Buen vivir
Per una nuova democrazia della Terra
Pubb. : Novembre 2009
168 pag
ISBN: 88-230-1386-5
Collana: Saggi
Descrizione
La crisi attuale mette in luce l’insostenibilità politica e sociale di un modello di sviluppo che ha dimostrato la sua inadeguatezza e che pone domande forti, legate alla sopravvivenza stessa dell’uomo sul pianeta. Domande come: esiste un’alternativa al modello capitalista? è realizzabile migliorare la vita di miliardi di persone tenute ai margini? si può coniugare l’economia con la difesa dell’ambiente? è possibile sperimentare un nuovo patto sociale e ripensare le forme della rappresentanza? Dall’America latina all’Asia, all’Africa, a molte comunità e territori del Nord del mondo i conflitti ambientali e sociali hanno creato le condizioni per la formazione di una risposta nuova che, a partire dalla democrazia deliberativa e dalla responsabilizzazione collettiva, lavora alla costruzione di un nuovo paradigma di civiltà, fondato sul buen vivir – cioè su una vita in armonia con la natura, della quale tutta la comunità è parte – che è oggi tra i principi fondanti delle Costituzioni della Bolivia e dell’Ecuador. Educazione popolare, autogoverno, orizzontalità, giustizia sociale, mutualismo, creatività e decolonizzazione del potere sono gli strumenti e le pratiche che l’ecologismo dei poveri utilizza per costruire una democrazia della Terra. Oltre alla postfazione di Gianni Minà, giornalista, direttore della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo, il libro si fregia della prefazione di Adolfo Pérez Esquivel, intellettuale argentino, Premio Nobel per la Pace nel 1980 per l’attività di denuncia contro la dittatura militare svolta negli anni Settanta.
Rassegna:
Per una nuova narrazione di società
da: il Manifesto-28 Mag 10
28/05/2010

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I diritti della natura come diritti globali
da: Corriere Romagna-21 Marzo 10
21/03/2010

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"BUEN VIVIR" la ricetta di Giuseppe De Marzo per una nuova democrazia della terra
da: Aise-9 Febbraio 10
09/02/2010
L’umanità è immersa in una crisi inedita, le cui cause vanno indagate in profondità. Cause complesse che mettono in luce l’insostenibilità politica e sociale di un modello di sviluppo che ha dimostrato la sua inadeguatezza e che pone domande forti, legate alla sopravvivenza stessa dell’uomo sul pianeta. Concetti e strumenti come riformismo e rivoluzione non riescono oggi ad affrontare e a risolvere problemi così complessi e interdipendenti. La conseguenza è un altro enorme paradosso: vivere un tempo in cui vengono poste domande forti ma le risposte appaiono estremamente deboli. Domande come: esiste un’alternativa al modello capitalista? è realizzabile migliorare la vita di miliardi di persone tenute ai margini? si può coniugare l’economia con la difesa dell’ambiente? è possibile sperimentare un nuovo patto sociale e ripensare le forme della rappresentanza? Dall’America latina all’Asia, all’Africa, a molte comunità e territori del Nord del mondo i conflitti ambientali e sociali hanno creato le condizioni per la formazione di un campo nuovo. Una sociologia dell’assenza che a partire dalla democrazia deliberativa e dalla responsabilizzazione collettiva lavora alla costruzione di un nuovo paradigma di civiltà, fondato sul buen vivir e su una relazione armoniosa con la natura. Educazione popolare, autogoverno, orizzontalità, giustizia sociale, mutualismo, creatività e decolonizzazione del potere sono gli strumenti e le pratiche che l’ecologismo dei poveri utilizza per costruire una democrazia della Terra. Il protagonismo dei movimenti indigeni, dei movimenti impegnati per la difesa dei beni comuni e per i diritti di cittadinanza mette in luce la rottura del contratto sociale e la necessità di ridefinirlo a partire dalle nuove condizioni poste dalle crisi. Di tutto questo riflette l'economista Giuseppe De Marzo, attivista e portavoce dell’associazione "A Sud", nel suo ultimo libro "Buen Vivir. Per una nuova democrazia della Terra", pubblicato di recente dalla casa editrice Ediesse (pp.168, euro 10), in cui raccoglie i paradossi dei nostri tempi e suggerisce un altro orizzonte: ripensare il paradigma di civiltà riunificando cultura e natura. Oltre alla postfazione di Gianni Minà, giornalista, direttore della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo, il libro si fregia della prefazione di Adolfo Pérez Esquivel, intellettuale argentino, Premio Nobel per la Pace nel 1980 per l’attività di denuncia contro la dittatura militare svolta negli anni Settanta. Classe 1973, attivista, economista, giornalista