosca). "Lei è bellissima, la seguirei ovunque, se non fossi sposato la sposerei subito" (durante la serata conclusiva dei Telegatti nel 2007 alla conduttrice Mara Carfagna) ""La competitività  bisogna averla soprattutto con le donne" (a un incontro del 2009 con imprenditori europei) "Posso affermare che la Santanché è una passeggiatrice della politica. Non sarà  che la signora, vedendosi trombata alle scorse elezioni..." (nel 2008, quando la futura sottosegretaria all'attuazione del programma del governo Berlusconi era candidata premier per La Destra). "Lei è più bella che intelligente " (a Rosi Bindi in collegamento telefonico a Porta a Porta nell'ottobre 2009) "Lei viene? E quante volte viene?" (a un'impiegata della Green Power a Mirano nel febbraio 2013). "Il mio governo ha avuto grande considerazione per le donne" (alla trasmissione Leader nell'aprile 2013).
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Sessualità , il «trucco» più autentico del potere del Caimano, e il suo declino
da: La27esima ora - Corriere.it-19 Febbraio 15
19/02/2015
La sera di uno dei giorni più neri della parabola politica di Silvio Berlusconi, quello dell'elezione di Sergio Mattarella Presidente della Repubblica, con un colpo di tacco La7 ha mandato in onda Il Caimano di Nanni Moretti. Mi sono trovata a riguardarlo, dopo quasi dieci anni dalla sua uscita, mentre tra le mani avevo un libro, Il trucco. Sessualità  e biopolitica nella fine di Berlusconi di Ida Dominijanni (Ediesse, 2014). Un saggio che racconta la stessa storia, eppure racconta un'altra storia, non solo perché parte dalla fine, ma perché rilegge l'intero ventennio che abbiamo alle spalle attraverso il «cristallo riflettente» della sessualità , facendo del «dispositivo di sessualità », basato sullo scambio tra sesso, denaro e potere, la natura più vera, il più autentico «trucco» del potere berlusconiano. In una scena della pellicola di Moretti, la giovane regista del film nel film (Jasmine Trinca) afferma: «Non ho voluto raccontare la vita privata di Berlusconi, solo la sua vita pubblica». Ma è possibile raccontare il Caimano pubblico senza il privato, è ancora definibile, e difendibile, quel confine tra le due sfere? Di fatto, già  l'opera di Moretti mette in crisi quella linea di separazione, raccontando gli effetti del berlusconismo sulle esistenze individuali (pensiamo all'immagine del creatore di Mediaset circondato dalle lettere di donne che scrivono per ringraziarlo della nuova offerta televisiva del mattino). Ma la finzione di una separazione possibile, secondo Ida Dominijanni, contiene uno dei grandi inganni di cui è stata vittima la politica, e in particolare la politica d'opposizione al berlusconismo, lungo tutta l'avventura al potere dell'(ex) Cavaliere. L'illusione di credere che il Berlusconi dell'eccesso sensuale e sensoriale (che dal 2009 in poi è stato sempre più il sultano delle «cene eleganti») potesse essere relegato a fatto privato, materia di giudizio morale, o tutt'al più ' dove ve ne erano gli estremi ' giudiziario, rinunciando a un confronto politico su questo terreno, ha significato celare il «fantasma» che ha sostenuto un intero sistema. Ha significato cioè rimuovere il fatto che nel modello di gestione del potere incarnato per la prima volta in Italia da Berlusconi «la sfera della sessualità  agisce in modo tutt'altro che accessorio e a più livelli: nello sfondamento dei confini tradizionali della politica; nell'affermazione della figura di un capo post-edipico, portatore non più della legge e dell'interdizione ma della trasgressione e del godimento; nell'estensione al corpo (femminile e non solo) e al rapporto sessuale della forma di merce, dell'etica neoliberale dell'autoimprenditorialità , della flessibilità  postfordista; nell'alimentazione di un populismo largamente basato sulla fantasia di una potenza sessuale maschile inattaccabile dall'età , e di un suo potere di seduzione e controllo ritrovato, dopo, malgrado e contro il femminismo, sulle donne e sulla sessualità  femminile». Rileggendo, e prendendo sul serio, una «materia trash» come quella degli scandali sessuali del fondatore di Forza Italia, l'autrice denuncia l'incapacità  di tanto antiberlusconismo italiano di collocare sia il successo di Berlusconi sia la fine dell'epoca berlusconiana sul terreno su cui quest'ultima si è giocata, che è quello della sessualità . Sono state le donne, ricorda, prime fra tutte le donne di cui il capo si circondava (da Veronica Lario a Patrizia D'Addario, fino alle Olgettine), a decretarne la caduta, quando hanno gridato al mondo «il re è nudo» e ne hanno cosà svelato il trucco. Di fronte a questo svelamento, spiega Dominijanni, il mondo politico ha azionato un dispositivo di «spettralizzazione della sessualità », una mossa di «autoimmunizzazione», che riducendo il sex gate a semplice gossip ha segnato anche la rinuncia a farne un'analisi più ampia e profonda, sapendo che una simile analisi avrebbe rivelato una gigantesca «questione maschile» che viene da prima, e perdura anche dopo, la persona di Silvio Berlusconi. Ecco perché il suo spettro sopravvive nel tempo della sua fine, non solo nell'immaginario di un paese sfinito dalla crisi, ma anche nelle parole, e nelle performance della politica di ogni colore. Ed ecco perché, in questo tempo, l'autrice invita a rinnovare la riflessione su ciò che è stato, su ciò che è accaduto all'Italia, su ciò che si è «iscritto sulla pelle» delle donne e degli uomini italiani. Ricordando che Berlusconi «non l'ha portato la cicogna». E che, se il sogno degli italiani nell'ultimo ventennio è stato «un brutto sogno», ci si può svegliare e cambiare sogno, grazie soprattutto alla «generatività  della differenza femminile, e forse finalmente di quella maschile»
