Il delitto della pena
Pena di morte ed ergastolo, vittime del reato e del carcere
Una riflessione su carcere, pena di morte ed ergastolo.
Pubb. : Settembre 2012
276 pag
ISBN: 88-230-1698-9
Collana: Saggi
Descrizione
Soprattutto oggi e in Italia, quella della pena e della sua esecuzione è – per il Capo dello Stato Giorgio Napolitano – «una questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile» che ha raggiunto un «punto critico insostenibile […] per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo». Per restituire il carcere alla sua vincolante dimensione costituzionale, orientata al recupero sociale del reo e al pieno rispetto della sua dignità personale, è necessario tornare ai fondamentali del diritto e dei diritti, attraverso una riflessione plurale, documentata, non reticente. Il volume risponde a tale esigenza, proponendo gli interventi svolti nel ciclo di quattro incontri, promosso tra settembre e ottobre 2011 a Ferrara, per iniziativa del Dottorato di ricerca in Diritto costituzionale dell’Ateneo estense, sul tema del carcere, della pena e delle vittime (della detenzione e del reato). Adoperando come detonatore recenti pubblicazioni di larga diffusione (Il diritto di uccidere, a cura di P. Costa, Feltrinelli, 2010; Contro l’ergastolo, a cura di S. Anastasia e F. Corleone, Ediesse, 2009; La Repubblica del dolore, di G. De Luna, Feltrinelli, 2011; Quando hanno aperto la cella, di L. Manconi e V. Calderone, Il Saggiatore, 2011) i vari contributi si misurano – spesso dialetticamente – con alcuni dei limiti più estremi e insostenibili del momento punitivo ed espiativo: la pena di morte, l’ergastolo, lo statuto delle vittime del reato, le morti e le violenze in regime di detenzione e di privazione di libertà. Saggi di: Marco Alessandrini, Alessandro Bernardi, Giuditta Brunelli, Stefania Carnevale, Pietro Costa, Franco Corleone, Federico D’Anneo, Giovanni De Luna, Daniele Lugli, Luigi Manconi, Riccardo Noury, Andrea Pugiotto, Paolo Veronesi.
Rassegna:
IL DELITTO DELLA PENA. PENA DI MORTE ED ERGASTOLO, VITTIME DEL REATO E DEL CARCERE
da: Redattore sociale-11 Dicembre 13
11/12/2013
La detenzione oggi è sempre più spesso configurata come zona di sospensione dei diritti, luogo di “concentramento di figure deboli, di persone fragili, dove la differenziazione non è un modo per favorire il cosiddetto trattamento rieducativo, risolvendosi semmai in un crudo elenco di categorie”. In “Il delitto della pena”(Ediesse 2012, euro 15,00) Franco Corleone e Andrea Pugiotto raccolgono gli interventi svolti a Ferrara nel ciclo di 4 incontri tra settembre e ottobre 2011 sul tema del carcere e dei suoi strumenti punitivi, come la pena di morte e l’ergastolo, proponendo a riguardo le riflessioni presenti in alcune recenti pubblicazioni ad opera di Pietro Costa (“Il diritto di uccidere”, Feltrinelli, 2010), Stefano Anastasia e Franco Corleone (“Contro l’ergastolo”, Ediesse, 2009), Giovanni de Luna (“La Repubblica del dolore”, Feltrinelli, 2011), Luigi Mancone e Valentina Calderone (“Quando hanno aperto la cella”, il Saggiatore, 2011). Le argomentazioni degli autori partono dalla lettura della norma costituzionale, più precisamente dall’art. 27 comma 3 secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il sovraffollamento delle carceri italiane, le morti sospette e l’elevato numero dei suicidi rilevati negli istituti penitenziari evidenziano non solo la mancata attuazione del dettato costituzionale ma anche l’esistenza di un carcere che si fa “aguzzino” e si chiude sempre più tra le sue mura invece di aprirsi all’esterno attraverso la previsione per i detenuti di attività lavorative, ricreative, sociali e culturali che garantirebbero quella dignità oggi perduta e al tempo stesso faciliterebbero l’autonomia, la responsabilizzazione e il pieno recupero del detenuto. “Entrare in carcere. E non uscirne vivi”. Sembra piuttosto questo il paradigma dominante allo stato attuale, dovuto non solamente alla previsione dell’ergastolo, pena oggi abolita in molti paesi europei, ma anche ai tanti episodi di violenza consumati nelle carceri o in sede di accertamento del reato. Dal caso Cucchi a quello Aldrovandi, da Giuseppe Uva a Franco Serantini e Giuseppe Pinelli, gli autori denunciano l’uso indiscriminato della violenza da parte di chi dovrebbe invece garantire l’integrità fisica, la salute e la dignità dei detenuti, e auspicano l’introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura, come tra l’altro ci impongono le Convenzioni internazionali, che renderebbe punibili condotte simili. Non solo. Sarebbe opportuna – concludono gli autori – una riforma ampia del sistema penitenziario che, a partire dall’amnistia e dall’indulto, abolisca innanzitutto l’ergastolo e preveda un uso più diffuso delle misure alternative alla detenzione, l’introduzione del Garante dei diritti dei detenuti nonché una rivisitazione se non abrogazione di alcune leggi presenti nel nostro ordinamento (come ad esempio la legge Fini-Giovanardi, la ex-Cirielli e la Bossi-Fini) che hanno contribuito a creare una situazione oggi non più sostenibile e umanamente inaccettabile.
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Il delitto della pena
da: La Civiltà Cattolica-6 Luglio 13
06/07/2013