e scrittore, Giuseppe De Marzo lavora da anni nelle reti sociali, nei movimenti italiani e in America Latina al fianco delle popolazioni e organizzazioni indigene, sindacali e rurali. Nel 2002 viene arrestato in Ecuador per le attività contro le multinazionali petrolifere, detenuto per tre giorni nel carcere speciale CDP e trasferito negli Stati Uniti. Nel 2003 è tra i fondatori dell'Associazione A Sud, di cui da allora è portavoce. Con la casa editrice Derive e Approdi ha pubblicato "Il sangue della Terra. Primo Atlante geografico del petrolio nell’Amazzonia ecuadoriana"; con le edizioni Achab ha partecipato alla stesura a più mani di "Cuba, orgoglio e pregiudizi"; con Sheiwiller ha pubblicato il libro "Da Seattle a Porto Alegre". È stato relatore sui temi della globalizzazione finanziaria dell’economia, dei beni comuni e della democrazia partecipativa in numerosi forum internazionali, come i Forum Sociale Mondiali a Belem, Porto Alegre e Caracas. È consulente politico per molte organizzazioni sindacali e forze politiche di Paesi dell’America Latina. Dal 2007 è co-fondatore e coordina le attività di ricerca, formazione e elaborazione testi del CDCA (Centro Documentazione di Conflitti Ambientali). Scrive per diverse testate giornalistiche tra cui Il Manifesto, Latinoamerica, Loop e Carta. È membro di reti internazionali tra cui l’International Society for an Ecological Economy ed Oil Watch International. L’Associazione A Sud da lui fondata è un'associazione indipendente, nata nel 2003 per affiancare i movimenti sociali e indigeni del Sud del mondo attraverso la costruzione di ponti di comprensione, reciproco sostegno e solidarietà. A Sud porta avanti in Italia ed in America Latina battaglie per la riforma e la democratizzazione delle istituzioni finanziarie internazionali, per la salvaguardia delle foreste e dei territori, per il riconoscimento del debito ecologico del Nord verso il Sud del mondo, per la difesa dei beni comuni e contro la privatizzazione dei serivizi basici, per un commercio internazionale basato sulla solidarietà e la sostenibilità ambientale, per la partecipazione democratica dei cittadini alle scelte politiche.
I custodi della terra. Un libro sul "buen vivir"
da: Carta-22 Dicembre 10
22/12/2010
Pubblichiamo alcuni stralci di un capitolo del libro “Buen vivir”, di Giuseppe De Marzo (Ediesse), dedicato a come indigeni e comunità del sud del mondo contribuiscono a costruire una nuova democrazia della terra. De Marzo è il fondatore dell’associazione “A Sud”, che ha molte attività in America Latina, ed è un amico di Carta. La proposta di un nuovo paradigma di civiltà da parte dei movimenti si costruisce a partire dall’idea centrale del buen vivir, che prende spunto e ispirazione dal modello millenario di vita delle comunità originarie delle Ande. Queste ultime, come ricordato in precedenza, scandiscono il loro modello sociale ed economico attraverso la promozione di una vita in armonia con la natura, di cui l’essere umano e la sua comunità sono parte. Per le comunità native il sumak kawsay, o suma qamaña a seconda della lingua dei diversi popoli, suppone un’idea della vita e dello sviluppo basata sulla consapevolezza di utilizzare della natura solo quanto necessario, per evitare di danneggiarne e pregiudicarne la riproduzione, compromettendo così anche i diritti delle future generazioni. Un’impostazione che proviene dalla cosmovisione indigena che consente di sviluppare relazioni sociali sostenibili ed allo stesso tempo conservare una spiritualità in grado di mantenere vivo il rapporto tra esseri umani, natura e cosmo. Un elemento costituente della vita e del pensiero dei popoli originari. Questo è quello che sostenta il concetto di «madre Terra» o di «Pachamama» utilizzato dalle comunità indigene per descrivere la loro relazione con la natura, intesa in senso ampio ed integrale. Una relazione che vede la Terra come «colei» – il femminile – che dà la vita e la garantisce, per questo considerata «madre» di tutti i viventi, esseri umani inclusi. Un pensiero che avvicina uomini e donne a tutti gli altri viventi, ne individua i nessi biologici e spirituali, attribuisce responsabilità collettive ampie e destituisce l’uomo oeconomicus dal ruolo di utilizzatore e dominatore unico dei cicli della vita sul pianeta, restituendogli il prestigioso incarico di «amministratore» della casa comune. Questo passaggio, da uomo oeconomicus ad amministratore, è fondamentale per comprendere la critica delle nuove soggettività al regime dello sviluppo e ai danni provocati da un’idea patologica della modernità e del progresso, in maniera