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Il trucco di Ida Dominijanni
da: Ingenere-26 Febbraio 15
26/02/2015
Ida Dominijanni ci conduce in un viaggio avvincente e grottesco, a ritroso negli ultimi anni del governo Berlusconi. Qui, il sistema inciampa nell'imprevisto della libertà  femminile. E l'incantesimo si rompe svelando il trucco che da tempo era sotto gli occhi di tutti. Ida Dominijanni guida contromano in un avvincente viaggio a ritroso negli ultimi anni di Berlusconi. Una storia vecchia? Nient'affatto, un punto di partenza per guardare al futuro con occhi edotti. Il viaggio conduce attraverso un quadro interpretativo affascinante in cui le donne sono le vere protagoniste della fine di un'epoca. Il sistema berlusconiano ha lavorato con determinazione alla restaurazione dei ruoli deputati alle donne. Diversi da quelli riservati agli uomini, neanche a dirlo. E incastonati nella tradizione più retrograda. Madonne, mogli, madri da un lato, e donne con un prezzo sul mercato dall'atro. Una storia vecchia come il mondo. Ma il mondo cambia per fortuna. I costumi si evolvono. E la consapevolezza di sé, che piaccia o no, penetra fra le donne più diverse, determinando cambiamenti irreversibili. Le donne non si lasciano agire. Si dimostrano in grado di scegliere il proprio destino, di calcare la scena del sultano, di abbandonarla, di disprezzarla. Comunque sia, assecondano i propri desideri e interessi. In questo modo si consuma la rottura e irrompe la novità . Le belle statuine si animano sulla scena pubblica. Chi ci avrebbe mai scommesso? Ed è proprio su questo errore di calcolo che Berlusconi frana. Il progressivo emergere dei costumi del premier fra minorenni, escort e bunga bunga mina lentamente l'immagine di Berlusconi. Come una goccia cinese scava lentamente, ma in maniera inesorabile, un solco che lo separa dall'opinione pubblica. L'entrata in scena di Patrizia Daddario, Ruby ruba cuori, Veronica Lario determina una rottura dal sapore definitivo. Tre protagoniste della caduta. Tre donne diverse, con ruoli distinti in questa storia. Rompono la convenzione del silenzio fino a quel momento in essere. Come un castello di carte al soffio del vento l'impero berlusconiano ricade su se stesso rivelando tutta la sua immensa fragilità . Il sistema, che solo superficialmente sembrava funzionare fino a quel momento e che prevedeva donne zitte e zittite, crolla quando il presupposto strutturale della connivenza femminile viene a mancare. Le donne sono libere. Libere di essere fuori dagli schemi costituiti. Libere di pensare, scegliere, parlare. Libere di considerare la misura colma. Non è solo Berlusconi a rimanere di sale, ma buona parte dell'opinione pubblica. Non era stato messo in conto. Era un'ipotesi nettamente marginale. Il sistema berlusconiano inciampa nell'imprevisto della libertà  femminile. L'incantesimo si rompe svelando il trucco che da tempo era sotto gli occhi di tutti. Il re è nudo. La presa di parola pone sul piatto un tema dirimente. Le abitudini sessuali del premier non sono fatti meramente privati, ma irrompono nel dibattito pubblico con dovizia di particolari. Queste donne parlanti non pongono delle questioni scomode solo per Berlusconi, ma per un intero ordine costituito maschile. Ammettere la compenetrazione dei piani fra pubblico e privato è un tema scivoloso per troppi. La sola ipotesi di un cambiamento cosà potente fa tremare le vene ai polsi. La parte più conservatrice e al contempo minacciata si ricompatta indipendentemente dall'arco parlamentare. E cosà viene inaugurato un nuovo atto della commedia che corre sulla distinzione fra pubblico e privato, personale e politico. Gli uomini corrono a difendere la stabile occupazione del potere. A chi importa cosa succede sotto le lenzuola di un instancabile e virile maschio, voglioso nonostante l'età ? Non è certo una questione politica. La vulgata diventa maggioritaria trovando paladini valorosi, a destra come a sinistra. Le donne che hanno preso la parola, come da tradizione secolare, vengono tacitate, accusate alternativamente di follia, di avidità , di sfruttamento. Ricacciate nell'irrilevanza. Un'altra occasione persa. Specialmente a sinistra, per avviare un dibattito onesto che potesse accogliere nuove istanze per ripensarsi. Dopo una fase bulimica, di tutto questo non ragioniamo più molto. L'analisi a freddo di Ida Dominijanni non ha solo il pregio di ripercorrere l'accaduto riportandolo alla nostra attenzione. Nutre la più ambiziosa vocazione alla consapevolezza. Educa lo sguardo sollevando veli. Per non essere nuovamente impreparate.
