Femministe a parole
Grovigli da districare
Un dizionario ragionato sul genere, le differenze, la riproduzione, il relativismo, il velo, il sex work e tanto altro ancora.
A cura di:
Pubb. : Maggio 2012
368 pag
ISBN: 88-230-1649-1
Descrizione
Per le femministe di oggi pren dere la parola sul mondo è diventato sempre più compli cato. Che dire del velo, delle veline, delle modificazioni genitali e della chirurgia estetica? Della famiglia, del sex work, del postporno? Di Dio, della poligamia, del welfare e della globalizzazione? Come dialogare con la teoria queer e con la ricerca postcoloniale? Le identità sono un bene o un male? E che significato assumono ora parole chiave della tradizione femminista come sesso, genere, differenza, autodeterminazione e riproduzione? Intorno a questi grovigli nasce un dizionario ragionato, frutto del confronto tra femministe con esperienze e percorsi diversi, con lo scopo di aiutare a chiarirsi le idee e riattivare la capacità di convivere con le contraddizioni, caratteristica del pensiero delle donne. Autrici delle voci Elisa A.G. Arfini, Chiara Bonfiglioli, Rachele Borghi, Francesca Brezzi, Beatrice Busi, Sara Cabibbo, Giulia Cortellesi, Silvia Cristofori, Daniela Danna, Andrea D’Atri, Barbara De Vivo, Angela D’Ottavio, Suzanne Dufour, Liliana Ellena, Olivia Fiorilli, Giulia Garofalo, Gaia Giuliani, Inderpal Grewal, Alessandra Gribaldo, Barbara Mapelli, Maria Rosaria Marella, Lea Melandri, Catia Papa, Renata Pepicelli, Isabella Peretti, Elisabetta Pesole, Monica Pietrangeli, Flavia Piperno, Ambra Pirri, Tamar Pitch, Valeria Ribeiro Corossacz, Enrica Rigo, Annamaria Rivera, Caterina Romeo, Laura Ronchetti, Sonia Sabelli, Alessandra Sciurba, Smaschie ramenti, Anna Vanzan, Stefania Vulterini, Giovanna Zapperi.
Rassegna:
Femministe a parole. Grovigli da districare
da: Radio Onda Rossa-24 Aprile 12
24/04/2012
"femministe a parole. Grovigli da districare": un libro a cura di Sabrina Marchetti, Jamila M.H. Mascat e Vincenza Perilli che verrà  presentato a Roma (il 27-04) presso il Caffè Letterario, via della Lungara, 19. Breve presentazione di Jamila Mascat (7min)
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Femministe a parole. La videointervista
da: Giulia giornaliste-10 Mag 12
10/05/2012
"Femministe a parole" è un volume sulle questioni controverse che hanno attraversato il dibattito femminista nel corso degli ultimi anni: il multiculturalismo e i diritti delle donne, l'Islam in Europa e l'affaire du voile, la condizione postcoloniale e limpatto delle migrazioni, il rapporto tra universalismo e relativismo culturale, il ruolo dei corpi e la performance dei generi. Intorno a questi temi, e molti altri ancora, nasce un dizionario ragionato delle contraddizioni, degli ossimori e delle domande complicate: un dizionario di «grovigli», curato da Sabrina Marchetti, Jamila M.H. Mascat e Vincenza Perilli e redatto da 44 autrici, tutte femministe con percorsi ed esperienze diverse, che si cimentano nell'impresa non facile di fare i conti con le parole. La scrittrice afroamericana Bell Hooks ci ricorda che il linguaggio è «anche un luogo di lotta». Molto prima di lei Virginia Woolf si rammaricava del fatto che alle donne mancasse il tempo di coniare parole nuove, sebbene il linguaggio ne avesse veramente bisogno. Una delle più importanti lezioni che il femminismo ci ha trasmesso, infatti, è che il linguaggio non è affatto neutro, ma riflette e veicola rapporti di dominazione. E visto che le parole sono sempre state imbevute di ideologie sessiste, razziste e classiste, le femministe hanno costantemente sentito il bisogno di condurre delle battaglie contro e dentro il linguaggio. Per le femministe di oggi, però, prendere la parola sul mondo è diventato sempre più complicato: che dire del velo, delle veline, delle modificazioni genitali e della chirurgia estetica? Della famiglia, del sex work, del postporno? Che dire di Dio, della poligamia, del welfare e della globalizzazione? Le identità  sono un bene o un male? E le culture sono solo quelle «degli altri»? Le risposte non sono a portata di mano, ma grazie a questi interrogativi il pensiero delle donne è chiamato a riattivare la capacità  di convivere con le contraddizioni, riscoprendo cosà la sua vocazione eterogenea e plurale.
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Intervista a Vincenza Perilli sui saggi "Specchio delle sue brame" e "Femministe a parole", editi da Ediesse nella collana Sessismo e Razzismo
da: Radio Radicale-4 Giugno 12
04/06/2012

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'Femministe a parole. Grovigli da districare
da: zeroviolenzadonne.it-19 Giugno 12
19/06/2012
Non è semplice coordinare un volume, in undici mesi, con cosà tanti 'grovigli da districare sotto forma di parole-chiave. E' il primo merito che va riconosciuto alle curatrici e alle tante autrici di 'Femministe a parole. Grovigli da districare (a cura di Sabrina Marchetti, Jamila M.H. Mascat e Vincenza Perilli, Ediesse, 2012, pp. 363, euro 18). Il libro si presenta come un lessico femminista di 'terza generazione, ma di fatto, come mi hanno spiegato alcune autrici, l'obiettivo era più che altro quello di fare luce su alcune parole-chiave che hanno generato alcuni approcci teorico-femministi di matrice prevalentemente anglosassone: l'intersezionalità , il pensiero post-coloniale, le teorie queer, l'etica del posizionamento etc. Non un vero e proprio lessico, insomma. Ogni parola 'fa problema, 'groviglio, appunto, all'interno di un recupero del pensiero della complessità . E' vero, il dibattito femminista italiano, spesso è rimasto imbrigliato in vari approcci (pensiero della differenza, emancipazionismo, approccio freudo-marxista etc.), a volte in contrapposizione tra loro, ma al di là  di questo, a differenza dell'approccio anglosassone è sempre riuscito a resistere alla tentazione di trasformare i saperi femministi in una sorta di nuovo sapere-potere, accademizzato e paradossalmente prossimo ad oggettivare l'esperienza femminile. Da questo punto di vista, pur favorendo in prevalenza l'approccio anglosassone -a parte alcune voci (penso ad 'autodeterminazione di Tamar Pitch o a 'differenza di Lea Melandri)- il volume evita scientemente di tradursi in una nuova 'Teoria di genere o in un tassello dei cosiddetti 'Studi di genere e rende giustizia, invece, al pluralismo. Si colloca, cioè, sulla consapevolezza secondo cui ci sono i femminismi e non il femminismo. E i femminismi, si sa, se sono tali non possono autoproclamarsi come 'una questione, semmai rimettono al centro la libertà  e qualora ce ne fosse ancora bisogno, la liberazione. La scelta di lavorare sulle parole-groviglio è un altro grande merito del volume perché per i saperi femministi il linguaggio è sempre stato un punto nevralgico attraverso cui soggettivarsi. 'Prendere parola, 'La subalterna può parlare? (famosa domanda posta dalla Spivak), decostruzione degli 'ordini discorsivi del potere, in prevalenza maschile, sono tutti nodi che hanno caratterizzato e caratterizzano lo stile attraverso cui mettere nel mondo un sapere, una pratica e un pensiero critici, radicali. Tuttavia, dopo la lettura del volume, altri grovigli mi hanno accompagnata per alcuni giorni. Uno tra tutti. La necessità  di favorire un approccio post-colonial, queer, intersezionale, ponendosi su quel cotè di sapere che potremmo definire altrimenti come il posizionarsi lungo la linea del genere, del colore e della classe, non rischia, paradossalmente, di fare il gioco del neoliberismo? Spiego. Oggi il neoliberismo si caratterizza per la sua tensione verso la produzione e, contemporaneamente, verso la sussunzione delle stesse differenze che produce (l'esempio della guerra tra poveri da questo punto di vista è esplicativo) e allora perché collocarsi lungo la selva oscura delle identità , seppure per farne comprendere il lato felice? Fino ad un decennio fa era indispensabile lavorare di analisi delle grandi trasformazioni che comportava la globalizzazione, specie in relazione all'immigrazione, ma oggi che questo modello è radicalmente sotto scacco siamo certe che lavorare di differenze tra noi e l'altra sia utile? Non inchioda l'altra o l'altro ad essere per sempre tale, come a suo modo fa il Ministero delle pari opportunità ? La complessità  del libro offre risposte interessanti. Alcuni 'grovigli, ad esempio, pongono più il problema della 'relazione con l'altra che non la spiegazione teorica delle origini del suo colore, tema centrale, secondo me, perché sennò l'esito politico è la vittimizzazione. Altri grovigli legano potentemente il sessismo al razzismo, proprio per spiegare come funzionano oggi i processi di differenziazione coatta (Peretti, Rivera). Un libro complesso, dicevamo. Ultima annotazione. Per molte della mia generazione è stato ed è importante lavorare per gettare un ponte tra il partire da sé e l'analisi del mondo esterno. Da chi mi ha preceduta ho anche imparato, con fatica e conflitto, che il femminismo deve innanzitutto corrispondere ad una postura basata su un modo di praticare la vita e la politica a partire dal corpo e dall'esperienza perché cosà la parola diventa più potente, più vera. Tuttavia gli innumerevoli 'studies (cultural, post-colonial etc.) corrispondono a quella stessa parcellizzazione di cui si nutre il neoliberismo per mettere a valore, capitalisticamente, le differenze, lasciando a casa, quasi sempre proprio la potenza del corpo e dell'esperienza. E quindi a volte mi chiedo se non fosse utile, per i femminismi contemporanei, ritentare la strada di significare e praticare un nuovo universalismo, incarnato (a differenza di quello chi chiamava cosà ma nei fatti era il patriarcato) , in grado di parlare e tutte e tutti. Le donne possono farlo. Oggi tutti parlano delle donne e del femminismo, è quasi diventato glamour, eppure il femminicidio ci dice che non siamo oltre il corpo. Che avere un corpo di donna è ancora un problema per il maschile, anzi direi che spesso è il rovescio negativo della loro incapacità  di ripensarsi alla luce della libertà  femminile acquisita. Su questo può aiutarci l'intersezionalità ? Io penso di no, però è sempre importante sperimentare ogni strada possibile in grado di farci capire meglio il presente. Questo libro in alcune voci lo fa. Probabilmente perché tradurre l'approccio anglosassone in Italia significa, irrimediabilmente, fare i conti con chi ci ha precedute, persino quando non lo vogliamo.
