Che genere di islam
Omosessuali, queer e transessuali tra shari’a e nuove interpretazioni
L'islam e l'omosessualità : una storia complessa e articolata.
Pubb. : Settembre 2012
208 pag
ISBN: 88-230-1696-5
Descrizione
L’immagine che l’Occidente ha della cultura musulmana è quella, tra l’altro, di una cultura omofobica e avversa alle sfumature di genere. C’è chi ritiene che l’omosessualità, intesa come rapporto paritario, non sarebbe esistita nel mondo musulmano fino all’incontro con la modernità occidentale; chi predica invece che l’omosessualità sia sempre stata diffusa nelle società musulmane a causa della segregazione tra i sessi, rivelando il proprio insito razzismo perché la riduce al mero atto sessuale e a una forzata necessità. C’è chi considera «tutto ciò che altera l’ordine del mondo» un grave «disordine, fonte di male e, fondamentalmente, anarchia». Meglio allora la transessualità intesa come cambiamento di sesso che il travestitismo; meglio maschie barbe che il volto sbarbato; meglio imputare l’omosessualità alla «decadente» cultura occidentale, e rinnegare in tal modo la sua matrice autoctona. In realtà, la storia dell’omosessualità nelle società musulmane è complessa e articolata, e presenta sostanziali variazioni nel tempo e nelle realtà socio-geografiche e una vasta gamma di atteggiamenti tra i musulmani stessi. Il presente libro offre una panoramica ampia ed esaustiva, spesso dissacrante e provocatoria, del rapporto omosessualità-islam. Partendo dall’analisi dei testi sacri musulmani (Corano e hadith), il volume affronta l’argomento con un’analisi condotta in prospettiva teorica, storico-sociale e letterario-artistica, con grande rigore linguistico nell’uso o nella traduzione di termini arabi e persiani. Ampio spazio è dato alla situazione attuale, soprattutto al dibattito che coinvolge milioni di musulmani che vogliono conciliare l’essere «diversi» con la propria fede.
Rassegna:
Omosessualità e shari'a. Il genere di Islam di Anna Vanzan e Jolanda Guardi
da: Focus Méditerranée-14 Febbraio 13
14/02/2013

Link alla risorsa
Jolanda Guardi e Anna Vanzan, Che genere di Islam? Omosessuali, queer e transessuali tra shari’a e nuove interpretazioni
da: MEYKHANE-11 Febbraio 13
11/02/2013

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La lezione dei generi
da: Io donna-20 Aprile 13
20/04/2013

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Rapporti omosex e Corano
da: il sole 24 ore - Domenica-5 Mag 13
05/05/2013

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Islam e gay: un dossier
da: http://danielebarbieri.wordpress.com/-3 Dicembre 12
03/12/2012
1) notizie da Parigi 2) prime reazioni 3) un libro importante 4) due chiacchiere con Jolanda Guardi e Anna Vanzan 5) e i cattolici italiani invece? 1. Ieri, 30 novembre, ha aperto i battenti a Parigi (o meglio nel sobborgo di Sevres) una moschea per gay, su iniziativa di Ludovic Mohamed Zahed, 35enne francese di origine algerina. Zahed è stato studente di antropologia e psicologia, ha fondato due ong che si occupano di omosessualità e lotta all’Aids ed è autore del libro «Le Coran et la chair» («Il Corano e la carne») nel quale ripercorre il suo cammino spirituale come musulmano gay. «Guardian» dà la notizia ampiamente. Qui sotto una mia sintesi: per inciso, evviva il traduttore automatico che mi ha aiutato in questa impresa. «Non voglio che la gente pensi sia una miscela impossibile. Questi diversi aspetti dell’identità sono compatibili. Oggi in Francia, gli adolescenti gay hanno quasi 15 volte più probabilità di uccidersi a causa del diffuso rifiuto sociale sul loro orientamento sessuale. Sono profondamente ferito per questo e nel 2010 ho deciso di creare un’associazione a sostegno dei gay musulmani di Francia. Ciò mi ha portato a progettare una moschea inclusiva a Parigi, la prima del suo genere. L’idea mi è venuta dopo un lungo viaggio personale. Da adolescente, la mia rappresentazione dell’Islam era radicale. (Zahed era vicino ai salafiti. precisa in un’intervista al quotidiano turco «Hurriyet», ma se ne è allontanato dopo aver visto che compivano atti terroristici). Da piccolo ho imparato metà del Corano a memoria. Sono rimasto incantato dalla bellezza dei testi, ricchi di universalismo. A 17 anni sono venuto a patti con il fatto che ero gay. Adesso, dopo 15 anni di riflessione, capisco che il Corano non fa esplicito riferimento all’omosessualità, né alle donne come inferiori. In effetti l’interpretazione restrittiva e dogmatica di alcuni versetti del Corano non è più unanime, soprattutto agli occhi dei musulmani progressisti di tutto il mondo (anche se restiamo, per il momento, una minoranza). Ora voglio condividere il mio amore e la ricerca di una via pacifica spirituale con tante altre persone. Per questo voglio aprire un luogo di culto in cui le persone saranno sempre accolte come fratelli e sorelle, qualunque sia il loro orientamento sessuale o etnico. Il mio progetto è sostenuto da uomini, donne, trans e anche padri che non vogliono lasciare in eredità solo un Islam intollerante. Il mio piano non prevede di celebrare i matrimoni gay. I musulmani considerano il matrimonio come un contratto sociale fra due individui consenzienti, da stabilire di fronte ad almeno due testimoni, e celebrato davanti alla loro comunità. Le preghiere dell’imam funzionano solo per chiamare i partecipanti a benedire la felicità e a sigillare un contratto fra due zawjan, una parola araba che significa “coniuge”. A differenza della Chiesa cattolica, a esempio, che continua a decidere unilateralmente chi può o non può sposarsi, i musulmani non considerano il matrimonio un sacramento. Questo progetto dà speranza a tanti credenti della mia comunità. La preghiera comune, praticata in ambiente egualitario e senza alcuna forma di discriminazione basata sul genere, è uno dei pilastri a sostegno delle proposte di riforma della nostra rappresentazione progressiva dell’Islam. In Nord America, i progressisti musulmani sono spesso assistiti da congregazioni cristiane o da associazioni private, che consentono di utilizzare una parte dei loro locali per la preghiera del venerdì. A Parigi per il momento possiamo beneficiare del supporto di un bellissimo tempio buddista zen nella parte orientale di Parigi, ma siamo alla ricerca d’una soluzione più praticabile nel lungo periodo: un luogo più centrale per accogliere il maggior numero possibile di fedeli. Guardare il femminismo e l’omosessualità all’interno dell’Islam significa che possiamo capire meglio la nostra relazione con l’autorità religiosa, mettere in discussione il dogma istituzionale e, per estensione, meditare sulla libertà di definire la nostra identità, senza concessioni, compromessi o sottomissioni». 