drammaticamente crescente nel corso degli ultimi tre decenni. Un modello che tra le sue mille incongruenze e paradossi non è riuscito lontanamente, nonostante continue crisi di sovrapproduzione, a soddisfare le necessità di tutti gli esseri umani. Anzi, come abbiamo visto in precedenza, il modello economico centrato sulla crescita si riproduce a partire da un’accumulazione originaria strutturata per non potere né dovere soddisfare le necessità di tutti gli esseri umani. Il filosofo e scrittore indiano Tagore2 sosteneva che la libertà che significa unicamente indipendenza è priva di qualsiasi significato, e che la perfetta libertà consiste nell’armonia che noi realizziamo non per mezzo di quanto conosciamo, ma di ciò che siamo. Recuperare e sviluppare ciò che siamo, nella sua multidimensionale ragnatela di relazioni, è il compito che spetta all’amministratore della casa comune. Il buen vivir riflette questo concetto e sviluppa questa consapevolezza. Questa prospettiva non è solo una suggestione, ma in diverse comunità, regioni e – negli ultimi tempi – interi Stati, è già diventata uno strumento concreto per orientare una proposta che ricostruisce in basso il potere e crea nuove relazioni di forza per contribuire a ristabilire la connessione tra comunità umane e cicli biologici. Le nuove Costituzione di Ecuador e Bolivia individuano come forma ed obiettivo dello sviluppo proprio il buen vivir. Frutto delle conquiste e delle lotte politiche dei movimenti indigeni, che hanno fondato e portato avanti le loro battaglie a partire dal bene comune, l’idea dello sviluppo che ne deriva individua una matrice di valori centrati sulla giustizia ambientale e sociale, il rispetto e la valorizzazione di ogni diversità, la conservazione del patrimonio naturale e la responsabilizzazione verso le generazioni future. Una prospettiva universale che è stata accolta e fatta propria dalla pluralità sociale e culturale di questi paesi. Il nuovo contratto sociale viene infatti coniugato – a partire dallo sviluppo del buen vivir – sulla plurinazionalità, l’interculturalità, l’economia sociale e solidale e i diritti della natura. Nelle due Costituzioni di Ecuador e Bolivia vengono riconosciute, garantite e sostenute tutte quelle forme di economia sganciate dal-l’utilizzo non sostenibile delle risorse naturali e dei beni comuni. Sia nella parte legata alla struttura ed all’organizzazione economica dello Stato, che nel sistema di governo, di partecipazione e nei diritti fondamentali, i nuovi patti sociali dei due paesi andini operano un’inversione di tendenza inedita nel panorama internazionale, affermando il primato della sostenibilità sociale ed ambientale sul profitto generato nella logica della crescita economica capitalista.
Buen Vivir- Per una nuova democrazia della Terra
da: Latinoamerica e tutti i Sud del mondo-1 Gennaio 10
01/01/2010
L’umanità è immersa in una crisi inedita, le cui cause vanno indagate in profondità. Cause complesse che mettono in luce l’insostenibilità politica e sociale di un modello di sviluppo che ha dimostrato la sua inadeguatezza e che pone domande forti, legate alla sopravvivenza stessa dell’uomo sul pianeta. Concetti e strumenti come riformismo e rivoluzione non riescono oggi ad affrontare e a risolvere problemi così complessi e interdipendenti. La conseguenza è un altro enorme paradosso: vivere un tempo in cui vengono poste domande forti ma le risposte appaiono estremamente deboli. Domande come: esiste un’alternativa al modello capitalista? è realizzabile migliorare la vita di miliardi di persone tenute ai margini? si può coniugare l’economia con la difesa dell’ambiente? è possibile sperimentare un nuovo patto sociale e ripensare le forme della rappresentanza? Dall’America latina all’Asia, all’Africa, a molte comunità e territori del Nord del mondo i conflitti ambientali e sociali hanno creato le condizioni per la formazione di un campo nuovo. Una sociologia dell’assenza che a partire dalla democrazia deliberativa e dalla responsabilizzazione collettiva lavora alla costruzione di un nuovo paradigma di civiltà, fondato sul buen vivir e su una relazione armoniosa con la natura. Educazione popolare, autogoverno, orizzontalità, giustizia sociale, mutualismo, creatività e decolonizzazione del potere sono gli strumenti e le pratiche che l’ecologismo dei poveri utilizza per costruire una democrazia della Terra. Il protagonismo dei movimenti indigeni, dei movimenti impegnati per la difesa dei beni comuni e per i diritti di cittadinanza mette in luce la rottura del contratto sociale e la necessità di ridefinirlo a partire dalle nuove condizioni poste dalle crisi.