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Quando la pena diventa un delitto. Dello Stato
da: il Manifesto-30 Ottobre 12
30/10/2012

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Offendere la dignità dei detenuti che hanno commesso un reato è, a sua volta, reato
da: Italia oggi-24 Ottobre 12
24/10/2012

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Carceri/Giustizia. I “numeri” del ministro Severino, il rapporto di Antigone, le amare riflessioni del professor Pugiotto
da: Notizie Radicali-20 Novembre 12
20/11/2012
Si viene afferrati da un senso di sgomento, nello sfogliare il IX rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia. Si documenta non solo la situazione di vera e propria tortura in cui è costretta a vivere la comunità penitenziaria. Sono i mezzucci per cercare di edulcorare questa realtà, a risultare maggiormente offensivi. Secondo i dati ufficiali, al 31 ottobre 2012, la capienza regolamentare dei 206 istituti penitenziari è di 46.795 posti. "La notizia però incredibile - scrive Antigone nel rapporto - è che due mesi prima la capienza degli istituti era di 45.568 posti. A noi non risultano apertura di nuove carceri, né di nuovi padiglioni in vecchi istituti di pena. A che gioco giochiamo?". Giochiamo, si potrebbe rispondere, al giochino degli annunci ad effetto, quel tipo di “gioco” in cui sono stati eccellenti maestri i predecessori del ministro Paola Severino, che per parte sua si dimostra una bravissima allieva. Giorni fa Severino, in visita al carcere veneziano della “Giudecca”, dopo aver promesso novemila posti in più ha aggiunto che ne erano stati già creati quattromila. Come e dove non lo ha chiesto nessuno, e lei non lo ha chiarito. Tutto però ha un che di magico: da agosto a ottobre 2012 vengono “creati” circa 1.200 nuovi posti. Nel mese successivo (la visita alla “Giudecca” è del 12 novembre), eccone altri 2.800 nuovi… Wow! Davvero fantastico... Il Genio della lampada o la bachetta del Mago Merlino? Torniamo al rapporto di Antigone. Nel carcere di Taranto quattro detenuti si affollano in 9 metri quadrati. In quello di Latina si sta rinchiusi anche 20 ore al giorno. Nel carcere di Catania d'inverno i termosifoni restano spenti… "La dichiarazione dello stato di emergenza per il sovraffollamento risale al 13 gennaio 2010 e il numero dei detenuti allora era di 64.791. Al 31ottobre scorso, la presenza è di 66.685 detenuti, 1.894 in più. Ma come - si chiede il rapporto - i detenuti non dovevano diminuire?". L'Italia resta il Paese con le carceri più sovraffollate nell'Unione Europea: il nostro tasso di affollamento è oggi infatti del 142,5 per cento (oltre 140 detenuti ogni 100 posti). La media europea è del 99,6 per cento. I 66.685 detenuti nelle nostre carceri sono per lo più uomini. Le donne rappresentano solo il 4,2 per cento; gli stranieri (23.789) sono il 35,6 per cento. Le nazionalità più rappresentate: marocchina (19,4 per cento), romena (15,3 per cento), tunisina (12,7 per cento), albanese (11,9 per cento) e nigeriana (4,4 per cento). Valter Vecellio Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale. In questa realtà accade quello che Franco Corleone e Andrea Pugiotto descrivono nel loro recente “Il delitto della pena” (Ediesse, pagg.280, 15 euro), un libro di cui ci si occuperà più compiutamente tra qualche giorno. “Il carcere oggi”, annotano Corleone e Pugiotto, “è un luogo di concentramento di figure deboli, di persone fragili, dove la differenziazione non è un modo per favorire il cosiddetto “trattamento” rieducativo, risolvendosi semmai in un crudo elemento di categorie: i “tossici”, gli “stranieri”, i “protetti”, le “transessuali”. Un catalogo di umanità disperata in cui la classificazione massificante non riesce a far posto alla distinzione capace di riconoscere il singolo uomo o la singola donna con la sua responsabilità personale e la sua storia individuale”. La conclusione cui gli autori del libro giungono è la stessa di Marco Pannella e dei radicali, e se ne usano le stesse espressioni: “Le carceri italiane si trovano in una condizione di conclamata, abituale, flagrante violazione della legalità costituzionale, attestata dagli stessi organi apicali delle Istituzioni e della Giustizia. E se è un collasso che non collassa mai (o non ancora), lo si deve esclusivamente al senso di responsabilità di tutta la comunità carceraria: detenuti, direttori delle carceri, agenti della polizia penitenziaria, operatori, volontari” (pag.15). E ancora, operando un salto che ci porta alla pag.238: “Se è così (ed è così), questa conclamata, abituale, flagrante violazione della legalità va interrotta subito, con misure deflative capaci di ripristinare il numero dei reclusi entro livelli compatibili con gli obblighi prescritti dall’ordinamento. Questi elementi ci sono, la Costituzione li prevede e si chiamano amnistia e indulto. Due parole ormai bandite dal vocabolario della politica… Escludere pregiudizialmente il ricorso alla clemenza pagherà sul piano dei sondaggi d’opinione. Eppure le scelte di politica criminale dovrebbero rispondere ad un progetto di riforme razionali (di cui amnistia e indulto rappresenterebbero l’indispensabile tassello iniziale) non agli umori variabili e suggestionabili dell’opinione pubblica. Sottraendosi alle proprie responsabilità, la classe politica continuerà così a rendersi corresponsabile di un crimine seriale e di massa, indegno di un paese che voglia definirsi ancora civile”. Già: ma siamo un paese civile? Leggere il IX Rapporto di Antigone, si diceva all’inizio, procura un senso di sgomento; ancor più sgomenti lascia il fatto che si sia in pochi a provare questo sentimento.
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Le sbarre che escludono il diritto
da: il Manifesto-6 Novembre 12
06/11/2012

