Il paese del sole
Un reportage narrativo nell'Italia del Sud al tempo della grande crisi.
A cura di:
Marzo 2014
208 pag
ISBN: 88-230-1836-5
Collana: Carta bianca
Descrizione
Che succede a Sud di Roma? Mastrandrea racconta le nuove condizioni dell’esistenza e del lavoro negli anni della grande crisi.
La Grande Crisi è qui, ora, e non c’è inganno mediatico o escamotage politico che possa fermarne l’impetuosa avanzata. È economica ed ecologica, antropologica e collettiva, investe il lavoro, i modi di produrre e gli stili di vita, la quotidianità e il futuro imminente. Da “scienziato della contingenza”, come si definisce lui stesso, Mastrandrea cerca di svelarne i meccanismi e i retroscena, per osservare da vicino quella che il premio nobel per l’economia Krugman ha definito “mezza Grande Depressione”, ma che con ogni probabilità, per quel pezzo d’Occidente che affaccia sul mare nostrum Mediterraneo, “culla di civiltà”, è priva di mezze misure.
Sulla via Pontina pedalano centinaia di Garabombo col turbante, ogni notte nella “piazza degli schiavi” di Villa Literno si ripete un mercato di braccia umane analogo a quello descritto da Corrado Alvaro negli anni cinquanta, nella città delle ecoballe di Giugliano è rimasto un solo abitante e alla stazione di Sicignano si arriva come nel vecchio West. Tra deserti industriali e fabbriche recuperate, paesini terremotati senza neppure un bar e new towns abitate da zombi, stazioni ferroviarie abbandonate e periferie postmoderne, roghi tossici e insospettati focolai di resistenza, un reportage narrativo nel paese dei paradossi.

Rassegna:
I dimenticati del terremoto. L'anticipazione
da: Nazione Indiana-12 Marzo 14
12/03/2014
All'ingresso di San Gregorio c'è una voragine lunga qualche decina di metri e larga un po' meno. «Là c'era casa mia, è stata abbattuta perché pericolante, attendo che arrivino i soldi per ricostruirla». Carlo Cinque abitava dove ora crescono le erbacce, in questo borghetto di case in pietra che piange il cuore a vedere cosà malridotto: ferito a morte dal terremoto di quattro anni e mezzo fa, abbandonato, destinato a essere cancellato dalle cartine geografiche. San Gregorio è una delle 59 frazioni dell'Aquila, neppure la più lontana dal capoluogo. Troppo piccole per avere la pretesa di assurgere alla dignità  di comune autonomo, ma ognuna con una vita propria, una sua storia, un'identità  e una fisionomia uniche. Bisogna prendersi la briga di venire fin qui, fuori dalla città  e lontano dallo scandalo del centro storico senza vita, per comprendere fino in fondo in che modo vivono i dimenticati del terremoto abruzzese, come interi paesi siano stati uccisi, e con essi un intero tessuto economico e culturale sia stato lasciato marcire. Il loro cuore si è fermato alle 3 e 32 del 6 aprile 2009, quando una tremenda scossa ' magnitudo 6,3 della scala Richter ' ha cambiato per sempre l'assetto urbanistico e sociale di un pezzo di Italia appenninica. Il resto lo hanno fatto gli uomini. Carlo Cinque oggi vive in uno dei moduli abitativi provvisori costruiti dal Genio militare sulla collina che sovrasta San Gregorio, una delle 19 new towns sorte a margine dei centri abitati distrutti, vere e proprie «non-città », come le definirebbe l'antropologo francese Marc Augè, o ancora peggio «anti-città », come le ha definite Barbara Spinelli su «Repubblica» sottolineandone la cancellazione di un elemento costitutivo fondamentale: la polis, ossia quella forma di organizzazione civile, politica, urbanistica che trasforma gli individui in cittadini. La casetta provvisoria del signor Cinque è un'abitazione di 40 metri quadri in legno e dalle pareti in cartongesso, poggiata su una superficie in cemento armato. Prima o poi dovrà  lasciarla per tornare ad abitare una casa vera, ma quel giorno pare ancora lontano. Nell'attesa, ogni mattina il nostro interlocutore esce per andare al lavoro, da geometra all'Agenzia delle entrate, e ritorna quando ormai è sera. Cosà fan tutti, nel dormitorio di San Gregorio. Nessuno sa quanto eterna sarà  la provvisorietà . Queste casette non sono fatte per reggere a lungo, da queste parti il tempo è inclemente e le infiltrazioni di umidità  sono comuni come i raffreddori invernali. Ma lo scandalo peggiore non sono tanto le condizioni in cui versano le abitazioni, la loro fragilità , la sproporzione evidente tra soldi spesi e servizio fornito, quanto il non aver neppure immaginato la possibilità  di una vita sociale. A San Gregorio non c'è un bar, un negozio o un luogo di ritrovo per i suoi trecento abitanti. È stato costruito un centro civico ma rimane chiuso «per diatribe sulla gestione», e le panchine nella piazzetta antistante sono desolatamente vuote. Un po' di movimento c'è solo quando il bus scarica i ragazzi di ritorno da scuola e i pochi senza patente. «Qui devi avere la macchina per spostarti, altrimenti sei finito», spiega Cinque. Nelle 19 new towns che circondano L'Aquila come una corona di spine sono stati trasferiti poco più di 15 mila terremotati ' su 60 mila sfollati complessivamente ' e l'unico problema che non esiste è quello del parcheggio. Per comprendere appieno cos'è stato il berlusconismo vale la pena farsi un giro da queste parti, entrare nelle case, osservare la vita nei suoi aspetti più minuti. Alle vittime del sisma è stata fornita un'abitazione con tutti i confort: la televisione, la lavatrice, il ferro da stiro, persino lo schiaccianoci e una bottiglia di spumante come segno di benvenuto, poi sono stati abbandonati al loro destino. All'esterno, il deserto. Carlo Cinque aspetta che arrivino i soldi per ricostruire la sua casa laddove era prima del terremoto. «Per ora stanno solo demolendo le case pericolanti», sono passati quattro anni e mezzo e la ricostruzione appare una chimera. Facciamo una passeggiata nelle stradine dell'antico borgo, violando con facilità  le transenne della 'zona rossa. A San Gregorio il terremoto ha fatto otto vittime, le case hanno retto abbastanza e, a girare tra i vicoli, si ha quasi un'apparenza di normalità . A un balcone ci sono dei panni stesi ad asciugare. Stanno là da quattro anni e mezzo, nessuno è venuto a riprenderseli. Il paese è morto: su settecento abitanti ne sono rimasti una decina, gente che abitava ai margini del centro storico e che per questo ha potuto ristrutturarsi l'abitazione o autocostruirsi una baracca in legno nella quale poter risiedere. Chi poteva lo ha fatto, preferendo il proprio giardino a una asettica new town. Giusto a fianco alla voragine che un tempo ospitava la casa di Carlo Cinque si lavora alla ristrutturazione di un edificio religioso: «È la chiesa di Putin», intitolata a San Gregorio Magno. Leggo sul cartello che indica la data di inizio dei lavori, i progettisti, ecc: «Intervento finanziato dal governo della Federazione russa, importo 1.957.288,37 euro». È l'eredità  del G8 voluto da Berlusconi proprio a L'Aquila, nel 2009: la Russia ha «adottato» l'edificio religioso e pure un palazzo settecentesco nel centro della città , mentre il governo del Kazakistan ' lo stesso del caso Shalabayeva ' ha ristrutturato a sue spese l'Oratorio di San Giuseppe dei Minimi. Camarda è un piccolo borgo arroccato su una roccia lungo la strada che porta al Gran Sasso. L'Aquila è distante una ventina di chilometri, di cui la prima metà  sono tornanti che attraversano un suggestivo canyon. Il paese ha retto meglio di altri l'urto sismico, forse perché le case nascono come appendici alle grotte, che generalmente erano usate come cantine. In una di queste, Anna Barile ha portato due bombole del gas e un fornello, e organizza di tanto in tanto qualche serata 'clandestina con gli amici, riportando per qualche ora un po' di vita in un paese-fantasma. Mentre Camarda si spopolava lei vi si è invece trasferita. Romana, trapiantata all'Aquila da vent'anni e sfollata a causa del terremoto, dopo otto mesi in una tendopoli è riuscita a farsi assegnare un appartamento di 40 metri quadri nella new town costruita sulla collina di fronte all'antico borgo grazie al fatto che il suo compagno Paolo è originario di questi luoghi. A dirla tutta, una parte dei terreni sui quali hanno costruito la città  nuova era di sua mamma, gliel'hanno