Con Carla Lonzi
La mia opera è la mia vita
Una riflessione sull'attualità  del pensiero di Carla Lonzi, grande femminista, teorica della differenza sessuale.
A cura di:
Pubb. : Giugno 2014
152 pag
ISBN: 978-88-230-1865-5
Collana: Saggi
Descrizione
Un dialogo con Carla Lonzi, da donna a donna, attraverso i suoi testi, i suoi manifesti, le sue riflessioni, che parlano la lingua dell’autenticità e sollecitano chi legge a intraprendere la stessa strada, quella di pensare a partire da sé. Con Carla Lonzi l’autrice mantiene differenze consistenti sul piano esistenziale, culturale, politico. Ma ciò che condividono è il femminismo della differenza, quell’autocoscienza che è cosa ben diversa dall’emancipazione. Il pensiero di Lonzi risulta più che mai attuale in un momento come quello attuale in cui emancipazione e libertà soggettiva spesso finiscono per confondersi. Boccia ce ne ripropone una lettura originale con l’intento di parlare alle nuove generazioni alle prese con l’acquisizione di uno spazio di libertà. Sta a ciascuna donna attribuire un significato al “chi” e non al “cosa” dell’esser donna. Carla Lonzi può insegnare a farlo. «Questo non è un libro su Carla Lonzi. È stato pensato e scritto con Carla Lonzi. È sufficiente sfogliare le pagine,scorrerle velocemente con lo sguardo, per accorgersi di quanto siano presenti le sue parole. Ben più che citazioni, sono la tessitura del mio discorso. In un contesto profondamente mutato Carla Lonzi è tornata. Un ritorno che ha il segno di un ricominciamento, volto a trovare nuove vie, nuove soluzioni, nella consapevolezza di muoversi in una realtà radicalmente modificata. Dove si conferma attuale la ricerca di un proprio senso dell’esistenza. È questo spazio di libertà, aperto negli anni Settanta, che non si è richiuso. È uno spazio politico, non privato, né culturale. Vorrei che questo libro fosse un tramite per il riconoscimento tra pratiche di donne differenti. Io almeno l’ho pensato e scritto così, con lo sguardo rivolto a Lonzi e alle donne che nel presente vivono la sua stessa sfida». dall’introduzione
Rassegna:
Da donna a donna Un dialogo lungo quanto una vita
da: La27esima ora - Corriere.it-28 Giugno 14
28/06/2014
Maria Luisa Boccia, già  autrice di un libro dedicato al 'vissuto e al 'pensiero di Carla Lonzi (L'io in rivolta, Edizioni La Tartaruga, Milano 1990), ha deciso di 'riprendere un dialogo mai interrotto con la donna che ha aperto la strada a una 'imprevista soggettività  femminile e alla rivoluzione culturale e politica che ne sarebbe derivata. L'ha fatto ancora una volta avvolgendo il suo discorso alle parole dell'altra per ripercorrere insieme a lei, e aprire a nuove soluzioni, la 'presa di coscienza che ha visto le donne affrancarsi dalla sottomissione secolare alla visione maschile del mondo. Nel libro, Con Carla Lonzi. La mia opera è la mia vita (Ediesse, Roma 2014) alcune delle intuizioni più originali con cui si è imposto sulla scena pubblica il movimento delle donne negli anni '70, tornano con forza a interrogare un presente diviso tra vecchi dilemmi -uguaglianza/differenza, emancipazione/liberazione, individuo/ genere, ecc.- e il richiamo alla radicalità  degli inizi. A fronte del femminismo che tende a privilegiare un discorso culturale, 'oggettivo, sulla relazione tra i sessi, anziché affidarsi come in passato all'esperienza dei singoli e delle singole, c'è la sorpresa del gruppo delle giovani studentesse dell'università  di Verona, che riscoprono «la straordinaria fecondità  emotiva e intellettuale del partire da sé» nell'era del web. Al centro dell'interesse del Collettivo Benazir tornano il corpo e la sessualità , e il richiamo a Carla Lonzi è già  nella scelta del nome. Benazir è «colei che non è mai stata vista cosà», la donna che nell'annuncio 'profetico di Lonzi avrebbe potuto essere finalmente se stessa, rompere con tutto ciò che era stata e che altri aveva voluto che fosse: appartenenze, identità  assegnate, verità  