I treni della felicità
Storie di bambini in viaggio tra due Italie
Pubb. : Settembre 2009
200 pag
ISBN: 88-230-1335-3
Collana: Carta bianca
Descrizione
Giovanni Rinaldi, tessendo sottili fili di memorie sparse, anni fa si è messo in cerca dei bambini che erano saliti su quelli che vennero chiamati «I treni della felicità». Si trattava di una straordinaria rete di solidarietà sostenuta dalla neonata UDI e dal PCI che, a partire dal secondo dopoguerra, affidò per mesi (talvolta anni) a famiglie del Centro Italia oltre 70.000 figli del Sud vittime delle conseguenze belliche, di rivolte operaie sedate col sangue, di calamità naturali. Bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati. Mezzo secolo dopo un cineasta, Alessandro Piva, e uno storico, Giovanni Rinaldi, si mettono sulle tracce dei sopravvissuti. Ne escono fuori due lavori confinanti e di documentazione tra storia di ieri e di oggi, il documentario Pasta nera e questo libro, frutto di appassionati viaggi e ricerche in diverse città del centro Italia. Scritto in presa diretta, il libro ricostruisce le storie di alcuni di quei bambini che su malandati vagoni ferroviari arrivarono in un’altra Italia. Soprattutto di quelli rimasti a vivere nelle famiglie che li avevano adottati, scovati dall’autore nel corso dei suoi viaggi ad Ancona, Follonica, Ravenna, Lugo di Romagna. Come i bambini figli degli scioperanti di San Severo, arrestati nel 1950 per insurrezione armata contro i poteri dello Stato, per volontà del governo Scelba. Sono Severino, Dante, Zazà, che oggi parlano ricordando i fanciulli che furono in un Paese più povero e semplice, dove mangiare un gelato o un piatto di pasta erano cose che potevano emozionare. Ma è anche la storia delle «due Italie» e di un Sud ancora socialmente arretratissimo. Fu proprio questo che spinse alcuni di quei bambini a fare una scelta drammatica: lasciare la propria terra e la propria famiglia, restare dove il destino e quei treni li avevano portati, sognando una vita migliore.
Rassegna:
I comunisti che facevano mangiare i bambini
da: Gli Altri-23 Settembre 11
23/09/2011

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Dovevo restare sei mesi, sono rimasta tutta la vita
da: Qui notizie-11 Febbraio 11
11/02/2011

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Memorie - I treni della felicità
da: Chiodo Fisso Radio 3 -6 Gennaio 11
06/01/2011
Giovanni Rinaldi, curatore dell'Archivio Di Vittorio, ricercatore che da anni si occupa di memoria, , insieme al regista Alessandro Piva e' autore di un progetto di ricerca di storia orale sull'accoglienza ai bambini poveri del Sud. Tessendo i fili di memorie sparse, anni fa Rinaldi si è messo in cerca dei bambini che erano saliti su quelli che vennero chiamati «I treni della felicità». Si trattava di una straordinaria rete di solidarietà sostenuta dalla neonata UDI e dal PCI che, a partire dal secondo dopoguerra, affidò per mesi (talvolta anni) a famiglie del Centro Italia oltre 70.000 figli del Sud vittime delle conseguenze belliche, di rivolte operaie sedate col sangue, di calamità naturali. Bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati.
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L'Italia solidale
da: Rassegna Sindacale-28 Dicembre 11
28/12/2011