espropriata «e non hanno ancora pagato». «C'erano vigne, boschi, cave di tartufo, alberi secolari. Hanno abbattuto tutto», racconta. Ora ci sono file ordinate di case a due piani, circondate dall'asfalto. Anche qui, come a San Gregorio, non c'è un bar, un negozio o un qualsiasi altro punto di ritrovo, la posta apre due volte a settimana e per far la spesa bisogna attendere che passino i venditori con i furgoncini. Alcuni girano porta a porta, un camioncino che trasporta latticini parcheggia in un piazzale deserto in attesa di qualche raro passante. Chi soffre più degli altri, in queste new town che non hanno più nulla di quelle old e da cui prendono il nome, sono gli anziani, sradicati, più che dalle loro vecchie case, dal tessuto di relazioni del paese. Li vedi uscire solo quando passano gli ambulanti. Fanno la spesa e rientrano nelle loro case, spesso senza scambiare tra loro neppure una parola. «Qui a Camarda morti per il sisma non ce ne sono state. Sono arrivate dopo, sotto forma di infarti, depressioni, suicidi», sostiene la mia interlocutrice. Nelle 'anti-città  del dopo-terremoto in Abruzzo si vive cosà, rintanati come topi nelle proprie tane. Si esce solo per andare a scuola o al lavoro, e ogni giorno scendere verso la città  e poi rientrare è un piccolo viaggio. Anna Barile ci tiene a farmi vedere quello che è diventato l'unico spazio di socialità  di questa new town sotto il Gran Sasso. È quello che definisce un «orto insorto»: un quadrato di terra con piccole coltivazioni, un tavolone per pranzi e cene, una capanna di legno e uno spazio giochi per bambini. «Si è trattato di un atto di ribellione, la dimostrazione che anche senza risorse economiche si può fare qualcosa di meglio di quello che è stato fatto», dice. I soldi buttati al vento nella ricostruzione dell'Abruzzo sono stati tanti. L'europarlamentare danese Soren Sondergaard ha appena consegnato al Parlamento europeo un dettagliato dossier che mette in fila tutte le assurdità  della gestione del post-terremoto: ogni appartamento di quelli che mi stanno di fronte è costato il 158 per cento in più rispetto ai prezzi di mercato, diversi appalti sono finiti a società  in contatto diretto o indiretto con la criminalità  organizzata, il calcestruzzo è stato pagato quattro milioni oltre il previsto e i pilastri degli edifici hanno sforato di 21 milioni il prezzo preventivato. Anna Barile ci aggiunge i costi del pacco dono berlusconiano: 10 mila euro per i tozzetti alle mandorle, 9 mila per i portachiavi con lo stemma della Protezione civile, 24 milioni per l'irrigazione artificiale dei giardini «che non funziona perché mancano le cisterne» e cosà via per altre inutilità  servite solo ad alimentare l'ideologia individualista della «tana casalinga» ' rubo il termine ancora una volta a Barbara Spinelli ' e il culto della finzione, prerogativa essenziale del berlusconismo. Come per i limoni finti fatti piantare a Genova per il G8 del 2001, mentre attorno si scatenava l'inferno. Il centro storico di Camarda è stato abbandonato anche da qualcuno che, sfortunatamente, aveva ristrutturato l'abitazione poco prima del sisma. Come si fa ad abitare in un paese-fantasma, senza servizi e attività ? Le bollette però continuano ad arrivare, nonostante il gas sia stato staccato all'indomani del 6 aprile e le case siano state dichiarate inagibili e dunque inabitabili. Il contenzioso va avanti da mesi: le agevolazioni previste dall'Autorità  per il gas e l'energia elettrica non sono state prorogate ed è accaduto che l'Enel abbia richiesto anche gli arretrati, dal giorno del terremoto. Felice invece non ha voluto saperne di andarsene e continua ad abitare nella casa puntellata e piena di crepe nella piazzetta di fronte alla chiesa. È l'unico abitante del paese antico. Poco più su, in cima a una torre, l'orologio del Treo continua imperterrito a sbagliare l'ora con estrema precisione: la vendetta postuma dell'orologiaio cui non fu corrisposto il compenso pattuito ' «l'orologio del Treo è sempre matto per cinque lire mancate al patto fatto», recita un proverbio locale ' ha resistito all'usura del tempo e alla violenza del sisma. All'ingresso del paese, ai piedi della collina, Pasqualina non ha chiuso neppure un giorno il suo negozietto di generi alimentari. E cosà ogni sera il negozio si trasforma in punto di ritrovo per i dimenticati di Camarda. Arrivo a Pescomaggiore avendo negli occhi le immagini delle new towns visitate e nella mente le parole del dossier di Sondergaard: i moduli abitativi provvisori come quello in cui vive Carlo Cinque sono costruiti con «materiale generalmente scarso, impianti elettrici difettosi, intonaco infiammabile». Quassù, invece, a oltre mille metri di altitudine, nel nevischio incombente, le case hanno deciso di ricostruirsele da soli, dimostrando che si poteva fare diversamente. Sarebbe bastato dare ascolto a quel gruppo di architetti esperti di bioedilizia arrivati a L'Aquila all'indomani del sisma animati da tanta buona volontà  per creare dei villaggi a misura d'uomo e d'ambiente. Invece sappiamo com'è andata: troppo ghiotto l'affare per le ienae ridentes della shock economy, l''economia dei disastri i cui meccanismi globali sono stati svelati dalla giornalista canadese Naomi Klein. Gli unici che hanno dato loro credito sono stati un gruppo di abitanti di questa frazione aquilana in piena montagna. Cosà in cima a tutto, alle porte del paese semiabbandonato e con una vista mozzafiato sulla vallata, è nato Eva, un acronimo che vuol dire Ecovillaggio autocostruito. Sono sette abitazioni che qui chiamano 'le case di paglia per via della loro composizione: la paglia è nei muri, compressa da una rete zincata sulla quale viene gettato l'intonaco. Le travi e tutta la struttura delle case sono invece di legno. Il risultato è eccezionale: ogni abitazione rispetta l'ambiente ed è perfettamente isolata dalle intemperie. Gli abitanti di Eva, non più di una dozzina di persone, hanno messo su anche un orto sinergico, un impianto per la fitodepurazione e un altro per il compostaggio. L'obiettivo è raggiungere l'autosufficienza alimentare. L'ecovillaggio edificato su questa punta d'Abruzzo, per le sue caratteristiche e la lontananza anche geografica dalla modernità , è diventato in breve tempo una sorta di città  ideale per neoruralisti, territorialisti, seguaci del filosofo della 'decrescita felice Serge Latouche ed ecologisti radicali, per cui gli abitanti hanno costruito anche una casa per gli ospiti, che arrivano da tutto il mondo. «Un giorno si è presentato qui persino un giapponese da Fukushima», ricordano. La porta è sempre aperta: all'interno ci sono pomodori messi a maturare e arnesi da lavoro. In un'altra abitazione Evandro, un operaio edile, sta finendo il bagno di quella che sarà  la casa del figlio. «Se avessero fatto tutti come noi, sa quanto si sarebbe risparmiato?», dice. Per costruire il villaggio sono bastati 150 mila euro, raccolti attraverso una sottoscrizione via web. Nel frattempo, i costi delle case nelle new towns lievitavano a 2.800 euro al metro quadro. Il paese non è stato completamente distrutto, però è abbandonato. Il terremoto non ha fatto altro che accelerare, qui come in altri piccoli borghi sperduti dell'Abruzzo, un processo di spopolamento già  in corso da tempo. Ormai Pescomaggiore è abitato non più di qualche decina di persone. La vita quotidiana, quassù, non è agevole. Senza negozi e attività  produttive, e con una produzione agricola quasi inesistente, per qualsiasi necessità  bisogna scendere a valle fino a Paganica. Vengono alla mente le immagini di un celebre documentario di Vittorio De Seta: I dimenticati. L'anno era il 1959 e ne erano protagonisti gli abitanti di Alessandria del Carretto, un borgo del Pollino ai confini tra Basilicata e Calabria, dove si arrivava solo a dorso di mulo. A Pescomaggiore è stato rimesso in funzione solo un forno sociale, dove si fa il pane in comune, soprattutto d'estate, quando spesso si organizzano tavolate all'aria aperta. Gli anziani del paese hanno cosà ritrovato un pezzo di tempo perduto e gioiscono: cosà si faceva fino a quarant'anni fa. C'è voluto un devastante terremoto per far riaffiorare una cultura sepolta.