predefinite. Un'autenticità  e una libertà  che, oggi come allora, vanno conquistate «forzando il blocco a una a una». Che l'autocoscienza non fosse una pratica transitoria, ma lo spostamento necessario per 'pensare differentemente se stesse e il mondo, avrebbe dovuto essere chiaro già  ai suoi inizi per la diffusione che ha avuto in luoghi impensabili, dalle fabbriche alle redazioni del giornali, oltre che per i conflitti che ha aperto nella concezione tradizionale della cultura e della politica. Ma non era difficile prevedere che avrebbe incontrato ostacoli nel momento in cui, da cambiamento della vita e della relazioni personali -tra donne, ma anche tra uomo e donna-, avesse preteso di estendersi alla sfera pubblica, alle sue istituzioni, ai suoi linguaggi e ai suoi poteri. Come giustamente sottolinea Boccia, il primo atto di libertà  dell' Io femminile 'in rivolta consiste nella scelta di «muoversi su un altro piano»: fare 'tabula rasa delle idee ricevute, logorare dentro di sé i legami inconsci col mondo maschile, imparare a riconoscere il proprio piacere sessuale, smettere di vivere attraverso l'uomo e in funzione dell'uomo. Mettere in discussione la 'femminilità , cosà come è stata definita dalla cultura maschile ' cura, famiglia, identificazione col corpo, ecc.-, significava togliere all'uomo il sostegno materiale e psicologico che gli ha permesso di sentirsi libero e creativo nella vita pubblica, ma, al medesimo tempo, comportava il rifiuto di integrarsi in un ordine sociale che si è costruito in assenza della donna. La critica all'emancipazione, come adeguamento alla falsa neutralità  maschile o come spartizione e partecipazione al potere, accomuna la donna che ha interrotto la sua attività  di critica d'arte per «fare del femminismo la sua vita», e quella che al contrario, come Boccia, ha fatto del lavoro e del suo impegno sociale «una dimensione costitutiva della sua esistenza». Prendere coscienza che si può «essere emancipate e non libere» diventa il passaggio necessario per riportare il pensiero all'esperienza, cominciando dal luogo che porta segni più violenti e duraturi della colonizzazione maschile: il corpo e la sessualità . «Aver imposto la coincidenza di piacere e fecondazione, nel coito, ' scrive Boccia, riprendendo il discorso di Carla Lonzi.-, è il primo gesto di violenza maschile nei confronti della donna. Non solo le ha imposto il proprio piacere, ma le ha inibito la pratica della sua sessualità , del suo piacere. Con questa rinuncia l'uomo ottiene la sottomissione della donna. Questo è il tratto dominante della femminilità . La rinuncia al piacere sessuale è la rinuncia alla propria autonomia». La contrapposizione tra due figure femminili -la 'donna vaginale e la 'donna clitoridea-, di per sé poco convincente, come riconosce anche Boccia, va presa per l'effetto provocatorio che avrebbe potuto avere sulla dipendenza affettiva delle donne e sulla resa al dogma dell'eterosessualità . Forse non era possibile portare alla coscienza la sessualità  cancellata della donna senza svincolarla dalla maternità  e dall'amore, per i quali la donna ha rinunciato spesso a un piacere proprio. Quando Carla Lonzi definisce 'colonizzata la donna che accetta il coito, spesso contro la propria volontà , colpisce nel segno di una secolare sottomissione al piacere maschile, ottenuta spesso con la violenza. Ma è costretta a mettere in ombra il fatto che accogliere dentro di sé l'uomo va incontro a fantasie, desideri legati all'esperienza primordiale dell'amore: l'irripetibile unità  a due della madre e del figlio, prima della nascita e nei primi mesi di vita. Del resto, quando i temi della 'differenza e dell' 'autenticità  femminile sono calati dentro la vicenda autobiografica 'la relazione con Pietro Cosagra- il conflitto tra bisogno di autonomia e bisogno d'amore si fa evidente. Se è il secondo a prevalere, «la donna sparisce, diventa un'ombra accanto all'uomo». «Terribile non è il giogo