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La biopolitica, le donne e la sinistra nella fine di Berlusconi
da: Reset-9 Marzo 15
09/03/2015
Alla fine di Berlusconi, ci sono ancora le donne. Chissà  che tra i simboli dell'8 marzo, qualcuno non decida di annoverare anche lo sconto di 45 giorni concesso dal giudice del Tribunale di Sorveglianza di Milano e che fa cadere il termine della pena residua per il caso Mediaset proprio nel giorno della festa della donna. Di certo si tratta di una coincidenza ironica che, simbolo per simbolo, permette se non altro all'ex premier di prendersi una simbolica vendetta sul genere che maggiormente ha influito sulla fine politica del Berlusconi, inteso come uomo e come -ismo. A strappare il costume da superuomo e a denunciare il re nella sua nudità  sono state infatti loro, le donne. E, per di più, quelle che probabilmente lo stesso ex premier non si sarebbe mai aspettato: la sua Veronica Lario, la sua Patrizia D'Addario, in un certo senso anche la sua Ruby, tra le altre frequentatrici di Villa San Martino e Palazzo Grazioli. A offrire questa chiave di lettura della parabola berlusconiana è Ida Dominijanni, giornalista de il manifesto e saggista femminista, autrice de Il trucco. Sessualità  e biopolitica nella fine di Berlusconi (Ediesse, 2014). Qui teoria e cronaca sociopolitica si affiancano per valutare il ruolo delle donne ' e, pur senza eroicizzarle, per rivalutare quello delle donne dell'alveo berlusconiano ' nella caduta (sociopolitica, appunto) di Berlusconi. Ma soprattutto per rendere quella che emerge dal testo come una dovuta centralità  alla sessualità  che, bistrattata e celata (o meglio, 'spettralizzata, per dirla con Dominijanni) dalla politica ufficiale, costituisce invece quasi l'alpha e l'omega dell'epoca berlusconiana. Per spettralizzazione della sessualità  intendo qui la mossa di autoimmunizzazione della sfera sessuale, corporea e sensoriale-affettiva che il sistema politico ha azionato, riducendo il sexgate ' soprattutto nel centrodestra ' a gossip o a fatto privato privo di rilevanza politica, o derubricandolo ' soprattutto nel centrosinistra ' da problema politico a problema morale e giudiziario. È evidente sin dalle prime pagine del libro che l'autrice non risparmierà  le critiche alla sinistra moderata. In modo particolare, la Dominijanni ne sottolineerà  quella miopia che non ha permesso al Partito Democratico di farsi protagonista nello smontare il 'dispositivo di sessualità  berlusconiano, 'basato su un sistema organico di scambio tra sesso, potere e denaro e decisivo per il funzionamento di una specifica e inedita forma di governamentalità  biopolitica. Forse verrà  da chiedersi se sia poi cosà grave, l'errore. La risposta ' chiaramente positiva ' sta tra le righe dello stesso libro della Dominijanni, dove lo svelamento del trucco (quello cosmetico, più che quello magico) berlusconiano ' di cui al titolo ' si raggiunge attraverso il ripensamento di tre approcci che risultano quasi tre falsi miti. il trucco_copertinaA partire dall'idea ' sbagliata, appunto ' che il berlusconismo sia un'anomalia cento per cento made in Italy e passando per la convinzione ' anche questa limitata ' di un consenso ottenuto principalmente attraverso la manipolazione mediatica, Dominijanni invita a guardare meglio, inforcando le lenti della biopolitica, per scoprire che l'ex premier è semmai un caso paradigmatico ' più che eccezionale ' dell'egemonia neoliberale. L'individualismo, il successo, l'intraprendenza, una certa visione della libertà , oltre a essere i nuovi bisogni e obblighi con cui si presenta il neoliberismo sono anche gli elementi di quella maschera di potenza, sia umana (quindi, secondo l'interpretazione biopolitica, sessuale) e sia politica, che Berlusconi indossa sin dalla sua discesa in campo ' e che non poco l'aiuterà  nell'ottenimento di un consenso che ormai non viene più per manipolazione ma per identificazione. L'elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti ce lo conferma, pur offrendoci la speranza di un modello di uomo ' oltre che di politico ' diverso con cui empatizzare: l'uomo emancipato al governo, in maniche di camicia, sempre al fianco delle donne e affiancato dalle donne (la Domijanni ricorda il ruolo, nella formazione del giovane Barack, della mamma e della nonna); e con Michelle, a suo modo superdonna, a ricordare quale considerazione del genere femminile sia propria di Obama ' uomo e politico. Una considerazione diversa anche da quella emersa qualche anno prima da Bill Clinton, il cui sexgate è pure citato nel libro proprio per dimostrare, non senza un riferimento anche al caso Strauss-Kahn, che appunto Berlusconi non è il solo a restare vittima della parola femminile. A collegare infatti tutti e tre le storie è il ruolo in queste ricoperto dalle donne e dal loro venire allo scoperto. A far tremare i regimi maschili sono delle impostore che tradiscono 'il loro uomo per protesta all'uso del corpo. Sono le donne di Berlusconi a denunciare l'inganno, a svelare il trucco: nascosto dietro la maschera della potenza (politica e sessuale) c'è il fantasma dell'impotenza, di quella paura (politica e sessuale) più che mai impronunciabile in epoca neoliberista. I bunga bunga, i travestimenti, le barzellette sconce sono parte della scenografia, della messa in scena che Berlusconi interiorizza e riesce a rendere all'esterno, rafforzando cosà il proprio successo, almeno finché il trucco rimane segreto. Le allusioni insistite al sesso, supporto di un' «automitologia del potere inseparabile da un'automitologia