Gli Indipendenti di Sinistra
La storia poco conosciuta dei deputati della Sinistra indipendente, dal Sessantotto a Tangentopoli.
A cura di:
Pubb. : Novembre 2012
320 pag
ISBN: 88-230-1705-4
Collana: Storia e memoria
Descrizione
Il fenomeno degli Indipendenti di sinistra, una vicenda finora mai studiata, ma che si intreccia con gli avvenimenti più importanti della storia dell’Italia repubblicana, ha una sua assoluta originalità in Europa e forse nel mondo: non ci sono altri esempi, infatti, di un partito politico, nella fattispecie il Pci, che abbia messo a disposizione tra il 10 e il 15 per cento dei propri seggi per l’elezione di candidati indipendenti, permettendo la costituzione di un gruppo autonomo, scisso da vincoli di appartenenza ideologica e con pieno diritto di dissenso. Dal Sessantotto a Tangentopoli la Sinistra indipendente rappresenta una pluralità di matrici culturali – socialista (come Lelio Basso, Stefano Rodotà, Gianfranco Pasquino), cattolica (come Mario Gozzini, Adriano Ossicini, Claudio Napoleoni), azionista (come Ferruccio Parri, Carlo Levi, Franco Antonicelli, Altiero Spinelli) – tentando di sintetizzarle in una terza forza alternativa, una sorta di riformismo «militante», che, da sinistra, rivendicava come valori irrinunciabili la libertà, la democrazia, il pluralismo, la laicità, rifiutando sia l’ideologismo e il centralismo democratico del movimento operaio, sia la stretta dipendenza dalla gerarchia ecclesiastica e l’interclassismo democristiano. La storia della Sinistra indipendente funziona bene da cartina di tornasole della società e della politica italiana degli anni Settanta e Ottanta, ed è stata ricostruita utilizzando i documenti reperiti in importanti archivi storici italiani, le testimonianze scritte dei suoi protagonisti e i racconti di quelli ancora in vita.
Rassegna:
Indipendenti di sinistra, una storia
da: il Manifesto-21 Novembre 12
21/11/2012

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Valido contributo alla conoscenza della sinistra italiana
da: Gazzetta del Sud-25 Novembre 12
25/11/2012

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Di sinistra ma indipendenti
da: La Repubblica ed. Palermo-9 Dicembre 12
09/12/2012

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Gli indipendenti di sinistra, un'élite di lotta
da: Unione Sarda-17 Gennaio 13
17/01/2013

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Il "laboratorio" della sinistra indipendente
da: Adista-2 Febbraio 13
02/02/2013

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Gli anni della sinistra indipendente
da: Conquiste del lavoro-2 Febbraio 13
02/02/2013

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Gli indipendenti di sinistra
da: Il Ponte-1 Gennaio 13
01/01/2013

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Gli indipendenti di sinistra e le riforme nella prima repubblica
da: Micromega-22 Marzo 13
22/03/2013