dell'oppressione sociale, economica, giuridica, politica. Ma quello dell'amare, del dedicare all'altro la propria forza, senza la quale lui non può realizzare l'opera». (Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1980). La tessitura che Boccia va facendo con le parole della sua interlocutrice è tale da rendere quasi impercettibile il confine che le separa. Ma come per tutte le riprese di esperienze e parole che ci hanno appassionato, l'interpretazione lavora comunque, più o meno sotterraneamente, per salvare ciò che più ci sta a cuore. «È luogo comune considerare il femminismo di Lonzi viziato di soggettivismo, una ricerca introspettiva che resta sulla soglia del mondo, senza misurarsi con la realtà ». Il separatismo dei gruppi di autocoscienza, l'importanza data alla relazione tra donne, il rifiuto delle 'verità  oggettive dei sistematici del pensiero, non hanno impedito a Carla Lonzi -precisa Boccia- di mantenere aperta la sfida, il 'corpo a corpo con l'altro. Il dialogo con Consagra ne è una lucida e drammatica testimonianza. «Consagra ricrimina, richiede complicità  con il suo lavoro di artista. Fa appello alla fragilità , sua e degli uomini, che non possono fare a meno della cura e attenzione femminile». Determinata, ma aperta alla possibilità  del cambiamento è la risposta di Lonzi: «Non salterà  il mondo se l'uomo non avrà  più l'equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione». «La donna come soggetto non rifiuta l'uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario». Spezzare la complicità  con il desiderio maschile, togliere conferme, nel privato e nel pubblico, al privilegio secolare dell'altro sesso, è condizione imprescindibile perché la donna possa prendere parola, da donna, sul mondo, e, di conseguenza, perché la storia possa ricominciare il cammino per percorrerlo con lei 'come soggetto.
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La potenza delle relazioni
da: il Manifesto-28 Giugno 14
28/06/2014

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Dialogo con la femminista Carla Lonzi: confronto tra donne sul mondo maschile
da: il Fatto Quotidiano (web)-30 Luglio 14
30/07/2014
Maria Luisa Boccia in "Con Carla Lonzi. La mia opera è la mia vita" ricostruisce il percorso della scrittrice e filosofa che, per aderire fino in fondo al percorso del suo pensiero, ha deciso di rinunciare alla professione di critica d'arte, alle relazioni sociali e alla vita pubblica. Un dialogo con Carla Lonzi, da donna a donna, attraverso i suoi scritti, i manifesti, le riflessioni, che sollecitano chi legge a pensare a partire da sé. Si può sintetizzare cosà il libro di Maria Luisa Boccia, docente di filosofia e scrittrice, dal titolo 'Con Carla Lonzi. La mia opera è la mia vita. Un testo denso di rimandi alla produzione teorica della femminista della differenza più famosa d'Italia ma meno conosciuta a livello mainstream. Un'eredità , questa, in linea con la sua scelta di vita radicale, di netta separazione dal dominio del 'mondo umano maschile e di rifiuto di un percorso basato sull'emancipazione. Ha 39 anni Lonzi quando fonda il gruppo Rivolta Femminile e la piccola casa editrice che pubblica i libretti verdi e quando scrive il 'Manifesto, un testo che contiene i pensieri più significativi sul femminismo. Tra questi: l'orgoglio della differenza, il riconoscimento del lavoro di cura come produttivo, la critica verso il matrimonio, la centralità  del corpo e la rivendicazione di una sessualità  autonoma svincolata dalle richieste maschili. Sono gli anni Settanta, l'epoca della contestazione e della ribellione contro una società  che considera ancora la donna come sottomessa. La carica delle lotte in corso si traduce, prepotente, negli scritti lonziani di quegli anni: 'Sputiamo su Hegel, che mette in discussione le basi patriarcali della filosofia occidentale, e 'La donna vaginale e la donna clitoridea, che attacca le teorie freudiane legate alla sessualità  femminile, mandando in frantumi 'la struttura del rapporto tra i sessi e l'eterosessualità  obbligatoria (per usare le parole di Adrienne Rich). I pamphlet di Lonzi appaiono ancora più rivoluzionari se considerati alla luce delle sue scelte di vita. Per aderire fino in fondo al percorso del suo pensiero, infatti, la scrittrice e filosofa decide di rinunciare alla professione di critica d'arte, alle relazioni sociali e alla vita pubblica. 