Per battere la crisi una nuova democrazia
da: Il Piccolo. Giornale di Gorizia-18 Gennaio 10
18/01/2010

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L'economista De Marzo sulla crisi del capitalismo
da: Corriere del giorno-30 Ottobre 10
30/10/2010

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Giuseppe De Marzo a Tg3 Linea Notte
da: Tg3-6 Agosto 10
06/08/2010

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Un "mondo diverso". L'America Latina ci insegna qualcosa
da: Liberazione-10 Gennaio 10
10/01/2010

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Vertice di Copenaghen. De Marzo: “Un fallimento per l’umanità. Costruiamo una nuova democrazia della terra fondata sul buen vivir"
da: Linkontro-22 Dicembre 09
22/12/2009
Intervista a Giuseppe De Marzo E’ da poco uscito il suo ultimo libro “Buen vivir. Per una nuova democrazia della Terra” (Ediesse edizioni, pp. 165, euro 10). A Giuseppe De Marzo, economista, attivista e portavoce dell’Associazione A Sud, abbiamo chiesto un giudizio sull’esito del vertice di Copenaghen. “Purtroppo drammaticamente negativo - è il suo primo commento - perché davanti alle sfide poste la risposta dell’attuale governance globale è stata completamente insufficiente, o addirittura controproducente per certi versi”. In questa intervista ci spiega perché. Come hai seguito e che giudizio dai del vertice di Copenaghen? L’ho seguito con speranza e trepidazione, come tutti credo. Forse era l’appuntamento più rilevante degli ultimi anni per le sorti del genere umano. La sfida di Copenaghen non era di poco conto: come garantire le condizioni per la riproduzione della vita, salvaguardando i diritti di tutti i viventi? Per farlo bisognava produrre una profonda riflessione su quali siano le cause che generano la crisi ambientale. Analizzare i nessi della crisi ecologica con quella economica, alimentare, finanziaria, migratoria, energetica, democratica. Dal nostro punto di vista, condiviso ormai da tutti i movimenti e dalla società civile globale, è l’attuale modello di sviluppo capitalista la causa scatenante della crisi ambientale. Sino a quando continueremo con un modello di sviluppo che teorizza la possibilità di una crescita economica infinita che non tiene assolutamente conto dei limiti fisici del pianeta e della sua biosfera, basato su modelli di produzione e consumo che utilizzano la “sostituzione” e la “compensazione” per affrontare le questioni legate ai “servizi ambientali”, non saremo mai capaci di dare delle risposte utili ed efficaci alle grandi domande che l’umanità ha posto a Copenaghen. Dunque il mio giudizio, purtroppo, è drammaticamente negativo perché a Copenaghen davanti alle sfide poste, la risposta dell’attuale governance globale è stata completamente insufficiente, o addirittura controproducente per certi versi. In questo senso mi riferisco alle relazioni con i paesi del sud del mondo, irrimediabilmente compromesse dalla pochezza delle scelte fatte davanti ai drammi ambientali e sociali denunciati da molti paesi danneggiati proprio dai cambiamenti climatici e che chiedevano molto di più. Come giudichi il documento stilato al termine del summit? Non è altro che una dichiarazione di intenti che rimanda ancora, senza prendere impegni precisi. L’accordo non rappresenta una piccola mediazione al ribasso bensì qualcosa di peggio. Questa volta erano tutti a conoscenza delle condizioni drammatiche in cui si trova il nostro pianeta e degli esiti catastrofici per miliardi di esseri umani, qualora non si inverta la rotta. Le pressioni dell’opinione pubblica non sono mai state così forti e mai si è raggiunto un terreno di consenso comune così ampio su questioni rilevanti per la nostra sopravvivenza. Invece, ancora una volta abbiamo assistito inermi alla vittoria del profitto e degli interessi delle grandi transnazionali sulla vita e sul buon senso. Qualcosa dunque è successo a Copenaghen, ma non nella direzione che ci auguravamo. Forse tra qualche anno questo vertice sarà ricordato per aver segnato la fine della democrazia per come la conosciamo, visto che davanti ad una emergenza così gigantesca questo tipo di democrazia ha tagliato fuori gli interessi dei molti, a vantaggio di pochi, mettendo addirittura a rischio le condizioni di riproduzione della vita sul pianeta. È anche vero che da Copenaghen possiamo uscirne con una consapevolezza in più: non saranno l’occidente, ne le forme