2. I media italiani per ora non si sono granché appassionati a questa notizia (al contrario il quotidiano turco «Hurriyet» ha intervistato Zahed). In rete invece se ne discute. La notizia rimbalza anche su alcuni siti in italiano che fanno riferimento all’Islam. A esempio su «BladiBella.Com» (servizio di notizie per marocchini) viene riassunta così. «Sarà Ludovic Mohamed Zahed, 35enne francese di origine algerina, già balzato agli onori della cronaca per aver contratto, a marzo di quest’anno, un matrimonio omosessuale con cerimonia islamica, ad inaugurare la prima moschea per gay a Parigi, il prossimo 30 novembre. L’iniziativa è destinata a creare non poche polemiche nel mondo islamico, anche in virtù del fatto che Zahed ed il suo consorte hanno già ricevuto molte minacce per la scelta di sposarsi. Ma Zahed non ci sta e si sfoga così sul quotidiano turco “Hurriyet”: “Le donne nelle moschee si coprono con il hijab e siedono dietro agli uomini. Noi abbiamo paura di essere molestati, sia verbalmente che fisicamente e per questo dopo il mio rientro dal pellegrinaggio ho deciso di aprire una moschea dove solo gli omosessuali possono pregare”. La notizia ha avuto molta risonanza anche in Italia e sulla questione è intervenuto Yasin Gentile, imam della Moschea di Piazza Mercato a Napoli: “Nel Corano si legge che l’uomo si lega alla donna e va ad abitare presso di lei e si racconta che Abramo rimproverò alcuni uomini attratti dalla bellezza degli angeli. Inoltre si definisce come atto di peccato l’unione tra due persone dello stesso sesso, su questo punto c’è concordia tra le religioni monoteiste”». Subito sotto – intendo sui su «BladiBella.Com» – alcuni commenti negativi come questo, a firma Fatima Morchid che riproduco integralmente: «negli ultimi tempi si leggono notizie di tutti i colori ma questa ha superato i limiti della vita stessa. ha sconfinati i cosi detti parametri… diffondere gia una notizia cosi è di per se un atto di pubblicita perche è cio che vogliono loro.. far discutere e parlare su vittimismo dei gay… io personalmente non condanno non giudico nessuna scelta di ogni individuo ma di certo non condivido qualsiasi atto o pensiero che va contro quello che DIO ha stabilito per noi …percio questa è una notizia che non va ne insultata come ho visto alcuni fare nei commenti ma bisogna solo pregare che dio fermi tutto cio e che la sua misericordia possa passare nei cuori di questi persone». 3. Per una fortunata coincidenza è uscito da poco in Italia un libro che può aiutarci a capir meglio di cosa si sta parlando. Evitando il solito schieramento di entusiasti e indignati… entrambi disinformati e a prescindere dai fatti. Si chiama «Che genere di Islam» – con il sottotitolo «Omosessuali, queer e transessuali tra shari’a e nuove interpretazioni» – e lo hanno scritto Jolanda Guardi e Anna Vanzan, per Ediesse (208 pagine, 12 euri). Di fronte a gran parte dell’opinione pubblica che considera l’Islam omofobico e un’altra minoritaria corrente di pensiero che lo vede «tollerante della diversità», le due autrici non prendono posizione. Nell’introduzione spiegano che «il rigore scientifico della ricerca consiste nel procedere con serendipità accostando ricerca letteraria, storica, sociale e artistica» per render conto della complessità e di «sostanziali variazioni nel tempo e nelle realtà socio-geografiche con una vasta gamma di atteggiamenti fra gli stessi musulmani». Dunque, «partendo dall’analisi dei testi sacri musulmani (Corano e hadit)», il volume scopre «come fra i musulmani non vi sia un approccio unico e negativo» ma una vasta gamma di atteggiamenti e «di nuove interpretazioni religiose di cui tenta d’impadronirsi chi voglia conciliare fede e “diversità”». Ricchissimi di citazioni – e di contrastanti valutazioni lungo l’arco storico – i primi due capitoli su religione e letteratura come il quarto sul mondo persiano. Il terzo ci piomba nel «Queer Islam» e in particolare nelle esperienze transgender, «un tabù sociale». Un solo esempio: sin dal 1999 in Libano si chiede (senza successo) di cambiare la legge che punisce gli «atti sessuali contro natura»: sono nati un sito, una rivista on-line, a Beirut «un centro rifugio per transessuali» vittime di violenza e nel 2009 un libro bianco di testimonianze. Il quinto capitolo è su «Repubblica islamica» (cioè Iran) e «LGBTQ» (la sigla definisce l’arcipelago lesbico, gay, bisessuale, transessuale e queer). Le autrici segnalano un paradosso: «man mano che lo Stato interviene per separare i sessi nelle aree pubbliche […] le persone dello stesso sesso sono costrette a condividere spazi che escludono l’altro sesso». Chiudono il volume bibliografia, sitografia, filmografia – davvero ricche – e «Le parole per dirlo», molto più di un glossario perché – come sempre – chi decide di usare una parola (positiva o negativa) piuttosto di un’altra in qualche modo influenza o controlla il linguaggio (cioè decide i significati) e vince una lotta decisiva. Siccome in ogni contesto serio – o drammatico – c’è sempre da sorridere segnalo un buffo parallelismo che però colpirà solo i romani (o almeno credo): nella sezione del persiano e urdu del libro si rimanda al termine «mosahequeh», letteralmente «azione di sfregamento», per lesbica; nel dialetto romanesco i primi pomiciamenti giovanili sono chiamati, con un misto di ironia e di spavalderia, «andare allo sfregatoio» o «andare allo scorticatoio». Di passaggio – ma è un punto importante – Guardi e Vanzan smascherano anche l’ipocrisia di molti Paesi occidentali: per non concedere asilo politico, negano che nell’Iran di oggi gli omosessuali siano perseguitati. Conclusioni? Le autrici ribadiscono che «l’immaginario collettivo si nutre di idee e preconcetti che trovano solo un riscontro parziale nella realtà» e che il territorio d’indagine è immenso e poco esplorato. Anche perché non esiste un solo Islam come del resto un cristianesimo compatto o una laicità buona per tutti. 