Il bambino con le braccia larghe
Pubb. : Ottobre 2010
208 pag
ISBN: 88-230-1508-1
Collana: Carta bianca
Descrizione
Con una scrittura molto intensa e partecipata, questo libro racconta la storia di una famiglia alle prese con la malattia mentale e riassume in modo esemplare il trattamento della psicopatologia, l’impatto devastante degli psicofarmaci, gli effetti della legge 180 anche nella sfera privata, dalla sua prima applicazione ai tempi di Franco Basaglia fino a oggi, passando per tutte le esperienze intermedie (padiglioni aperti, chiusura del manicomio, comunità terapeutica, casa-famiglia, fino alla Residenza sanitaria assistita). Da osservatore direttamente coinvolto l’autore ricostruisce la vicenda personale di suo fratello Paolo – Il bambino con le braccia larghe –, sin dalla pubertà affetto da schizofrenia e morto nell’aprile del 2009 all’età di 59 anni, e nel contempo lascia emergere dallo sfondo il ritratto di un’epoca. Lo fa senza velleità di scrittore, né di scienziato o di sociologo, ma con la rigorosa puntualità del testimone. La scrittura è sobria, scarna e colloquiale, e in virtù di questa sua apparente semplicità diventa prensile e complice in un libro che può essere letto anche come un romanzo di formazione, esistenziale e politica, che il narratore vive dentro una famiglia della borghesia italiana, di cui vengono rievocati rapporti e dinamiche. Carlo Gnetti scrive senza risparmiarsi. Narra perché non può spiegare un mondo a molti di noi ignoto, di sofferenza e dolore. Prima di viverlo sulla sua pelle neppure lui poteva sapere che «nascere folle, aprire le zolle potesse scatenar tempesta», come ci ha testimoniato in forma lirica la poetessa Alda Merini.
Rassegna:
Chi volò sul nido del cuculo?
da: Gioia-26 Febbraio 11
26/02/2011

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Il bambino con le braccia larghe
da: Internazionale-28 Luglio 11
28/07/2011

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Un pazzo d'antiquariato
da: Radio 3 Scienza-20 Dicembre 10
20/12/2010
Erano alienati, agitati, disordinati: soffrivano di patemi d'animo e turbe nervose. Le cartelle cliniche dell'ex manicomio di Roma raccontano una psichiatria che non c'è più. Ma raccontano anche la storia di chi, come Il bambino dalle braccia larghe (Ediesse, 2010) descritto dal fratello Carlo Gnetti e come l'infermiera Maria Morena, ci ha passato un po' di vita. E adesso sono addirittura materiale da museo: ce ne parla Pompeo Martelli, direttore del Museo laboratorio della Mente di Roma. Al microfono Silvia Bencivelli. La musica di oggi è Preludio e Fuga n.7 in La Mag per pf di Dmitri Shostakovitch, eseguito da Keith Jarrett.
Link alla risorsa
Il bambino con le braccia all'aria
da: l'Unità-10 Dicembre 10
10/12/2010

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Psichiatria, liberare la 180 dai "normali"
da: Liberazione-12 Novembre 10
12/11/2010

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Gnetti, "Il bambino con le braccia larghe"
da: Corriere della sera - Roma-29 Dicembre 10
29/12/2010