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I Treni della Felicità, quando il PCI faceva il partito sociale
da: Controlacrisi.org-3 Gennaio 11
03/01/2011
Negli anni che seguirono la fine della seconda guerra mondiale, il nostro Paese venne attraversato da treni carichi di bambini che, dalle città segnate dai bombardamenti alleati e dalle campagne meridionali attanagliate dalla miseria e dalla repressione agraria, giungevano nei centri urbani delle regioni “rosse”. Lì, i bambini venivano “adottati” (a volte per qualche mese, altre volte per anni) da famiglie di contadini, artigiani ed operai attivate dal Partito Comunista Italiano e dalle associazioni popolari di massa (l’Anpi e, soprattutto, l’Unione donne italiane) per portare soccorso a comunità locali e strati sociali duramente colpiti dalle vicende storiche. E per rendere le classi popolari protagoniste della ricostruzione del Paese, non solo attraverso la presa di parola nell’arena politica ma anche cercando di connettere le diverse realtà regionali nel quadro di una vasta operazione che affondava le sue radici nella tradizione mutualistica del movimento operaio italiano. I “treni della felicità” coinvolsero circa 70.000 bambini e bambine, che lasciarono i loro paesi spaventati dalle voci fatte circolare dai sacerdoti, secondo cui venivano inviati in Unione sovietica a patire la fame, e scoprirono un “mondo nuovo”: stili di vita e regimi alimentari diversi, dialetti differenti e un approccio diverso alla terra ed ai modi di lavorarla. In questa storia si imbatte quasi per caso Giovanni Rinaldi (ricercatore e direttore dell’associazione “Casa Di Vittorio”), mentre, con il regista Alessandro Piva, stava lavorando ad un progetto di ricomposizione delle memorie relative alla condizione bracciantile e alle lotte sindacali che hanno scosso la Puglia nel secondo dopoguerra. Essi la ripercorrono con cura e rigore, in un caleidoscopio di racconti che si snoda da un capo all’altro del Paese e che impasta gli accenti e le cadenze dei protagonisti di un’epopea che scorre parallela a quella delle grandi battaglie popolari dell’epoca, ma che si rivela nondimeno densa di riflessioni squisitamente politiche. In primo luogo, emerge dalle testimonianze relative alla costruzione di tale vasta rete un protagonismo femminile che, fuori e contro le retoriche patriarcali e paternaliste, racconta un modo diverso di intendere e praticare la militanza: una dimensione del fare politica che mette al primo piano l’agire concreto e la tessitura di relazioni sociali ed umane fondate sull’accoglienza e la capacità di rispondere ai bisogni concreti ed alla materialità della vita delle persone. Non è un caso che la ideatrice di tale struttura sia Teresa Noce, che innerva il suo ruolo di “rivoluzionaria professionale” con una capacità organizzativa ed una carica di umanità non comuni. Inoltre, i membri delle famiglie ospitanti, interrogati sulle ragioni della scelta di impegnarsi nell’accoglienza dei bambini, articolano risposte che intrecciano, in modi e misure variabili, spiegazioni di natura politica ad altre che rimandano ad una civiltà contadina ed operaia in cui la miseria (ed il ricordo di essa) alimentavano un’etica solidaristica e di mutuo aiuto che veniva praticata nella quotidianità e che costituiva il terreno fertile su cui si innestavano le esperienze collettive di lotta e di emancipazione. Un elemento questo che ci racconta del nostro presente. Le terre che diedero ospitalità ai piccoli viaggiatori dei “treni della speranza” sono le stesse dove diversi decenni prima risuonava una canzone socialista che recitava “uniti siamo tutto, divisi siam canaglia”. Vi è in quel verso la consapevolezza che la trasformazione dell’esistente aveva come condizione necessaria l’identificazione dei membri dei ceti popolari con una comunità sociale e politica capace di produrre cultura, esprimere rivendicazioni e pensarsi come soggetto della storia. Una frase che sembra risuonare come un’amara profezia se si rivolge lo sguardo alle “comunità immaginarie” che frammentano, lacerano ed imbarbariscono i mondi sociali subalterni. Ma che contiene anche un’esortazione, o quantomeno un suggerimento, una traccia di lavoro per quanti rifiutano di consegnare agli archivi della storia i valori di solidarietà, giustizia sociale ed uguaglianza.
G. Rinaldi, I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie
da: Hecl-1 Giugno 10
01/06/2010
Tra la fine della Seconda guerra mondiale e il 1952 circa 70.000 bambini partirono dal sud per raggiungere diverse città del nord Italia. La crisi economica, sociale e morale che la guerra aveva lasciato, soprattutto in certe zone particolarmente colpite dai bombardamenti, si ripercuoteva specialmente sui più piccoli, ed è per questo che i Gruppi di difesa della donna, nati nella Resistenza e poi l’Unione donne italiane, fin dall’inverno 1945, iniziarono ad organizzare l’accoglienza di quei fanciulli, in primo luogo in alcuni paesi e città dell’Emilia. Fu un grande movimento di solidarietà, che si appoggiò non tanto ai partiti della sinistra, quanto al popolo che in quei partiti si riconosceva. Spesso, infatti, gli amministratori, i segretari e gli organizzatori del P.C.I e del P.S.I furono o indifferenti oppure vi si opposero, non cogliendone l’utilità o addirittura pensando di ricavarne un danno. Invece, uomini e donne comuni – contadini, operai, commercianti e bottegai – risposero in modo solerte all’iniziativa, dando prova di una solidarietà che sorprende anche di più se si considera il contesto in cui maturava. Giovanni Rinaldi, antropologo, drammaturgo e direttore dell’Associazione “Casa Di Vittorio”, racconta questa storia a partire dal 23 marzo del 1950, quando il prolungarsi dello sciopero generale indetto il giorno prima si trasformò, a San Severo, in scontri violenti in cui i manifestanti, braccianti pugliesi stremati dalla guerra e dallo sfruttamento padronale, ebbero la peggio. Tutti i protagonisti di quella protesta finirono in carcere, spesso padri e madri nello stesso tempo, cosicché molti bambini restarono soli. Si attivò quindi il sistema già collaudato del biennio 1945-1947, e questi bambini trovarono accoglienza nelle Marche. Ed è proprio a loro che l’A. chiede di ricordare quell’esperienza. Da qui inizia un viaggio che lo porterà in Emilia-Romagna, a raccogliere altre storie, in collaborazione con il regista Alessandro Piva. I luoghi interessati sono Ancona, Follonica, Ravenna, Lugo di Romagna. In queste città, attraverso la mediazione di diverse persone, che via a via si sono incuriosite alla vicenda, si sono svolti gli incontri. Il volume non è propriamente un saggio storico, anche se raccoglie e pubblica le testimonianze in maniera rigorosa e costruisce i contesti storici, culturali e sociali di riferimento con appropriata accuratezza. E’ qualcosa al contempo di meno e di più. Di meno: perché non ha la pretesa di ricostruire il fenomeno nel suo insieme, ma si limita a dare alcune suggestioni, alcuni squarci di memoria soggettiva di chi da quel processo fu interessato. Di più: perché sono pagine in cui quasi ad ogni riga vengono fuori sentimenti, emozioni, sofferenze e gioie. Il racconto, seppure a volte è timido, poi diviene quasi piacere, e le narrazioni, inevitabilmente, arrivano ad interessare aspetti ben più ampi che non la singola vicenda. Emerge un’Italia al femminile, politicamente impegnata ma soprattutto socialmente attiva, fatta dalle donne dell’U.D.I e da quelle che diedero il loro apporto, fatta di Camere del lavoro e Società operaie che credono nella solidarietà non solo di classe ma più genericamente popolare, fatta di divisioni e contraddizioni. Non solo alcuni funzionari di un P.C.I. pubblicamente schierato con queste iniziative non accettarono il protagonismo delle loro compagne, ma grande avversità arrivò dalla Chiesa e dalla Democrazia cristiana. Ai bambini e alle loro famiglie veniva detto che sarebbero stati mangiati dai comunisti, e molti partirono con l’angoscia che fosse vero. Era un’Italia popolare ed ingenua, dove i toni strapaesani della contesa politica erano quanto di più lontano si possa immaginare dalla realtà dei passeggeri dei “treni della felicità”. Quei bambini spesso non avevano mai mangiato un gelato, e altrettanto spesso nemmeno avevano pasti regolari tutti i giorni. Arrivavano sporchi e mal vestiti, impauriti e spaesati. Venivano poi accolti e accuditi da famiglie che in molti casi avevano poco di più, ma che in un contesto agricolo potevano permettersi di accudire ancora una persona. In alcuni casi, i bimbi arrivati dal sud si fermarono più del tempo stabilito, e in altri ancora furono adottati dalle nuove famiglie. Il libro, nel riportare le testimonianze, non indulge però a retorica. Dai ricordi emergono anche le contraddizioni di bambini che una volta arrivati non vogliono più tornare indietro. Il benessere trovato, il cibo, l’amore fanno loro dimenticare rapidamente i genitori e la famiglia d’origine, e non poteva essere diversamente. Negli anni della Ricostruzione, in ambiti sociali marginali e poveri, c’era ancora poco spazio per i sentimenti. Ma se guardiamo in positivo a quell’esperienza solidaristica di massa, vediamo un’idea più ampia di famiglia, la costruzione di reti solidali e affettive che scavalcano i localismi (dialetti compresi, che molte volte erano il primo ostacolo da superare), vediamo dispiegarsi una volontà di costruire qualcosa che sappia guardare alla tragicità della guerra e dei tanti lutti che ha portato. Se è vero che un’espressione come quella che asserisce che una volta si era “poveri ma felici” è banale e finanche falsa, è altrettanto vero che quella società conosceva ancora forme di solidarietà costruttiva che con l’epoca del consumo di massa, dell’“omologazione individualistica” e del benessere diffuso si sono perse. Il libro, di quell’Italia della Ricostruzione, con la voce di storie minime, flebili e quanto si vuole minori, ci racconta un momento profondo e suggestivo che spinge a riflettere su tutto quel tormentato periodo per ripensarlo sotto altre categorie. Insieme alla fatica della ripresa economica, ai cantieri che rimettevano in piedi città e paesi, c’èra anche un movimento orizzontale che metteva insieme persone prima ancora che idee, fatti prima ancora che progetti, su cui era possibile immaginare un altro futuro, con la forza della ragione e della passione. Un futuro di cui si sono perse le tracce ma non la memoria. Tutto ciò testimonia la complessità di identità, impegni, sogni, esperimenti, fedi e scelte in cui prese concretamente forma l’Italia postbellica e che andarono col tempo normalizzandosi, e su cui bisogna cominciare a riflettere.
Marino Americo prese il treno
da: Carta-10 Giugno 10
10/06/2010