4. Ho cercato di approfondire il discorso con le due autrici. Ecco le interviste (sempre sia lodato Skipe). Per prima Jolanda Guardi: docente di lingua araba a Milano e ricercatrice in Spagna, da anni si occupa di intellettuali e potere nel mondo arabo. «Su questi temi sono usciti altri libri interessanti ma poco in italiano. Quel che mi pare nuovo è l’approccio: interrogarsi su una visione monolitica del mondo musulmano che non corrisponde alla realtà. L’islam è una società in movimento, piuttosto è il nostro modo di guardarlo che non cambia. Io spero che questa nostra impostazione possa essere applicata ad altre questioni. Il primo capitolo serve a contrastare l’idea che il discorso religioso sia granitico e uniforme: anche in assenza di un’interpretazione moderna non esiste nell’Islam un riferimento indiscutibile sull’omosessualità, come per altri temi. Pesa molto più la tradizione, ovviamente all’interno dei mutevoli contesti storico-politici, che il riferimento ai testi religiosi. Io ho voluto risalire alle fonti per mostrare che si trovano opinioni variegate e dunque c’è uno spazio di scelta». Le chiedo del linguaggio. «Occorre rigore per affrontare temi così complessi, ma, se il nostro approccio all’Islam deve mutare, occorre cambiare anche il nostro linguaggio. Così io e Anna Vanzan abbiamo scelto di comunicare, di essere chiare, senza cadere nel banale, tenendo presente che volumi anche di rango sono spesso scritti in modo auto-centrato». Cioè, aggiungo io, finiscono con l’essere utili solo a super-specialisti. «Ritengo importante lo spazio dato all’approccio letterario: quello del mondo arabo è molto sfaccettato. Molte ricerche, anche di buon livello, considerano la letteratura del periodo classico come un genere realista, ma evidentemente è fiction: con un vero e proprio sotto-genere sui rapporti erotici fra persone dello stesso sesso. Letteratura senz’altro a beneficio delle elites. Non abbiamo documenti che possano confermare o smentire che l’omo-erotismo lì descritto (sia fra adulti che rispetto ai ragazzi) fosse praticato. Diverso il discorso sulla letteratura moderna e contemporanea. Quella araba è notoriamente impegnata. L’omosessualità è un tema difficile da affrontare e viene inizialmente messo in relazione con la violenza e la discriminazione. Ma sta nascendo un nuovo genere, potremmo dire LGBTQ, in lingua araba – mentre di solito su certi temi scomodi in passato si preferiva usare l’inglese o il francese – e questo mette in crisi il canone letterario ufficiale, che è quello del potere. Si contesta un concetto di virilità ben preciso che si definisce in opposizione a quella femminile. Anche la “teologia della liberazione” nel mondo arabo ha messo in discussione questo stereotipo, che si era rafforzato nei nazionalismi, anche con un patto fra politica e religione. Ammettere che i corpi siano sessuati e parlino linguaggi differenti contribuisce a rompere le rigidità, costringe a rimettere in discussione tutto, comprese le diverse visioni della società. E’ un primo approccio, continueremo il nostro lavoro. Se il libro appare contraddittorio ebbene… così è la realtà». Chiedo a Jolanda Guardi se l’iniziativa di Zahed merita attenzione. «In questo quadro l’apertura della moschea a Parigi è importante. Negli ultimi anni, già in diverse situazioni (Cina e Pakistan) si sono aperte moschee solo per donne, con una donna imam: non a caso è accaduto in Paesi dove le donne sono particolarmente penalizzate. Ma è anche un segnale più generale di mutamento. Perciò giudico molto positivamente quel che succede a Parigi: non è un luogo di segregazione ma di riconoscimento. Finora si diceva che “se scegli” di essere gay (o sei “malato di omosessualità” secondo altri) allora sei fuori dall’Islam. Oggi questo schema vacilla. La scorsa settimana è stato annunciato a Madrid l’apertura di un centro per gay e lesbiche musulmane. Tutto questo influisce sui Paesi d’origine dei migranti. Alla fine qualcosa cambierà. Il libro arriva proprio al momento giusto per aiutare a capire il processo in corso». Ancora sulla lingua “giusta” da usare. «Il sesto capitolo si intitola “Le parole per dirlo”. Non è questione solo di politically correct o di complessità. Si sta creando un nuovo linguaggio e nella cultura araba la scelta delle parole è importante ancor più che da noi. Di solito è la mentalità a influire sul linguaggio ma talvolta accade il contrario: un modo diverso di parlare aiuta a capire meglio, influisce sul cambiamento». Fra i tanti muri quello più solido si chiama silenzio. «Io tengo d’occhio la stampa araba e ho notato che la questione LGTBQ è presente sempre più spesso. Si danno le notizie anche se con commenti negativi. A esempio sull’iniziativa a Parigi di Ludovic Mohamed Zahed un quotidiano apriva così il suo articolo: “Siamo davvero arrivati alla fine dei tempi”. Insomma se ne parla ma prendendo in qualche modo le distanze. Autocensura dei giornalisti? Chissà. Comunque un passo avanti rispetto al silenzio. Il dibattito è aperto, l’esito da vedere». Ero presente a Roma quando Guardi e Vanzan hanno presentato il loro libro alla Casa internazionale delle donne e mi è parso significativa