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Angelo Mastrandrea a La notte di Radio Uno
da: La notte di Radio Uno-13 Marzo 14
13/03/2014

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Reportage
da: Pagina 99-15 Marzo 14
15/03/2014

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Il Mezzogiorno come non lo avete mai letto
da: Leggo-18 Marzo 14
18/03/2014

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Il paese del sole. Incipit
da: Internazionale-20 Marzo 14
20/03/2014
Che succede a sud di Roma? Dai lavoratori sikh che pedalano sulla Pontina alla 'piazza degli schiavi di Villa Literno, Angelo Mastrandrea racconta le condizioni della vita e del lavoro negli anni della grande crisi. Furore sulla Pontina Non sarà  la Route 66 di Steinbeck, la via Appia, né il Lazio l'Oklahoma di Furore. Non c'è Tom Joad a fare l'autostop in questo cimitero industriale del basso Lazio che avrebbe potuto essere come una campagna del West e invece rassomiglia più a una periferia di Detroit, ma qua e là  qualche prostituta africana con tutt'altro obiettivo. Però, a passarci una giornata intera, capisci che la Grande Crisi è qui, ora, e non c'è inganno mediatico o escamotage politico che possa fermarne l'impetuosa avanzata. È economica ed ecologica, antropologica e collettiva, investe i modi di produrre e gli stili di vita, la vita quotidiana e il futuro imminente, tocca trasversalmente le persone di mezza età  che vengono a trovarsi senza ruolo in una società  che la Costituzione vuole fondata sul lavoro, esodate dal mondo che avevano conosciuto, e quella generazione che il premier Mario Monti, il giorno dopo essere stato incoronato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano erede di Silvio Berlusconi, in tutta onestà  definà «perduta»: quei giovani-giovani sotto i trent'anni e i trenta-quarantenni che un lavoro vero non l'hanno mai conosciuto e hanno agito da inconsapevoli pionieri di un sistema «dopo Cristo» in cui il welfare che ha protetto i loro genitori non sarà  più garantito a nessuno, e in cui ogni homo sarà  homini lupus. Sarà  importante provare a svelarne meccanismi e retroscena, da piccoli scienziati della contingenza quali noi giornalisti aspiriamo a essere. Questo viaggio, che si propone di osservare da vicino quella che il premio Nobel per l'economia Paul Krugman ha definito «mezza Grande Depressione» ma che con ogni probabilità , per quel pezzo d'Occidente che affaccia sul mare nostrum Mediterraneo, 'culla della civiltà , è priva di mezze misure, ha inizio davanti a un cancello scorrevole che è impossibile oltrepassare, in una delle tante macchie d'asfalto che punteggiano come nei la campagna di Cisterna di Latina. Il piazzale della Hydro Aluminium Slim è denominato, con un pizzico di pomposità  e scarsa fantasia, «piazza dell'alluminio». Non sono venuto fin qui per errore. Non fosse stato annullato all'ultimo momento il sit-in dei dipendenti contro la più grande fabbrica metalmeccanica del Lazio, che ha deciso di congelare per due anni la quattordicesima e di restituirla a piccole rate a partire dal 2015, questa discesa nelle viscere della Grande Crisi avrebbe beneficiato, con ogni probabilità , di un incipit con più pathos. Invece, alle due del pomeriggio di una giornata la cui luce promette primavera ma è oppressa da uno strato uniforme di nubi, di quelle che rendono l'umore cangiante come il vento che soffia con alterna intensità , la sensazione è quella di esordire con una falsa partenza, come in talune gare di Formula 1 in cui un pilota si lascia tradire dalla frenesia e sgomma prima del via o come accadde a quei tre emigranti che all'indomani dell'Unità  d'Italia decisero di attraversare l'Oceano per rientrare in Italia dall'Uruguay con un'imbarcazione costruita da loro, ma appena abbandonato il Rio de La Plata furono traditi dalla bonaccia. C'è aria di bonaccia anche nella «piazza dell'alluminio», ma il viaggio non è stato del tutto vano. C'è infatti, a sorvegliare l'entrata e l'uscita dei lavoratori, il segretario locale della Fiom, Tiziano Maronna, pronto a illustrare perché l'esito della trattativa in questa fabbrica costituirà  un piccolo paradigma per i futuri rapporti aziendali in tutta l'area. Alla Hydro Slim ' spiega ' è in gioco l'applicazione del Piano Marchionne in una industria che non sia la Fiat. E questo, con i suoi 430 operai, è lo stabilimento più grande di un'area in cui, ai tempi d'oro dell'industrializzazione del Centro-Sud, si contavano una quarantina di fabbriche metalmeccaniche. La partita in corso alla Hydro Slim riguarda le quattordicesime, appunto, e altri ammennicoli garantiti da un accordo integrativo: indennità  per la sede disagiata, trasporti, mensa. Poco male, si potrebbe pensare, se salta la quattordicesima rimangono le altre tredici mensilità . Ma se si pensa che la paga base di un metalmeccanico di terzo livello ' il più comune ' è di appena 1.100 euro al mese, e se si considerano le spese di viaggio per arrivare fin qui si capisce come anche un piccolo bonus possa rappresentare una salvifica boccata d'ossigeno. In un paese come l'Italia in cui la Grande Crisi ha provocato sinora ' contrariamente alle previsioni degli esperti ' un aumento dell'inflazione proporzionalmente commisurato al calo del prodotto interno lordo ' anche se da qualche mese a questa parte non è più cosà e i prezzi hanno preso a calare, ci informa l'Istat ' a un operaio non rimane molto per condurre un'esistenza dignitosa. E quando leggiamo le aride cifre dell'Istituto nazionale di statistica, secondo il quale 6,7 milioni di persone in Italia sono in una condizione di «grave deprivazione», non possiamo fare a meno di pensare che i 430 operai della Hydro Slim non possano essere tra questi, vieppiù se dovessero venire a mancare loro i 2.500 euro all'anno che perderebbero se passasse il piano aziendale.
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Angelo Mastrandrea a Gr Parlamento
da: Gr Parlamento-Pagine in frequenza-22 Marzo 14
22/03/2014
La fondazione contro la mafia Libera, ogni 21 marzo dal 1996, dedica ai quasi 900 italiani innocenti, assassinati dal crimine organizzato nei 70 anni di storia repubblicana il giorno della memoria e dellÂ?impegno, una cerimonia in cui tutti i nomi dei caduti vengono letti ad alta voce e si svolgono poi seminari di studi sulla lotta alla mafia. QuestÂ?anno la manifestazione si è svolta il 22 marzo a Latina, perché il 21 cÂ?è stata una vigilia speciale con lÂ?incontro con Papa Francesco a Roma, segnato dallÂ?appello del pontefice alla conversione dei mafiosi. Presenteremo anzitutto questa giornata e ne spiegheremo il significato, con il direttore di Libera Enrico Fontana, autore per Einaudi del libro: Dark economy. Vedremo poi come il crimine si faccia largo tra i giovani anche grazie alla musica, tramite melodie e testi scritti per esaltare le gesta dei fuorilegge. Si tratta di un mercato clandestino, che probabilmente deve il suo fascino e il suo successo proprio al fatto di vivere nellÂ?ombra. Ne parliamo con lÂ?etnomusicologo Goffredo Plastino, autore per Il saggiatore di Cosa nostra social club. Parleremo quindi della cosiddetta terra dei fuochi, simbolo molto concreto di come tutti noi possiamo essere vittime della mafia, per il fatto stesso di non poter nemmeno mangiare i pomodori e la mozzarella, il prodotto piu tipico del sud, perché questi alimenti rischiano di essere inquinati da rifiuti tossici. La graphic novel di Luca Dalisi Ollip e il grande inceneritore, edizioni Ad est dellÂ?equatore, va alla radice della questione e ci mostra come, se si realizzasse la raccolta differenziata dei rifiuti, non ci sarebbe né lo smaltimento illegale nelle discariche abusive e nei roghi della camorra, né, sul versante legale, la necessità  di ricorrere agli inceneritori, i cui effetti sulla salute sono per lo meno discutibili. Infine presenteremo un reportage narrativo sul sud, un sud che possiede tante ricchezze umane, economiche, culturali, e un sud che davvero aspetta soltanto che i suoi abitanti provino a riprendere in mano il loro futuro. Parliamo con il giornalista Angelo Mastrandrea, autore per Ediesse di: Il paese del sole. Di Mastrandrea ricordiamo anche Il trombettiere di Custer e altri migranti, Ediesse. Sul tema ricordiamo anche altri titoli, usciti in questi mesi: Le confessioni del diavolo. I dialoghi in carcere di Totò Riina. La mafia raccontata dal suo capo edizioni Novantacento. , Piersanti Mattarella, da solo contro la mafia di Giovanni Grasso, San Paolo, sulla terra dei fuochi, il libro intervista a padre Maurizio Patricello: Non aspettiamo lÂ?apocalisse, Rizzoli, sui preti anticamorra: La BUONA NOVELLA Â? STORIE DI PRETI DI FRONTIERA, edizioni Guida di Ilaria Urbani, Lezioni di mafia. La storia, i crimini e i misteri di Cosa nostra, le indagini dell'antimafia. Con 2 DVD del presidente del Senato Piero Grasso, Sperling e Kupfer, I nuovi padrini. Camorra, 'ndrangheta e mafia: chi comanda oggi ,di Vincenzo Caruso, Newton Compton, Gaspare Mutolo, la mafia non lascia tempo, a cura di Anna Vinci, Rizzoli, Nel regno della mafia, la prima denuncia di una trattativa lunga un secolo, di Napoleone Colajanni, Bur, Mafia da legare, come cosa nostra usa la follia, Sperling e Kupfer.cercate Pagine in Frequenza su Facebook, per lasciare i vostri commenti.