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Memorandum sul "delitto della pena" carceraria a uso dei parlamentari distratti
da: Il Foglio-25 Ottobre 12
25/10/2012

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Le carceri italiane oggi sono come quelle fasciste
da: Tempi-27 Ottobre 12
27/10/2012
Intervista al costituzionalista Andrea Pugiotto: «Intervenire sulle leggi, sul meccanismo della custodia cautelare, sul reato di tortura. Amnistia subito» È costantemente allarme carceri, una ferita sociale e civile che continua a essere sottovalutata, se non addirittura ignorata, nonostante riguardi non una minoranza, ma almeno un terzo della popolazione: 68.000 detenuti, a fronte di una capienza di 45.000. E se il disastro dell’amministrazione della giustizia pesa sull’intera economia italiana, le conseguenze più drammatiche le vive il mondo penitenziario, una realtà al collasso. Un quadro di sofferenza che non può che incidere sul numero dei morti nelle cosiddette “celle di pernottamento”, in cui in realtà i detenuti passano la quasi totalità della giornata: da inizio anno sono cinquantuno i detenuti che si sono tolti la vita. Come restituire al carcere la sua dimensione autentica, orientata al recupero sociale? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Pugiotto, ordinario di diritto costituzionale a Ferrara, che insieme a 136 tra giuristi e garanti dei detenuti ha inviato una lettera sullo stato allarmante della giustizia e delle carceri al capo dello Stato, e che ha curato, assieme a Franco Corleone, un volume (Il delitto della pena: pena di morte ed ergastolo, vittime del reato e del carcere, Ediesse editore) che propone sul tema una riflessione plurale e documentata. Professore, quando la pena diventa un delitto? Quando la detenzione nelle carceri diventa illegale. Quando dico illegale faccio riferimento a tutti i parametri giuridici possibili: costituzionali, della convenzione europea dei diritti dell’uomo, più in generale delle carte sovranazionali dei diritti umani. Costringere il detenuto a vivere in condizioni disumane e degradanti, in celle sovraffollate per 22 ore al giorno, con rischi per la sua salute fisica e mentale, drammaticamente testimoniati dai tanti gesti suicidari. Tutto questo è un “di più” rispetto alla pena a cui quel detenuto è stato condannato dal giudice. È un di più che non ha base legale, perché la pena va scontata nel rispetto dei diritti fondamentali di cui il detenuti resta comunque titolare. Si va in carcere perché si è puniti, non si va in carcere per essere puniti. Il reato di tortura è ancora un tasto dolente per la legislazione italiana. Perché l’introduzione di tale reato nel nostro codice penale è di vitale importanza importanza? Si tratta di un obbligo internazionale, rispetto al quale l’Italia è gravemente inadempiente. Il nostro Paese ha firmato la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984, ma non l’ha ancora ratificata e resa esecutiva. E il dibattito che in queste settimane si sta svolgendo in Parlamento si rivela non all’altezza della posta in gioco. Per quale motivo? Abbiamo alcune recenti sentenze che denunciano l’omissione legislativa italiana, e su cui occorrerebbe riflettere. Basti pensare alle violenze della scuola Diaz durante il G8 di Genova. La Corte di Cassazione, nella motivazione, dice testualmente che i fatti accertati al processo sono espressione di «una pura violenza, qualificabile come tortura». Qualificabile, ma che non può essere giuridicamente considerata tale. Mancando il