la presenza di Salameh Ashour, esponente della Comunità islamica in Italia. Il suo discorso non ha convinto tutte le persone presenti (molte della comunità gay) ma la sua presenza è comunque positiva e rivelatrice. Tanto più che, in estrema sintesi, ha detto: siamo tutti figli di Dio e ognuno nel suo privato faccia quello che vuole. «Non mi pare poco anche perché non stavamo chiacchierando al bar ma in un luogo pubblico» sintetizza Jolanda Guardi. Qualche altra domanda (stavolta Skipe è meno benevolo) la rivolgo ad Anna Vanzan, iranista e islamologa, anche lei docente all’università di Milano. I suoi libri più recenti sono «Le donne di Allah, viaggio tra i femminismi islamici» (Bruno Mondadori, 2010) e «Figlie di Shahrazàd. storia delle scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi» (sempre Bruno Mondadori, 2009). La prima questione che le pongo è se l’Iran sia compattamente omofobo come certi sostengono. «Nonostante una legislazione particolarmente punitiva (con 19 articoli sulla sodomia nel nuovo Codice penale) e che contempla addirittura la pena di morte, la situazione dell’Iran è in movimento. Piena di contraddizioni e paradossi, a esempio la relativa facilità con la quale le persone possono cambiare sesso. D’altro canto esiste qui una tradizione letteraria, religiosa e filosofica che attesta l’omosessualità, non la si può cancellare all’improvviso dopo secoli. Nell’attuale Iran esistono dunque associazioni gay e anche gruppi di madri che sostengono la richiesta di cambiare le leggi. Di solito le madri sono più comprensive, i padri più duri. Grazie a Internet, il mondo LGBTQ dell’Iran può entrare in contatto con altri Paesi. Dall’altra parte c’è la famosa frase del 2007 di Ahmadinejad, mentre era negli Usa, secondo cui “Nel nostro Paese non ci sono omosessuali”. Il tono era sprezzante anche se può darsi che le parole siano state male interpretate. Eppure, anche se con gran fatica, la comunità LGBTQ iraniana si fa sentire e non solo su internet: il 17 maggio di quest’anno, in occasione dell’IDAHO (giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia) sia nelle comunità dei migranti che in alcune città iraniane vi sono state azioni di protesta». Forse quando, nel discorso pubblico, diciamo Islam non ci capiamo. «Infatti è necessario capire bene cosa intendiamo per Islam quando parliamo del comune sentire. Ovviamente essere musulmani significa cose diverse anche in rapporto con la visibilità che si può conquistare in Occidente o con i nostri pregiudizi: per alcuni quell’etichetta è come un mestiere, per altri uno scudo dietro il quale nascondersi oppure per cercare una platea. Invece per le persone qualunque io farei, certo usando l’accetta, questa distinzione. Quasi tutti si considerano musulmani e danno grande importanza alla religione; c’è poi un secondo gruppo, meno numeroso, che potremmo definire di islamici militanti i cui appartenenti credono giusto che la religione contamini gli spazi sociali; infine gli “islamisti” per i quali nessuno spazio è pensabile fuori dalla religione. Con ogni evidenza esistono punti di passaggio o di frizione fra i tre “raggruppamenti”. Ma l’idea di un’etica pubblica è comunque accettata da tutti e questa è una differenza importante con gran parte dell’Occidente. La differenza risalta anche quando, a esempio, consideriamo i cosiddetti femminismi islamici: di certo le musulmane chiedono maggiori diritti ma all’interno di una cornice religiosa; molte donne dunque non accettano il femminismo “secolare” all’occidentale ma chiedono che l’Islam apra alle donne, ai loro diritti. Analogamente per i gay: tantissimi fra loro si considerano buoni musulmani (per gli atei il discorso evidentemente è diverso) dunque non vogliono rinunciare alla loro identità religiosa, anzi non si pongono proprio il problema. Credono che per loro ci sia uno spazio dentro l’Islam. E si impegnano in questa direzione». La contraddizione si riflette anche nei vecchi e nuovi media? «Ovviamente questi discorsi passano, in molte forme esplicite o più spesso sotterranee, anche nella musica o nel cinema. Nel nostro libro ricordo alcuni film importanti come le canzoni autobiografiche dell’iraniana Sayeh Sky, il suo coming out, la denuncia dei diritti negati, i suoi versi : “il tempo delle costrizioni è finito e la schiavitù femminile pure”. Ma oggi Sayeh Sky è in Canada, come Saqi Qahraman, poetessa e attivista del movimento. Davvero interessante è che questo scontro culturale e religioso non passa solo nella produzione underground. Il cinema iraniano più popolare è fatto di strati: noi cogliamo il senso generale di un film ma chi ci vive o conosce bene la realtà sa scavare e trova altri messaggi. Tanto per usare una frase fatta ma chiara si usa molto la tecnica “dire a suocera perché nuora intenda”. C’è comunque un nuovo modo, anche nel cinema più diffuso, di affrontare queste tematiche». Lasciamo l’Iran ma restiamo in Asia. «Ancora diverso è il discorso in Centr’Asia. Per esempio nell’area pakistana la situazione generale è più difficile, esasperata e dunque ogni diversità è perseguitata. Più interessante quel che accade nella parte islamica (il 10 per cento circa ma non pochi … visto che parliamo di un miliardo di persone) dell’India dove invece ci sono aperture al dialogo in ogni direzione». E chi migra? «Anche nelle migrazioni ci si organizza. Da noi esiste a esempio il Moi cioè Musulmani Omosessuali in Italia, un gruppo on line. In un certo senso il loro è un doppio coming out, davvero difficile. Non è detto infatti che nelle migrazioni ci sia più libertà: spesso il controllo della comunità è maggiore sia come reazione al razzismo sia per il timore di perdere le proprie radici che spinge verso le tradizioni più consolidate». Una seppur provvisoria conclusione? «Per concludere bisogna sottolineare di nuovo la complessità delle questioni e dunque anche del nostro libro. Siamo state il più chiare possibile ma comunque eravamo consapevoli di essere all’inizio di un percorso. Lavorando abbiamo avuto anche conferma che in Italia quasi nulla di serio si trova su questi temi e a livello internazionale c’è molta letteratura schierata (in un senso o in un altro) ma poche ricerche approfondite. Avevamo urgenza di fare uscire questo libro ma occorrono altri approfondimenti. E soprattutto mutare sguardo, uscire dai preconcetti di ogni tipo». 