'È una scelta netta che non sarà  mai revocata ' scrive Boccia. ' Quando la compie Lonzi ha raggiunto un soddisfacente grado di riconoscimento e affermazione professionale. L'unica pratica possibile per questa femminista radicale resta l'autocoscienza, di cui lei è la pioniera, e cioè quel processo di autoconsapevolezza di sé inaugurato dal parlare tra donne in piccoli gruppi a partire dalla propria esperienza. Lonzi, inoltre, crede nella scrittura. Per lei, infatti, scrivere è 'un agire comunicativo, rivolto a chi legge per prendere parola a sua volta. In questo senso vanno letti anche i testi successivi: 'Taci anzi parla, diario di una femminista e 'Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, suo partner storico. Sono trascorsi parecchi anni da quell'epoca e gli scenari sociali sono completamente cambiati. Eppure il pensiero di Lonzi resta per molti versi attuale, un patrimonio a cui attingere, declinandolo a seconda delle proprie esigenze. L'intento del saggio di Boccia è proprio di tramandare la produzione della femminista della differenza alle nuove generazioni, dando la possibilità  alle giovani donne di oggi di riflettere sui diritti acquisiti, su quelli mancanti, su che cosa significa emancipazione, sulle pari opportunità , sulla persistente valorizzazione della donna-madre. Un libro che suona come un monito: non c'è una tabula rasa da cui partire, molte parole sono state già  dette, basta conoscerle, partendo da sé e dalle proprie differenze.
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Con Carla
da: Femminile Plurale-7 Luglio 14
07/07/2014
E' da poco uscito il nuovo libro di Maria Luisa Boccia, un libro che, ci dice l'autrice, è stato scritto 'con Carla Lonzi. Ovvero è stato scritto tentando di andare oltre la mera ricostruzione intellettualistica del pensiero della grande femminista, di andare oltre la sua riduzione ad un insieme di formule e di definizioni. Ciò infatti confliggerebbe con il suo pensiero che è un pensiero intriso di vita, la sua e, in fondo, anche la nostra. Carla Lonzi ci parla ancora, parlare di lei è un parlare 'con' lei. Se infatti la parola è comunicazione e se questa consiste nella parola detta e negli effetti di ciò che produce in chi l'ascolta, allora la comunicazione speciale di Lonzi di certo non è finita con la sua vita. Intatta rimane la potenza del suo messaggio, un messaggio che coinvolge interamente chi lo recepisce giacché la sua parola è innanzitutto un 'dare la parola'. La parola di Lonzi è parola viva almeno finché continuano ad esserci donne che la leggono, che ricevono quel messaggio, che prendono la parola data da Lonzi. Qui sta il cuore della sua 'attualità '. Potremmo dire che è un pensiero intrinsecamente 'attuale'. Il suo porsi al di là  della storia in cui è nato risiede nel senso ultimo del suo messaggio, nel suo invito a parlare. Il 'dare la parola' è qualcosa che non si circoscrive all'interno di una storia particolare ma ha a fare con la politica in sé come ciò che tesse le relazioni umane. L'invito a prendere parola è chiaro e nitido in ogni scritto di Lonzi. Il senso profondamente politico della vita e della parola lonziana è ciò che Maria Luisa Boccia mette in evidenza nel suo nuovo libro. L'idea del politico in Lonzi si mostra subito come distante dalle concezioni tradizionali sulla politica, sia essa intesa come potere oppure come attività  meramente 'pubblica' separata dalla vita 'privata'. Di fronte al mero potere e alla separatezza tra politica pubblica e vita privata, la politica di