Link alla risorsa
Compagni di strada
da: L'Indice dei libri del mese-1 Aprile 13
01/04/2013
Si può fare una storia, imbastire cioè un'indagine che si snodi con continuità  esplorando un identificabile soggetto, se l'area da portare alla luce è costituita da un gruppo parlamentare composto da personalità  che ci tengono a proclamarsi indipendenti, pur non rinunciando a gravitare nell'alveo di una generica sinistra? Giambattista Scirè ha affrontato la sfida con ottime intenzioni e scrupoloso impegno, e offre conclusivamente risultati di cospicuo interesse. Gli scompensi andavano messi in conto e già  in partenza si sapeva che non erano aggirabili. La vicenda degli 'indipendenti di sinistra, che non furono, dal 1968 al 1992, né un movimento e neppure una pattuglia di parlamentari obbedienti a una strategia collegiale, è stata molto atipica. Plurale e libera rispetto all'esperienza fiancheggiatrice dei compagni di strada di matrice frontista, non desiderosa di configurarsi come apporto intellettuale organico per concretizzare politiche innovatrici rispetto ai canoni in voga, essa è più il sintomo di difficoltà  irrisolte che l'annuncio di una nuova stagione. Che in coincidenza con la tempesta del '68 si preferisse valorizzare alcune delle prestigiose icone dell'antifascismo ' non a caso leader ne fu Ferruccio Parri ' la dice lunga sulla probità  e la qualità  dell'idea, venata di dignitoso anacronismo. Scirè, malgrado l'assenza di una documentazione archivistica di base, rovistando materiale a stampa, affidandosi a interviste e ricorrendo a qualche lettera illuminante, riesce a tracciare una parabola ricca di spunti e di avvincenti cronache. Gli elementi che più risaltano di questo 'esperimento tutto italiano sono di natura etica e attengono ai singoli: 'I parlamentari indipendenti ' si legge nella premessa ' rappresentarono, per più di vent'anni, una spina al fianco per il mondo politico tradizionale e non ci fu settore delle istituzioni che potesse dirsi al riparo dal loro lavorio critico. Ma riuscà l'articolato gruppo della cosiddetta sinistra indipendente ad 'acquisire il ruolo di saldatura tra le spinte forti di rinnovamento provenienti dalla società  e i meccanismi di confronto politico istituzionale in atto da decenni? Non è senza significato che spesso la densa inchiesta si soffermi su posizioni individuali. E battaglie che restano collegate a nomi di illustri protagonisti non mancano certo. Si pensi ai contributi di Luigi Anderlini o di Gino Giugni, di Vittorio Foa, Luigi Spaventa, Gustavo Minervini. Stefano Rodotà  fece notare, in un articolo del 1987, come 'l'esistenza di un gruppo autonomo spingesse gli indipendenti non tanto all'elaborazione di una linea, quanto alla definizione di posizioni il più possibile comuni su vari temi. Non sempre fu agevole. Uno degli snodi memorabili fu il dibattito sul nuovo Concordato. Lelio Basso assunse una posizione nettamente abrogazionista. In una lettera del gennaio 1977 fu esplicito nello schematizzare le due strade percorribili per l'eterogenea compagnia: o darsi un retroterra organizzativo e quindi approdare a una forma parapartitica o sostenere in parlamento valori e principi bistrattati o dimenticati. Altrimenti, presso l'opinione pubblica meno addentro alle sottigliezze, c'era il rischio di 'apparire come un'appendice del Pci.
Storia d'Italia secondo la sinistra indipendente
da: La Sicilia-5 Settembre 13
05/09/2013

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La sinistra italiana dal '68 a Tangentopoli
da: il Salvagente-14 Novembre 13
14/11/2013