sessuale» diventano un boomerang quando non c'è più niente cui alludere perché tutto è minuziosamente raccontato da una testimone diretta dei riti di palazzo Grazioli, e l'uso della comicità  come «arma di distrazione dalla politica» si ritorce contro il premier una volta che quei riti diventano di dominio pubblico attraverso il racconto «parodico-sovversivo» di chi li ha subiti. Peccato che le parole delle donne contino poco, in questo frangente, perfino per il centrosinistra che anche quando si schiera al fianco di Se Non Ora Quando, 'endorsandone' la manifestazione del 13 febbraio, lo fa senza riuscire a trattenere una metaforica carezza paternalista sul capo di organizzatrici e partecipanti. E peccato pure che rifiutando ancora le lenti della biopolitica, il centrosinistra finisca per mancare in pieno l'essenza vera del berlusconismo, la sua natura e quindi, di conseguenza, la cura. 'Tra moglie e marito non mettere il dito, commentarono dalle fila del PD dove si cercavano cavilli di incostituzionalità  pur di non affrontare il Berlusconigate dal punto di vista politico e men che meno da quello umano ' ché guai a sconfinare nel terreno della libertà  (sia pure quella sbandierata dal neoliberismo); e dove, alla faccia dell'adagio femminista che 'il personale è politico, si faceva bene attenzione a separare il Berlusconi pubblico da quello privato. Alla fine, ognuno ha i suoi fantasmi e parecchi si rifiutano di chiamarli con il vero nome. Cosà il rischio che il ventennio berlusconiano si porta dietro, fa intendere Dominijanni, è che non basterà  la fine politica di Berlusconi per uscire davvero dal suo 'ismo. Visto ancora dalla prospettiva biopolitica, il governo di Monti risulta infatti come il tentativo di recuperare gli eccessi del passato più prossimo attraverso un ribaltamento di quelli che sono stati alcuni tratti distintivi dell'epoca berlusconiana: dai festini all'austerity, dall'euforia alla depressione, dai lustrini al grigiore. Ma se dal trucco cosmetico di Berlusconi (e dalla sua 'virilità  femminilizzata ostentata per esorcizzare il fantasma dell'impotenza di cui sopra) si passa al tweed triste ma sobrio di Mario Monti (e da qui, volendo, ai tweet giovani e scattanti di Matteo Renzi) ciò che non cambia è l'uso di una maschera (e quindi, di nuovo, di un trucco) che permetta agli spettatori-elettori di identificarsi. Di nuovo, quindi ' sembra dirci la Dominijanni ' quale anomalia?
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il lungo berlusconismo italiano, sessualità  e biopolitica
da: Radio Popolare Milano-11 Marzo 15
11/03/2015

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Il perturbante della sessualità 
da: Alfabeta2-12 Marzo 15
12/03/2015
Con curiosa e istruttiva coincidenza temporale, l'assoluzione definitiva di Silvio Berlusconi dal cosiddetto «processo Ruby» stabilita dalla Cassazione avviene nelle stesse ore in cui un parlamento silenziato è stato messo di fronte allo scardinamento della Costituzione voluto dal governo Renzi. Storia grottesca, e insieme tragica, quella del vecchio premier che, in una notte del maggio 2010, telefona alla questura di Milano per chiedere di rilasciare una giovane donna, allora minorenne, in quanto «nipote di Mubarak». L'inchiesta che da là parte e si salda ad altre piste connesse alla vita privata di mister B. è un esempio eclatante di diversivo, cioè di programmatico spostamento dell'attenzione di un'opinione pubblica già  pienamente piegata dalla crisi, con tutte le patologie sicuritarie e di negazione dei legami sociali che questo comporta. Viene utilizzata da una esangue sinistra incapace di costruire discorso, di giocarsi l'egemonia sui contenuti, di rilanciare la lotta politica sulle diseguaglianze che aumentano e punta tutto sulla battaglia contro la figura del ricco tycoon, sceso in campo perché «unto dal signore». Tutto è compiuto, dunque. Il caso che per anni ha infiammato i media, chiamando in correo mirabolanti indignazioni femminili, si chiude. Berlusconi ringrazia i giudici, non smentisce se stesso e fa l'immancabile, triste, battuta, «Siete qui per il bunga bunga?», fuori dal cancello di palazzo di Giustizia. A noi rimane da ragionare su un ventennio che ci ha portati al totale svuotamento della politica. Tra resa dell'autonomia del politico e istituzionalizzazione delle quote rosa, si conferma la personalizzazione dell' «arte del governo» nella figura dell'uomo solo al comando che fa tutte le parti in commedia, dispone rottamazioni, impone innovazioni e sempre si circonda di giovani donne. Mentre il vecchio esce di scena e il suo ruolo di contraltare si consuma, sul palcoscenico si staglia in modo più chiaro un giovane potere fallocratico, con i suoi diversi rituali. Tutto cambia perché nulla cambi e accanirsi contro un finto avversario, mutilato dagli anni e oggi potenziale alleato, non ha più significato. Cosà, mentre il potere maschile trova modo di ricostituirsi in un simbolico passaggio di consegne tra vecchio e nuovo che consente a Berlusconi di tornarsene dal tribunale ad Arcore a festeggiare con un prosecco lasciando lo scettro a qualcuno di più telegenico e capace di rassicurare con tweet l'Europa, vale la pena di soffermarsi, ancora una volta, sulla figura di Ruby e delle «olgettine». Tra barzellette volgari e giochi di ruolo, queste giovani donne, trattate come un unicum indistinto, derise per abbigliamento e borsoni, tacchi troppo alti e grandi labbra, ci restano come esempio dello stigma di classe contemporaneo e parallela negazione della capacità  di autodeterminazione della soggettività  femminile. Tramontano