Lonzi ha il suono della rivolta, perché ne mina tutte le basi, in primo luogo le basi 'culturali'. La base del potere non è la violenza, sembra dirci Lonzi, ma la cultura, ovvero ciò che ci fa 'credere' in quel potere senza che, apparentemente, sia stato alzato un dito contro di noi. La cultura patriarcale è cultura fondata sulla possibilità  di istituire degli universali, fondata cioè su un'idea di trascendenza come separazione dal concreto, innalzamento di un astratto neutro, assoluto, valido per tutti indifferentemente. Questo sapere universale, falsamente oggettivo, è ciò su cui si è costruita nei secoli l'inferiorizzazione della donna e la sua collocazione nella sfera della pura immanenza. La trascendenza come universale è il fulcro del potere patriarcale. La rivolta della donna deve partire da qui, dal sovvertimento di questa idea di trascendenza. Contro l'idea di rivoluzione, tipica del pensiero maschile, come cambiamento delle condizioni esteriori di esistenza, la rivolta femminile mira a cambiare innanzitutto i soggetti, attraverso una rivolta che parte dalla loro vita interiore. In questa rivolta, la donna deve porre la propria trascendenza e la pratica attraverso la quale può farlo è l'autocoscienza. L'autocoscienza, definita come 'un'esperienza collettiva non ideologica, è una pratica autenticamente politica. Radicalmente altro rispetto alle manifestazioni di piazza o ad altri modi di opposizione al potere, l'autocoscienza si mostra come 'più politica' perché capace di trasformare i soggetti che la praticano, prima che le situazioni. Essa è 'più politica' anche perché presuppone il mettersi in gioco davvero all'interno delle relazioni. A dispetto di quanto si possa pensare, l'auto-coscienza non si può fare in solitudine, non è una relazione tra sé e sé. Al contrario, l'autocoscienza presuppone la relazione e ha il suo fine nella relazione, si gioca tutta all'interno del rapporto tra una coscienza e l'altra, ma i suoi effetti agiscono sul mondo con molta più potenza di altre azioni 'politiche': essa rivolta il mondo. Pratica concreta che agisce nell'immanenza, l'autocoscienza si rivela come il varco per porre un nuovo tipo di trascendenza, una trascendenza che non mira ad astrazioni e generalizzazioni, ma il contrario. La trascendenza che si scopre con l'autocoscienza si mostra essenzialmente come 'differenza', come non riducibilità  delle singole coscienze ad identità  prestabilite, a principi generali, a universalità  uniformanti. Il movimento che si compie non è verso l'assoluto, ma verso il singolare, il differente. La relazione, perno dell'autocoscienza, presupposto e motore della possibilità  di trascendenza, fa emergere la coscienza di sé come soggetto autenticamente politico, come soggetto che prende parola e che dà  la parola. La differenza è quindi la vera trascendenza e la trascendenza la scopriamo solo nella relazione con l'altra. Nella solitudine non c'è data la possibilità  di questa apertura. Eccolo il messaggio politico di Lonzi, che Maria Luisa Boccia ci ricorda cosà bene, invogliandoci ancora una volta a prendere in mano quei testi e a prendere parola, con Carla.
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Maria Luisa Boccia ai microfoni di Radio Radicale ci racconta Carla Lonzi
da: Radio Radicale-17 Luglio 14
17/07/2014

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Il femminismo? Essere me stessa senza aver bisogno di approvazione
da: La27esima ora - Corriere.it-28 Luglio 14
28/07/2014