5. Musulmani e omosessuali, un rapporto in evoluzione. E fra i cattolici italiani? Se si va sul cito della Comunità di base cristiana di Pinerolo (cdbpinerolo.wordpress.com) e poi si clicca su «La scala di Giacobbe» esce questo «Chi siamo». «Siamo un gruppo di persone gay, lesbiche e transgender di età, provenienza e percorsi di vita diversi: cattolici, protestanti, cristiani/e senza chiesa, persone che non si definiscono credenti ma si sentono in ricerca su cammini diversi. Il gruppo è nato nell’autunno 2001 come momento di incontro, di amicizia, di riflessione e di confronto. Ci accomuna la voglia di stare insieme, il desiderio di riflettere sulla nostra identità sessuale e affettiva partendo dalla nostra esperienza, l’apertura ad un cammino spirituale e il riferimento nella comunità cristiana di base di Pinerolo. Ci incontriamo di solito il terzo sabato del mese per partecipare ad un incontro di studio che ci propone Franco Barbero; dopo la cena insieme, proseguiamo la riflessione e il confronto o vediamo un film. La domenica mattina partecipiamo all’eucarestia della comunità di base. Talvolta prepariamo le nostre riflessioni sulle letture bibliche per la celebrazione. E-mail: lascaladigiacobbe@gmail.com, mailing list: http://it.groups.yahoo.com/group/lascaladigiacobbe». Una eccezione? Sì e no. Qui sotto un elenco dei – così amano definirsi – «gruppi di omosessuali credenti in Italia». Pochi o molti, ognuno giudicherà; comunque invisibili sui media come tutte le minoranze (e paradossalmente le maggioranze) di un Paese dove il giornalismo ama quasi esclusivamente le elites, i Palazzi e i Vip.
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Omosessualità e Islam
da: Unione Sarda-1 Dicembre 12
01/12/2012

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Omofobia: l’islam e le sessualità plurali
da: Amisnet-17 Mag 13
17/05/2013
Dal 2007 l’Unione Europea ha indetto la giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia che si celebra il 17 maggio, anniversario della rimozione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali redatto dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità. Se da una parte in molti paesi si sta dando riconoscimento legale alle unioni omosessuali, in qualche caso anche all’adozione, e negli USA in questi giorni si discute anche di riconoscere il ricongiungimento famigliare per i migranti omosessuali, dall’altra i dati sulla violenza omofoba e transfoba sono scoraggianti e ci sono paesi che invece acuiscono le loro legislazioni contro le persone omosessuali, come il caso eclatante dell’ Uganda dove si discute di pena di morte. L’omofobia è un male diffuso, un morbo che accomuna le interpretazioni più conservatrici e rigide di tutte le religioni monoteiste come ha dimostrato l’elenco dei paesi che non hanno voluto firmare la moratoria universale contro le leggi anti-omosessualità proposta in sede di Nazioni Unite nel 2008, quando Iran, Arabia Saudita e Vaticano si sono battuti fianco a fianco per impedirne l’approvazione. Molti dei paesi dove l’omosessualità è duramente perseguita sono a maggioranza islamica tuttavia “tornando alle fonti, al Corano e i Hadith, non c’è una proibizione chiara e netta” ha spiegato ai nostri microfoni l’ iranista ed islamologa Anna Vanzan, coautrice del libro “Che genere di Islam, queer e transessuali tra shari’a e nuove interpretazioni” recentemente pubblicato da Ediesse. Del resto anche nella letteratura araba, persiana ed ottomana è possibile rintracciare i cambiamenti di mentalità che hanno attraversato nei secoli la “Umma” islamica. In linea di massima l’islam, come le altre religioni monoteiste, ha a cuore la riproduzione della “Umma”, la comunità, ed in questo senso contrasta tendenze che potrebbero essere considerate pericolose. Una identità sessuale fluida è vista come potenzialmente destabilizzante, le interpretazioni tradizionali vorrebbero invece che le persone si conforminassero ai due generi “naturali”. Di qui il paradosso di paesi che, come la Repubblica Islamica Iraniana, da una parte offrono gratuitamente i trattamenti sanitari necessari per il cambio di genere, dall’altra condannano a morte gli omosessuali. I nostri media ci raccontano della persecuzione, di lapidazioni ed impiccagioni che purtroppo si verificano a danno di persone LGBT, si parla invece pochissimo del dibattito sui temi inerenti le questioni di genere che è vivacissimo nella maggior parte delle società a maggioranza mussulmana ed avviene anche attraverso internet ed i canali satellitari che varcano i confini delle singole nazioni. Oltre a questo c’è un nascente movimento LGBT i cui pionieri sono stati i libanesi dell’ associazione “Helem“, la prima riconosciuta dal governo di un paese arabo. Il movimento ha poi avuto una accelerazione, visto che le primavere arabe pur non avendo rivoluzionato fino in fondo il sistema politico dei paesi che hanno toccato, sono riuscite ad aprire nuovi spazi d’espressione per la società civile e quindi anche per le persone omosessuali. Ci sono anche i mussulmani in diaspora nei paesi occidentali a sostenere una interpretazione più inclusiva dell’ islam: hanno scatenato il dibattito un imam di Washington, Daayiee Abdullah, che si è dichiarato disponibile a celebrare matrimoni non eterosessuali, ed uno si Parigi, Ludovic-Mohamed Zahed, omosessuale dichiarato fondatore di HM2F . Nel nostro paese ‘è invece l’associazione Mussulmani Omosessuali in Italia a battersi per coniugare il proprio sentimento religioso con un ‘identità di genere plurale.