anche loro, un topos fin troppo classico, figure di un melodramma, di passeggera e negativa notorietà , che vivono nel fascio di luce proiettato dai protagonisti maschili. Si fanno largo altri soggetti femminili, non marchiati e più determinati a sfruttare gli spazi che vengono loro consentiti. La cattiva coscienza di un Paese che ha reso inutili la scuola e l'università , miseri e controllati gli insegnanti, vuote le case editrici, che non consente ascesa sociale, urlacchia ridicolmente quando scopre che il «capitale umano» da usare più immediatamente, dentro gli orizzonti di un capitalismo cognitivo incompiuto, è propriamente quello sessuale. È un'Italia primitiva quella del Berlusconi processato per la sua condotta «amorale». Più ancora dell'Italia anni Ottanta, plasmata sui valori del mercato, del denaro, del self made man, viene a galla l'immarcescibile Italia anni Cinquanta, un'Italia che sostiene la famiglia, la chiesa, i sani principi, suddivide tra il bene e il male, mentre la stampa mainstream butta dettagli piccanti in pasto al pubblico per épater le bourgeois. Pubblico di guardoni e consenzienti, esempio contemporaneo di quel «consenso passivo» che connota la storia italiana, trova giusti gli sgomberi degli spazi sociali e non si accorge delle resistenze fondamentali che continuano a essere agite, ogni giorno, per la vita di tutti. Con l'occasione dell'assoluzione di Berlusconi, andrà  ricordato a questo pubblico seduto sulla propria ipocrisia e falsità , il rapporto distorto che ha con le donne. Pochi mesi dopo l'apertura del processo Ruby, un gruppo femminista di Perugia, scrisse un testo intitolato Puttanamente, a firma collettiva Pris, dove si leggeva, tra l'altro: «L'immaginario coloniale e sessista che evoca il bunga bunga riguarda una dimensione che attraversa la gran parte della società  italiana maschile e femminile nel suo insieme e che passa anche per una sinistra bigotta [...]. Qual è la differenza tra vendere il proprio corpo-forza-lavoro in una fabbrica di Marchionne, o in una villa berlusconiana, in una universitaria fabbrica del sapere, o in un campo di pomodori di Rosarno? Provocatoriamente potremmo rispondere: nessuna». Nel ricordarci il perturbante della sessualità , Ida Dominijanni nel suo recente libro Il trucco (Ediesse) scrive «la sfera della sessualità  ha avuto un'importanza cardinale nella delegittimazione del regime di godimento berlusconiano». Cioè, la sessualità  si è rivelata il «fantasma fondamentale» che ne ha svelato l'impotenza, anche politica. Per la governance finanziaria meglio Renzi che partorisce il Jobs Act, dando forma alla più intensa strategia di assoggettamento alla logica del mercato mai vista da queste parti. Altro che festini ad Arcore e barzellette sul bunga bunga.
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I trucchi della sessualità  (eteronormata)
da: il lavoro culturale-16 Marzo 15
16/03/2015
Ora che il vecchio Berlusconi sembra ridiscendere in campo, giova ricordare che furono gli scandali sessuali, lo ricorderanno tutte e tutti, a far precipitare rovinosamente, nel giro di pochi mesi, il suo ventennale «regime del godimento», una sera di novembre del 2011. Si ricorderanno anche ' benché non tutti o tutte abbiano piacere di rammentarlo ' i giudizi, fondamentalmente di due tipi, che affioravano e poi esplodevano come bubboni in ogni discorso pubblico, privato, social-mediatico. Per i liberali, di destra e di sinistra, per la stampa di proprietà  di Berlusconi o sotto il suo controllo, cosà come per tutto un insieme variegato di altri soggetti (alcuni di loro anche interni ad alcune correnti più liberal del femminismo o del movimento LGBT), i resoconti che provenivano dalle ville del capo ' e che facevano capolino in una sfera pubblica già  piegata dalla crisi, ripugnata, ma che percepiva finalmente come un lusso, come un godimento, quello di poter parlare di sesso en plein air (di toys, di travestimenti, di modalità  di accordo, di posizioni e pratiche sessuali) ' dovevano essere considerati nient'altro che gusti privati, da difendere con le armi e con i denti. Per queste persone ' o, almeno, per quelle più in buona fede ' si trattava in fondo di comprendere se dai resoconti emergessero reati penalmente perseguibili, specialmente là  dove i confini tra pubblico e privato si facevano più rarefatti: ma se di reati significativi non ve ne fossero stati, se la legalità  ne fosse uscita intonsa, allora avremmo dovuto semplicemente salutare il fatto di trovarci dinanzi al significato e alla manifestazione più propria della libertà , e in particolare della libertà  sessuale, ossia della libertà  di usare, sfruttare ed erotizzare il proprio corpo e quello di altre persone (in questo caso, donne), anche dietro esborsi di denaro o altre forme di fidelizzazione, secondo gusti e modelli di condotta ritenuti insindacabili, in quella sfera privata in cui l'individuo è sovrano e in cui, dalla Rivoluzione francese in poi, non è consentito, al potere, di farvi irruzione. La sfera privata è sacra, e sacro è tutto ciò che al suo interno si fa e si dice; sacra è la proprietà , d'altronde. Per contro, per molta parte di quella sinistra (comprendente, anche in questo caso, ampie frange di femminismo e di movimento LGBT) e di quella stampa che nel corso del ventennio avevano legittimato la propria ragion d'essere in una finzione connivente di opposizione al capo, le cronache dalle ville di Berlusconi ' e i dettagli morbosamente scovati, ipernarrati e poi gettati in pasto a una sfera pubblica ripugnata innanzitutto perché in estasi ' non