«Care donne che non hanno bisogno del femminismo: la maggior parte di voi mi sembra essere giovane, bianca, mediamente attraente e normodotata. Ciò significa che ci sono aspetti dell'esperienza politica di essere una donna che non avete ancora sperimentato ed esperienze che potreste non fare mai». Cosà scrive Laurie Penny, collaboratrice del New Statesman, in una lettera aperta che sta facendo il giro del web dopo il successo dell'hashtag #womenagainstfeminism, firmato da giovani e giovanissime donne. «Essere giovani non è un peccato», continua la giornalista inglese, «Aver interiorizzato il sessismo non vi rende persone cattive, sempre che non decidiate di gettare fango su tutte le altre donne che stanno cercando di costruire un mondo più giusto e più libero per tutte noi. Diciamo solo che ci rivediamo tra 10 anni, io vi racconterò come va la lotta, e voi mi farete sapere che cosa il vostro anti-femminismo ha fatto per voi». Laurie Penny ha 28 anni. È dunque alle sue coetanee che parla. E cosà hanno fatto, su questo blog, Camilla Gaiaschi e Alessandra Ghimenti. E questo è un buon punto di partenza per superare l'impasse di uno scontro generazionale fatto tutto di sapere («voi non sapete cos'è stato il femminismo») e ignoranza («il femminismo è quel pensiero che insegna a odiare gli uomini, farsi crescere i peli o darla al primo che capita»), di eredità  non trasmesse e rifiuti aprioristici. Tra coetanee ci si può confrontare, capire, e non necessariamente andare d'accordo, senza che questo rappresenti un fallimento per l'una o l'altra parte. Perciò ha ragione Laurie Penny a premettere nel suo dialogo immaginario con le giovani donne «che non hanno bisogno del femminismo» che loro sono ' ovviamente ' del tutto libere di rifiutare il femminismo. E a sottolineare che questa bella libertà  di essere pro e di essere contro ' anche pro e contro il femminismo ' è una conquista molto recente per le donne nella società  occidentale, «che ha storicamente punito le donne per la loro insolenza, e ancora lo fa». E questo è un merito del femminismo, anzi un 'successo del femminismo come ha scritto Monica Lanfranco sul suo blog qualche giorno fa. C'è però un discorso che non mi convince, che si trova nella lettera di Laurie Penny come in tanti scritti che ho letto in questi giorni. Quello che si può riassumere con il messaggio alle giovani: se solo vi guardaste intorno vedreste quanta violenza e quanta discriminazione subiscono ancora le donne, e voi stesse in futuro ' quando sarete vecchie e non più attraenti, o se mai sarete violentate o se vorrete abortire ' vi accorgerete che del femminismo c'è bisogno, e ne avrete bisogno anche voi. Il femminismo è dunque una faccenda di donne anziane o brutte, molestate o picchiate, discriminate sul lavoro o trattate come oggetti? Non ha niente da dire a chi non vive ' o non sente di vivere ' sulla propria pelle né la discriminazione né la violenza? A chi dice «non ho bisogno del femminismo perché mi sento sufficientemente forte da sola»? Non c'è dubbio che il perdurare dell'oppressione delle donne, in forme anche brutali, in larga parte del globo terrestre sia una motivazione per continuare a lottare. E tuttavia questa ricerca, questa postura verso di sé e nella relazione con l'altro e l'altra ' non un modo d'essere ma un divenire ' questo che è per me l'essere femminista, ha anche radici più profonde nel vivere. Riguarda il divenire se stesse ' divenire soggetto ' nel rapporto con istituzioni sociali, forme culturali, sistemi di rappresentazioni plasmate nei secoli senza di noi, dal potere maschile, verso cui esercitare la propria autodeterminazione. E in quanto tale riguarda tutte. Nel suo ultimo saggio su Carla Lonzi (Con Carla Lonzi, Ediesse 2014), Maria Luisa Boccia ricorda come per il gruppo Rivolta Femminile, negli anni '70, non si trattasse di «proporre modelli di vita da adottare», non di «confutare ideologicamente le concrete scelte di vita, e ancor meno di sottovalutare le motivazioni e persino l'imperativo sociale all'emancipazione». Il problema, per dirla con le parole della stessa Lonzi, è «conoscersi come esseri umani completi, non più bisognosi di approvazione da parte dell'uomo». Il senso profondo dell'essere femministe per me è tutto ' e semplicemente ' qui. E se c'è bisogno di reinventare un linguaggio perché si possa uscire dallo stereotipo e riscoprire un femminismo capace di parlare a tutte, reinventiamolo.
