N1-2015
I lavoratori cognitivi
Pubb. : Gennaio 2015
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Descrizione
  • Susanna Camusso: contrattare il valore del lavoro
  • Il lavoro fatto a pezzi
  • I sindacati occidentali: tempi duri scelte ardue
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Indice:
Il centenario della Prima guerra mondiale
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La Prima guerra mondiale rappresenta un evento centrale nella storia contemporanea e in occasione dei cento anni dalla deflagrazione del conflitto in Italia, la Fondazione Giuseppe Di Vittorio ha deciso di dedicare una considerevole parte della propria attività del prossimo triennio, 2015-2018, all’approfondimento dei temi legati alla Grande guerra. Il saggio, a partire dai risultati raggiunti dalla storiografia, sintetizza i principali filoni di ricerca avviati dalla Fondazione sul tema legati all’evoluzione della storia sindacale in quegli anni, ma anche alla crisi verticale che investì il socialismo europeo incapace di dar seguito ai propri propositi internazionalisti e pacifisti. Infatti, obiettivo della Fondazione è, in collaborazione con altri centri culturali, di aprirsi ai nuovi temi di ricerca concernenti la storia sociale con particolare riferimento a: la crisi politica del socialismo europeo del 1914; il ruolo dei sindacati e l’esperienza del mondo del lavoro contadino e industriale negli anni della guerra; il ruolo delle donne.
Scritto da: Edmondo Montali.
Ci sono buone ragioni per riprendere a pensare in grande
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Scritto da: Raffaele Morese
La democrazia nel sindacato
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Scritto da: Riccardo Terzi
Appunti sul sindacalismo anarchico nei primi anni della Repubblica (1945-1960)
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All’indomani della Seconda guerra mondiale il sindacalismo italiano si presenta sulla nuova scena nazionale in forma unitaria per poi dividersi con l’inizio della Guerra fredda. In questo stesso periodo anche gli anarchici italiani riorganizzano il proprio movimento e guardano verso il mondo del lavoro e della sua rappresentanza. Gli anarchici e quei militanti che si impegnano nel mondo sindacale italiano vivono esperienze diverse che non riescono a raggiungere una sintesi, ma – pur in una posizione minoritaria – fanno anch’essi parte di quell’area sindacale interna alla Cgil o raccolta nei Cds, nella nuova Usi o nei Gaa, che guarda con forza a una piena autonomia e a una vera unità fra tutti i lavoratori in funzione di una reale trasformazione dei rapporti economici e sociali nati attraverso quel compromesso politico e istituzionale raggiunto fra i partiti, e cristallizzato negli anni della contrapposizione ideologica.
Scritto da: Pasquale_Iuso
Contrattare il valore del lavoro, nel cambiamento
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Scritto da: Susanna Camusso
Per una riconfigurazione dell'azione sindacale
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Scritto da: Ida. Regalia
I sindacati in Europa occidentale: tempi duri, scelte ardue
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Scritto da: Richard Hyman
La redistribuzione del tempo di lavoro: obiettivo concreto?
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Scritto da: Claudio Gnesutta
Lavoro cognitivo e processi di apprendimento
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Obiettivo del presente saggio è definire il ruolo e le forme dell’apprendimento nelle figure professionali del lavoro cognitivo. Dopo aver definito alcuni sintetici punti di riferimento relativi al modo con cui sono interpretate le competenze nel dibattito sulle trasformazioni del lavoro, l’articolo descrive quali sono le modalità di acquisizione di competenze proprie dei lavoratori della conoscenza. Si avvia quindi un’analisi in profondità del lavoro della conoscenza, attraverso la descrizione di ciò che differenzia o accomuna le diverse categorie professionali che lo compongono (oltre alla formazione delle competenze, il loro utilizzo e le criticità avvertite nel processo di lavoro). Segue una disamina di alcuni elementi di valutazione qualitativa tratti dalle interviste effettuate nella ricerca, in particolare relativi alla relazione fra conoscenze formali e informali. Infine vengono avanzate alcune ipotesi per un ulteriore approfondimento: l’eterogeneità dei canali di apprendimento è una risposta individualizzata alle difficoltà delle organizzazioni (imprese, formazione) di misurarsi con le trasformazioni sociali; il riconoscimento dei lavoratori cognitivi come soggetti sociali richiede un’analisi di dettaglio del ruolo lavorativo dei diversi tipi di lavoratori della conoscenza.
Scritto da: Franco Bortolotti.