Femminismo, addio ai comparti stagni: 'Essere donna è solo un aspetto
da: il Fatto Quotidiano-9 Dicembre 12
09/12/2012
Arriva anche in Italia l'intersezionalità , un nuovo approccio per affrontare la complessità  del mondo femminile. "Se ho davanti a me una donna malata di Aids - spiega Sabrina Marchetti, curatrice del libro 'Femministe a parole' - che cosa riesco a vedere di lei? Che è povera, magari. E poi che è nera. Quindi in lei ci sono diversi elementi da considerare" Comincia a diffondersi in Italia un nuovo approccio femminista: l'intersezionalità . Si tratta di una pratica che viene dall'estero ' da Stati Uniti e Nord Europa ' e che ritiene non esista un solo modo per considerare le istanze e i problemi delle donne. Non esistono infatti 'le donne come categoria astratta ma individui con diverse peculiarità  e che possono anche essere considerate ' a seconda dei casi ' come immigrate, disabili, anziane, giovani, precarie, povere, ricche, disoccupate, lesbiche, e molto altro. Non può quindi esistere un solo femminismo e una sorellanza universale, ma più femminismi. All'università  di Bologna, il collettivo Bartleby organizza fino al prossimo marzo una serie di incontri sull'intersezionalità  (nelle aule di via Zamboni 38 e di via Centotrecento 18) che valgono anche come crediti universitari. Tante le docenti tra cui Sabrina Marchetti, che è anche curatrice, con Jamila M.H Mascat e Vincenza Perilli, di 'Femministe a parole ' grovigli da districare edito da Ediesse. Un volume dove ci sono due voci dedicate proprio all'intersezionalità . 'Pur essendo diffusa negli Stati Uniti fin dagli anni Ottanta -spiega Marchetti ' l'intersezionalità  è un approccio che sta prendendo piede soltanto ora da noi. Pensiamo che il primo libro sul tema è stato pubblicato nel 2009. Si tratta di una pratica che all'estero è ormai entrata in uso. Dire, nell'ambito di ambienti intellettuali, dove si fa politica o attivismo, 'parliamo di un argomento in modo intersezionale' è diventato quasi un proforma. L'idea dell'intersezionalità  è questa: se ho davanti a me una donna malata di Aids, che cosa riesco a vedere di lei? Vedo che è povera, magari. E poi che è nera. E che ha avuto comportamenti sessuali a rischio. Quindi in lei ci sono diversi aspetti da considerare. Il fatto che sia donna o che sia nera è solo uno dei tanti. Mentre i femminismi del passato vedevano le diverse peculiarità  delle donne come comparti stagni, l'intersezionalità  permette di capire come le diverse caratteristiche si incastrano tra loro e si influenzano. L'intersezionalità  non toglie specificità  alle singole battaglie ' delle donne, immigrate, lesbiche, ad esempio ' ma offre la chiave di volta teorica per portare tutte le istanze ad avere pari merito. Essere una femminista intersezionale significa avere bene in mente il fatto che il proprio approccio è situato, ovvero non è imparziale ma condizionato dalle diverse caratteristiche che si incarnano. Diverse caratteristiche che possono essere comprese anche leggendo 'Femministe a parole, una sorta di dizionario realizzato da 44 autrici che non ha alcuna pretesa di essere esaustivo nei confronti dell'universo del femminismo. 'L'idea piuttosto ' come si legge nell'introduzione- è stata quella di coinvolgere donne con esperienze, età , provenienze, competenze e vedute diverse, per invitarle a misurarsi con quelle parole e quegli argomenti su cui, per le femministe, pronunciarsi è diventato sempre più complicato. Abbiamo chiesto loro di discutere quei temi che investono i movimenti e la produzione teorica delle donne, e insieme animano il dibattito politico, dando luogo spesso a semplificazioni ' e talvolta anche a complicazioni ' dannose. E' interessante, come spiega Marchetti, il fatto che molte delle autrici si siano formate all'estero. 'Una generazione di giovani studiose, tra i 30 e i 40 anni, andate via, tornate e poi magari partite di nuovo (oppure rimaste), che sono state in grado di creare un'osmosi tra quello che accade fuori e dentro l'Italia.
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Parola di donne
da: Uninomade-18 Gennaio 13
18/01/2013
Le parole per dirlo di Marie Cardinal, cioè il coraggio di ammettere finalmente la nevrosi femminile generata dalla solitudine e dall'ipocrisia di un interno borghese, sono diventate, nel 2002, Le parole per farlo in un libro curato da Adriana Nannicini, espressione del lavoro femminilizzato e relazionale che si dispiega all'esterno, sfruttando sopra ogni cosa proprio il linguaggio e dichiarando la generalizzazione della precarietà . Il rapporto delle donne con la 'parola e la 'realtà , entrambe plasmate dal potere maschile, è questione spinosa per non dire chiaramente di un'antinomia che il femminismo degli esordi denuncia ricorrendo alla pratica dell'autocoscienza come sblocco politico possibile: la parola scritta e il suo 'valore mitico oppure la scoperta di sé e il confronto con le altre, l'esperienza o la 'cultura? Il femminismo ha mantenuto sempre, anche in ambito teorico, una particolare attenzione al linguaggio ' inteso come luogo che produce le cose che nomina ' ma la domanda risulta particolarmente interessante in tempi di general intellect, nel meccanismo algoritmico della produzione e della diffusione della conoscenza attraverso i processi di cooperazione inseparabili dalla soggettività , nel disfarsi dei collegamenti immediati tra composizione tecnica e composizione politica connessi alla precarizzazione che fuorvia anche il concetto di classe, laddove entrano in crisi i dispositivi di divisione del lavoro e di divisione sessuale del lavoro. Un processo che potrebbe aprire prospettive inedite, ampiamente ricompositrici, pur all'interno della frammentazione non casualmente imposta dalla precarietà , riassumendo la potenza della soggettività  in quell''unica materia del mondo evocata da Daniela Pellegrini (Una donna di troppo. Storia di una vita politica singolare, Franco Angeli, 2012). Infatti, nel saldarsi delle categorie di produzione e riproduzione, la soggettività  attuale potenzialmente saprebbe, in modo inedito, autonomizzarsi dal potere, forse con ciò liberandosi, tra le altre cose, anche della storica dicotomia tra espressione di sé e 'cultura del cui amaro contrassegno patriarcale è stato consapevole il femminismo più stimolante e radicale. Cosà, la prima cosa che immediatamente attrae in un libro che s'intitola Femministe a parole. Grovigli da districare (Ediesse, 2012, pag. 363) è lo spingersi ad affermare adesso, rivendicando l'atto in modo il più possibile ampio e imponente, la forza della parola e del sapere delle donne nel mondo benché sempre al di fuori di ogni lusinga mainstream (tradotto: bianca, moderata, rigorosamente eterosessuale). Una parola che non sia ideologica, ovvero corrotta dalle tentazioni di un potere che finisce solo per rassicurare e confermare il potere stesso, ma che ricostruisca, voce dopo voce, la risonanza della produzione di pensiero delle donne, pensiero sovversivo rispetto ai dispositivi normanti e di comando sulla vita. Una parola che metta in crisi, definitivamente, ogni dominio annichilente perché è incompatibile con esso, e contemporaneamente non pretenda di dare risposte definitive. Una parola che non si dichiari salvifica, poiché non intende proteggere alcuno indicando la strada del futuro tra le macerie, ma che si proponga di disfare l'impianto esistente, tirando il colpo necessario con tutta la necessaria energia. Un lessico, dunque, un dizionario ragionato di parole femministe per tutte e per tutti, di cui tutte e tutti avevamo bisogno. Nell'introduzione, le curatrici, Sabrina Marchetti, Jamila M. H. Mascat e Vincenza Perilli, scrivono: 'L'ironia sottesa al titolo del volume è un'ironia che rivendica e sottolinea la nostra esigenza, in quanto femministe, di fare i conti con le parole che usiamo e come le usiamo e con quelle che non usiamo e perché lo facciamo. La lezione che il femminismo insegna, infatti, è che il linguaggio non è affatto neutro ma riflette rapporti di dominazione che le parole, a loro volta, possono contribuire a riprodurre e a consolidare (pag. 13). Il richiamo della prefazione a come i 'soggetti assoggettati abbiano costantemente sentito il bisogno di 'condurre battaglie contro e dentro il linguaggio, rimuovendo alcune parole o inventandone di nuove (pag.14), ha fatto scattare un'assonanza: 'lo spazio della donna sarebbe tra questi due poli: tra il silenzio (la mancanza di simbolo) e la parola paterna, la Legge e il Valore (Carla Lonzi, 1977). La contraddizione si risolse a quei tempi ponendosi al di fuori di ogni parlare che fosse interno a una formulazione maschile, rifiutando un riconoscimento pagato al prezzo di costruirsi sull'immagine voluta dall'uomo. Oggi, ricordando con bell hoock come la lingua sia anche 'un luogo di lotta, le 44 autrici che hanno affrontato i lemmi proposti nel testo hanno voluto mettere in risalto l'aggrovigliamento del tema trattato 'con la consapevolezza che se la stanza tutta per se forse è diventata una certezza appena se ne esce fuori per le femministe cominciano i rompicapi (pag. 12). Tuttavia gli oppressi lottano anche con la lingua per riprendere possesso di se stessi, per riconoscersi, per riunirsi, per ricominciare. E cioè, 'le nostre parole significano, sono azione, resistenza. Scrittura