potevano che costituire fonte di indignazione morale, dalla quale attingere a piene mani, e da usare come pretesto per affossare per vie legali il leader indiscusso della scena politica italiana degli ultimi vent'anni. Certo, non tutti e non tutte sfruttarono strumentalmente il «perturbante della sessualità », nella convinzione che avrebbe avuto ' come ha avuto ' la dirompenza di una slavina. Alcuni e alcune lo fecero con estrema convinzione, ossia con estrema, e autentica, indignazione morale. Il movimento di Se non ora, quando?, che costituà forse l'esempio più significativo, mobilitò «le donne reali» ' ossia quelle «che lavorano fuori e dentro casa, creano ricchezza, cercano un lavoro, studiano, si sacrificano per affermarsi nella professione, si prendono cura delle relazioni affettive e familiari, hanno costruito la nazione democratica» ' non solo, o non tanto, contro la categoria della «donna-oggetto», e dunque contro tutta una cultura della relazione tra i generi che struttura il modo in cui concepiamo ogni ambito e ogni relazione, pubblici o privati che siano, quanto piuttosto contro le singole donne-oggetto, contro Ruby o le ragazze degli appartamenti di via Olgettina, a Milano, contro «quelle che portano borse firmate grandi come valigie e passano la notte travestite da infermiere»: «donne perbene» contro «donne permale», «donne sacrificali» contro «ragazze a ore (quelle che vanno a letto col capo)», «moralità » contro «apatia dei sentimenti», «anime» contro «corpi» (pp. 220-221). Giudizio morale (e moralista) contro giudizio amorale (e apolitico), dunque. In mezzo il niente, in mezzo il vuoto paradigmatico di conflitto e di giudizio politico di una società  che negli ultimi trent'anni era stata messa, nella maggior parte dei casi, nelle condizioni di sorprendersi incapace di esprimerne alcuno, o di perdere qualcosa qualora l'avesse fatto, e, nella minor parte, quella più influente e trasversale agli orientamenti politici, nella condizione di trarre enormi benefici dal non esprimerne affatto. In mezzo, dunque, lo spazio vuoto della totale svalutazione, tanto da parte dei/delle liberal quanto da parte dei/delle moralisti/e sia della condizione sia della soggettività  delle donne coinvolte nel «sultanato»: da un lato, di «ciò che esse domandano di pensare in termini materialisti e non moralisti» e cioè «la precarizzazione femminilizzata del mercato del lavoro», il «contesto prostituzionale allargato di cui si alimenta e che alimenta» (che si estende ben oltre il letto del capo, occorre aggiungere, in pressoché tutti i luoghi di lavoro, in regime di precarietà  e ricatto strutturale), «la trascrizione neoliberale della libertà  femminile in libertà  di vendersi e lasciarsi consumare». Dall'altro, «il ruolo giocato da alcune delle donne 'permale in questione nello svelamento dei fatti, confinando cosà le condizioni di emergenza della soggettività  femminile 'degna nel solo perimetro dell'opposizione precostituita, senza riconoscerle quando provengono invece dall'interno del rapporto di assoggettamento e non da un esterno a denominazione etica controllata» (p. 221). D'altronde, la spoliticizzazione della capacità  di giudizio, e della società  tutta, che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna era stata portata avanti dalle misure neoliberiste e neoconservatrici di Reagan e della Thatcher, in Italia era stata portata avanti facendole accomodare dentro agli studi televisivi del capo e poi messa nelle condizioni di soggettivarsi e di esprimere giudizi (e di godere, finanche di desiderare) a partire da quei criteri estetici, politici, morali, piuttosto elementari, che lui stesso aveva prodotto ' ossia quelli che possono bastare a esprimersi di fronte a un reality televisivo o al nuovo acquisto di una squadra di pallone o a un servizio di piatti della Standa: mi piace, non mi piace. Eppure, in fondo, si trattava solo di una ricombinazione degli elementi. Ida Dominijanni ' ne Il trucco. Sessualità  e biopolitica nella fine di Berlusconi, il suo recente, densissimo, libro ' sostiene in questo senso qualcosa di profondamente vero quando respinge l'argomento dell'eccezionalità  del ventennio berlusconiano, e quando ritiene invece che si sia trattato di null'altro se non di una via italiana alla governance neoliberale, che dispiega tuttora i suoi effetti, decisamente meno appariscenti, ma non per questo meno perversi o tossici ' prima all'insegna dell'austerità  presuntamente autorevole del governo Monti (ossia la governance neoliberale ormai resa esplicita, contro il regime del godimento), poi all'insegna del pinkwashing autoritario del governo Renzi. Un intruglio di neoliberismo economico ' che ridefinisce e produce le libertà  pubbliche e private, e lo stesso confine tra pubblico e privato ' e di neoconservatorismo ' ravvisabile nei continui tentativi di affossare la legge 194 o i disegni di legge sulla procreazione assistita, nella continua mancata apertura ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, o nell'affermazione costante di un potere fallocentrico, ancorché, secondo Dominijanni, «truccato». Un intruglio, quello del neoliberismo berlusconiano, che tenta di spoliticizzare e di neutralizzare primariamente, ma non solo, il progetto politico proprio di quei soggetti ' le donne, gli omosessuali ' che, storicamente, sul piano conflittuale della sessualità , si erano incaricati di contrastarlo, il fallocentrismo. E al quale, in cambio, il capo offre una formidabile e rassicurante (agli occhi della società  di spettatori) riontologizzazione delle differenze e degli