Il lavoratore cognitivo come figura critica del capitalismo della conoscenza
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Nel ripercorrere i passaggi essenziali di una ricerca Ires sul fenomeno del lavoro cognitivo, il testo mette in evidenza la crescita di nuove figure e le modificazioni che intervengono sul mercato del lavoro. Mostra che le linee di un cambiamento coinvolgono anche attività di lavoro professionale di tipo tradizionale, e che i soggetti a elevata competenza si relazionano in modo nuovo con la propria professione.
Scritto da: Vladimiro Soli.
Lavoro e conoscenza. Un tema da definire
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L’articolo propone una parziale ricognizione della letteratura sui «lavoratori cognitivi». In assenza di una definizione univoca, molte sono le criticità ancora aperte, soprattutto per una più solida collocazione delle professionalità «cognitive» sul mercato del lavoro. Gli approcci considerati evidenziano le implicazioni che contrappongono le interpretazioni del fenomeno e le possibili strategie. Cercare di sottrarre il concetto di conoscenza e le aree semantiche contigue (immateriale, intangibile, innovazione e creatività) all’ambivalenza potrebbe contribuire a una più rigorosa sistematizzazione teorica.
Scritto da: Nicoletta Masiero
L'incerta scommessa del lavoro cognitivo
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L’obiettivo di questo contributo è discutere i presupposti teorici e alcuni fra i risultati empirici di una ricerca condotta dagli Ires di Emilia-Romagna, Toscana e Veneto, sui lavoratori cosiddetti cognitivi. La ricerca indaga le condizioni di lavoro dei lavoratori della conoscenza in alcuni contesti regionali italiani, sulla base dell’ipotesi del capitalismo cognitivo, secondo la quale (a) il segno distintivo dei processi di accumulazione contemporanei sarebbe il passaggio da una valorizzazione centrata sui processi di produzione a una valorizzazione centrata sui processi di ideazione; (b) il lavoro cognitivo promuoverebbe la soggettività dei lavoratori in una situazione di crescente autonomia degli esecutori; (c) questo presunto guadagno di autonomia preluderebbe a una consapevole fuoriuscita dai rapporti di produzione capitalistici. Nella prima parte di questo contributo (parr. 1 e 2) si illustrano sinteticamente l’origine intellettuale e gli assunti basilari della teoria del capitalismo cognitivo, mettendone in luce, da un lato, l’ispirazione politica e, dall’altro, i limiti analitici. Nella seconda parte (par. 3) si illustrano le principali evidenze empiriche che emergono dalla ricerca degli Ires. Più che confermare l’ipotesi del capitalismo cognitivo, esse sembrano descrivere una condizione occupazionale strutturalmente precaria, con margini di autonomia decisamente ridotti.
Scritto da: Angelo Salento
Fratture e posture del lavoro emergente. Le incalzanti sfide per il sindacato prossimo venturo
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In questo contributo si propone una riflessione sulle fenomenologie sociali del lavoro cognitivo a partire dai risultati di una ricerca empirica Ires-Cgil il cui scopo è stato, primariamente, quello di interrogare la capacità (o meglio, l’incapacità) del sindacato a interpretare le radicali trasformazioni del mondo produttivo che caratterizzano in senso neoliberale il capitalismo contemporaneo. Si propongono quindi a questo scopo alcune riflessioni teorico-generali sul processo di cognitivizzazione del lavoro e sulla questione sindacale che deriva dalla crescente diffusività di tale processo. In altre parole si tenterà di indicare, sulla base dell’analisi delle risultanze empiriche, una proposta di «riforma» dell’organizzazione sindacale al fine di adeguare quest’ultima alle inedite posture sociali del lavoro cognitivo. La questione che vede il sindacato affrontare con difficoltà le novità sociali ed economiche del processo di cognitivizzazione del lavoro è, infatti, una questione urgente e niente affatto marginale e/o periferica sullo stato della sua complessiva salute sociale e politica.
Scritto da: Chicchi_Federico
Riforma incompleta o difesa dello status quo?
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La discussione sul Jobs act è stata sin dall’inizio viziata da una rappresentazione del mercato del lavoro stereotipata e superficiale. Una più attenta analisi teorica ed empirica delle dinamiche occupazionali mostra invece come l’aumento della flessibilità in uscita non avrà probabilmente alcun effetto apprezzabile sul livello di occupazione. Al contrario, in assenza di altre riforme sul sistema finanziario e produttivo, la facilitazione dei licenziamenti rischia di incentivare ulteriormente i settori a basso valore aggiunto e a scarso contenuto innovativo.