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Angelo Mastrandrea a Radio Articolo 1
da: Radio Articolo 1-9 Aprile 14
09/04/2014

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Storie di non lavoro
da: Rassegna Sindacale-10 Aprile 14
10/04/2014

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Il paese del sole, con Angelo Mastrandrea
da: Radio3 Fahrenheit-11 Aprile 14
11/04/2014
Tra deserti industriali e fabbriche recuperate, paesini terremotati senza neppure un bar e new towns abitate da zombi, stazioni ferroviarie abbandonate e periferie postmoderne, roghi tossici e insospettati focolai di resistenza, un reportage narrativo di Angelo Mastandrea, giornalista del Manifesto, nell'Italia del Sud al tempo della Grande Depressione.
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Angelo Mastrandrea a Fréquence Paris Plurielle
da: Fréquence Paris Plurielle -Envie d'Italie-7 Aprile 14
07/04/2014

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Il nostro Sud ai tempi neri della crisi e del ricatto
da: Gazzetta del Mezzogiorno-13 Aprile 14
13/04/2014

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Il paese del Sole
da: RSI Rete due-5 Mag 14
05/05/2014

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SIKH NELL'AGRO PONTINO: DROGATI PER LAVORARE DI PIù. L'INTERVENTO DI ANGELO MASTRANDREA, GIORNALISTA, AUTORE DEL LIBRO REPORTAGE 'IL PAESE DEL SOLE'
da: Tutta la città ne parla - Radio 3-16 Mag 14
16/05/2014

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Scrivere l'Italia tra silenzi vegetali e brutalità  sociale
da: Alias-1 Giugno 14
01/06/2014

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Viaggio per far parlare il Sud
da: Corriere della sera-26 Giugno 14
26/06/2014

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Il Paese del Sole, invaso dai saraceni di casa nostra
da: Linkiesta-22 Luglio 14
22/07/2014
Cosa succede a sud di Roma? Angelo Mastrandrea nel suo Il Paese del Sole racconta le nuove condizioni di vita e di lavoro del Sud Italia negli anni della grande crisi. Una crisi economica, antropologia, collettiva, che investe il paesaggio, il lavoro, i modi di produrre, gli stili di vita, la quotidianità  e il futuro. Ecco tre estratti dai capitoli sul Lazio, la Campania e la Calabria. Furore sulla Pontina Non sarà  la Route 66 di Steinbeck, la via Appia, né il Lazio l'Oklahoma di Furore. Non c'è Tom Joad a fare l'autostop in questo cimitero industriale del basso Lazio che avrebbe potuto essere come una campagna del West e invece rassomiglia più a una periferia di Detroit, ma qua e là  qualche prostituta africana con tutt'altro obiettivo. Però, a passarci una giornata intera, capisci che la Grande Crisi è qui, ora, e non c'è inganno mediatico o escamotage politico che possa fermarne l'impetuosa avanzata. È economica ed ecologica, antropologica e collettiva, investe i modi di produrre e gli stili di vita, la vita quotidiana e il futuro imminente, tocca trasversalmente le persone di mezza età  che vengono a trovarsi senza ruolo in una società  che la Costituzione vuole fondata sul lavoro, esodate dal mondo che avevano conosciuto, e quella generazione che il premier Mario Monti, il giorno dopo essere stato incoronato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano erede di Silvio Berlusconi, in tutta onestà  definà «perduta»: quei giovani-giovani sotto i trent'anni e i trenta-quarantenni che un lavoro vero non l'hanno mai conosciuto e hanno agito da inconsapevoli pionieri di un sistema «dopo Cristo» in cui il welfare che ha protetto i loro genitori non sarà  più garantito a nessuno, e in cui ogni homo sarà  homini lupus. Sarà  importante provare a svelarne meccanismi e retroscena, da piccoli scienziati della contingenza quali noi giornalisti aspiriamo a essere. Questo viaggio, che si propone di osservare da vicino quella che il premio Nobel per l'economia Paul Krugman ha definito «mezza Grande Depressione» ma che con ogni probabilità , per quel pezzo d'Occidente che affaccia sul mare nostrum Mediterraneo, 'culla della civiltà , è priva di mezze misure, ha inizio davanti a un cancello scorrevole che è impossibile oltrepassare, in una delle tante macchie d'asfalto che punteggiano come nei la campagna di Cisterna di Latina. Il piazzale della Hydro Aluminium Slim è denominato, con un pizzico di pomposità  e scarsa fantasia, «piazza dell'alluminio». Non sono venuto fin qui per errore. Non fosse stato annullato all'ultimo momento il sit-in dei dipendenti contro la più grande fabbrica metalmeccanica del Lazio, che ha deciso di congelare per due anni la quattordicesima e di restituirla a piccole rate a partire dal 2015, questa discesa nelle viscere della Grande Crisi avrebbe beneficiato, con ogni probabilità , di un incipit con più pathos. Invece, alle due del pomeriggio di una giornata la cui luce promette primavera ma è oppressa da uno strato uniforme di nubi, di quelle che rendono l'umore cangiante come il vento che soffia con alterna intensità , la sensazione è quella di esordire con una falsa partenza, come in talune gare di Formula 1 in cui un pilota si lascia tradire dalla frenesia e sgomma prima del via o come accadde a quei tre emigranti che all'indomani dell'Unità  d'Italia decisero di attraversare l'Oceano per rientrare in Italia dall'Uruguay con un'imbarcazione costruita da loro, ma appena abbandonato il Rio de La Plata furono traditi dalla bonaccia. C'è aria di bonaccia anche nella «piazza dell'alluminio», ma il viaggio non è stato del tutto vano. C'è infatti, a sorvegliare l'entrata e l'uscita dei lavoratori, il segretario locale della Fiom, Tiziano Maronna, pronto a illustrare perché l'esito della trattativa in questa fabbrica costituirà  un piccolo paradigma per i futuri rapporti aziendali in tutta l'area. Alla Hydro Slim ' spiega ' è in gioco l'applicazione del Piano Marchionne in una industria che non sia la Fiat. E questo, con i suoi 430 operai, è lo stabilimento più grande di un'area in cui, ai tempi d'oro dell'industrializzazione del Centro-Sud, si contavano una quarantina di fabbriche metalmeccaniche. La partita in corso alla Hydro Slim riguarda le quattordicesime, appunto, e altri ammennicoli garantiti da un accordo integrativo: indennità  per la sede disagiata, trasporti, mensa. Poco male, si potrebbe pensare, se salta la quattordicesima rimangono le altre tredici mensilità . Ma se si pensa che la paga base di un metalmeccanico di terzo livello ' il più comune ' è di appena 1.100 euro al mese, e se si considerano le spese di viaggio per arrivare fin qui si capisce come anche un piccolo bonus possa rappresentare una salvifica boccata d'ossigeno. In un paese come l'Italia in cui la Grande Crisi ha provocato sinora ' contrariamente alle previsioni degli esperti ' un aumento dell'inflazione proporzionalmente commisurato al calo del prodotto interno lordo ' anche se da qualche mese a questa parte non è più cosà e i prezzi hanno preso a calare, ci informa l'Istat ' a un operaio non rimane molto per condurre un'esistenza dignitosa. E quando leggiamo le aride cifre dell'Istituto nazionale di statistica, secondo il quale 6,7 milioni di persone in Italia sono in una condizione di «grave deprivazione», non possiamo fare a meno di pensare che i 430 operai della Hydro Slim non possano essere tra questi, vieppiù se dovessero venire a mancare loro i 2.500 euro all'anno che perderebbero se passasse il piano aziendale. Si intuisce che la partita è grossa: il Piano Marchionne ' una strategia pianificata a tavolino di compressione di costi e diritti, che utilizza la crisi come grimaldello per far passare restrizioni che in un altro contesto sarebbe stato impossibile anche solo immaginare ' esteso a macchia d'olio su quel che resta del tessuto industriale ita- liano, dovrebbe garantire la convenienza per le aziende a rimanere in Italia piuttosto che a delocalizzare nei paesi dell'Est o a produrre nell'Estremo Oriente. A maggior ragione se i costi vengono scaricati sullo Stato, che da quando è cominciata la Grande Crisi non ha lesinato la concessione degli