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Islam di genere
da: La nuova ecologia-1 Dicembre 12
01/12/2012

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Gay, lesbiche, queer e trans nel mondo arabo: un libro sfata i miti
da: il Fatto Quotidiano (web)-30 Ottobre 12
30/10/2012
Il volume, edito da Ediesse, è scritto da due studiose italiane, Anna Vanzan e Jolanda Guardi che, con un lavoro capillare di esplorazione dei testi antichi, raccontano la storia e l'evoluzione dell'orientamento sessuale e della sua costruzione sociale nei paesi musulmani. Ci sono versi, nella letteratura araba, che descrivono i rapporti lesbici senza lasciare spazio all’immaginazione (come quelli de “Le delizie del cuore” di Al Tifashi, scritto nel 1200). Ci sono testi sufi persiani che celebrano esplicitamente l’amore omosessuale, entrato a tal punto nella consuetudine tra il 1100 e il 1300 da diventare anche oggetto di satira (sempre in versi). L’omosessualità è un concetto che ha permeato per secoli la cultura arabo-islamica, contrariamente a quanto si crede comunemente in Occidente. A raccontare la storia e l’evoluzione dell’orientamento sessuale e della sua costruzione sociale – con un lavoro capillare di esplorazione dei testi antichi – due studiose italiane: Anna Vanzan e Jolanda Guardi. Vanzan è iranista e islamologa, specializzata in questioni di genere e islam e docente all’Università di Milano. Guardi è docente di lingua araba e ricercatrice all’Università di Tarragona. Il volume che hanno appena pubblicato con la casa editrice Ediesse si intitola “Che genere di islam”. Un viaggio nella cultura e nella società arabo-islamico-persiana che sfata, con dovizia di approfondimenti e spiegazioni, una serie di stereotipi. Nel testo si spiega, ad esempio, che non esiste un approccio islamico tipico e generalizzato nei confronti dell’omosessualità. “Ci sono Paesi – dice Vanzan – dove, pur in presenza di leggi repressive nei confronti degli omosessuali, segmenti di società si sono organizzati per combatterle. Altri, invece, dove pur non essendoci una ‘caccia all’omosessuale’, l’atteggiamento generale della società è profondamente omofobico”. Guardi aggiunge che “ci sono situazioni molto repressive dal punto di vista legislativo e altre più tolleranti con la presenza di associazioni di gay e lesbiche. Questo è legato ad esempio, a situazioni di guerra (esiste un’associazione di donne lesbiche palestinesi) o di maggior democrazia, come in Libano. Paesi cioè dove la struttura sociale e familiare tradizionale è bene o male scoppiata in seguito a situazioni eccezionali (occupazione israeliana o guerra civile) o al lento processo verso la democrazia”. Un altro mito che viene sfatato nel libro è che l’omosessualità sia favorita dalla segregazione dei sessi. “L’immaginario occidentale ha costruito la fantasia dell’harem popolato da donne che praticano l’omosessualità come sfogo per mancanza di un sufficiente contatto con gli uomini – racconta Vanzan – dimostrando così un molteplice disprezzo, quello nei confronti delle donne musulmane, quello nei confronti della civiltà islamica e quello nei confronti dell’omosessualità, ridotta a una costrizione, piuttosto che a una scelta”. Un luogo comune prodotto dalle fantasie dei primi viaggiatori e osservatori di queste culture, secondo Guardi, “che peraltro hanno basato le loro deduzioni sul loro immaginario non avendo mai, nella realtà, avuto un accesso diretto ai luoghi fisici o mentali della segregazione”. Il testo, poi, affronta anche l’identità queer nei diversi Paesi islamici e la transessualità. Per quest’ultima ci sono Paesi, come l’Iran, dove il passaggio da un sesso all’altro è garantito da leggi, assistenza psicologica e sanitaria. “Poi si può discutere se queste misure siano prese in favore della libertà del passaggio di sesso o semplicemente per evitare un ‘disordine’ all’interno della società – sottolinea Vanzan – resta il fatto che i transessuali sono legalmente riconosciuti”. Infatti, mentre per l’orientamento sessuale ci sono Paesi dove c’è tolleranza, non si può dire lo stesso per la transessualità che viene considerata uno stato accettabile solo a transizione avvenuta.“In una società dove i ruoli sono così ben delineati – dice Guardi – è evidente che, per mantenere lo stato delle cose, l’ambiguità sessuale deve essere bandita perché mette in discussione il proprio universo valoriale. Per questo motivo, unitamente a considerazioni di altro tipo, le legislazioni di alcuni Paesi prevedono la possibilità di operazioni di cambio di sesso. L’importante è che si sappia dove collocare ognuno. La necessità è quella di un’identità di genere molto ben definita per mantenere un ordine sociale tradizionale”
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Libri:Islam e omosessuali, storia millenaria e controversa
da: Ansa med-12 Ottobre 12
12/10/2012