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Quei "treni della felicità"
da: Corriere della sera -24 Giugno 10
24/06/2010

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Dopoguerra. L'Udi e il Pci
da: Notiziario Anpi-1 Marzo 10
01/03/2010

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Una storia dimenticata
da: Art Ventuno-1 Gennaio 10
01/01/2010

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Destinazione felicità
da: Viveur-11 Dicembre 09
11/12/2009

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A San Severo, chi legge chi
da: il Quotidiano di Foggia-9 Gennaio 10
09/01/2010

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Sei licenziato ma straniero? Niente sudssidi
da: l'Unità-18 Gennaio 10
18/01/2010

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Quelle due Italie diverse riunite dai bambini del Sud
da: La Gazzetta del Mezzogiorno-8 Gennaio 10
08/01/2010

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Viaggio alla scoperta di un'Italia "antica" tra passione politica e solidarietà umana
da: Educazione & Scuola-7 Gennaio 10
07/01/2010
Che la ricerca storiografica contemporaneistica debba partire dalle ‘storie di vita’ - come le chiamava Franco Ferrarotti nel suo libro omonimo laterziano nel 1983 - dall’indagine sociale per cogliere a pieno gli uomini e le loro vite nell’evolversi del tempo è ormai principio ben acquisito nel mondo degli studi storici. E’ proprio partendo dalla ricostruzione di ‘storie di vita’ che Giovanni Rinaldi - nella sua ultima fatica di ricercatore I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie, edita nel settembre 2009 da Ediesse nella collana Cartabianca, con una bellissima prefazione di Miriam Mafai - porta alla luce una storia dell’Italia dell’immediato dopoguerra la cui memoria, sebbene nascosta ai più, era disseminata negli anfratti della memoria di coloro i quali all’epoca ne furono protagonisti inconsapevoli ma diretti: bambine e bambini, ragazze e ragazzi di allora, oggi anziani, ed adulti. L’unica testimonianza già edita (nel 1981, ma introvabile) sulla storia di quelle migliaia di bambini era stato il volume curato da Angiola Minella, Nadia Spano e Ferdinando Terranova, Cari bambini vi aspettiamo con gioia. Insieme al regista barese Alessandro Piva, Rinaldi ha ricostruito sul campo le storie di alcuni tra quelle migliaia di bambini appartenenti a famiglie povere e poverissime di un Sud arretratissimo - in cui le lotte contadine per la terra erano considerate rivolte contro l’ordine costituito ed erano represse nel sangue - e provato dai bombardamenti, dalle distruzioni e dalle miseria portate dalla seconda guerra mondiale che lasciarono temporaneamente le loro famiglie e furono ospitati da famiglie emiliane, romagnole e marchigiane. L’esperienza dei primi due inverni del dopoguerra, scaturita “dalla fantasia e dalla passione di Teresa Noce” (p. 9), una dirigente comunista piemontese (1900 - 1980), tra le poche donne elette all’Assemblea Costituente e tra le cinque della Commissione dei settantacinque, fu ampliata ed estesa negli anni seguenti ad altre zone del Paese, come a Napoli ed alla zona del Cassinate, distrutti dalla seconda guerra mondiale, ed a San Severo, in provincia di Foggia, dove la repressione delle richieste dei braccianti agricoli di avere “pane e lavoro”, avvenuta il 23 marzo 1950, portò in carcere per circa due anni moltissimi giovani uomini e tante giovani donne, padri e madri con prole, spesso numerosa, a carico. “Nessuno ha mai ricostruito e raccontato compiutamente questa straordinaria vicenda politica ed umana, di cui sono state