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LIBRI:LA LEGGE 180 E IL DESTINO DEL BAMBINO CON LE BRACCIA LARGHE
da: AGI-12 Novembre 10
12/11/2010
La storia di un bambino e della sua famiglia. Ma anche la storia dell'istituzione psichiatrica e delle sue trasformazioni. E infine la storia della malattia mentale dai primi sintomi al calvario delle analisi, le diagnosi e i primi ricoveri, fino all'ospedalizzazione e alla cronicizzazione. E' tutto questo 'Il bambino con le braccia larghe', scritto da Carlo Gnetti, giornalista di Rassegna Sindacale, che racconta la storia di suo fratello Paolo, cui a 14 anni fu diagnosticata la schizofrenia. Sullo sfondo, scorci dell'Italia degli anni Sessanta e Settanta e spaccati dei quartieri periferici e degradati di Roma. Il libro, presentato oggi al teatro Basaglia di Santa Maria della Pieta', ripercorre attraverso la vicenda di Paolo le orme della legge 180 che, oltre a determinare il superamento degli ospedali psichiatrici, ha rivoluzionato il modo di avvicinarsi alla malattia mentale, mettendo il paziente al centro di un percorso finalizzato al reinserimento nella societa' e al riconoscimento dei suoi diritti. La storia di Paolo, protagonista inconsapevole di questa trasformazione, porta a interrogarsi sulle luci e sulle ombre della cosiddetta legge Basaglia. E spinge "noi psichiatri a uscire dalle nostre maschere", ha detto alla presentazione del libro Massimo Mara', psicoterapeuta di scuola basagliana che ha seguito il percorso clinico di Paolo e che alla fine degli anni Settanta guido' l'esperimento di apertura del padiglione 20 di Santa Maria della Pieta', a Roma. La malattia si manifesta per la prima volta quando Paolo, a 10 anni, comincia a camminare con le braccia larghe. Poi subentrano le manie del cibo e della sporcizia. Il baratro della malattia avvolge Paolo poco a poco, restituendolo per alcuni periodi alla normalita' e travolgendolo con crisi che si fanno sempre piu' frequenti e sfiancanti. Carlo Gnetti riavvolge il filo della malattia del fratello ricordando il distacco dalla famiglia, il deterioramento fisico e mentale che presto porta Paolo a essere "irriconoscibile come compagno di giochi e riconoscibile solo come malato", il suo passaggio attraverso una serie di strutture, lo scontro con la disumanita' di alcuni operatori e l'incontro con la solidarieta' e il sostegno di coloro che sono andati oltre la malattia, come Giacinto Pereira, l'immigrato dello Sri Lanka che ha accompagnato Paolo negli ultimi anni. "Questo libro e' un atto di risarcimento per la vita mio fratello", ha detto l'autore durante la presentazione. Il volume e' arricchito dalle foto di famiglia che testimoniano la caduta di Paolo nella malattia e dalle immagini della fotografa Ippolita Paolucci con cui l'autore, l'estate scorsa, ha rivisitato molti 'luoghi della malattia' del fratello. In appendice sono pubblicati alcuni disegni di Paolo fatti nei 4 anni di 'art therapy', con note scritte, pensieri, ricordi.
L'inferno schizofrenia visto da un fratello
da: il messaggero-8 Febbraio 11
08/02/2011

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"Il bambino con le braccia larghe": cinquant'anni di sofferenza psichica a cavallo della legge 180
da: Superabile.it-13 Novembre 10
13/11/2010