TUNISI, 12 OTT - JOLANDA GUARDI E ANNA VANZAN - CHE GENERE DI ISLAM - (EDIESSE - PAG.207 - 12 EURO) Nel giudizio generale degli occidentali,l'islam e' una religione che incapsula gli omosessuali in una zona grigia, emarginati il piu' delle volte, perseguitati nelle altre. Un neo in societa' che vedono nel ''maschio'', indistintamente, il capo della famiglia oltre che il simbolo della virilita' assoluta. Non e' certo un caso se, nella scala di considerazione dei ''maschi musulmani'', gli omosessuali gaudagnino abbondantemente l'ultima posizione tanto che, nei paesi arabi francofoni, se si dice ''pede''' (categoria che raccoglie indistintamente tutti coloro che fanno scelte sessuali non conformi al canone comune) si accompagna la definizione con un caratteristico verso delle labbra, quasi a volerne segnare il totale distacco dal resto dell'umanita' ''normale''. Ma l'islam e' veramente questo? E' veramente una religione (e quindi anche una societa') dove gli omosessuali o chi ama i ragazzi sarebbe meglio se non esistessero? ''Che genere di islam'', di Jolanda Guardi e Anna Vanzan, indaga proprio su questo, non limitandosi a raccontare, ma cercando di trovare risposte ai molti interrogativi che la materia pone in chi musulmano non e' a va avanti a colpi di pregiudizi. Se si vanno a rileggere le parole pronunciate dal presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad davanti allo sguardo divertito degli studanti della Columbia university ('Nel mio Paese non ci sono omosessuali'), il pensiero non puo' che essere di condanna. Interpretazioni semplicistiche e di pancia, soprattutto in un Paese come l'Iran. Ma il rapporto tra l'islam e la diversita' delle scelte sessuali e' molto piu' complesso, perche' segnala come all'interno di societa' chiuse, apparentemente blindate esistano delle differenziazioni, che non sono categorie, ma spesso diverse interpretazioni di quel che viene fatto rientrare nella religione. ''Che genere di islam'' racconta questo rapporto e Jolanda Guardi e Anna Vanzan lo fanno con il doppio linguaggio delle studiose e delle divulgatrici, delle analiste e delle appassionate dell'argomento. E' un terreno minato, perche' facile sarebbe cadere nella logica del ''buco della serratura'', ma le due autrici evitano, e lo fanno benissimo, questa trappola dando la possibilita' di comprendere e capire, grazie anche al ricorso a riferiementi alla sterminata letteratura araba (erotica e no) dove i riferimenti alla sessualita' 'diversa' sono molti di piu' di quel che ci si potrebbe attendere da una societa' ritenuta bacchettona e che tale non e'. Da segnalare un brevissimo 'glossario' ricco di definizioni e spiegazioni che, da sole, illuminano l'universo sessuale nell'islam.
Che genere di Islam
da: Marocco oggi-15 Novembre 12
15/11/2012
Uno spaccato di indagine acuta sulle manifestazioni dell’omosessualità islamica e sull’espressione sessuale del cambiamento del genere, frutto dello studio di due donne, Jolanda Guardi, Docente di Lingua Araba presso l’Università degli Studi di Milano e Anna Vanzan, iranista e islamologa. Che genere di islam, pubblicato dalla casa editrice EDIESSE, nel 2012, è un testo breve ed invitante, che illustra tematiche spinose, radicate nel mondo arabo e attualmente vissute nell’altrettanto complessa società islamica moderna. Lettura curiosa e stimolante, incuriosisce e induce ad approfondire la materia che propone. Seguendo l’evoluzione storica della sodomia, presente in tutti i paesi arabi, il primo capitolo parte dal cuore della tradizione, analizzando una successione di sure del Corano. Una digressione sull’etimologia della parola omosessualità, indicata in arabo con il termine liwat, derivato dalla gente del Profeta Lot, di quell’umanità malvagia, dedita a comportamenti immondi, comprendenti la pratica dei rapporti sessuali tra membri dello stesso sesso, che sarebbe stata, per questo, severamente punita da Dio. Seguono nel libro i rimandi agli studiosi che si sono soffermati sul liwat e l’analisi del complesso rapporto tra la società e l’omosessualità. Quest’ultima è stata considerata come un peccato, punibile con le pene capitali dell’hadd, dagli arbori dell’islam, alla visione dei dottori delle diverse scuole giuridiche. Nella parte conclusiva, la sodomia come una devianza, paritetica ad una malattia mentale nella società moderna. Un capitolo a sé è riservato al sesso fra le donne, zina, analogamente considerato come un peccato, anch’esso citato negli hadith e nei testi di letteratura. La sodomia riflessa nell’espressione letteraria occupa un ampio capitolo, sino a giungere, a seguito di uno spaccato storico-sociale sull’omosessualità persiana, alla dimensione dei transgender, alla loro ricerca di riconoscimento all’interno di realtà ermeticamente chiuse, come quella dell’Iran del regime. Nella cornice dell’integralismo, all’interno di un sistema giuridico che condanna qualsiasi “devianza” dalla shari’a, cresce a più voci la forza di quella “alterità” rappresentata da comunità gay o queer, in una volontà di affermazione che si riversa in un’ incessante attivismo.