ammortizzatori sociali a chiunque ne facesse richiesta, specie se si tratta di una multinazionale. Invece, spiega Maronna, più le aziende sono piccole e meno possibilità  hanno di vedersi concedere stati di crisi, anche se spesso sono loro ad averne maggiore bisogno. Si comprende la frustrazione dei sindacalisti, specie dei più battaglieri. Stretti nella morsa del ricatto occupazionale, si trovano a dover negoziare sempre il meno peggio, al massimo la conserva- zione di qualche diritto e mai una sua estensione, con il risultato di risultare troppo estremisti agli occhi di quei lavoratori timorosi di perdere il posto di lavoro e troppo cedevoli per i gusti degli operai più arrabbiati. «A fare i piani industriali ormai sono le banche, con i soldi pubblici», mi dice il segretario della Cgil Giovanni Gioia, che incontro nel suo ufficio alla Camera del lavoro di Latina. Alle pareti della stan za non c'è il solito Pellizza da Volpedo che si incontra regolarmente in sedi di questo genere, ma una sorta di Quarto Stato col turbante. Sono indiani sikh, gli 'invisibili delle campagne non rovinate dal cemento e dall'industria, e l'immagine immortala la prima volta che sono scesi in piazza per rivendicare i loro diritti. Era il 26 maggio del 2010, e si capisce che l'esser riuscito a far manifestare un migliaio di coraggiosi esponenti della 'little India pontina è il fiore all'occhiello dell'attivismo sindacale di Gioia, anche se da allora molto poco è cambiato per gli immigrati, impiegati negli allevamenti di bufale e nella raccolta di zucchine e cocomeri, sfruttati e malpagati oggi più di ieri. Già  al telefono, Gioia si era presentato come una possibile miniera di infomazioni. A passarci una giornata insieme si fa in tempo ad apprezzarne la profonda conoscenza del territorio, delle sue storie e dei personaggi, di solito sconosciuti ai più, che lo rendono vivo. Sarà  il primo, importante, compagno di strada di questo viaggio. Per capire cosa stia a significare l'affermazione che ormai sono le banche a fare i piani industriali non è necessario spostarsi molto. A qualche chilometro di distanza dalla Hydro Slim c'è l'unico stabili- mento italiano della Findus. Là dentro fanno i 'Quattro salti in padella, i 'Sofficini, i bastoncini di pesce e tutti gli altri prodotti surgelati che troviamo nei supermercati con il marchio del capitano dalla barba bianca che con un sorriso rassicurante ci garantisce la qualità  del pescato. Il caso della Findus è paradigmatico di come il finanzcapitalismo ' come ha efficacemente denominato il modello economico dominante, con un neologismo forse cacofonico ma lucidamente esplicativo, il sociologo Luciano Gallino ' abbia ormai in pugno anche la produzione e di quanto assoggetti quest'ultima alle esigenze finanziarie. A partire dal 2000 la società , nata in un paesino svedese negli anni cinquanta, ha cambiato proprietà  tre volte, passando da un fondo di private equity a un altro, e in ogni passaggio ha lasciato per strada un impressionante numero di lavoratori, che dai 1.300 di inizio millennio sono ormai ridotti a 350, cosa che fa dire al nostro sindacalista cicerone che ormai lo stabilimento laziale è «una portaerei che viaggia come un motoscafo», al 45 per cento della sua capacità  produttiva. Alla Findus di Cisterna tutto comincia nel 2010, quando la Unilever Italia ' ramo nostrano della multinazionale anglo-olandese che commercia anche i gelati Algida ' vende il frozen food ' ovverossia la fabbrica in questione, la sede di Roma e il marchio Findus Italia ' alla Compagnia italiana surgelati (Csi), che a sua volta è di proprietà  della Byrd's Eye Igloo, società  che ha rilevato anche gli altri tre stabilimenti europei ' due in Germania e uno in Inghilterra ' e il marchio Igloo. La Byrd's Eye Igloo, a sua volta, fa capo a Permira, un fondo di private equity finanziato in gran parte da Goldman Sachs. L'operazione costa ai finanzieri 805 milioni di euro. Nonostante il credit crunch, la società  ha un giro d'affari di circa 450 milioni di euro e un margine operativo lordo attorno agli 85 milioni. I margini per rilanciare ci sarebbero tutti. Invece l'obiettivo è ridimensionare, in nome dell'«incremento di produttività  e di efficienza organizzativa». Il sospetto, fondato, è che ai finanzieri interessi poco la produzione e molto più ristrutturare l'azienda in modo da poterla in seguito rivendere, se sarà  il caso, come un usato sicuro. A pochi mesi dall'insediamento la nuova società  apre una procedu ra di cassa integrazione per 152 lavoratori e una di mobilità  per altri 97, e disdetta immediatamente tutti gli accordi sindacali integrativi, tornando al contratto base dell'agroindustria. Nel marzo scorso arriva, del tutto inattesa, una seconda mobilità , con altri 127 esuberi. Nel frattempo, all'interno dello stabilimento aprono due uffici interinali, uno dell'Adecco e un altro della Ramstad, che sfornano contratti anche solo di un giorno per far fronte alle esigenze produttive, in particolare per sostituire il ricorso al lavoro stagionale. In questo modo, il capolavoro è compiuto: il personale è dimezzato, i salari diminuiti ' «mediamente ogni lavoratore ha perso 4-5 mila euro all'anno», dice Gioia ', i diritti dei lavoratori compressi e i costi della ristrutturazione accollati allo Stato, che nell'assenza di una politica industriale concede acriticamente stati di crisi. La domanda che si pone d'obbligo, a questo punto, è: potrà  reggere una simile cura da cavallo? A gettare un'ulteriore secchiata di benzina su un fuoco che già  divampava da tempo è arrivato pure lo scandalo della carne equina nelle lasagne prodotte dalla Findus in Gran Bretagna. Tralasciando ogni approfondimento sulle proprietà  nutritive di quest'ultima rispetto alla carne bovina ' è stato accertato che non si trattava comunque di alimenti nocivi per la salute ' e senza addentrarsi nei meandri della produzione ' come si produce, qual è la filiera ' quel che è utile mettere in evidenza è cosa si possa nascondere dietro uno stesso logo. Il giorno dopo l'esplosione dello scandalo, finito sulle copertine dei giornali di mezzo mondo, la Findus Italia ha diramato un comunicato in cui ha spiegato che con le lasagne inglesi non ha niente a che fare, non solo dal punto di vista produttivo ma addirittura da quello societario. Può accadere, infatti, che sotto lo stesso cappello ' conservato per ragioni di brand ' si nascondano proprietà  diverse. Ad esempio, in Svizzera la Findus è proprietà  di Nestlè. Ma lo scandalo britannico ha avuto sul mercato l'effetto di una slavina: la Coldiretti ha stimato un crollo delle vendite dei prodotti della multinazionale del cibo surgelato pari al 30 per cento. Difficilmente un boicottaggio ben organizzato sarebbe riuscito ad assestare un colpo più devastante all'immagine del marchio. I consumatori ' ai quali l'ideologia neoliberista impone l'ignoranza di cosa si nasconda dietro il prodotto che acquistano nei supermercati ' non hanno fatto distinzione: per loro il logo è lo stesso e la responsabilità  pertanto unica. Il nuovo amministratore delegato di Findus Italia, David Pagnoni, nominato il 4 marzo scorso, ha di fronte a sé il compito di rinverdire l'immagine sorridente del vecchio Capitano svedese. Appena insediato, ha dichiarato: «Sono convinto che riusciremo a ottenere una crescita del business italiano, continuando a offrire prodotti di alta qualità  che soddisfano i bisogni dei nostri consumatori». Grazie al calo dei consumi e ai piani industriali fatti dalle banche, oggi la Findus di Cisterna di Latina sforna 70 mila tonnellate all'anno in meno di 'Sofficini e 'Quattro salti in padella. Sarebbe già  un successo se riuscisse a invertire la tendenza. Cassintegrati per mestiere Il 17 maggio 2014 Angelo festeggerà  i dieci anni di cassa integrazione. Un record tutto italiano, che lui e i suoi colleghi della ex Montefibre di Acerra pensano di salutare con un ricevimento in grande stile, per ricordare ai loro concittadini come, di accordo in accordo, di trattativa in trattativa, di rinvio in rinvio, nella