antagonistica, non asservita, una forma di esercizio del conflitto di cui, tra l'altro, non tutti comprendono e riconoscono la sofferenza e la fatica. Ma c'è di più. Osserviamo bene i dispositivi attuali di esclusione dalla polis: essi sono senz'altro spietati nei confronti delle/degli 'stranieri, migranti 'illegali che forzano i muri delle fortezze occidentali ma sono viceversa, sempre più spesso, diventati sistemi di inclusione forzata/cercata per le donne native. A quarant'anni dalla rivoluzione femminista, non possiamo più tratteggiare un conflitto lineare fra 'le donne e lo spazio pubblico: non abbiamo affatto di fronte solo un'uniforme voglia di estraneità , non oppressioni né tanto meno diseguaglianze omogenee ma ancora più ampie varietà  e stratificazioni che in passato. Ci confrontiamo con un nuovo desiderio di assimilazione e con un sconosciuto bisogno delle donne di essere viste, proprio dentro i luoghi istituzionali. Non c'entra direttamente con il libro e non è scopo di queste note entrare nello specifico di una bagarre sulle delizie e le miserie della rappresentanza femminile sulla quale molte opinioni verranno spese da qui alla attesa elezione di un 40% di parlamentari donne: questa discussione è stata già  fatta e non riesce ad appassionarmi veramente (si vedano su questo sito gli articoli 'Femminismo pràªt à  porter e 'Se il femminismo è un brand). Certo, essa fa parte di insolite complicanze e di sconosciute torsioni, di conformismi e 'chiamate ieri impensabili (l'immagine e la figura della velina, per esempio, trattate nel libro da Alessandra Gribaldo e Giovanna Zapperi). Mentre si scaricano vecchie zavorre ('Famiglie. Affettività  non tradizionali, lemma di Gaia Giuliani), si manifesta una neonata ma robusta tensione di una parte delle donne verso nuovi incarichi formalizzati e stabiliti dallo stato e dalle sue deformi strutture, nel bel mezzo della crisi più estrema della politica contemporanea tradizionale e proprio mentre parti dei movimenti europei si confrontano con la necessità  di aprire processi costituenti. Un gesto, piaccia o meno, con il quale bisognerà  fare i conti, qualcosa ci ha già  detto, qualcosa ci dirà . Forse ennesimo accoglimento del ruolo tutelare del femminile, che tanta parte ha avuto nelle nostre culture: capaci, già  nei miti antichi, di dissipare le tenebre e il male, riusciranno oggi le donne nel prodigio di vitalizzare la moribonda politica italiana? Forse, più prosaicamente, solo specchio inclemente delle nostre precarietà  a cui non sappiamo trovare soluzioni: l'assenza di una radicale trasformazione sociale ci mette sempre più gravemente di fronte al problema del denaro e del tempo ' e non è certo la prima volta che accade. La donna, 'eterna ironia della comunità : è stata, anche in questo caso, Carla Lonzi a rimarcare che già  Hegel (sul quale consigliava di sputare) aveva capito come 'l'arguzia della ragione sarebbe stata in grado di rendere funzionale alla società  patriarcale l'indistinto moto di dissidenza femminile (1970). Tuttavia, aggiungeremo noi, le donne non sono le sole custodi della cosiddetta 'eccedenza, consacrate, come le sante, a un voto di marginalità  e povertà  mentre tutti i 'compagni del mondo si possono misurare con le maschie contraddizioni della rappresentanza, comunque vada tra minori scandali, nausee e clamori. Questo per dire, tornando al tema, che le cose cambiano. Che cosa significano certi spostamenti? Come potremo interpretarli e con quali strumenti? Quali sono i femminismi oltre il nostro orizzonte provinciale, quante le posizioni sui vari temi? Soprattutto, quali le donne e quali le cose che vogliono? Quali i sessi, che cosa i generi? E infine, anche: chi è questo Lui, 'significante assoluto del soggetto sociale pieno e libero rispetto al quale gli/le altri/i sono minoranze, e cioè 'l'Uomo ('Uomo. Smascherare il maschile del Laboratorio Smaschieramenti)? Per questi motivi e altri ancora sui quali non mi dilungo, la condivisione di un lessico, la proposta di un bagaglio di parole-frasi che fungano da strumentazione dei femminismi contemporanei è fondamentale. Essa può essere non solo utile ma propedeutica a un ripensamento critico, qui e ora, delle nuove contraddizioni e problematiche che incontra sulla sua strada il soggetto sessuato, incarnato, situato, ancorato all'oggi. Certamente contro la concezione dell'universalismo astratto incardinata sull'individuo neutro (maschio) ma senz'altro dentro la necessità  di una nuova modulazione e di un aggiornamento delle nostre categorie interpretative per accompagnare nuove battaglie. Le donne, dunque, completamente interne a tutti i processi, con le parole e i rischi di nuove soggezioni, fuori da ogni logica identitaria, tenendo conto di diversi luoghi e diverse condizioni, intendendo la pratica del posizionamento come modo di 'interrogare e decostruire il privilegio della bianche della classe media e ponendo molta attenzione a sogni di alleanza globale tra donne basati 'sulla convinzione essenzialista che tutte le donne del mondo condividano una comune esperienza 'in quanto donne' ('Femminismo transazionale di Elisabetta Pesole). Figure di un'antropologia sessuata di una nuova politica forse non più fallogocentrica e non più imprigionata nelle sue tradizionali antinomie ma che debbono rendersi consapevoli di inedite opposizioni e complessità , di inconsueti sistemi di cattura. I temi affrontati nelle voci proposte da questo testo sono importanti e rendono conto della produzione teorica delle donne che insieme animano il dibattito politico sul vivere contemporaneo, sui suoi recessi e sulle sue increspature, dentro un caleidoscopio di posizioni diverse che fa plurali i femminismi. All'interno di queste prospettive, il punto di vista femminista può rappresentare una chiave di lettura fondamentale, da rivisitare o da scoprire, a seconda che la lettrice o il lettore siano più o meno vicini o lontani dalla materia. Quindi, il testo si pone anche semplicemente come una raccolta di voci per approfondire, per conoscere, per capire meglio e di più. Effettivamente, si tratta di districare i grovigli, come dicono le curatrici, 'senza eliminare le tensioni e i conflitti che ne sono all'origine e che sono parte del dna del femminismo. La lezione biopolitica del femminismo, che ha consentito di comprendere alcuni nodi cruciali con grande anticipo rispetto alle modificazioni bioeconomiche che ci pone chiaramente di fronte il presente, ci ricorda che gli strumenti di indagine 'a partire da sé, vanno intesi come un concreto procedimento politico, come 'pratica sperimentale della politica che punta alla rivoluzione del mondo che conosciamo attraverso instancabili tentativi che possono muovere solo da ciò che conosciamo. Voglio qui ricordare quanto scritto ' ed è esattamente cosà che io credo si debba procedere tutti, da qui in poi ' da Judith Revel alla voce 'Sperimentazione per il Dictionnaire politique à  l'usage des gouvernés: 'La sperimentazione è precisamente la questione del campo attuale dei possibili. Ben lontana dall'utopia ' che non lavora all'interno del 'già -dato delle cose presenti ' essa tenta la scommessa al contempo dell'analisi di ciò che è, e della sua trasformazione radicale. Non si tratta né di ridursi alla mera registrazione delle necessità  di un mondo subàto né di sognare un altro mondo, bensà di cambiare questo mondo qui. (â?¦) Un'attitudine nei confronti del mondo che fa di ciascuno di noi colui che allo stesso tempo diagnostica la propria situazione e cartografa le proprie determinazioni, e colui che inventa una differenza possibile (Dictionnaire politique à  l'usage des gouvernés, a cura di F. Brugère a G. le Blanc, Bayard, Paris, 2012. Vedi http://www.uninomade.org/sperimentazione/). Saperi situati e voci per il nuovo mondo I saperi a cui attingere per ri-trovare le parole per cambiare questo mondo, quelli a cui personalmente penso, in linea con il contesto del biocapitalismo cognitivo-relazionale che richiamavo frettolosamente in attacco, attengono dunque direttamente al soggetto, fattosi autonomo anche rispetto alle fabbriche del sapere, ai templi sfatti della conoscenza accademica, vuotamente arroccata su se stessa. A questi nuovi saperi non meramente libreschi e a un'autorevolezza che non ha più tutto questo bisogno ' si è, appunto, almeno parzialmente, autonomizzata ' dei filtri delle istituzioni storicamente deputate (università , giornaliâ?¦) è necessario guardare per trovare il nuovo. La fase è faticosa, complessa, rischiosa e oggi, con la crisi economica e finanziaria, perfino disgraziata, ma il campo è anche più libero da certi fardelli: i partiti, i sindacati, i sessi, le separazioni tra il bene e il male o il privato e il pubblico sono in grande difficoltà . Addio a tutti voi, mai ci siamo amati. Dunque, evidentemente, questo contesto cambiato ci può consentire di imprimere un andamento diverso, giocando una funzione pienamente d'attacco ora che la materia stessa della produzione è la riproduzione sociale ed ora che anche la classe è più difficile da individuare. Un'occasione che, lungi dall'intendersi come una sciagura, può essere vista come una nuova possibilità  di collegamento tra gruppi sociali, categorie, generi, nel fordismo comunque sclerotizzati improduttivamente da separazioni. Bisogna rompere con una soffocante identità  ideologica tra donne che impedisce ogni emersione di coscienza critica distinta e che naturalizza le forme specifiche di 'violenza razzista e di classe delle società  europee (si vedano le voci 'Serva&Padrona di Sabrina Marchetti e 'Velate e svelate di Chiara Bonfiglioli), ma nello stesso tempo evitare di ritenere che, per la prima volta nella storia, la precarietà  ci abbia messe di fronte alla difficoltà  delle frammentazioni. Perciò, interrogarsi insieme alle altre, scandagliando i labirinti di termini come colore, noir, bianchezza, razza, migranti, femminismo islamico, femminismo postcoloniale. Essi vengono assunti come parte integrante del bagaglio terminologico della cultura femminista contemporanea. 