orientamenti sessuali, e non poche possibilità  di soggettivazione entro i propri criteri di giudizio: non è un caso che i festini pullulino di donne e di omosessuali ' per motivi diversi, à§a va sans dire, e benché Dominijanni, mi pare, intenda soffermarsi principalmente sulle prime. È dunque la sessualità , lo si sarà  compreso, la lente con cui Dominijanni mette a fuoco questo lungo periodo storico, anche prima e anche dopo la sua presunta «fine», tentando di tenere insieme tanto una prospettiva foucaultiana, quanto quella del pensiero della differenza sessuale, da cui lei ' filosoficamente e politicamente ' proviene. Ed è soprattutto la risignificazione, e la sussunzione sotto l'universale neoliberale, della libertà  sessuale a costituire il nodo centrale della sua opera, in grado di parlare in termini molto più ampi di quanto il titolo del libro potrebbe far pensare. «Quarant'anni dopo l'inizio della rivoluzione femminista» scrive infatti Ida Dominijanni nell'ottavo ' cruciale ' capitolo, dedicato al post-patriarcato, la variegata galassia che vi fa riferimento si trova di fronte a uno scenario che ne riconvoca e ne mette alla prova le premesse e le promesse. La sessualità  torna a fare irruzione nel discorso pubblico, ma non come bandiera sovversiva, bensà come protesi del potere costituito. E il rapporto uomo-donna torna a imporsi come problema politico, ma in una configurazione assai diversa da quella del dominio patriarcale contro cui nacque il femminismo delle origini. Nella parte, e dalla parte, dell'uomo c'è una nuova forma di potere, né autorevole né autoritaria ma libertina e seduttiva, che non dispone più per diritto naturale né del corpo né del silenzio-assenso femminili ma ha bisogno di comprarseli, non tiene più le donne segregate nella sfera privata, ma le coopta in ruoli pubblici, non le sfrutta in regime di schiavitù, ma le usa in regime di libertà  [â?¦]. Dall'altra parte, ci sono giovani donne compiacenti ma diffidenti verso quell'uomo, che la segregazione patriarcale non l'hanno mai conosciuta, sono e vogliono essere visibili nella sfera pubblica, non si sentono vittime della situazione, dispongono di un'emancipazione sufficiente per usare il proprio corpo come un capitale da investire per la scalata sociale (p. 205). In pieno regime post-patriarcale, dunque, per Dominijanni la sfida è duplice: da un lato, si tratta di rendere giustizia al Sessantotto e ai movimenti libertari, senza cedere nemmeno per un istante alle lusinghe reazionarie dei nostalgici della Legge del Padre che confondono ' più o meno in buona fede ' l'istanza libertaria del femminismo e degli altri movimenti di liberazione con il culto della «libera scelta» celebrato dal neoliberismo, quasi che la libertà  di scegliere preesistesse ontologicamente alle condizioni, e alle alternative, in seno alle quali si esercita. «Fra la congiuntura Sessantotto-femminismo e la soluzione neoliberale c'è piuttosto un piano di tangenza», osserva in questo senso Dominijanni, «che si forma all'incrocio fra crisi e critica del compromesso socialdemocratico, delle forme della rappresentazione, dell'ordine socio-simbolico patriarcale, e dove soggetti, posizioni e strategie contrapposti (i corpi e il potere, il 'desiderio dissidente e la sua saturazione consumistica, il rifiuto della disciplina del lavoro e l'uso postfordista della flessibilità , le pratiche di autogoverno e la governance neoliberale) si combattono in una sorta di guerra di posizione permanente: nella quale è il codice economico a imporsi come 'significante padrone e vincente, ma della quale sono le soggettività  politiche ' eterogenee, talvolta divise, comunque non riconducibili né a un fronte compatto né ad un'identità  unitaria ' a decidere di volta in volta le poste in gioco e i risultati parziali, peraltro non misurabili con i metri tradizionali della conquista del potere o della registrazione nel diritto» (p. 51). Dall'altro, tuttavia, si tratta di fare i conti con un Padre che, ancorché arrancante, riesce a riciclarsi in «papi» in maniera «tecnologicamente assistita», e privo di qualunque autorevolezza, ma assai desideroso di averla, se la compra. E che, per agevolare i propri acquisti, e per avere consensi, offre ' in modo egualmente paternalistico e autoritario ' possibilità  di affermazione sociale, in modo subdolo, anche attraverso lo scambio sessuale, quando le condizioni ' riontologizzate ' lo consentono. In questo quadro, anche nella prospettiva di una exit strategy, l'analitica foucaultiana non può che accorrere in nostro soccorso. Ma a certe condizioni, secondo Dominijanni ' e a certe altre, secondo me. Per Foucault, notoriamente, la sessualità  costituisce il campo privilegiato per un'analitica del potere sganciata dall'ossessione della sovranità , cosà come per un'analitica della resistenza sganciata dall'ossessione della liberazione. La sessualità  è secondo lui il campo in cui vedere all'opera quel governo delle vite esercitato più in nome di norme non scritte che codificate, più di tecniche e di saperi che non di regolamenti, più di incitazioni e titillamenti che non di divieti, più di seduzioni discorsive che non di prescrizioni etiche o giuridiche. Ma proprio per questi motivi la sessualità  è ' soprattutto ' il campo in cui vedere all'opera resistenze «possibili, necessarie, improbabili, spontanee, selvagge, solitarie, concentrate, striscianti, violente, irriducibili, pronte al compromesso, interessate o sacrificali» (p. 49). E dunque la sessualità  è, per eccellenza, il campo dell'assoggettamento e della soggettivazione; il campo della