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I bambini nei romanzi
da: Affari Italiani-1 Ottobre 10
01/10/2010
Ho impiegato pochissime ore nella lettura del romanzo di Carlo Gnetti, Il bambino con le braccia larghe (edisse). Essere rapiti dai bambini nella vita reale è semplice e immediato, nei romanzi invece, può essere un percorso più difficile. Protagonista di questa pubblicazione è proprio questo bambino con le braccia larghe che si chiama Paolo, fratello dello scrittore, e che comincia ad assumere questo modo insolito di incedere negli anni dell’infanzia, ma non perché giocasse o andasse incontro a qualcuno da abbracciare. Paolo, racconta Carlo Gnetti, che ha osservato sin da bambino i comportamenti del fratello che si facevano via via sempre più curiosi e anomali, quando ha iniziato ad assumere questo atteggiamento non si sapeva bene cosa potesse essere, ma di una si era certi: “se era una malattia, dando le prime avvisaglie a quell’età, doveva essere una patologia grave”. Paolo aveva paura di sporcarsi. Carlo e Paolo, i bambini che erano, crescevano in una buona famiglia, numerosa, ricevendo peraltro la stessa educazione: nessuno, tra i genitori, aveva preferenze o comportamenti che rispetto ai figli potessero in qualche modo diversificarli. Carlo e Paolo crescevano abituati all’idea di non poter vivere per lungo tempo sempre nella stessa città per questioni lavorative del padre. A scuola Paolo stracciava i fogli che sbadatamente macchiava con l’inchiostro e poi iniziava a scrivere nuovamente. A quattordici anni il trasferimento del padre a La Spezia coincideva con il peggiorarsi delle condizioni del figlio. Si scopre che Paolo era affetto di rupofobia, un disturbo di ansia che rivela l’incapacità di sopportare le nostre “ombre”, di cui cerchiamo di sbarazzarci attraverso la pratica della pulizia. Poco dopo, a seguito di altri comportamenti anomali, rifiuto di cibo, continui sbalzi d’umore e improvvise crisi di rabbia, la Selvini,nota psichiatra di Milano, non presentava dubbi: Paolo è schizofrenico. Da questo momento in poi l’esistenza di Paolo quanto quella dei suoi familiari, inevitabilmente non poteva che forgiarsi sulla malattia. Carlo non poteva più “giocare” con Paolo perché i suoi percorsi diventavano altro. La madre afflitta dai sensi di colpa cercava consolazione nella preghiera. E soprattutto la vita di Paolo cominciava a complicarsi e a svolgersi tra manicomi (dove entrava con “l’articolo 4”), periodi a casa, poi nei padiglioni aperti ( a seguito della Legge Basaglia), il 25 e il 20, del Santa Maria della Pietà, nella comunità di Primavalle, nella clinica Villa dei Fiori … Raccontare la schizofrenia quando invade e deforma la vita di un uomo e dei propri congiunti non è mai facile né possono essere pagine immediate. Carlo Gnetti, consegna ai lettori un testo con una scrittura che riesce a coinvolgere quando con la giusta distanza racconta la sua esperienza personale “di fratello di un bambino/uomo schizofrenico”, ma anche quando con altrettanta minuzia ripercorre “le tappe” della vita dei Paolo e quelle della psichiatria che mutava proprio negli anni in cui la sua patologia si aggravava. Un romanzo in cui ogni elemento non eccede né vuole appannare altro. Misura e equilibrio riescono a convivere in una pubblicazione che parla di schizofrenia, una patologia che non concede mai nulla di tutto questo. Diventa poi spontaneo riuscire a comprendere la sofferenza di un fratello che si fa forte e in qualche modo responsabile della malattia di un parente. È istintivo comprendere i momenti di difficoltà quando La Legge Basaglia chiude i manicomi ma le famiglie non sempre riescono ad aiutare, sostenere e vivere con un congiunto così ammalato e le strutture non sembrano sempre adatte a contenere e supportare. Una storia, quella raccontata da Carlo Gnetti, che non chiede nulla se non la condivisione e la comprensione di stati familiari e psicologici e situazioni che spesso non vivendo personalmente non si conoscono affatto. Un romanzo in cui la storia di una patologia che prende il sopravvento nella vita di un figlio, diventa la narrazione di una famiglia che ama e non abbandona, che combatte senza arrendersi, che soffre di sensi di colpa e cerca salvezza nella preghiera, che osserva per capire e agisce perché non far nulla è la peggiore realtà da evitare in questi casi e restare a guardare inermi l’arma più pericolosa che si potrebbe impugnare.
Mio fratello Paolo
da: Rassegna.it-16 Settembre 10
16/09/2010