'Subalterna il lemma preso in carico da Angela D'Ottavio parte dal famoso saggio di Gayatri Chakravorty Spivak Can the subaltern speack? per inserire il tema della subalternità  all'interno delle trasformazioni del capitalismo globale contemporaneo, sottolineando come sia necessario prestare attenzione a non abusare del termine per riferirsi a qualsiasi forma di subordinazione, quasi si andasse disperatamente alla ricerca del buon selvaggio a cui fare del bene. Istaurare invece una linea di comunicazione, una agency che può 'far cominciare il lungo cammino verso l'egemonia, spogliandosi da ogni eurocentrismo benevolente per creare le condizioni 'perché la resistenza possa essere riconosciuta come tale. Si tratta cioè di tenerci al riparo da ogni stucchevole relativismo, essendo tuttavia consapevoli delle possibili interrelazioni tra razza e genere, intese nei termini di una congiunta vigilanza critica sulle forme assunte dal capitalismo contemporaneo. Non a caso abbiamo ritenuto necessario mettere queste nozioni al centro del seminario di UniNomade del giugno scorso, a Napoli: 'Oggi, il processo di razzializzazione deve essere considerato come parte costitutiva di un più largo esempio di governance locale postcoloniale orientata alla gestione delle principali trasformazioni politiche ed economiche degli ultimi vent'anni (la cosà detta transizione dal fordismo al postfordismo). Si tratta della riorganizzazione dell'intero tessuto sociale come esito dei processi di globalizzazione, delle ormai inarrestabili migrazioni e dell'irriducibile mobilità  del lavoro. Ma anche come effetto delle lotte anticoloniali e delle enunciazioni del femminismo che hanno rimodellato il mercato del lavoro e le relazioni sociali dal 1970 in avanti (Anna Curcio e Miguel Mellino, estratti da Race at Work. Rise and Challenge of Italian Racism, in Darkmatter Journal, 6, 2010, trad. it. http://www.uninomade.org/note-su-razzismo-e-antirazzismo/). Altri nodi, nel testo, si avviluppano intorno ai termini 'Queer ('Un soggetto senza identità ?, di Monica Pietrangeli) e 'Postporno ('Quel porno che non è un porno di Rachele Borghi). Nel primo caso, ammettendo che ricostruire l'origine ' da Teresa de Lauretis a Judith Butler a Preciado ' di una parola pressoché intraducibile e che 'trae un certo vantaggio dal mantenersi al di sotto della soglia dell'intellegibile, è la perfetta figurazione lessicale della soggettività  contemporanea, rizomatica, scomposta e composita, nell'esplosione della categoria di donna e nella proliferazione di varie categorie di genere. Nel secondo, descrivendo un fenomeno fluido, che rifiuta etichette e che rimette al centro il corpo e il suo desiderio e il suo piacere contro la (dis)erotizzazione mercificata imposta dal capitale, che mi pare l'aspetto più interessante da rimarcare. Performer di cultura postporno che fanno riferimento alla queer theory nel suo insieme che diventano veri e propri manifesti 'di un femminismo dissidente tran-genere. E cosà il lemma 'Sesso e genere, scritto da Liliana Ellena e Vincenza Perilli serve per dipanare i fili di una matassa particolarmente difficile da sbrogliare laddove, paradossalmente, la parola genere (da gender la cui traduzione nelle lingue romanze pone problemi e rischia slittamenti di significato), 'nel linguaggio comune e nel dibattito culturale ' inteso in maniera semplificatoria come ciò che attiene al sociale in contrapposizione alla sfera biologica rappresentata dal sesso ' corre il rischio di reintrodurre quei presupposti naturalizzanti contro i quali aveva preso le mosse. Beatrice Busi ci porta via con sé a visitare la 'geografia degli organi senza corpo ritagliata dal dispositivo etero-normativo, il cui funzionamento richiede una rigida separazione tra maschile e femminile e i genitali rivestono il ruolo di significante socio-sessuale per eccellenza e siamo alla voce 'Modificazioni. MGF, trans e inter-sex: 'La sostituzione di un modello binario con un modello polimorfico del sesso e del genere non può di per sé assicurare la fine della violenza e delle discriminazioni ma almeno assicurerebbe lo sforzo di una ginnastica mentale collettiva verso la legittimazione dell''Altro. Insomma, anche qui, un nucleo combinato di parole che ci inserisce nel solco tracciato dal 'terzo femminismo di Beatriz Preciado, 'aprendo definitivamente la strada al transfemminismo, un femminismo trasversale al sesso e al genere che legittima l'esistenza di identità  fluide caratteristiche delle società  post identitarie in cui le nostre alleanze più prossime debbono essere transgeniche, transessuali, anticoloniali. Queste sono le nostre alleanze, questo è il luogo del femminismo oggi (Rachele Borghi). Siamo arrivate alla fine. Dopo questa traversata sinceramente entusiasta tra le parole, non posso evitare dal fare un appunto al libro: mancano alcune voci, per esempio 'precarietà , nell'evoluzione/involuzione della figura della donna(uomo)-impresa-precaria e della precarietà  di seconda o addirittura di terza generazione; avrei voluto leggere qualcosa su welfare del comune e reddito di base dal punto di vista delle donne, analisi che ha alle spalle una autorevole tradizione italiana, a partire da Lotta Femminista. Proprio per reagire alla normalizzazione complessiva del pensiero all'interno della quale anche il femminismo tende a diventare un'opzione puramente culturale, dentro un meccanismo di integrazione che ha oscurato, invisibilizzato e addomesticato l'elaborazione più radicale dei movimenti italiani delle donne, sarebbe stato soprattutto fruttuoso ricostruire-decostruire l'origine e gli effetti del termine 'lavoro, attualizzando ' a partire da ciò che una parte del femminismo ha già  detto ' la sempre più assurda asimmetria concettuale 'lavoro-non lavoro che è forse quella che maggiormente avrebbe la necessità  di essere rivisitata, setacciata e messa a critica. La scomposizione della soggettività  è anche il frutto dell'inesorabile e problematica crisi dell'istituto sociale del lavoro, la retorica lavorista ' che vogliamo respingere ' ci ha agganciate solo di recente, guarda caso nel momento in cui il lavoro perde di significato da un punto di vista simbolico e del valore, e guarda caso mentre ne guadagna la riproduzione sociale contemporanea, ovvero un più ampio processo produttivo che ha a che vedere anche con la traduzione delle esistenze in forme di gestione e di controllo, ovvero con la produzione di ideologie e di consenso, di stili di vita, di riti, di norme comportamentali. Queste sono, a mio avviso, le parole che ci autorizzano di fare i ragionamenti con i quali ho aperto la mia lettura, ovvero quelle che consentono di sviscerare il cambio di paradigma e dunque di circoscrivere il quadro nel quale vanno inserite le lotte e i conflitti delle soggettività  plurali al sistema del biocapitalismo totale, ciò che collega i grovigli e complica le complessità , rendendole possibili e visibili. Pur ammettendo che non esistono più gli scenari granitici e le spiegazioni univoche e definitive, ciò che stiamo evocando potrebbe anche essere definito biopolitica, con i suoi quadri di prescrittività  sociale e di appropriazione del vivente: è la società  vampirizzata e tradotta in mercato, dove si inducono le condizioni perché l'intreccio degli scambi non venga mai indirizzato a un bene collettivo. Dispositivo di biopolitica che coordina sottilmente la competizione tra interessi individuali, interiorizzati e diversi. Dispositivo di infelicità , presentismo che dà  ansia. Che genera depressione perché avvilisce l'essenza della cooperazione (comunanza), esigendo di sussumerla e traducendola in valore di scambio. Ma che, d'altro lato, produce eccedenza, un meccanismo di enorme importanza per l'esistenza, rivincita della vita sulle forme di produzione finalizzate al profitto, trasformazione dei piani della produzione e della riproduzione sociale stessa. Eccedenza che intendiamo come capacità  critica e di produzione di pensiero autonomo, di produzione di materiali improduttivi rispetto al criterio di 'produttività  funzionale al profitto. Dunque proprio questa consapevolezza 'materiale dei processi in atto va posta al centro: oggi più che mai essa è il cuore di ogni capacità  di presa di posizione responsabile e di sottrazione alle programmazioni sociali o ideologiche nelle quali siamo tutte e tutti inseriti. Un filo rosso che già  emerge, a tratti, sia chiaro, dalle matasse proposte dal testo ma che, a mio parere, sarebbe stato particolarmente interessante indicare. Nominare apertamente, appunto.