grande finzione italica si possa essere precari a tempo indeterminato e rimanere a bagnomaria, né lavoratori né disoccupati, per un tempo illimitato. Della paralisi industriale che ha colpito l'Italia negli ultimi anni loro possono essere considerati dei precursori, lungodegenti nel grande ospedale a cielo aperto in cui si è trasformata questa penisola. Forse quel giorno stapperanno, a scoppio ritardato, le bottiglie di spumante regalate loro a Natale insieme al panettone, quasi fossero dipendenti come tutti gli altri. Un pacco che per loro ha assunto il sapore della beffa. «Ce lo hanno consegnato per strada, perché a noi cassintegrati non è consentito entrare nella fabbrica e non abbiamo un altro luogo di ritrovo», mi dicono alcuni operai che incontro on the road, lungo il corso principale della cittadina napoletana, dove un'attività  commerciale su tre ha la serranda abbassata per via della recessione. Quella di una macelleria è utilizzata come tazebao per gli annunci funebri. Qui, in piena Terra dei fuochi, la crisi economica combinata allo scempio ambientale ha fatto tabula rasa allo stesso tempo dell'industria e dell'agricoltura. E il commercio non pare passarsela meglio. Il 19 dicembre scorso una trentina di lavoratori della Ngp ' la Nuova gestione polimeri, uno dei tre rami d'azienda in cui fu spacchettata la Montefibre nel 2003 ' hanno bloccato i cancelli dello stabilimento: da sei mesi non veniva pagata loro la cassa integrazione, a causa delle lungaggini burocratiche tra il Ministero dello Sviluppo economico e l'Inps. Un ritardo piuttosto comune perché a ogni nuova proroga necessitano firme e depositi che inspiegabilmente portano via mesi, ma ormai sempre più difficilmente sopportabile da persone che hanno dato fondo a tutti i loro risparmi per mantenere un livello di vita dignitoso. Per fortuna, anche a seguito della protesta, le pratiche sono state accelerate e i soldi sono sbucati fuori nei primi giorni del nuovo anno. In più, gli operai devono ancora riscuotere tre mensilità  del 2009. Ma l'azienda, a cui all'epoca spettava pagare l'assegno di cassa, sostiene di non avere i soldi. Nel frattempo i cassintegrati della Montefibre vedono sempre più avvicinarsi il baratro: a novembre prossimo gli ammortizzatori sociali saranno esauriti e tutti loro rischiano di ritrovarsi senza un centesimo in tasca, fatta eccezione per quelle poche centinaia di euro al mese che molti di loro riescono a mettere insieme lavorando al nero. C'è chi trasporta pizze a domicilio nel fine settimana, chi va a lavorare nei campi per venti euro al giorno insieme agli africani, alla mercé di caporali e sfruttatori esattamente come questi ultimi, chi ha avuto un infarto e chi è invece finito in carcere perché di questi tempi «l'unico lavoro che si trova è al soldo della camorra» e «purtroppo qualcuno di noi si è arruolato». Angelo fa il cassintegrato a tempo pieno. «Cosa faccio durante la giornata? Accompagno i figli a scuola e vado a riprenderli. Dopo dieci anni in cui mi hanno tenuto cosà, a non far niente, non sono più abituato a lavorare e non so fare nulla, il giorno in cui troverò un lavoro sarò costretto ad andare da uno psicoterapeuta per farmi aiutare». Quando scadranno gli ammortizzatori sociali, rischia di andare a ingrossare le fila dei cosiddetti neet (not in education, employment or training), un acronimo anglosassone che indica le persone che, per sfiducia, un lavoro neppure più lo cercano e non si formano. Eppure i cassintegrati di Acerra hanno voglia di lavorare: «Abbiamo sempre rifiutato la logica dell'assistenza, vogliamo essere produttivi in una società  moderna», dicono. Angelo ha fatto un po' di calcoli: «In dieci anni ho perso 100 mila euro di reddito», sostiene. Finora per la ristrutturazione di quest'area industriale sono stati spesi 150 milioni di euro, però la produzione non è mai ripresa. Oggi della ex Montefibre rimangono una centrale elettrica che impiega una ventina di persone e quella che gli stessi cassintegrati definiscono una «lampadina accesa»: si chiama Infra e produce fiocco dalla plastica riciclata, impiegando 35 operai. Pur nelle mani di una multinazionale, la Adler, si tratta di un primo, timido abbozzo di riconversione ecologica, l'unica possibilità  di ripartire, forse, per uno stabilimento dal passato ingombrante. Ci sarà  qualcuno che avrà  la volontà  di proseguire su questa strada? Il nome Montefibre, qui come a Porto Marghera o a Porto Torres, provoca ancora qualche brivido. Fa tornare alla memoria morti sospette, anni di battaglie legali, denunce e processi. In questa che per tanti anni è stata, a detta di tutti, una «cattedrale nel deserto» in aperta campagna, in quella che era l'area agricola più vasta del napoletano dopo quella di Giugliano, le malattie si sono contate a centinaia: tumori ai polmoni, alla laringe, al fegato e il temibile mesotelioma pleurico. Killer tanto potenti quanto silenziosi e pronti a colpire a scoppio ritardato, rendendo incerte cause e responsabilità . Nella fabbrica di Acerra i rischi per la salute erano legati a diversi fattori di rischio: il contatto con numerose sostanze tossiche, l'uso di amianto, fino allo smaltimento dei fusti tossici, un business nel quale saranno accertate infiltrazioni dei padroni del riciclaggio della monnezza: il clan dei Casalesi. I bidoni con gli scarti, accatastati gli uni sugli altri e semplicemente ricoperti con un tendone, sono ancora là con il loro potenziale velenoso. Molti operai invece non ci sono più, portati via da malattie gravissime a cancellare le quali è però arrivato il colpo di spugna della magistratura. Nella relazione scientifica presentata dalla procura viene evidenziato un aumento «statisticamente significativo» di tumori alla pleura e al fegato. «L'ambiente di lavoro della Montefibre di Acerra si caratterizza, come risulta dalla documentazione agli atti, per la presenza di solventi sia alogenati che aromatici, per i quali esistono nella letteratura scientifica evidenze di azione cancerogena a livello epatico», si legge. Dei 320 casi iniziali di malattia, a processo ne sono arrivati 88, ma solo per uno è stato possibile accertare il nesso di causalità  tra l'esposizione all'amianto e il mesotelioma, e per questo sono stati condannati a un anno e otto mesi di carcere cinque ex direttori dello stabilimento e due medici aziendali, accusati di omicidio colposo. Difficile giungere a un risultato chiaro, in quest'area in cui il cancro tra la popolazione è molto più diffuso che altrove. Già  nel 2004 la rivista «Lancet» definà questa lingua di terra tra Acerra, Nola e Marigliano «il triangolo della morte». Secondo l'autorevole rivista scientifica gli alti livelli di diossina rilevati nell'ambiente erano da ricollegare allo smaltimento illegale di rifiuti tossici e all'attività  della Montefibre. Per quanto riguarda i primi, l'attività  delle ecomafie non si è mai arrestata. L'ultima discarica abusiva è stata sequestrata appena qualche giorno fa: una vera e propria 'collina della morte su un'area di 60 mila metri quadrati, in mezzo a frutteti e campi coltivati a ortaggi e a un tiro di schioppo dall'inceneritore e dalla ex Montefibre, che nascondeva 300 mila metri cubi di rifiuti di ogni genere, interrati per anni da centinaia di camion, bulldozer, ruspe. Sono stati ritrovati persino pezzi di bare e lapidi, più innocui dal punto di vista ambientale ma non meno inquietanti. La Montefibre invece, quando fu pubblicato il dossier nell'agosto 2004, aveva chiuso i battenti da due mesi e mezzo. «Solo pochi mesi prima avevamo ricevuto una lettera di complimenti dalla Dupont per la qualità  del nostro prodotto. Poi, improvvisamente e senza motivo, hanno smantellato tutto», ricorda oggi un operaio. Da allora la fabbrica non si è mai più ripresa, né è stata riconvertita e neppure l'area è stata bonificata. Anzi, proprio là a fianco è stato costruito, tra le proteste dei cittadini, l'inceneritore incaricato di risolvere l'emergenza rifiuti partenopea: nel 2013 ha lavorato a pieno regime, bruciando 650 mila tonnellate