Oltre le esecuzioni e il linciaggio c'è un Islam che dialoga con i gay
da: Pubblico giornale-23 Ottobre 12
23/10/2012

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Falsi ossimori
da: Corriere Immigrazione-21 Ottobre 12
21/10/2012
«Noi in Iran non abbiamo omosessuali come ci sono qui». Così Mahmud Ahmadinejad, ospite nel settembre 2007 alla Columbia University, provocando l’ilarità degli studenti, rispondeva sullo stato dei diritti umani degli omosessuali nella Repubblica Islamica. A credere che nei Paesi musulmani l’omosessualità sia poco presente o frutto di una importazione dall’Occidente non è, però, solo il presidente iraniano. Si tratta di una convinzione diffusa e radicata, e secondo gli attivisti che si battono per i diritti Lgbt (lesbo-gay-bisex- trasgender) nel mondo arabo-persiano è uno dei primi nodi da sciogliere. L’associazione libanese meem, ad esempio, nell’introduzione alla raccolta di testimonianze pubblicate nel 2009 (Bareed Mista3jil. True stories) lo indica come il primo “malinteso” da dissipare. In particolare, si contesta che «l’omosessualità sia qualcosa di importato dall’occidente, un’abnormità che non può esistere nelle società islamiche». E infatti, se non proprio di “omosessualità” in senso moderno si può parlare, i rapporti omosessuali, reali o presunti, non sono presenze occasionali nella civiltà islamica. Li si trova nella letteratura, nella poesia, nella storia e ovviamente nelle prescrizioni religiose che, sanzionando pratiche come la sodomia, ne dimostrano inequivocabilmente la conoscenza. Di questo e di altro parlano Jolanda Guardi e Anna Vanzan nel saggio Che genere di islam. Omosessuali, queer e transessuali tra shari’a e nuove interpretazioni (Ediesse editore, 206 pp., 12 euro). «La letteratura è il grande veicolo del “discorso” omosessuale», racconta Vanzan a Corriere Immigrazione. «Da un lato trasfigura quanto accadeva nella realtà, dall’altro lo mitizza. Non possiamo parlare certo di una cultura gay, ma della tensione amorosa verso persone dello stesso sesso sì, e senza che questo fosse minimamente censurato, perlomeno in quella sede». E’ solo nei testi di tipo giuridico, d’altronde, e in quelli satirici che di rapporti omosessuali si parla in termini realistici e concreti. Negli altri (prosa, poesia) l’amore è sempre elevato a livelli platonici, disancorato dai piaceri terreni e proiettato verso vette più alte. Un esempio? Il nazar bazi (letteralmente gioco di sguardi): si tratta di una pratica diffusa in ambiente religioso sufi e che consisteva nella contemplazione del volto di un uomo da parte di un altro uomo. Anche qui, non tutto è univoco, ed è sempre un oscillare tra halal (lecito) e haram (illecito). «Per il nazar bazi ci sono state diverse chiavi di lettura. C’era chi lo condannava perché lo vedeva come l’anticamera della sodomia. E chi lo vedeva come un passaggio importante nel processo di avvicinamento al divino. Dio ama la bellezza e il volto di Dio è bello. Osservare il viso di un bel giovane era quindi come ammirare quello di Dio». Fath Ali Sah è stato il secondo sovrano della dinastia dei Qajar (il cui regno, in Iran, inizia nel 1800) e, pur avendo avuto 150 mogli e 260 figli, non disdegnava i giovani fanciulli dal viso imberbe. Come lui, molti altri regnanti e uomini di corte: il gulam bareh, ovvero l’amore per i paggi, era una vera e propria moda. «Sappiamo per testimonianza diretta degli storici o dei diretti interessati che questo tipo di rapporto c’era. Il signore, di solito un uomo potente a cui tutto era consentito, sceglieva un paggio dal suo entourage, e ne faceva il suo amante». Un amore ben ricompensato, tra i mezzi più efficaci per una rapida scalata sociale. Con il solo inconveniente, e le testimonianze lo dimostrano, di una certa esposizione ai dileggi della satira. Un discorso a parte meritano le donne. Tracce di rapporti saffici si ritrovano ne Le Mille e una notte ma, nel complesso, il corpus letterario è inferiore. «Anche in altre culture, compresa quella occidentale, d’altra parte, la donna sconta una certa invisibilità. L’osservatore occidentale dell’epoca ha spesso considerato i ginecei, gli harem come dei luoghi in cui le donne, costrette a stare unicamente tra di loro, ricorrevano all’omosessualità come ad una valvola di sfogo. Ma erano più che altro fantasticherie. Mentre di testimonianze attive ce ne sono poche». Com’è ovvio, si deve arrivare a tempi più recenti per parlare di omosessualità in senso stretto. La letteratura rimane un medium utile per capire, ma molto di più lo sono i siti internet transnazionali, piattaforme blogspot e gruppi yahoo. La rete, insomma. Lo stigma rimane, e legislazioni penali severe spingono in tal senso. Con dei “paradossi”. In Iran, ad esempio, mentre la sodomia è punita con la pena morte, il cambiamento di sesso è halal. Il paradosso è solo apparente: in un concezione dei generi che vede l’uomo e la donna unicamente come eterosessuali, l’omosessualità è una devianza da correggere. L’operazione chirurgica si presenta quindi come la via maestra per il ristabilimento dell’ordine. La rete permette di sottrarsi alle costrizioni. «Nei Paesi dove fare una manifestazione pubblica come il gay pride è impossibile, lo si fa su internet, un non luogo che offre la possibilità di uscire allo scoperto, di raccontare le proprie storie e perché no, anche festeggiare l’orgoglio omosessuale», conclude Vanzan.
Omosessualità in Islam. Un panorama complesso
da: l'Unità-10 Ottobre 12
10/10/2012

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