reato di tortura, i giudici italiani sono costretti a imputare al reo una costellazione di reati minori ancorché gravissimi. Con quali conseguenze? Messi assieme, consentono di punire il comportamento delittuoso. Ma sono prescrittibili, contrariamente a quanto prevede il diritto internazionale per il reato di tortura Ci fa un esempio? Il 30 gennaio 2012 il Tribunale di Asti si è pronunciato sul caso di cinque agenti di polizia penitenziaria, accusati di aggressione e tortura nei confronti di alcuni detenuti. Nessuno degli inquisiti è finito in carcere: uno perché assolto, gli altri a causa della prescrizione del reato contestato, maltrattamenti e lesioni. Nonostante il giudice abbia specificato nella sentenza che «i fatti potrebbero essere agevolmente qualificati come tortura». Non potendo applicare un reato che non c’è, è andato prescritto. Per questo è necessario che il Parlamento colmi questa grave lacuna ordinamentale. Nel vostro recente volume citate le condizioni delle galere di epoca fascista, con cui si riscontrano profonde e inquietanti analogie. Vuole spiegarci quali? Nel 1949 la rivista mensile di politica e letteratura Il Ponte uscì con un numero monografico, voluto dal suo direttore Piero Calamandrei, grande giurista e padre costituente. Era interamente dedicato alla condizione carceraria dell’epoca, attraverso una trentina di contributi di antifascisti che avevano conosciuto la prigionia durante la dittatura. Un luogo di vendetta sociale, di pena di morte distillata quotidianamente, di violenza nascosta. Oggi siamo egualmente costretti a riconoscere il profondo degrado degli istituti penali. Con una differenza non da poco: se allora si usciva da vent’anni di regime totalitario, che usava il carcere per controllare con la clava penale la società, oggi abbiamo alle spalle oltre sessant’anni di vita democratica e repubblicana. E, nonostante ciò, la situazione carceraria è ancora inumana e degradante, ora come allora. Cosa dovrebbe fare il Parlamento per porre fine a questo stato delle cose? Bisogna intervenire sulle leggi che io chiamo “carcerogene”, cioè produttive di carcere: la legge Bossi-Fini in materia di immigrazione, la legge Fini-Giovanardi in materia di tossico-dipendenza e la legge Cirielli nella parte relativa alla recidiva. Le prime due spalancano le porte del carcere, la terza le chiude a doppia mandata. Inoltre bisogna intervenire sul meccanismo della custodia cautelare, che oggi rappresenta una pena anticipata, per una condanna che non arriverà mai. E prima ancora di questi interventi strutturali? Occorre interrompere l’attuale, flagrante e sistematica illegalità costituzionale delle carceri, attraverso i due strumenti pensati per questo dalla Costituzione: una legge di amnistia e di indulto, opportunamente congeniata.
CORLEONE: "SUICIDI NELLE CARCERI, E' UN'EMERGENZA"
da: Messaggero Veneto-26 Settembre 12
26/09/2012

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Il delitto della pena: Corleone e i diritti dei detenuti
da: Messaggero Veneto-25 Settembre 12
25/09/2012

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Il carcere in Italia. Dopo 40 anni resta una vergona
da: Corriere Nazionale-7 Ottobre 12
07/10/2012

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Lente puntata sul mondo del carcere
da: La voce di Rovigo-13 Ottobre 12
13/10/2012

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Quando il delitto è la pena carceraria
da: Gazzettino-27 Settembre 12
27/09/2012

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