organizzatrici e protagoniste soprattutto le donne, una vicenda che ha consentito un primo incontro, all’insegna della solidarietà tra il Nord ed il Sud.” (p. 10). Una solidarietà fatta soprattutto di gesti concreti in un’Italia fortemente divisa da un punto di vista politico, ma capace di organizzarsi per aiutare i più deboli ed indifesi come quei bambini che oggi – a distanza di tantissimi anni - hanno raccontato la storia che ha certamente molto influenzato la loro vita futura. Sono storie – quelle raccontate da Giovanni Rinaldi - di solidarietà organizzata, ma è anche storia della capacità di entità politiche (come il Partito Comunista Italiano) e sociali (come la C.G.I.L. e l’Unione Donne Italiane) di rispondere a bisogni concreti ed impellenti di vaste masse popolari, anche sfidando i pregiudizi del tempo (“mica è vero che li portate in Russia?”). L’espressione “treni della felicità” che dà il titolo al lavoro di ricerca ed al volume fu dell’allora sindaco di Modena Alfeo Corassori che definì così i convogli che condussero quei bambini a vivere un’esperienza unica, inimitabile, che ha certamente condizionato in positivo la loro vita futura, come emerge prepotentemente dalle loro testimonianze: sia per chi è tornato nella terra d’origine ed ai propri affetti familiari, sia per chi ha scelto di rimanere o di tornare nella nuova terra e con la famiglia di adozione. Nelle due parti che compongono il suo lavoro (“Pane e lavoro! I figli della rivolta” ed “I comunisti mangiano i bambini”), Rinaldi racconta in presa diretta le testimonianze di un gruppo di sessantenni: particolarmente interessanti - anche ai fini di una possibile ricostruzione a tutto tondo del movimento bracciantile dell’immediato dopoguerra, nella ‘Puglia rossa’ - sono le testimonianze del viaggio da San Severo ad Ancona, Follonica e Ravenna che gli rendono Severino Cannelonga (che è stato eletto deputato del P.C.I. nella IX e nella X Legislatura, eletto nel Collegio di San Severo), Ada e Teresa Foschini, le figlie della “portabandiera”, Dante Verrone, Americo Marino, Erminia Tancredi. Questi bambini ricevettero un’accoglienza affettuosa ed un’ospitalità imprevista presso famiglie marchigiane e romagnole di volenterosi lavoratori e sono rimasti con loro in ottimi rapporti di amicizia o di parentela acquisita. Non era stato facile partire, non era semplice ritornare: “Purtroppo il ritorno fu difficile, non tanto per noi quanto per i nostri genitori che non potevano più soddisfare i nostri bisogni [… ] Un grosso rimpianto per i nostri genitori che dicevano: ‘Ma dove vi hanno portato? Vi hanno viziato! Qua stiamo a San Severo, non stiamo a Ravenna, non stiamo ad Ancona, non stiamo a Firenze!’” (pp. 55-56). Addirittura alcuni – come il signor Marino e la signora Tancredi – sono tornati a vivere nei luoghi di adozione: “Americo rimane a casa per alcuni anni, ma non riesce a dimenticare il ‘mondo nuovo’ conosciuto nei sei mesi trascorsi ad Ancona […] Alla fine mio padre si è rassegnato a questa mia decisione. Mia madre invece questa cosa l’ha accettata subito, perché vedeva che deperivo.” (p. 71) Essi hanno vissuto con le famiglie adottive fino a quando si sono costruiti le loro vite, anche da un punto di vista lavorativo, e, da adulti, le loro famiglie. Conclude Severino Cannelonga la sua testimonianza dell’esperienza compiuta da lui e dalla sue sorelle: “Tante volte ho pensato: cosa avrei fatto, come mi sarei ridotto, quale sarebbe stato il mio destino senza questo aiuto?” (p. 39).
E il treno dei bambini rendeva amorevoli i "compagni" emiliani
da: Secolo d'Italia-12 Dicembre 09
12/12/2009