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Il pensiero autonomo della sinistra 'indipendente'
da: Noi Donne-20 Novembre 13
20/11/2013
Sono in ritardo con la presentazione di un libro che da quando è uscito mi sta a cuore. Se ho rinviato di sollecitare gli amici a leggerlo, nonostante la stima e l'amicizia per l'autore, è forse perché mi riguarda da vicino. "Gli Indipendenti di sinistra" di Giambattista Scirè (ed. Ediesse) è un libro interessante proprio in questi nostri anni, in cui il cambiamento epocale che si sta verificando nella storia mondiale, ha ripercussioni politiche particolari in tutto il mondo occidentale e in Europa, ma, specificamente, in Italia. Nessuna trasformazione avviene senza preavviso ma sembra un dato ricorrente che i politici manchino di antenne cognitive capaci di captare tempestivamente i fenomeni. La disattenzione sui segnali, come quelli evidenziati in questo saggio, ci trova meno innocenti di fronte agli "imprevisti" di dinamiche evolutive che abbiamo lasciato scivolare via dall'orizzonte del possibile. Il cosiddetto, mitizzato e smitizzato, "Sessantotto" era pieno di segnali. Alcuni furono captati, altri intesi e presto soffocati sia da chi aveva interesse a reprimerli, sia da chi non si accorgeva delle potenzialità  positive contenute in forme che apparivano "strane", ma anticipavano esigenze indifferibili. I giovani di oggi non si possono rendere conto di come negli anni Sessanta del secolo scorso fosse pesante, per esempio, la scuola "del buon tempo andato": all'inizio di carriera per sindacalizzarmi - non esistendo ancora i confederali Cgil, Cisl, Uil di categoria - mi iscrissi al Sindacato Presidi e Professori di ruolo A: era la corporazione.... Ma debbo dire che sono stata chiamata a riprendere il libro sugli "indipendenti di sinistra" dalla riedizione di una vecchia intervista di Rossana Rossanda a J.P. Sartre, registrata proprio nel 1968: dopo tanti anni, l'attualità  non era scontata. Se già  Sartre riconosceva il conflitto fra l'esistenza necessaria della forma-partito e la sua inevitabile chiusura nel divenire istituzionale e burocratico, mi domando come sia successo che gli stessi problemi siano stati - e continuino ad essere - rimossi da generazioni di politici che non si accorgono (i più giovani sono totalmente ignari) di dipendere da vecchie appartenenze a vecchie logiche (Marx era morto nel 1883 anche nel 1968, quando - chissà  perché - avevamo scoperto, prima del Capitale, gli scritti giovanili) e che sono ormai diventati incapaci di comunicare con quella "società  civile" che quarant'anni prima non chiamavamo ancora cosà. Eppure il Pci, che aveva dirigenti molto più attenti a curare anche ciò che gli piaceva meno, diede spazio ad un gruppo di rappresentanti non comunisti portatori di istanze serie ai fini di quella trasformazione che, ai tempi di Berlinguer, non poteva più essere ideologica. Ho fatto parte di quella Sinistra Indipendente che nei suoi membri, almeno per quanto mi riguarda, riteneva che solo rafforzando una sinistra di pensiero autonomo e insieme di iniziativa istituzionale si poteva risolvere quell'eccezione al costituzionalismo comparato costituito dall'Italia che, sola in Europa occidentale, in decenni di libera repubblica non aveva avuto mai alternanza di governo. Il patto del 1963 aveva visto il partito socialista entrare nell'area di governo, ma subalterno (anche se molte furono le sostanziali - e dimenticate - riforme di quegli anni) all'ormai istituzionalmente radicato potere democristiano. E' ben vero che il Pci portava gli operai in piazza e diceva "no" perfino allo statuto dei lavoratori pur di fare opposizione; ma era impossibile non accorgersi che "la forma-partito non era per sempre". Infatti - non so le ragioni degli altri indipendenti - ancor oggi ritengo che, se si è d'accordo con il 60/70 % delle scelte di un partito, ci si può anche iscrivere, ma sapendo che la forma-partito non può comprendere l'universo della politica (pensiamo all'estraneità  delle donne). La politica, infatti, è per definizione più stretta dell'orizzonte culturale in cui si iscrivono le aspirazioni pazientemente evolutive di quelle che erano "le masse" portate alle lotte e che oggi chiamiamo "gente" che rendiamo delusa e depressa per aver fallito promesse che non tenevano conto della tradizione moderata degli italiani da sempre privi, secondo Leopardi, di senso morale. Quando cominciai a frequentare la sezione scuola del mio quartiere, il concetto che ne aveva il rappresentante del partito era, come per me, "dal nido all'educazione permanente". Altri tempi? Certo, ma uguali, anzi con ancor più chiare le esigenze di un mondo in trasformazione, comprese le innovazioni allora impensabili. Critico sempre i commentatori che illustrando l'opera altrui parlano di sé; ma in questo caso l'ho fatto di proposito: al valore di quell' "indipendenza" e a quelle idee tengo ancora molto. E, ben lieta che un giovane studioso si sia occupato di un frammento di storia contemporanea destinato alla damnatio memoriae (anche da parte degli eredi del Pci, che non hanno mai capito quanto avrebbero potuto raccogliere di quella esperienza feconda), invito lettori dimentichi di antiche vicende ma ancora curiosi a leggere il saggio di Giambattista Scirè. Una chicca, lo dicono anche molti amici che non sono come me parte in causa.
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