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La misura del mondo nel dizionario
da: il Manifesto-19 Gennaio 13
19/01/2013

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Femministe a parole
da: About gender-1 Febbraio 13
01/02/2013

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Tutte le parole per dire i femminismi
da: Società Italiana delle Letterate -30 Gennaio 13
30/01/2013
Un insolito dizionario con la copertina fucsia, dal titolo Femministe a parole. Grovigli da districare. Un obiettivo importante: dire il mondo di oggi dal punto di vista dei femminismi sbrogliando decine di parole complesse. La volontà  delle curatrici -Sabrina Marchetti, Jamila M. H. Mascat, Vincenza Perilli- è quella di affrontare i temi complicati che fanno problema, si vuole «fare chiarezza, tentando di districare i nostri grovigli, ma senza eliminare le tensioni e i conflitti che ne sono all'origine». Il libro può essere letto in ordine alfabetico, partendo da anticolonialismo ed autodeterminazione e finendo con veline e welfare transnazionale. Oppure lo si può attraversare, saltando di voce in voce, costruendo stimolanti mappe tematiche. Legando bianchezza a colore, femminismo postcoloniale a colonizzatrici, razza a omonazionalismo e tricolore si può delineare un pezzo importante di storia volutamente dimenticata, quella del colonialismo italiano, qui riletto attraverso un'ottica femminista che interseziona le linee del genere e del colore, e porta ad analizzare con maggior complessità  anche alcuni aspetti dell'Italia contemporanea. «Il ritardo italiano nella produzione di una riflessione critica sul privilegio della bianchezza, sul nesso tra genere, eteronormatività  e nazione, cosà come sul criterio familista/parentale, continua a produrre» secondo Sonia Sabelli (voce Tricolore)- «gerarchie di potere e meccanismi di inclusione ed esclusione: è in base a tali criteri selettivi, infatti, che le soggettività  che fanno parte delle minoranze (razziali, sessuali, linguistiche, religiose) possono avere accesso all'appartenenza nazionale e, dunque alla piena cittadinanza, oppure possono essere considerate 'illegali'». Collegabili a tali riflessioni le voci integrazione, generazioni migranti, Europa, cittadinanza attraverso le quali si affrontano i consistenti temi della convivenza interculturale, tra rischi di assimilazione e riconoscimento delle diversità , e della necessità  di dilatare i confini di accesso ai diritti sociali per costruire una «cittadinanza europea intesa come progetto politico di trasformazione». Accostando mamme col fucile a backlash, donne di destra a madre-patrie si può ricostruire lo scenario politico post 11 settembre, segnato da invadenti politiche securitarie, da guerre fatte in nome della libertà  delle donne, da contrattacchi patriarcali. In questo contesto si ricorre a retoriche nazionaliste ed antifemministe, a divisioni tra velate e svelate, rispetto alle quali si possono agire pratiche politiche stimolate dalle riflessioni fatte alle voci neo-orientalismo, relativismo culturale, multiculturalismo. Le varie voci sono disomogenee per approccio, riferimenti e tipo di scrittura. Alcune ricostruiscono le storie dei femminismi come femminismo transnazionale, sesso/genere, femminismo islamico e intersezionalità ; altre voci affrontano concetti chiave del femminismo attraverso nuove riletture, come autodeterminazione e differenza; altre voci ancora propongono approcci accattivanti per affrontare temi politicamente importanti, come fatto da Elisa Arfini con lesbica, la parola elle, dove partendo dall'analisi dell'immaginario di fiction popolari si affronta il nesso tra sessualità  e politica. Una delle mie parole preferite è Spazio scritta da Rachele Borghi la quale ci ricorda come lo spazio sia un «produttore di significati e un riproduttore di meccanismi e dinamiche sociali». Lo spazio pubblico non è neutro e di tutt*, i luoghi incorporano le strutture di potere, riproducendo rigide dicotomie «incentrate sui binomi come maschio/femmina, lecito/illecito, omosessuale/eterosessuale, giovane/vecch*, immigrat*/nativ*, san*/malat*». Attraverso le performance si possono però decostruire i limiti costruiti nei luoghi, creando cosà spazi di resistenza, abitabili contro-spazi. Lo spazio contemporaneo è attraversato anche da nuove affettività  e forme relazionali come ben descritto nelle voci famiglie, poligamia, maternità  surrogata e matrimoni, nelle quali si mescolano legami, tecnologie, amore, forme inedite e rivisitate di coppia e genitorialità . A sorpresa nel dizionario non compaiono parole come corpo e desideri, concetti chiave centrali nelle pratiche politiche femministe. Ma i corpi sono comunque presenti nel volume, dalla voce biomedicina, curata da Olivia Fiorilli, dove si parla delle controverse ibridazioni tra tecnologie mediche e corpi, passando dalla voce modificazioni in cui Beatrice Busi riflette sul groviglio fatto «di controllo biopolitico, normalizzazione, disciplinamento politico-sessuale» implicati nella scrittura scelta o imposta del genere sul corpo, per arrivare a riproduzione assistita dove Alessandra Gribaldo, mostrando i rischi di mercificazione e regolamentazione del corpo femminile legati alle tecnologie riproduttive, svela anche le potenzialità  del corpo biotecnologico nel ripensare politicamente la riproduzione, il genere, la naturalità . Alla voce postporno troviamo i corpi desideranti rappresentati come laboratorio di sperimentazione di pratiche che rompono «con tutti quei binomi attraverso cui la sessualità  viene rappresentata e performata, per enfatizzare» sottolinea Rachele Borghi «il valore politico e farla uscire dalla sfera del privato in cui è stata relegata». Nel dizionario si sente la mancanza di voci come 'precarietà  e 'femminilizzazione del lavoro, parole che costituiscono complessi grovigli contemporanei sui quali tanta riflessione femminista si spende interrogandosi, nel contesto postfordista, di messa al lavoro di vite, corpi ed affetti. Alcuni lavori compaiono comunque alla voce serva e padrona dove si affronta il tema del lavoro di cura e dei rapporti di potere tra donne native e migranti, e in prostituzione dove viene tratteggiato un esaustivo panorama del diversificato sex work, il lavoro sessuale. A lettura ultimata del dizionario ciò che resta è un vastissimo bagaglio di riferimenti importanti per i femminismi, di ieri, di oggi e di domani. Un particolare vocabolario che è consigliabile tenere a portata di mano: per approfondire percorsi di studio, per ricostruire parti di storia dei movimenti femministi, per avere utili strumenti di lettura politica della realtà . Voci ed autrici a cui ricorrere per porsi domande complesse sul quotidiano e sulle possibilità  di trasformarlo proprio a partire dal linguaggio, situato e sessuato.
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Intervista a Vincenza Perilli
da: Uninomade-21 Novembre 12
21/11/2012
Per le 'recensioni parliamo di Femminismo a parole. Grovigli da districare, curato da Sabrina Marchetti, Jamila MH Mascat e Vincenza Perrilli, in una conversazione tra due compagn@ del collettivo Bella Queer di Perugia con Vincenza Perilli e con Renato (collettivo Smaschieramenti di Bologna) sulla voce 'uomo.
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Sullo scaffale. Femministe a parole
da: Marea-20 Febbraio 13
20/02/2013
Scorri velocemente l'indice delle voci e quella che cerchi magari non la trovi. Ma questo non è un vero vocabolario, né un dizionario enciclopedico, piuttosto una guida ragionata ad alcuni concetti chiave del femminismo, un lessico scelto con molta cura che, inevitabilmente, ha potuto tenere dentro molto, ma non tutto. Parliamo di Femministe a parole. Grovigli da districare, volume scritto a tantissime mani perché l'idea è stata quella di coinvolgere donne con esperienze, età , provenienze, competenze e vedute diverse, invitandole a misurarsi con parole e argomenti complessi, molto noti per le addette ai lavori, un po' meno a chi non frequenta pratiche e teorie femministe. Molte delle autrici si sono formate all'estero: 'Una generazione di giovani studiose, tra i 30 e i 40 anni, andate via, tornate e poi magari partite di nuovo (oppure rimaste), che sono state in grado di creare un'osmosi tra quello che accade fuori e dentro l'Italia ' spiega una delle curatrici, Sabrina Marchetti. Leggendo il libro si percepisce questa contaminazione fra storie e culture diverse, fra storiche e più giovani, fra approcci classici e multidisciplinari, fra stili narrativi più divulgativi e altri più accademici. Uno dei pregi del volume è certamente l'incontro fra differenze che restituisce una ricchezza di punti di vista insieme a tantissimi spunti di riflessione. Dalla questione del colore della pelle al multiculturalismo, dai rapporti di potere alle donne colonizzatrici, dalle generazioni alla riproduzione assistita, dalla bioetica al welfare, dalla politica agli spazi pubblici, da una possibile liberazione della 'razza' ad un ragionamento sull'uomo, per comprendere meglio il maschile che abbiamo dinanzi. Non mancano ovviamente voci sulle donne migranti, le veline e le velate, le prostitute e una veloce storia del termine/soggetto queer. Qua e là  si notano alcuni vuoti, come la mancanza della voce 'corpo' o, ad esempio, la voce 'sessismo'. Il secondo caso è meno lampante perché di critica al sessismo è intriso l'intero volume, forse potrebbe esserne anche il sottile filo rosso che unisce le parole scelte. Eppure, un capitoletto a parte lo avrebbe meritato, sempre nell'ottica di offrire un ausilio a chi fatica a leggere il mondo a partire dal binomio sessismo/razzismo. Doveroso è un appunto sulla scrittura: alcuni contributi sono prigionieri di una scrittura troppo tecnica, fredda, a rischio autoreferenzialità , ed è un peccato perché il volume si presta ad essere un ottimo strumento di conoscenza e consultazione. Ma la sfida era grande ed è stata assolutamente ben raccolta. Volumi come questi sono preziosi per continuare a confrontarsi su esperienze, pratiche e teorie del variegato mondo dei femminismi, per prendere confidenza con parole difficili, come intersezionalità , per mettere a nudo le contraddizioni presenti nel pensiero delle donne e cercare di confrontarsi, sempre, con l'altra da sé. Tutte le autrici delle voci: Elisa A.G. Arfini, Chiara Bonfiglioli, Rachele Borghi, Francesca Brezzi, Beatrice Busi, Sara Cabibbo, Giulia Cortellesi, Silvia Cristofori, Daniela Danna, Andrea D'Atri, Barbara De Vivo, Angela D'Ottavio, Suzanne Dufour, Liliana Ellena, Olivia Fiorilli, Giulia Garofalo, Gaia Giuliani, Inderpal Grewal, Alessandra Gribaldo, Barbara Mapelli, Maria Rosaria Marella, Lea Melandri, Catia Papa, Renata Pepicelli, Isabella Peretti, Elisabetta Pesole, Monica Pietrangeli, Flavia Piperno, Ambra Pirri, Tamar Pitch, Valeria Ribeiro Corossacz, Enrica Rigo, Annamaria Rivera, Caterina Romeo, Laura Ronchetti, Sonia Sabelli, Alessandra Sciurba, Smaschie ramenti, Anna Vanzan, Stefania Vulterini, Giovanna Zapperi.