sottomissione alle norme e quello della sperimentazione delle stilistiche di esistenza. Il campo della lotta irriducibile tra potere e libertà . Ed è la concezione della sessualità , secondo Dominijanni, «a fare luce sullo statuto complessivo della libertà  berlusconiana» (p. 50), ossia di quella che egli invoca per sé e di quella che produce per i suoi sudditi/consumatori ' per la continuità  evidente fra mercificazione del corpo e culto del mercato, per la commercializzazione del desiderio e l'imperativo del consumo, per l'uso autistico del piacere e l'uso autoreferenziale del potere, e perché è precisamente la sessualità  il sito della soggettività  su cui più potentemente si esercita, attraverso la miscela di saperi pedagogici e tecniche di marketing che dilaga nei media e nella cultura popolare, «il discorso manageriale che fa della prestazione un dovere e il discorso pubblicitario che fa del godimento un imperativo», uniti nell'allineare plusvalore e plusgodere, criterio dell'utile e principio del piacere, soggetto economico e soggetto sensoriale e psichico. «È nella sfera della sessualità  dunque che emerge con particolare evidenza il paradosso neoliberale di una libertà  che non contesta ma persegue gli imperativi del potere» (p. 51). Ciò che del rapporto tra potere e libertà  Foucault non ci aiuta a comprendere, secondo Dominijanni, è però che i corpi non sono neutri, cosà come non è neutro il potere che li assoggetta e che offre loro possibilità  di soggettivazione. Il potere, al contrario, è un piano stratificato in cui agiscono «la differenza sessuale, l'immaginario sul maschile e sul femminile, la matrice fallica del potere, il rapporto fra ordine politico e ordine simbolico» (p. 53). E su cui, dal taglio femminista in poi, vi ha agito ' in modo sotterraneo, e talvolta dirompente ' «un'eccedenza femminile irriducibile», che ha portato avanti un'altra idea del soggetto e della relazione, contestando di volta in volta l'individuo sovrano e proprietario (liberale), il soggetto del mero godimento (neoliberale), senza nulla risparmiare a quello prometeico (rivoluzionario). Sono le stesse soggettività  femminili, si ricorderà , a far crollare il regime del godimento, a svelarne, dall'interno, il trucco. Ma il potere ' Dominijanni a volte lo ricorda bene, e però sembra non attribuirle il ruolo centrale che ha ' è anche e soprattutto il piano in cui agisce la norma eterosessuale, da cui discendono tanto la differenza sessuale, quanto l'immaginario maschile sul femminile, quanto la matrice fallica del potere: sono state le stesse femministe, d'altronde, quelle lesbiche, a disvelare questo trucco. O meglio: a disvelare questo regime politico che non ci consente nemmeno di parlare e di pensare, se non nei suoi termini (restituisco il senso, e non la lettera, di un celebre passo di Monique Wittig). E, in fondo, non occorre guardare al ventennio berlusconiano per ravvisare tracce e segni di questo regime, ovunque. Anche per smontare la norma eterosessuale abbiamo bisogno di quei dreamers che Ida Dominijanni invoca nelle ultime battute del suo libro (p. 251): dreamers che sappiano costruire un nuovo immaginario e nuovi piaceri, piaceri diversi da tutto ciò, a partire dai quali desiderare. Non necessariamente «dalla generatività  della differenza femminile», né da quella «maschile», ma da quella di chi si sottrarrà  a entrambe, o che sceglierà  di aderire all'una o all'altra, o a entrambe insieme, o ad altre forme di generatività  che tant* non riescono ancora a immaginare.
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IL TRUCCO. SESSUALITÈ E BIOPOLITICA NELLA FINE DI BERLUSCONI :: ELISA A.G. ARFINI INTERVISTA IDA DOMINIJANNI
da: Server Donne-26 Marzo 15
26/03/2015
Elisa A.G. Arfini intervista Ida Dominijanni sul suo ultimo libro Il trucco. Sessualità  e biopolitica nella fine di Berlusconi (Ediesse, 2014). L'assoluzione di Silvio Berlusconi al processo d'appello sul Ruby-gate non chiude ma riapre il problema del giudizio politico sul suo "regime del godimento" e sui segni che esso lascia nell'immaginario collettivo, nel discorso pubblico, nell'esercizio della leadership. Contro la riduzione ricorrente del cosiddetto sexgate a fatto di colore o episodio criminale, questo libro lo considera il momento rivelatore del trucco costitutivo del berlusconismo e l'evento decisivo del suo tramonto. Facendo la spola fra cronaca e filosofia e smarcandosi dagli schieramenti politici e culturali mainstream, l'autrice rilancia alcuni nodi del dibattito attorno agli "scandali sessuali" troppo rapidamente archiviati, ma tuttora sul campo: la concezione della libertà  in tempi di governamentalità  neoliberale; il rapporto fra privato e pubblico e fra penale, morale e politica alla fine del paradigma politico moderno; le trasformazioni del rapporto fra i sessi e della scommessa femminista in una società  post-patriarcale; le variazioni del populismo in una sfera pubblica mediatizzata; la crisi della sovranità  in epoca di "evaporazione del padre". Dalle macerie del carnevale berlusconiano emerge cosà una chiave per capire il repentino passaggio alla quaresima dell'austerity e il sorprendente trasferimento del consenso passivo dall'ex premier ai successivi esperimenti di governo.
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Il termidoro sessuale nel neoliberalismo italiano
da: L'Indice dei libri del mese-1 Aprile 15
01/04/2015

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Più libere di quanto pensiamo
da: Lo Straniero-1 Settembre 15
01/09/2015

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