Arriverà in libreria tra qualche giorno il libro del mio collega Carlo Gnetti che racconta la storia di suo fratello Paolo, morto un anno e mezzo fa dopo una vita passata da una casa di cura psichiatrica all’altra, seguendo volta per volta da testimone, protagonista o vittima, le mutevoli vicende dei successi, delle illusioni, delle delusioni e delle sconfitte della psichiatria italiana dalla fine degli anni sessanta in poi. È un bel libro, fin dal titolo: Il bambino con le braccia larghe, che fissa in un’immagine sola la prima scoperta che quel fratello maggiore, fino ad allora assolutamente uguale, aveva cominciato a camminare in modo diverso da tutti gli altri bambini, con le braccia larghe appunto, come se perdendo l’equilibrio stesse cercando disperatamente di recuperarlo, di rimettersi in linea, di non cadere. La caduta nella schizofrenia, invece, è implacabile, con le pause che lasciano riaffiorare la speranza, soprattutto negli attoniti genitori che avvertono oscuramente e riconoscono nella trasformazione del figlio qualche loro colpa, fino all’esplosione di momenti di intolleranza e violenza, ma anche di stralunata tenerezza, con brandelli di discorso interiore di cui si percepisce appena qualche sillaba smozzicata. La forza di questo libro è la tranquillità della scrittura, che si increspa appena nei grovigli emotivamente più densi; uno stile che Carlo ha anche da giornalista, un modo di scrivere che evita di impadronirsi della scena, ma si mette al servizio del fatto e che dell’autore accenna solo la presenza, suggerisce la compostezza, imprime lievemente la traccia nel modo pacato di affrontare anche il dramma, certo che il dramma non ha bisogno di troppa enfasi per dichiararsi nella sua brutalità. La discrezione della scrittura, però, non è solo una mistura cercata perché non agisca da detonatore su un materiale ad alto rischio d’esplosione. È soprattutto il riflesso di quella strana sensazione che Carlo confessa di provare quando vede il suo preoccupato e costante accudimento della malattia del fratello come un modo di compiacersi agli occhi degli altri, una scorciatoia per far valere se stesso in contrasto (o a spese) del fratello sfortunato. La scrittura tende, quindi, ad alleggerirsi, o nascondersi: allo stesso modo di Carlo che vorrebbe sottrarsi alla vista e all’apprezzamento di tutti quando tende (metaforicamente o meno) la mano a Paolo, quasi temendo d’essere scoperto in un gesto d’affetto. Potrei continuare con le tante notazioni che mentalmente ho fatto a margine del testo, soprattutto riportandomi con la memoria ai tanti contesti che le vicende di Paolo e Carlo (che del fratello più anziano è stato, dunque, prima d’esserne lo scrittore, il tutore affettuoso e disarmato) rievocano tratteggiando l’affresco di un quarantennio in cui estremismi ideologici, generosità confuse o lungimiranti, cinismi opportunistici o semplicemente indifferenti hanno trovato nel dibattito sulla riforma della psichiatria un potente e rivelatore punto di caduta. Ma non voglio scrivere qui una recensione. Voglio esprimere un atto di amicizia per Carlo che ieri ha sorvegliato (senza parlarne con noi più di tanto e con un impegno che penso non sia da considerare solo familiare ma anche civile) e oggi ha saputo raccontarci di Paolo, della sua bellezza devastata dalla malattia, come dire della vita di ciascuno di noi che sfiorisce, ma senza la violenza implacabile che a Paolo è stata assegnata dalla sorte. Il libro si chiude con una memoria ripescata solo recentemente, mentre il testo già scritto si stava componendo in pubblicazione con la sollecitazione esperta e partecipe di Angelo Ferracuti. È la relazione di una psicologa che aveva usato l’art therapy per aiutare Paolo, scoprendo la sua capacità di disegnare; di sprofondare in se stesso riportando alla luce, grazie a matita e colori, le figure profonde e le sentenze inappellabili del passato che lo incatenava. Questi disegni (posti a chiusura del libro) sono spesso accompagnati da note scritte da Paolo, in uno stile straordinario che dà anch’esso l’impressione di essere pieno di cose che spingono per uscire ma ce la fanno solo in parte, come un liquido denso che trasudi da un otre incrostato. C’è una di queste note che voglio segnalare, in calce a un disegno che Paolo intitola “Conflitto col tempo”. Dice: “Da una parte c’è sapere ma non c’è conferma del risultato conseguito. Vorrei ricuperare il tempo passato a curarmi perché è sottilmente configurante con l’informatica che sarebbe la miglior mia tendenza per conseguire un diploma che mi porti verso l’università ma la sfida contro gli altri è negativa e iniqua”. La sfida è ”negativa e iniqua”, così Paolo, senza volerlo (o volendo dire altro: che la sfida è impari), parla per tutti. Per tutti noi che di sfide e di sfidanti ne abbiamo piene le tasche. E che vorremmo che nella vita e nel mondo ci fosse spazio per Paolo e per tutti quelli che credono come lui che la sfida è negativa e iniqua, perché è positivo e giusto che gli uomini possano riposare in se stessi anche senza dover sfidare gli altri. È la verità lasciataci da Paolo. Paolo, nostro fratello.