Femministe a parole. Un libro per tutte e per nessuna
da: Sconnessioni precarie-25 Giugno 13
25/06/2013
Come recita il sottotitolo, il libro Femministe a parole (Ediesse, Roma, 2012, pp. 368), curato da Sabrina Marchetti, Jamila M.H. Mascat e Vincenza Perilli, si presenta come un insieme di grovigli da districare. La raccolta di voci, che va dalla A di Anticolonialismo alla W di Welfare transnazionale, è stata compilata da diverse autrici ' più un autore e un collettivo ' che hanno cercato di stilare una «lista di temi aggrovigliati». I lemmi sono selezionati dalle curatrici in modo parziale, ovvero secondo una scelta di parte derivata dal posizionamento di ognuna, «a volte distante e persino opposto», e sono pensati per essere letti da un pubblico vasto di donne e di femministe. Secondo l'intenzione delle curatrici, ridefinendo alcune delle proprie parole chiave il femminismo può ripensare se stesso. In questo groviglio di temi, o tra questi temi aggrovigliati, è allora legittimo chiedersi come riemerga il femminismo e in che modo riesca a esprimere una parzialità . Si può dire che ne emerga, in primo luogo, un femminismo plurale. Non esiste ' e non si vuole che esista ' un accordo tra le molte autrici del libro sulla natura stessa della ricerca femminista. La disomogeneità  delle posizioni è il punto di partenza dichiarato sin dall'introduzione, ritenuto necessario a «stimolare una riflessione critica sulle esperienze teoriche e pratiche che oggi abitano l'universo femminista». In questo modo, il testo è sicuramente in grado di cogliere la complessità  del femminismo, che non è oggi e non è mai stato un discorso uniforme e privo di interne tensioni. Tuttavia, ciò che rischia di perdersi nella pluralità  delle voci è il fatto che le tensioni sono anche luoghi di distanza, incomunicabilità  e scontro, cosà che fare della disomogeneità  un valore in sé rischia di diventare un pronunciamento a favore della completa malleabilità  dei significati. Le parole, però, non sono segni neutri che si lasciano risignificare a piacere. Esse identificano chi parla, evocano simboli e significati, e portano con sé rapporti di potere. Come il femminismo ha storicamente dimostrato, le parole possono dire ma anche impedire di parlare, in base ai soggetti che prevedono e ai confini che pongono. Non sono immutabili ma sono il terreno di uno scontro. Mostrare tale scontro è possibile mettendo le parole alla prova del presente globale, a partire dai confini e dai loro attraversamenti. Cosà il libro può essere letto, senza pretendere di esaurire la quantità  e qualità  delle voci e la loro ricchezza tematica, per fare emergere, all'interno di quei «grovigli da districare», contraddizioni difficilmente ricomponibili in un'aspirazione pluralistica. Per fare questo si può partire dalla voce meno «globale» di questo testo, ovvero Cittadinanza, una categoria che è stata storicamente contestata dalle istanze portate avanti dai soggetti che ne sono stati esclusi o inclusi in posizione subordinata e che oggi può essere osservata solo alla luce dei movimenti globali di uomini e donne e dell'orizzonte transnazionale del femminismo. Alessandra Sciurba registra questa dimensione non più confinabile della cittadinanza, e propone quindi di ridefinirla appellandosi alla «valorizzazione degli esseri umani in quanto esseri sociali inseriti in un contesto di interdipendenze con l'ambiente in cui vivono». In questo modo, anche se sembra riconoscere l'insieme delle condizioni concrete che determinano quanti godono della cittadinanza o ne sono esclusi, Sciurba recupera l'umanesimo che sta alla base del linguaggio astratto dei diritti, trascurando in ultima istanza le contraddizioni che proprio le donne e le femministe hanno continuamente fatto emergere, prima di tutto con le loro pratiche. Da questo punto di vista, è indicativo che venga citata la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, ma non la Dichiarazione dei diritti delle donne di Olympe de Gouges, che nel momento stesso in cui rivendicava un'inclusione delle donne nella sfera della cittadinanza moderna metteva in luce i rapporti di potere sui quali essa si è strutturata sin dal principio. Certamente, Sciurba evidenzia come la cittadinanza possegga una «vocazione egualitaria» e al tempo stesso una «tendenza discriminante», che favorisce l'affermazione di quello che Foucault chiama razzismo di Stato, e riconosce la centralità  di donne e migranti nella messa in crisi del concetto a partire da coloro che ne venivano esclusi. Questa critica, però, sembra ancorata a due limiti. In primo luogo, il riferimento al razzismo «di Stato» non tiene conto della natura transnazionale e quindi globale del potere veicolato dalle istituzioni che governano i regimi nazionali della cittadinanza. In secondo luogo, l'idea che il connotato nazionale e nazionalistico dei diritti determini la subordinazione solo dello straniero, l'altro da sé incarnato nel «diverso» per colore o patria, mentre si sostiene che le donne oramai sono state «almeno formalmente» normalizzate nella «funzione includente della cittadinanza». Insistere sulla natura solo formale dell'inclusione tiene aperta la possibilità  di un'inclusione reale che non sconta alcune questioni che ci paiono dirimenti, ovvero in che modo le donne sono incluse nella cittadinanza, per quali motivi, con quali effetti? Quando le donne sono state ricomprese nella cerchia dei cittadini, spesso lo sono state come madri di famiglia, mogli o figlie, e la differenza sessuale è stata integrata nel meccanismo della cittadinanza, come elemento ora da ignorare in nome di una astratta uguaglianza, ora utile a rinsaldare i rapporti di potere tra i sessi. Quello che l'inclusione ha alimentato è stata in altri termini una divisione sessuale del lavoro che si è riconfigurata proprio attraverso il linguaggio dei diritti. In questo senso, sono le donne migranti che oggi permettono di portare alla luce con maggior forza le contraddizioni della cittadinanza, che si edifica sulle strutture patriarcali che rappresentano l'elemento di continuità  tra il paese di origine e quelli di arrivo o di transito. Riconoscere la centralità  delle donne migranti significa fare i conti con il fatto che l'idea di cittadinanza non può semplicemente essere risignificata e che, anzi, forgiando una nuova definizione non si crea un'arma contro la sua «vocazione» patriarcale ma ristabilisce la mutata continuità  di questo istituto di inclusione subordinata. Le donne migranti ricompaiono nella coppia Serva & Padrona, che Sabrina Marchetti discute guardando le dinamiche di potere nel rapporto tra le colf/badanti e le loro datrici di lavoro. Marchetti sostiene che l'inclusione delle migranti nell'economia della cura abbia implicato la «conservazione inalterata dei ruoli di genere». In questo senso, coglie molto bene che l'emancipazione di alcune donne dal lavoro riproduttivo tramite il lavoro salariato domestico e di cura di altre donne non mette in discussione la divisione sessuale del lavoro. In questa voce «dialettica», tuttavia, le figure della serva e della padrona rischiano di essere cristallizzate in una «frammentazione dei modelli di genere» che vedrebbe da una parte «le donne bianche, educate, cittadine» e dall'altra le «non bianche, povere e straniere». Alla luce di questa spaccatura diventa allora complesso considerare che, per quanto contraddittoriamente, le donne migranti possano conseguire proprio attraverso il lavoro domestico salariato un'autonomia almeno parziale dai rapporti familiari e dalle strutture patriarcali del paese di provenienza, oppure il fatto che molto spesso le «padrone» non sono affatto borghesi, ma usano una quota del loro salario per pagare quello delle loro «serve» oppure ancora, infine, che, con la crisi economica, molte donne ' bianche, educate, cittadine ' ritornino a lavorare dentro le proprie o altrui case perché rigettate dalla crisi fuori dal mercato del lavoro produttivo e nella povertà . Cade la frammentazione, ma rimane la divisione sessuale del lavoro, di cui le donne ' migranti e non ' continuano a fare esperienza per quanto in modi molto diversi. Quella tra serva e padrona rischia dunque di ridursi a una coppia semplicemente oppositiva, che impedisce di articolare l'insieme di differenze che si installano su una condizione che è pure comune. Questo intreccio di problemi viene affrontato nella voce Intersezionalità , trattato da Vincenza Perilli e Liliana Ellena a partire da una ricostruzione delle radici del termine e da una discussione dell'uso che ne viene fatto nel dibattito femminista, dei suoi pregi ma anche dei suoi punti critici. Nato come strumento giuridico per supplire a «quei dispositivi legislativi di lotta alle discriminazioni incapaci di riconoscere la simultaneità  dei diversi sistemi di dominio», l'intersezionalità  ha il merito di riconoscere l'imbricazione delle differenze e delle forme di oppressione. Il concetto di intersezionalità  sconta però tutti i limiti della prospettiva giuridica da cui trae origine che guarda ai rapporti sociali come a settori d'intervento codificabili mentre, nella realtà , il loro carattere è mobile. Questa mobilità  dovrebbe ritrovarsi nella voce Migranti, che Francesca Brizzi elabora pensando alla figura di Antigone, donna che incarnerebbe il destino delle migranti. Per Brizzi, le migranti sarebbero nella posizione di parlare in nome di tutti gli offesi della terra, cosà che la loro identità  è fissata nell'oppressione e il portato etico della loro posizione rischia di oscurare in questo modo le pratiche di lotta, individuali e collettive, che quotidianamente le donne migranti mettono in campo per sottrarsi a quell'oppressione. Le parole viaggio, confini o frontiere sono i punti fermi, seppur in movimento, della riflessione, che non va oltre la proposta del meticciato come categoria di analisi che dovrebbe combinarsi senza tensioni con il portato universalistico che nella posizione dei