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La libertà  delle donne
da: l'Unità-29 Luglio 14
29/07/2014

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La rivoluzione delle relazioni
da: Comune.info-26 Luglio 14
26/07/2014
La scommessa femminista è di mutare «modo d'essere» del pensiero e «modo d'essere» della vita. È una rivoluzione, allo stesso tempo, simbolica e materiale. La via maestra di questa rivoluzione sono, per Carla Lonzi, le relazioni. Sono le relazioni che vanno modificate per cambiare la realtà , la società  con le sue strutture, le sue regole, i suoi fini. Nelle relazioni si gioca la possibilità  stessa di vivere ed operare nel mondo. E sono in gioco tutte le relazioni, quelle con le donne, (l'altra da sé) e quelle con gli uomini (l'altro da sé). Se si perde questo nocciolo, si perde tutta l'originalità  di Lonzi. È infatti attraverso le relazioni che Carla Lonzi ha in trapreso il percorso del venire a coscienza della differenza femminile. Traendo, come dice, «tutto da me» (Taci, anzi parla, p. 74). Ovvero da quanto le risulta in prima persona. Un percorso che le ha consentito di divenire soggetto, senza negare autenticità  al suo, singolare, «modo di essere». Mettendo fine all'ostilità  fra il proprio sé e il mondo, da cui muove l'angosciosa domanda: sono io pazza, o è il mondo che è insensato? Quello che Lonzi intraprende è tutt'altro che un percorso privato, intimista. È la sola via per andare nel mondo con padronanza e libertà . Una via lungo la quale la donna ri-significa «femminile», ovvero storia, cultura, identità  a cui è stata assegnata. Potremmo dire che riattraversa, decostruisce e modifica quell'essenza che è stata il destino delle donne. L'ethos della femminilità  che confuta in Sputiamo su Hegel: cura, famiglia, corporeità . Ma questa è impresa affatto diversa dal recupero dei valori della femminilità . Se il conflitto è con la civiltà  dell'opera, la scommessa è di costruire un mondo meno ostile ed estraneo alle donne, mettendo in primo piano le relazioni tra soggettività  differenti, invece della produzione di oggetti. Per una donna, infatti, fallire le relazioni equivale a fallire il proprio principio di piacere e di realtà . Nel Manifesto di Rivolta femminile e in Sputiamo su Hegel, testi fondativi del femminismo, Lonzi ha dovuto concentrare il discorso, in modo pressoché esclusivo, sulla differenza femminile e sulle relazioni tra donne. E ha dovuto confutare il patriarcato, togliendo credito al pensiero maschile. Soprattutto alle teorie rivoluzionarie che lo hanno acquisito tra le donne, offrendo loro una prospettiva di emancipazione e liberazione. Grazie al femminismo, e alle mutate relazioni tra donne, costruite nei gruppi di autocoscienza, Lonzi può andare oltre e rivolgere la sua attenzione ai rapporti con gli uomini. Può chiedersi se e come sono stati modificati dal femminismo. Se e come la coscienza femminile abbia aperto lo spazio a relazioni differenti. Al centro di Vai pure e Armande sono io! vi è il rapporto con l'uomo. Il presupposto da cui muove è che non è più il rapporto, necessario per la realizzazione di sé, in quanto donna. La donna non è più la costola d'Adamo, venuta al mondo per tenere compagnia, accudire e sostenere l'uomo. È iniziata la sfida della «vita tra i due sessi»: cosà la definisce in La donna clitoridea e la donna vaginale (p. 95). Nella sessualità  come nella politica, nelle relazioni personali in quelle pubbliche. Ed è sfida sui modi della relazione, come sui contenuti. Nell'uno e nell'altro piano investe il desideri o e il piacere, le rappresentazioni e le pratiche. Crisi di virilità  La mossa decisiva è spostare l'uomo dal suo centro. «Alterare» il suo modo d'essere, destituirlo dal ruolo di protagonista. A partire dal riconoscimento della coscienza femminile, come principio differente di piacere e di realtà . Come è annunciato nel Manifesto: «dopo questo atto di coscienza l'uomo sarà  distinto dalla donna e dovrà  ascoltare da lei tutto quello che le concerne» (p. 11). Subito dopo, con preveggenza, viene scongiurato il possibile esito catastrofico della presa d'atto, da parte degli uomini, della propria parzialità : «Non salterà  il mondo se l'uomo non avrà  più l'equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione» (ibidem). (â?