di rifiuti. Da dieci anni gli ex lavoratori della Montefibre vivono nel limbo della cassa integrazione, «senza poter progettare nulla». Anche il nuovo anno, presumibilmente l'ultimo se gli ammortizzatori sociali non subiranno l'ennesima proroga straordinaria, è cominciato come i precedenti: dopo la firma ministeriale della Cig, gli operai dovranno attendere i consueti tempi burocratici per l'erogazione degli assegni mensili. «Se l'Inps non paga subito come faremo?», dicono. È in questo modo che un sistema sclerotizzato crea un lavoro sommerso di necessità  e alimenta la catena dello sfruttamento. I cassintegrati della Montefibre mi consegnano un pacco di fotocopie: sono verbali di tavoli di concertazione, riunioni «di verifica dell'attuazione dei contenuti del Protocollo d'Intesa sulla reindustrializzazione del sito» e accordi di proroga della Cig siglati dal 2004 a oggi. In tutti si sprecano parole come «riconversione» o «reindustrializzazione», le istituzioni si impegnano «all'attuazione del progetto che viene considerato prioritario nella valutazione delle prospettive di ripresa dell'area» e le società  interessate promettono investimenti mentre chiedono al governo ulteriori stati di crisi. Di verbale in verbale sono trascorsi dieci anni e siamo ancora al punto di partenza: la ex Montefibre è tenuta in vita con il respiratore artificiale, ma è ferma, improduttiva. Ancora il 7 novembre scorso il Ministero dello Sviluppo economico richiamava «la necessità  che l'impianto di Acerra inizi finalmente a produrre poiché oggi ne esistono le condizioni concrete». Invece, pare proprio che non accadrà . La ripresa delle attività , preventivata nel prossimo febbraio anche se non ci credeva nessuno, slitterà  ancora una volta perché la società  spagnola Seda, che ha acquistato gli impianti, versa in cattive acque e pensa a smantellare piuttosto che a produrre polimeri, men che meno a riconvertire la produzione in senso ecologico. Troppo forte la concorrenza dei mercati orientali, dove il lavoro costa meno e le norme ambientali sono meno stringenti, nonostante il laissez faire che ha regnato per anni incontrastato nella Terra dei fuochi. Gli ultimi boatos parlano del possibile arrivo degli indonesiani di Indorama, che avrebbero presentato una manifestazione d'interesse al Ministero per lo Sviluppo economico. Come all'Inter, si vagheggiano i miliardi di un magnate dall'Estremo Oriente per risollevare le sorti della fabbrica. Con chi brinderanno per i dieci anni di cassa integrazione gli operai di Acerra quando stapperanno lo spumante di Natale? LEGGI ANCHE Nord e Sud: la distanza non può che aumentare ancora Il boss della Riviera dei Cedri Dalla piazzetta del centro storico di Scalea si gode una vista invidiabile. Tutt'attorno partono i caratteristici vicoli e le scale da cui la cittadina dell'alto Tirreno cosentino prende il nome, di fronte ci si affaccia sul mare come da un balcone, e basta guardare una foto ingiallita di qualche estate fa per comprendere come fosse diverso il panorama agli inizi del secolo: la Torre Talao, fortino aragonese costruito a protezione dalle incursioni saracene su un'isoletta circondata dal mare, a non più di duecento metri in linea d'aria; prima della spiaggia, una distesa di piante di agrumi che aveva fatto soprannominare quel pezzo di costa 'Riviera dei cedri. Di essa rimangono oggi granite e ogni genere di dolci e biscotti, il nome di un paese ' Santa Maria del Cedro ' ma non quegli alberi che la facevano somigliare alla costa libanese. «Raccoglierli è un lavoro faticoso, i giovani non ne vogliono più sapere», mi dice un'anziana venditrice di frutta e verdura. Il cedro è un albero spinoso che rende difficoltosa la raccolta dei suoi frutti, però il suo legno è pregiato e richiesto, l'agrume invece ' molta scorza e poca polpa ' non è versatile come il suo parente più nobile: il limone. Quasi tutte le cedriere sono state distrutte da un'edilizia selvaggia che ha pochi eguali in Calabria e da un modello di sviluppo che da almeno un trentennio ha messo al centro non il turismo, bensà il suo sfruttamento. Ora che il mare ha deciso, quasi in segno di disapprovazione, di ritrarsi di qualche decina di metri, la Torre Talao è circondata dalla spiaggia ed è luogo di ritrovo di coppiette e turisti mordi e fuggi. Pochi di loro sono al corrente della partita che si gioca attorno a questa fortezza che per secoli ha costituito il perno di un sistema di guardia che poteva contare anche su un altro avamposto affacciato dalla collina di fianco: la Torre di Giuda, cosiddetta perché secoli fa un guardiano distratto non si accorse di un'incursione dei saraceni provocando il saccheggio del villaggio, e dopo la battaglia, accusato di tradimento, fu impiccato a un ulivo dagli abitanti inferociti. Il pericolo, oggi, «viene da terra», come hanno scritto in un appello pubblicato sul sito Eddyburg Vittorio Emiliani, Vezio De Lucia, Luigi Manconi, Paolo Berdini e Fernando Ferrigno. Si tratta di un mega-porto la cui capienza e i relativi costi sono lievitati, da un'amministrazione all'altra, da 320 barche a 510, con un gigantesco molo lungo 300 metri a recintare il mare, uno yachting club, un centro commerciale e una torre di controllo alta 16 metri e mezzo a fare ombra alla Torre Talao. La veduta, dalla piazzetta del centro storico, risulterebbe irrimediabilmente stravolta. È questa la grande opera attorno alla quale volteggiavano i corvi della politica e delle cosche di questo pezzo di Calabria. Un affare plurimilionario per il quale si rischiava ' a parere dei magistrati che due giorni fa hanno decapitato l'intero apparato amministrativo del Comune e un paio di cosche malavitose ' una pericolosa guerra di 'ndrangheta. Per comprenderlo bene, bisogna guardare tra le pieghe dell'inchiesta 'Plinius. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, il giorno in cui fu eletto sindaco Pietro Basile fu portato in trionfo per le strade del paese, a bordo di una cabriolet, dal boss Pietro Valente. Si festeggiò a champagne e si inaugurò una stagione politico-criminale che i magistrati considerano in assoluta continuità  con quelle passate. Le cosche dei Valente e degli Stummo, unite da un patto per il controllo della cittadina, sarebbero affiliate a un 'locale molto potente: quello dei Muto di Cetraro, padroni assoluti delle attività  criminali in un territorio che dal cosentino arriva fino al basso salernitano e divenuti noti alle cronache internazionali quando furono accusati di aver gestito gli affondamenti delle 'navi dei veleni nel mar Tirreno. Un clan potente e longevo come pochi altri, al quale si aderisce per «scelta di vita» e non solo per motivi economici, come scriverà  un affiliato, Pasquale Capano, in quella che gli investigatori definiranno come «una lezione di diritto mafioso», secondo il quale essere 'ndranghetisti è una scelta non revocabile e uno dei doveri principali è quello del «mutuo soccorso». Una sorta di codice massonico in cui è «un patto di sangue» a stabilire «il lega- me di fratellanza». Secondo gli inquirenti, il patto tra i Valente e gli Stummo sarebbe saltato il giorno successivo all'uscita dal carcere di Luigi Muto, figlio dello storico capomafia Franco. Il boss Pietro Valente sarebbe stato aggredito e picchiato, in modo volutamente plateale, da un commando degli Stummo. Se non era una dichiarazione di guerra, poco ci mancava. Intuito il cambio di stagione, Valente si sarebbe rifugiato a Sala Consilina, nel salernitano, sotto la protezione di un clan locale. Da qui secondo i pm stava organizzando la vendetta, non prima però di aver chiesto il permesso al boss Muto. A Scalea non c'è stata collusione tra politica e mafia. «Qui siamo oltre», ha detto il procuratore aggiunto di Catanzaro Giuseppe Borrelli, che insieme al sostituto Vincenzo Luberto ha coordinato l'indagine 'Plinius. L'originalità  del modello scaleota sta nel fatto che «la 'ndrangheta ha utilizzato la forma partito per gestire la cosa pubblica». Pertanto, «il Comune è stato amministrato dalle 'ndrine, la politica è stato