Scritto da: Mazzocchi_Ronny
Una fase ulteriore di riflessione e di creatività organizzativa
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Scritto da: Cesare Minghini
Jobs act e nuovo diritto del lavoro: regressività dei diritti e qualità dei rapporti di lavoro
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Serve il Jobs act? A due anni dalla riforma Fornero si interviene ancora una volta sulla flessibilità in uscita e non si affrontano i nodi veri che determinano dualismi e discriminazioni nel mercato del lavoro, slegandolo da una politica di sostegno all’occupazione strutturale. L’obiettivo del contributo è mettere in luce alcuni caratteri del mercato del lavoro italiano e la necessità di ricollegare le politiche di regolamentazione a un quadro che abbia a riferimento l’esigenza di rilanciare una politica per l’occupazione, una politica economica espansiva caratterizzata da investimenti nell’innovazione e nelle competenze dei lavoratori, una regolazione a supporto di nuove relazioni industriali e assetti contrattuali che vedano nella legislazione uno strumento di universalizzazione di tutele e di limitazione delle discriminazioni. In questi anni la crescita delle disuguaglianze sociali, la crisi dei settori produttivi e la crescita del lavoro debole contrattualmente e povero salarialmente hanno cambiato la funzione della legislazione del lavoro con una sempre maggiore invasività sull’autonomia collettiva, che con il Jobs act ribalta totalmente il paradigma: la legislazione non sostiene più il soggetto cedevole, cioè il lavoratore, bensì l’impresa; e la funzione della contrattazione e quella della rappresentanza sono direttamente condizionate da questo cambio di prospettiva. In questo scenario, contenzioso giudiziario, consolidamento del T.u. sulla Democrazia e rappresentanza e sua estensione a tutti i settori, Piano del lavoro sono le risposte utili a contrastare il declino, l’ulteriore svalutazione del lavoro e svalorizzazione della funzione della contrattazione collettiva.
Scritto da: SORRENTINO SERENA
Oltre il Jobs act. Ricerca, innovazione e conoscenza come leve per lo sviluppo
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L’articolo si interroga sui possibili effetti delle recenti riforme del mercato del lavoro e lo fa focalizzandosi su alcune peculiarità e tendenze del contesto italiano, in comparazione con altri paesi europei. Attraverso i dati di due ricerche dell’Associazione Bruno Trentin, esplora, da un lato, l’anomalia rappresentata da un elevato tasso di inattività e dall’altro le crescenti situazioni di disagio e sofferenza occupazionale (disoccupazione, cassaintegrazione, lavoro temporaneo involontario, part-time involontario).
Scritto da: Fulvio Fammoni
La commedia degli inganni: l'itinerario regressivo della legge sul lavoro
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L’articolo racconta il percorso delle recenti riforme del mercato del lavoro, in particolare del Jobs act, a partire dalla sua prima versione, discussa all’interno del Pd, descrivendo il progressivo cambiamento della filosofia, dell’approccio, dei contenuti della proposta. L’esito finale è un ulteriore allentamento dei vincoli per l’uso dei contratti a termine, nessuna riduzione della tipologia di rapporti atipici, la sperimentazione di un modesto ampliamento degli ammortizzatori sociali; la sostanziale eliminazione dell’art. 18 per i nuovi assunti. La riforma rischia allora di rafforzare dualismi e disuguaglianze già esistenti; sicuramente non appare in grado di affrontare in modo efficace il problema della precarietà.
Scritto da: Luigi .Mariucci
Il lavoro fatto a pezzi
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L’articolo propone un’analisi dell’ultima riforma italiana del mercato del lavoro, denominata «Jobs act». Il percorso della riforma è iniziato a marzo del 2014 e non è ancora completo, ma gli obiettivi sono già chiaramente delineati nei provvedimenti approvati finora. La riforma si colloca nel solco delle due precedenti, tese ad accelerare ed estendere la sostituzione dell’occupazione standard con i «lavori», consolidando il modello di flessibilità basato su forme di temporaneità della prestazione lavorativa interamente controllate dalle imprese. Attraverso la quasi totale eliminazione dei vincoli al licenziamento (resta fuori solo il pubblico impiego), la riforma rende possibile il frazionamento dell’occupazione in «pezzi» che comporranno i nuovi percorsi lavorativi, combinandosi con intervalli di disoccupazione in sequenze variamente sussidiate. In questo modo, la riforma non affronta i problemi più rilevanti del lavoro, ma imprime una accelerazione al processo di ri-regolazione dei rapporti di lavoro.