¦) Le donne si sono rivolte a se stesse, hanno costruito relazioni tra loro, si sono ritirate dal terreno della condivisione di idee, interessi e progetti con l'altro sesso. Non hanno più fatto «coppia», nella famiglia, nella sessualità , nella politica, nella cultura, nella produzione delle opere. È questo lo spostamento decisivo che è avvenuto con la presa di coscienza femminile. Ma anche l'uomo deve ritirarsi dal terreno della complementarità , per costruire su un altro piano la relazione con la donna. Questa mossa della differenza maschile tuttora latita. Talvolta si mostra, per poi appannarsi di nuovo. È il passaggio in cui siamo. Lonzi lo indica già  nell'82 come il passaggio necessario perché il femminismo non si trovi in stallo, impossibilitato a procedere. Nell'intervista a «Quotidiano donna» (maggio '81) si chiede: Perché ci si ferma, noi donne di fronte a questo? Perché non si capisce che questo è un nuovo inizio? Ci si ferma nel mondo delle donne. Ci si ferma nello stare tra donne. Ma non ci si sposta nella sfida ad andare, a fare il corpo a corpo con l'altro. Non serve il dissidio costante, non serve la rivendicazione. Al contrario, attestarsi sul terreno delle rivendicazioni e del dissenso è un modo di riconfermare l'uomo. (â?¦.) Negli ultimi anni Lonzi torna con insistenza sulla necessità  di non accontentarsi dell'agio nelle relazioni tra donne, per rilanciare la sfida nelle relazioni con l'uomo. In un convegno della Società  delle letterate sulle relazioni suscitando un qualche stupore, ho parlato della relazione donna-uomo, e non di quella donna-donna. Partendo da una riflessione autocoscienziale su come si era modificata, grazie alla mia lettura di Lonzi, la relazione c on Marcello Argilli, l'uomo con cui ho un legame da molti anni. Marcello è uno scrittore, e ha raccontato in un libro, Il mondo di Malu ' Malu è l'acronimo del mio nome Maria Luisa ', come può essere un mondo fantasticato da due adolescenti, maschio e femmina. Se a guidare la loro relazione è lei, la «principessa della mente». Malu, come Armande, suscita reazioni di rigetto. Marcello mi ha raccontato che nei numerosi incontri sul libro, fatti nelle scuole, erano le ragazze ad essere sconcertate da questa relazione di spari. Evidentemente coglievano molto bene quale spostamento rappresentava. Comunque la mia scelta di parlare della relazi one «a due», tra uomo e donna, è stata da alcune intesa come una messa in dubbio della centralità  della relazione tra donne. Ovvero di quello che è stato, ed è, il nucleo del femminismo. Come se proponessi un ritorno al passato. Al contrario, il mio intento era, ed è, quello di investire il guadagno acquisito nella relazione tra donne, mettendolo in gioco nella relazione con l'altro. Penso che dovremmo tornare a raccontare cosa accade nelle relazioni che ogni singola donna ha con singoli uomini. A chiederci se e come è riconoscibile in esse il segno della libertà  femminile. Detto altrimenti. Cosa accade tra un uomo e una donna è ancora per noi un criterio di giudizio come lo è stato negli anni Settanta? Cosa è cambiato nel modo d'essere donna e uomo, e nell'esperienza umana? Quale bilancio tracciamo delle relazioni tra i sessi? Negli anni Settanta il criterio di giudizio essenziale era quello delle relazioni singole che ho qui indicato. E infatti ne abbiamo una ricca e diffusa narrazione, della quale Lonzi è una delle voci più autorevoli. Oggi, questa narrazione non sembra più importante. Anche nel femminismo della differenza tende a prevalere un discorso «culturale», vorrei dire oggettivo, sui rapporti tra i sessi. Vi è una messe di studi, spesso pregevoli, ma si è perso il filo della narrazione in cui sessualità  e politica si intrecciano in una unica trama. Che è altra cosa da una politica sul sesso, sui diritti e sulle libertà  sessuali. Il pensiero, sessuale e sessuato, di Lonzi e del femminismo che lei inaugura, non è un insieme di contenuti, che entrano a far parte del discorso politico. È un pensiero generato dalla scoperta che il piacere femminile non è complementare a quello maschile. Questa erotizzazione della nostra pratica politica è smarrita. Siamo più sole nel fronteggiare la fatica delle relazioni con l'altro, e anche delle relazioni tra donne, sia nella sfera pubblica che in quella privata. Di questa fatica fa parte anche lo smarrimento di senso. Solo se ritroviamo il gusto di quella narrazione, possiamo fare del piacere femminile il criterio di misura nelle relazioni con gli uomini, negli spostamenti che vogliamo, e nelle sfide che comportano. Solo cosà noi siamo con Carla Lonzi.
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La lezione del femminismo
da: Rassegna Sindacale-2 Ottobre 14
02/10/2014

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Violenza (maschile)
da: il Manifesto-7 Ottobre 14
07/10/2014

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