migranti e delle migranti si esprimerebbe. La rappresentazione del migrante ' uomo o donna ' è poi appiattita sul riconoscimento delle differenze culturali e religiose. Queste, cosà, sono in un certo senso cristallizzate: non sono messe alla prova della natura «mobile» delle differenze che la critica dell'uso giuridico della categoria Intersezionalità  porta alla luce, e si traducono in altrettante «identità » che dovrebbero trovare posto in una «identità  europea plurivoca», fondata su «principi morali universali» e sulla «dignità  del singolo». In questo modo, diventa impossibile interrogarsi sui rapporti di (in)subordinazione che le stesse culture veicolano. L'insistenza sulle differenze è nondimeno essenziale per smontare la pretesa di parlare della Donna in termini di identità . In questa direzione va la trattazione della coppia Sesso/Genere, messa a tema ancora da Liliana Ellena e Vincenza Perilli. La tensione tra i due termini è tenuta produttivamente aperta, perché viene esplicitamente criticata la «formulazione monolitica e il presupposto universalizzante e transculturale» che accomuna alcuni dei discorsi che pongono l'accento sulla differenza sessuale. Il riconoscimento del fatto che proprio il sesso è e, continua a essere, il parametro dei rapporti sociali e delle elaborazioni simboliche, non porta però a interrogare fino in fondo e a scompaginare quegli approcci teorici e politici che dalla prospettiva di genere traggono impeto. Si riportano infatti le idee di alcune studiose che, nell'intento di rinvenire l'origine della «scansione binaria della produzione della sessualità », sostengono che essa sia stata imposta dall'obbligo dell'eterosessualità . In questo modo, il problema del «sesso» è spostato dal corpo alla sessualità , senza che sia possibile interrogarsi su quale spazio lascino alla concreta esperienza di avere un corpo di donna teorie come quelle che muovono dall'intersessualismo o descrivono un immaginario post-gender per rifiutare la violenza del binarismo sessuale. Se porre la questione della differenza sessuale non può ricadere nella definizione di un'«essenza femminile», di una «natura» o di un «destino» immediatamente determinati dal proprio corpo, un discorso sul genere che ponga l'accento sulla sessualità  rischia continuamente di precludere la possibilità  di dare voce al fatto che il corpo delle donne continua a essere il luogo di iscrizione di un potere patriarcale che si dispiega su scala globale. Il differente portato critico e dunque politico dei termini sesso e genere emerge ad esempio se si considera il termine Famiglia, che si confronta con una delle principali istituzioni messe in stato d'accusa da donne e femministe come sede di rapporti di potere e luogo di conflitto. Se la si osserva dal punto di vista della differenza sessuale, dalla posizione in cui essa obbliga le donne all'interno dei regimi di produzione e riproduzione sociale,la famiglia difficilmente può essere considerata come un contenitore neutro, o addirittura come un veicolo di emancipazione. È proprio questa, invece, la prospettiva offerta da Gaia Giuliani, che nel lemma Famiglia ambisce a proporre una lettura alternativa - e in quanto tale positiva - delle «nuove» famiglie, che vengono pensate in relazione al contesto attuale di precarietà  e alle «trasformazioni dell'affettività ». Usando come background analitico la critica transgender e queer alla teoria femminista, Giuliani definisce le nuove affettività  e le famiglie non-tradizionali come quelle che si formano «tra coinquilini/e, amiche/i, colleghi/e, compagni/e di lotta o di migrazione». La ripetizione costante del sostantivo, al di là  dell'aggettivo che lo accompagna, fa sà che le nuove famiglie siano strettamente interrelate a quelle vecchie e alle comunità . Significativamente le famiglie allargate dei migranti sono considerate come fonte di sostegno e rassicurazione di fronte alle difficoltà  legate alla migrazione, ma questa innegabile funzione sussiste accanto al fatto che, ad esempio, molte di queste famiglie si ricreano per mezzo dell'istituto del ricongiungimento familiare, che rende la posizione delle donne giuridicamente dipendente da quella del marito e con ciò riafferma quell'ordine patriarcale che le migrazioni femminili tendono a scardinare. Se è vero che proprio le donne hanno affermato che la famiglia non è l'unica modalità  di espressione dell'affettività , è altrettanto vero che essa difficilmente può diventare uno spazio scevro da dinamiche di potere se solo si cambiano i soggetti che ne fanno parte, ad esempio sostituendo alla coppia padre-madre una coppia madre-madre oppure padre-madre migranti. La discontinuità  segnalata dall'aggettivo, quindi, non si può determinare solo a parole, senza porre in questione i regimi prima di tutto simbolici e poi giuridici che istituiscono i rapporti di potere sessuale, primo fra tutti la divisione sessuale del lavoro riproduttivo, in cui la famiglia si iscrive, e che inevitabilmente si oppongono alla creazione di un «immaginario comune» capace di destrutturare la famiglia tradizionale. Femministe a parole ha il merito di restituire la varietà  e la complessità  dei dibattiti attuali e passati che le donne hanno messo in campo per prendere nominare se stesse, e dimostra l'urgenza di una rimessa in discussione del femminismo a partire dalle tensioni che lo attraversano. Questa operazione non può certamente trovare soluzione nell'omogeneità , che è il principale imputato di questa ricca raccolta di voci, ma non può forse ridursi neppure a un insieme pluralistico di posizioni. Per restituire un quadro plurale e a più voci, non si dà  peso alla contraddittorietà  tra le diverse prospettive, cosà che il carattere frammentario e parziale è in fondo la reale linea comune tra i lemmi. Se nel tentativo di definire nuove forme di famiglia, di cittadinanza, di genere, non si considerano il conflitto e la crisi in cui esse si generano, ciò che rimane è in fondo un esercizio linguistico, che riconosce il linguaggio come un oggetto completamente disponibile che fa presa sull'equivalenza dei significati, cosà che le parole sembrano poter essere usate indifferentemente e non essere, invece, un terreno di scontro solcato da linee di potere. Più che porre la sfida di districare i suoi grovigli, il pluralismo restituisce un'immagine del femminismo che rischia di essere compiuta in sé, e di recuperare un orizzonte universalistico che, come ogni universale, può tenere dentro tutto solo al prezzo di escludere o subordinare ciò che lo pone radicalmente in questione. Un femminismo che, proprio perché è per tutte, è sempre esposto alla possibilità  di non essere per nessuna.
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Femministe a parole
da: Studi culturali-1 Agosto 13
01/08/2013

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PER UN LESSICO DELLA TRASFORMAZIONE E DEI FUTURI POSSIBILI
da: DWF-11 Novembre 13
11/11/2013
Recensione di Femministe a parole. Grovigli da districare, a cura di Sabrina Marchetti, Jamila M.H. Mascat e Vincenza Perilli, Ediesse, 2012 e Parola di donna. Le 100 parole che hanno cambiato il mondo raccontate da 100 protagoniste d'eccezione, a cura di Ritanna Armeni, Ponte alle Grazie, 2011. Ci sono momenti, circostanze, situazioni in cui il significato delle parole, cosà come il loro referente empirico o concettuale, appare evidente a qualsiasi parlante di quella lingua, in possesso di una competenza lessicale di medio grado. E ci sono invece momenti, circostanze o situazioni in cui tale significato appare sfocato, incerto o in certi casi addirittura talmente ambiguo da dare luogo a veri e propri misunderstandings. Le parole della politica delle donne appartengono per costituzione a questo ultimo gruppo, in quanto sono nate proprio per nominare e delineare campi di forza, luoghi di tensione, conflitti. Senza di esse noi prima ci aggiravamo in una sorta di terra di nessuno, in uno spazio dalle luci soffuse che rendeva gli oggetti tutt'altro che nitidi. Un po' come quando ci capita di prendere un tapis-roulant, grazie a cui ci troviamo ad attraversare uno spazio senza renderci conto esattamente di dove ci troviamo, e se siamo noi a camminare e a attraversare lo spazio che ci circonda, o se, al contrario, è lo spazio che si lascia attraversare da noi solo in quella maniera. Il movimento femminista e gli studi delle donne e di genere che ne sono conseguiti, ci hanno fatto uscire innanzitutto da questo stordimento, fornendoci gli strumenti per nominare le cose e le esperienze dal nostro punto di vista. Attraverso le parole, la creazione di significati inediti, l'individuazione di nuovi referenti e la risignificazione continua di termini già  usati, si è data vita ad una vera e propria battaglia finalizzata a ridisegnare lo spazio materiale e immateriale, reale e simbolico, corporeo e concettuale che ci circonda, compresa la riformulazione dei saperi che costruiscono e danno forma a quello spazio comune, condiviso e non esente da conflitti che chiamiamo 'mondo'. Le parole sono state, nel corso del tempo, l'arma più potente dell'affermazione della differenza sessuale e dell'emergere di una nuova soggettività  femminista. Del potere 'politico' delle parole e della loro capacità  di modificazione della realtà  e dello spazio materiale e simbolico ne erano ben consapevoli le donne che hanno dato vita al cosiddetto 'femminismo storico'. Valga per tutte l'uscita nel 1978 di Lessico politico delle donne, curato da Manuela Fraire (e ristampato più recentemente nel 2002 dalla Fondazione Elvira Badaracco Franco Angeli), opera che indubbiamente ha fornito un primo punto fermo attraverso cui sistematizzare in un quadro teorico più complessivo quel nuovo sapere dirompente che, per potersi costituire come tale e per poter essere tramandato e ulteriormente elaborato, aveva bisogno di darsi dei confini e delle definizioni, in una parola di disciplinarizzarsi. Tutti i 'lessici' in