Quei treni della felicità dei bambini ciociari
da: La Provincia-27 Novembre 09
27/11/2009

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"I treni della felicità" fanno tappa a Unomattina
da: il Quotidiano di Foggia-5 Novembre 09
05/11/2009

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I treni della felicità
da: Il Gargano nuovo-1 Ottobre 09
01/10/2009

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Quell'esercito di bambini che il Sud "prestò" all'Italia
da: Corriere del giorno-25 Ottobre 09
25/10/2009

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Un treno pieno di speranza
da: l'Espresso-12 Novembre 09
12/11/2009

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Bimbi del sud adottati in Emilia
da: La Gazzetta del Mezzogiorno-28 Settembre 09
28/09/2009

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Con "I treni della felicità" inedita storia italiana del secondo dopoguerra
da: Puglia-11 Ottobre 09
11/10/2009

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I figli della rivolta alla scoperta dell'altra Italia
da: Corriere del Mezzogiorno-9 Ottobre 09
09/10/2009

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Pieni di bimbi i treni della felicità. Quando il Nord aiutava il Meridione
da: Liberazione-8 Ottobre 09
08/10/2009

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Binari della memoria
da: il Manifesto-29 Agosto 09
29/08/2009

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Alla ricerca di Benedetto
da: Rassegna Sindacale-1 Ottobre 09
01/10/2009

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I treni della felicità. Quando i figli dei braccianti ribelli furono adottati dal Nord
da: La Repubblica ed. Bari-1 Ottobre 09
01/10/2009

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Ediesse: I treni della felicità
da: Radio Articolo 1-29 Settembre 09
29/09/2009
Ad Ellecult, trasmissione di approfondimento culturale di Radio Articolo 1, intervengono in diretta l'autore Giovanni Rinaldi e il curatore della collana "Carta bianca", Angelo Ferracuti. In studio Stefano Iucci.
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I figli della rivolta del Sud "adottati" da quelli del Nord
da: Il Venerdì di Repubblica-25 Settembre 09
25/09/2009

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Le due Italie
da: Fahrenheit - Radio Tre-30 Dicembre 09
30/12/2009
La questione meridionale è ancora aperta. Ma sessant'anni fa, alla fine della guerra,il nostro Paese era davvero spaccato in due. Lo testimonia una storia appassionante e portata ora alla luce dall'antropologo pugliese Giovanni Rinaldi, autore del libro I treni della felicità, edito dalla Ediesse. I treni sono quelli su cui settantamila ragazzi, per lo più orfani di guerra, furono trasportati verso il Nord per essere affidati a famiglie settentrionali benestanti. Un corto circuito tra civiltà contadina e cultura urbana, e una straordinaria avventura della solidarietà.
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