lo strumento tecnico attraverso cui si sono candidate alle elezioni». In questo modo, il controllo del territorio è stato totale: dai parcheggi a pagamento ai lidi che colonizzano ogni millimetro di spiaggia. Il borgo antico, con le sue scale e viuzze, le case in pietra e il castello, è ormai sopraffatto da palazzoni e residence dai nomi esotici: parco Brasilia, villaggio Maradona. A partire dagli anni ottanta, Scalea è diventata un pezzo di Calabria napoletana, l'emblema della vacanza 'cafona, proletaria, squattrinata e caciarona ' «Scalea, Scalea, ma come m'addecrea, andare in vacanza, dieci 'e nuie dint'a 'na stanza», cantava Tony Tammaro, popstar del neomelodico-trash. Grazie a un'espansione edilizia vorticosa e disordinata, nel volgere di pochi anni la cittadina, che contava 11mila abitanti, arrivò a registrarne nei mesi estivi fino a 300mila, almeno 220 mila dei quali provenienti da Napoli e provincia. Unico ad accorgersi del saccheggio del territorio fin dagli inizi fu il regista Vittorio De Seta, che nel suo viaggio-reportage In Calabria denunciò il modello di sviluppo malato che ne stava alla base. I risultati furono devastanti. Con il pienone estivo, l'acqua non usciva più dai rubinetti e il Comune era costretto a rifornire diversi quartieri con le autobotti, tra proteste e vere e proprie rivolte. I depuratori non esistevano e le fogne sversavano direttamente in mare, emissari delle cosche andavano casa per casa a chiedere il pizzo ai villeggianti e chi si rifiutava si vedeva la casa svaligiata nel giro di pochi giorni. Arrivarono latitanti in vacanza e si strinsero alleanze malavitose sotto gli ombrelloni. Usanze che sono proseguite fino ai nostri giorni, se è vero che ' sempre stando alle risultanze dell'inchiesta 'Plinius ' l'appalto per la realizzazione del porto attorno alla Torre Talao sarebbe stato affidato a un prestanome del boss Cesarano di Castellammare di Stabia. Oggi, come ormai da qualche anno a questa parte, la disordinata vitalità  dei quartieri-alveare non è più la stessa. La crisi economica ha battuto forte e Scalea appare come la Detroit del turismo meridionale. Si prova un senso di desolazione a girare per le strade deserte, tra abitazioni lasciate all'incuria, i cartelli fittasi e vendesi, le facciate corrose dalla salsedine, i negozi desolatamente chiusi. Hanno meno di trent'anni di età , queste case costruite male, e non reggono all'urto del tempo che passa. L'ospedale, per costruire il quale ci sono voluti venticinque anni, è una gigantesca cattedrale nel deserto: è utilizzato solo il piano terra, il resto è regno dei vandali. La pista di atterraggio per aerei da turismo, una spianata di due chilometri di cemento tra la statale tirrenica e la ferrovia, non ha creato nessuno dei 95 posti di lavoro promessi e non ha visto neppure un decimo dei 74 mila passeggeri all'anno preventivati. Per paradosso, il pizzo-imposta ai clan non si paga più, ma l'aliquota Imu è tra le più alte d'Italia, arricchendo le tasche di un Comune che in cambio non offre alcun servizio: strade non asfaltate, marciapiedi assenti o in pessimo stato, cumuli di spazzatura non raccolta ovunque, come nei tempi peggiori dell'emergenza partenopea. Per l'appalto della raccolta ' spiegano le carte dell'inchiesta ' una ditta pugliese avrebbe versato nelle tasche di amministratori e mafiosi una mazzetta di 500mila euro. Il degrado e il malaffare, sulla Riviera dei cedri calabresi, datano da almeno tre decenni, ed è forse a questo che il procuratore Borrelli alludeva. Ora il bubbone è finalmente esploso. Forse troppo tardi, ma ancora in tempo per salvare l'antica, bellissima Scalàa dall'ultima invasione: quella dei saraceni di casa nostra.
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Il paese del sole
da: Stefano Donno blog-18 Settembre 14
18/09/2014
Angelo Mastrandrea, a Roma e in Campania e sotto la cintola di quest'iniziazione di Sud, s'è mosso, grazie al giornalismo della realtà  già  professionalmente vissuto specie per 'il manifesto come per 'L'Espresso e non solo. Per fare una raccolta di reportage narrativi messi sotto il titolo, anche se a nostro avviso l'ex Belpaese più, forse, non lo meriterebbe, de 'Il Paese del sole; fra le maglie, quindi, fatta Roma e il basso Lazio degli sfruttati indiani, la Napoli delle periferie che sappiamo ecc., d'Abruzzo ' Basilicata ' Lazio ' Sicilia. Il metro usato è quello richiama stilemi noti, nel campo delle stesso genere di libri. Con, e non potevan certo mancare, omaggi a personaggi sicuramente noti: da don Peppe Diana a Miriam Makeba. E nelle terre abruzzesi ci si ricordi, come cronaca conferma occasionalmente, che i problemi derivanti dal terremoto che sappiamo sono ancora (praticamente) quasi tutti irrisolti. Mentre la Lucania dei boschi bruciati ovvero la Basilicata che si spopola e consuma alcol è presa innanzitutto dallo scatto, per la verità  già  usato, della stazione in isolamento di Sicignano. Dove la tratta Sicignano-Lagonegro apre alla terra delle marginalità . Pur se in qualche margine, vedi Aliano, si son inventati i 'parlamenti per portare almeno un po' d'attenzione culturale e un turismo d'almeno qualche giorno in lande sconfortate dal lamento silenzioso d'anziani che poco parlano e tanto sicuramente avrebbero da dire. Mentre i basilichi d'oggi devono far i conti con le possibilità  continue e in perpetuo gioco d'alzata di tiro dell'aumento delle trivellazioni, delle estrazioni di petrolio e anche gas. Perché i lucani succubi delle multinazionali, tipo quando erano vittime dell'Eni soltanto, lo sono. Ma sicuramente pur lo saranno. Pur se ogni volta generali vari fan finta di star col popolo. Senza dire che nella maggior parte dei paesi contornati da frane e smottamenti le comunità  alla fine non esistono. Rare eccezioni a parte. Guarda Matera, e poi muori. Gli argomenti, le storie e i volti insomma, raccontati e poi narrati senza soluzione di continuità  dall'autore Mastrandrea, giornalista e scrittore che potrebbe superare perfino un po' di luoghi comuni, diventano sempre più interessanti ' con il passare delle pagine. Gli esempi sarebbero tanti. Citate le migliaia di proletari indiani arrivati a posta per esser sfruttati nei campi e negli allevamenti di bufale d'una ben precisa porzione laziale infettata da sfruttatotri moderni di stampo antico, si deve sicuramente legger con attenzione la vicenda presa da tradizione e leggenda dei 'femminielli di Montevergine. Perchè noi purtroppo la disconoscevamo. Contro ogni forma di razzismo e discriminazione, si può ben sottolineare, ogni anno nel giorno della Candelora presso il santuario di Mamma Schiavona a Montevergine appunto, ascendono, per salutare la madonna nera del luogo, migliaia d'omosessuali campani. Ché nel 1256 la Maria di Campania 'fu in grado di rischiarare il cielo e sciogliere le lastre di ghiaccio che tenevano una coppia di omosessuali scacciati dalla città  di Avellino, salvando loro la vita. Questa, decisamente, è una delle belle consuetudini. Di quelle che rimandano poco poco, ancora al 'Paese del sole'. Ma in tutto il volume, Mastrandrea ha dovuto ricordare fallimenti e rapine industriali che sono costati e costano cari agli operai. La classe operaia superstite, infatti, in tanti pezzi del Mezzogiorno è in lotta o in stato d'abbandono e disperazione. Durante e dopo battaglie, sconfitte sonore. Che danno, quando va bene, le briciole denominate: cassa integrazione. Il Meridione è spesso cosà. Non tanto differentemente, sempre di più, da molti altri luoghi diversi in caratteri di geografia epperò allo stesso modo in crisi. Quando la nuova grande depressione impazza. Distruggendo certezze sicurezze e sogni. Angelo Mastrandrea, facendo ricordo all'ottimismo della volontà , s'augura comunque che i parlamentini alianesi, sindaci alla Accorinti, la 'Riciclandia e il Mammuth di Scampia come l'esempio realizzato della Mancoop a Castelfiore/Santi Cosma e Damiano, ogni esperienza a proprio modo, possano contrastare l'ondata devastatrice.
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