fondo servono proprio a questo: a fornire degli strumenti, delle unità  di misura comuni con cui poter continuare il lavoro, essendo però sicuri di utilizzare, per costruire un nuovo spazio comune, una stessa cassetta degli attrezzi. Senza condivisione infatti non ci può essere significato, né sapere né politica che tenga. Oggi, dopo un lungo silenzio, sono usciti, a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro due libri che, come vedremo seppur da prospettive molto differenti, si ripropongono di presentare un aggiornamento del lessico femminista e/o delle donne. Essi sono, seguendo la loro uscita sul mercato editoriale in ordine cronologico, Parola di donna, a cura di Ritanna Armeni, Ponte alle grazie, 2011 e Femministe a parole. Grovigli da districare, a cura di Sabrina Marchetti, Jamila M.H. Mascat e Vincenza Perilli, Ediesse, 2012. Già  la sola presenza di questi due lessici ci dice qualcosa di importante e cioè che l'elaborazione del pensiero femminista, piuttosto che essere conchiusa, finita, oramai canonizzata in una forma definitiva è invece materia viva, che pulsa, in constante evoluzione e per questo bisognosa di aggiornamenti continui, capaci di guardare al passato cosà come di mettere a fuoco e fornire incursioni nei suoi futuri possibili. L'uscita di questi due lessici testimonia al contrario di un ottimo stato di salute del femminismo, constatabile nella sua capacità  di aggiornarsi, rinnovarsi e accogliere dentro di sé nuove parole e nuovi linguaggi. Ma proviamo ora a mettere sotto la lente di ingrandimento i due testi, cercando di rintracciarne analogie e differenze. Per procedere in questa analisi vorrei usare come primo punto di partenza proprio il primo lessico femminista del 1978, in quanto solo a partire da un'origine è possibile calcolare la distanza e la strada già  percorsa. Confrontando gli indici dei tre lessici sorprendentemente le somiglianze e i punti di sovrapposizione appaiono non essere molti. Per prima cosa balza agli occhi un'indubbia moltiplicazione delle parole femministe. Se infatti il Lessico del 1978 si concentrava su 11 voci, declinate attraverso lunghe analisi pregnanti, i nuovi lessici rendono conto di una proliferazione e contaminazione delle parole del femminismo, tra di loro e con altri campi: in Parola di donna è infatti presente un'ampissima gamma lessicale che, consapevole della sua parzialità  e non completezza, si propone di raccogliere ben 100 parole, segno inconfondibile di un femminismo ormai diffuso che ha travalicato, contaminandoli e risignificandoli profondamente, non solo le parole che storicamente e culturalmente sono state 'naturalmente' associate alle donne (come 'corpo', 'aborto', 'famiglia', 'parto', 'gravidanza', 'clitoride', 'differenza'), ma anche quelle parole che appartenevano, pregiudizialmente, ad un ambito neutro e universale, quali per esempio 'autorità ', 'coscienza', 'indipendenza', 'libertà ', 'linguaggio','padre','politica','solidarietà ', 'destra' 'sinistra', 'morte'. Diversamente dal primo Lessico e per evidenti ragioni di spazio, si è scelto per queste 100 definizioni di utilizzare una forma breve, saggistica o letteraria, di poco più di due pagine che, senza ridurre la complessità  delle questioni, si presenta come il segno evidente di una avvenuta consapevolezza, sicurezza e chiarezza concettuale delle parole delle donne, a testimonianza di come, durante questi 30 anni, l'elaborazione teorica del pensiero delle donne sia andata avanti, procedendo a passi da gigante. Questo lessico dunque, come Ritanna Armeni nell'Introduzione, rappresenta per prima cosa la "testimonianza di una trasformazione" avvenuta, ricorda la curatrice con un evidente "intento storico-pedagogico", principalmente su due livelli tra loro interconnessi: l'impatto che la risignificazione di queste parole ha avuto nel mondo e nel linguaggio comune e l'elaborazione concettuale che ne sta dietro. Come esempio di questa chiarificazione concettuale basta citare le voci 'Coscienza' di Maria Serena Sapegno, 'Differenza' di Ida Dominijanni, 'Desiderio' di Silvia Avallone oppure la geniale rappresentazione di 'Fallo' di Pat Carra che, in poche pagine, senza ridurre la complessità  né perdere di vista il processo storico che ha portato al loro affermarsi, forniscono un quadro di sintesi degno della migliore "chiarezza e distinzione" cartesiana. Femministe a parole. Grovigli da districare al contrario non ha l'intenzione pedagogica di ripercorrere le parole chiave del femminismo, dalle sue origini negli anni '70 fino ad oggi, né di rendere conto di un'avvenuta chiarificazione, disciplinarizzazione e sistematizzazione concettuale. E forse ciò è dovuto proprio alla giovane età  delle curatrici che appartengono a una generazione di femministe posteriore, quella per intendersi formata da coloro che non hanno vissuto in prima persona la seconda ondata del femminismo. Il testo privilegia questo aspetto generazionale, mettendo nettamente da parte l'intento testimoniale e pedagogico che è ridotto a qualche voce più autorevole e navigata del femminismo a cui sono affidate alcune parole chiave del femminismo come, tra le altre, "Differenza" di Lea Melandri o "Autodeterminazione " di Tamar Pitch che, incorrendo qua e là  nel testo, si configurano piuttosto come delle eccezioni alla norma sottintesa dal testo. Mettendole da parte dunque si può dire che, sfogliando questo libro, più che con un lessico si ha l'impressione di avere a che fare con un nuovo linguaggio, basato su sonorità  non ancora pienamente entrate nella nostra lingua. Come esempio basti citare le seguenti voci: 'Backlash' di Jamila M.H. Mascat, 'Omonazionalismo' di Barbara de Vivo e Susanne Dufour oppure 'Mamme col fucile' di Inderpal Grewal. Per intenderci, e estremizzando questa posizione, nessuna delle 50 voci selezionate nel libro compare o era già  comparsa nel Lessico del 1978. Eppure mettendoci all'ascolto di questo linguaggio a prima vista inedito, lasciandoci avvolgere da questi suoni, ecco che improvvisamente è possibile cogliere una radice comune costituita da vere e proprie 'famiglie linguistiche', i cui termini hanno subito un interessante slittamento semantico. Leggendo si ha l'impressione che per mettersi all'ascolto di questo linguaggio non ci sia tanto bisogno di mettersi alla ricerca del noto, delle sovrapposizioni e stratificazioni lessicali, quanto invece di saper cogliere la novità  costituita proprio da questi slittamenti d'uso. In questa nuova costellazione scompaiono allora parole storiche come "Autonomia" e se ne trovano altre al loro posto; non si trova 'Soggetto' ma 'Subalterna' di Angela d'Ottavio, non si trova 'Politica' ma 'Spazio' di Rachele Borghi, non 'Personale' ma 'Postporno', non '(Auto)coscienza' ma 'Serva & Padrona' di Sabrina Marchetti. E soprattutto non si trova più 'Donna' ma , come recita il sottotitolo del libro, un groviglio di voci da districare che fanno riferimento alla sua costruzione sociale e ai suoi ruoli come 'Sesso/Genere' di Liliana Ellena e Vincenza Perilli, 'Lesbica' di Elisa A.G. Arfini, 'Colonizzatrici' di Catia Papa, 'Velate e Svelate' di Chiara Bonfiglioli. Qui siamo in presenza di una forte riconfigurazione linguistica e categoriale, di parole il cui uso ci permette di cogliere ulteriori assi di oppressione e rapporti di potere le cui espansioni concettuali sono ancora in corso di aggiornamento e restano ancora, soprattutto in Italia, tutte da indagare, vedi per esempio la voce 'Tricolore' di Sonia Sabelli. Certo, come le curatrici del volume non mancano di sottolineare, con questo libro ci si trova fra le mani un dizionario impossibile, che invece di definire, chiarificare e conchiudere i significati dei termini appare piuttosto essere un borgesiano "dizionario delle contraddizioni, degli ossimori e delle domande complicate", finalizzato a mostrare tutti i possibili modi d'uso delle parole e dei concetti, come ad esempio le diverse applicazioni del femminismo (non ancora di larga diffusione) sintetizzate dalle voci 'Femminismo islamico', 'Femminismo postcoloniale', 'Femminismo transnazionale'. Grovigli dunque, ancora da dipanare, sciogliere e appianare, che rendono conto di una elaborazione ancora aperta e in continuo divenire, che per molti tratti si presenta ancora problematica ma che lascia intravedere possibili nuovi campi di analisi. Dopo aver fornito un'analisi dei due testi è ora possibile interrogarsi sul perché dell'uscita, quasi parallela, di questi due lessici. Ma forse la risposta appare già  da sé. Quando una parola viene inclusa in un lessico essa viene in un certo senso disciplinata e canonizzata, in quanto raccolta in un'opera che, descrivendone il significato al tempo stesso la inserisce in una tradizione, la iscrive in uno strumento capace di tramandarla. I lessici si prendono cura delle parole e risultano essere strumenti preziosi per tramandare i linguaggi. Essi, come tutti i canoni, sono costituiti da diversi criteri normativi, che regolano il loro inserimento o meno. Un lessico dunque è necessariamente composto di inclusioni ed esclusioni, di pieni e di vuoti, di parole che vengono incluse e di altre che vengono escluse. Del resto gli unici lessici che non si rinnovano più, che non presentano dei vuoti sono proprio quelli delle lingue morte, i cui usi possibili sono stati già  tutti trascritti. Al contrario, l'uscita di questi due lessici, con le loro differenze, testimonia di un pensiero e di un linguaggio ancora in movimento, e dunque di una strada del pensiero che appare ancora lunga nei suoi tanti futuri usi possibili.
Femministe a parole. Grovigli da districare, a cura di Sabrina Marchetti, Jamila M. H. Mascat, Vincenza Petrilli
da: Dep, deportate, esuli, profughe-4 Febbraio 14
04/02/2014

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Femministe a parole. Grovigli da districare, a cura di Sabrina Marchetti, Jamila M. H. Mascat, Vincenza Petrilli
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