classiche della politica, a salvare la Terra. La speranza di cambiamento sta nei movimenti, nella società civile, nelle comunità impegnate a difendere i beni comuni ed in tutto quel campo che costituisce quell’ecologismo dei poveri che può rappresentare un elemento di liberazione capace di saldare i nessi e le pratiche tra i soggetti impegnati sulla giustizia ambientale e quella sociale. In questo campo ascriverei anche le esperienze di governo di diversi paesi latinoamericani come la Bolivia, l’Ecuador ed il Venezuela, che hanno reso le loro democrazia più partecipate ed hanno aumentato il catalogo dei diritti individuali, collettivi e comunitari. Un approccio plurale sul piano culturale, giuridico, economico, rende possibile l’individuazione di soluzioni per i nostri problemi complessi ed interdipendenti, ed è quanto questi governi stanno garantendo nel dibattito internazionale. Per Xie Zhenhua, il capodelegazione cinese, "tutto il mondo dovrebbe essere felice per i risultati del vertice". Per il premier indiano Manmohan Singh "ogni accordo sul clima deve considerare i bisogni di crescita delle nazioni in via di sviluppo". E' stato davvero il vertice del trionfo di Cina e India? Beh, sicuramente bisogna essere un po' autolesionisti per essere felici dei risultati del vertice, a meno che non ci si riferisca alla ristretta cerchia di persone che continueranno a trarre vantaggio dalla distruzione ambientale, dalle guerre e dalle carestie che potrebbero seguire. Questo vertice è un fallimento per l’umanità e per tutti quelli che rischiano di venire al mondo in una situazione di drammatica scarsità di beni e servizi ambientali non rinnovabili. L’India e la Cina sicuramente sul piano geopolitica rappresentano, ma già prima di Copenaghen, due nuovi poli del potere economico, senza i quali il “capitale” non può decidere nulla. La maggior parte del plusvalore mondiale fatto sulla forza lavoro, si produce proprio grazie ai giganteschi "eserciti di riserva di manodopera" di paesi come Cina e India, di cui il capitale ha bisogno per riprodurre se stesso nella sua funzione di accumulazione originaria. Se dunque intendiamo che la Cina e l’India escono da questo vertice come vincitori perché hanno dimostrato che il capitalismo non può fare a meno di arruolare integralmente questi due paesi, allora possiamo dire che hanno raggiunto l’obiettivo di assurgere al ruolo di grandi potenze economiche. Se guardiamo da altri punti di vista, sia l’India quanto la Cina hanno tradito le aspettative dei loro popoli e di quelle centinaia di milioni di lavoratori, contadini, indigeni, pescatori, pastori che più di altri pagheranno il peso di una decisione sbagliata che non si tradurrà in "più sviluppo" per loro. Crescerà il PIL di questi paesi, ma non crescerà di certo lo sviluppo umano della popolazione. Ormai il PIL cresce costantemente in questi due paesi, ma la gente sta sempre peggio e diventa sempre più povera. Il Ministro dell'Ambiente italiano Stefania Prestigiacomo ha criticato la scelta dell'Europa di presentarsi al summit con il pacchetto 20/20/20 definendolo un impegno "unilaterale" che "puo' appagare la nostra coscienza (noi contribuiamo al 25% del livello di emissioni globale), ma non risolve il problema''. Come giudichi queste dichiarazioni? Quanto meno azzardate. Il governo Berlusconi non aveva una proposta a Copenaghen; o meglio, la proposta era nessuna proposta. Da un altro punto di vista trovo invece scandaloso che un ministro dell’ambiente paragoni l’appagamento delle coscienze con la necessità di intervenire per cambiare una situazione di estremo pericolo nella quale proprio il modello economico e sociale partorito in Europa è il principale responsabile. La Prestigiacomo rimuove le responsabilità storiche e politiche dell’Europa e frustrando quella parte della UE che vorrebbe fare di più, continua quel processo di svilimento e divisione politica dell’Europa iniziato dalla guerra in Bosnia, accelerato dall’idea della vecchia Europa di Rumsfield e Bush e continuato da governi antieuropei ed antidemocratici come, purtroppo, quello italiano. Qualcuno forse dovrebbe riferire alla Prestigiacomo che non può esistere economia senza ecologia, mentre quest’ultima esista anche senza economia. In questi giorni sei in giro per l'Italia a promuovere il tuo ultimo libro in cui parli della necessità di lavorare alla costruzione di un nuovo paradigma di civiltà, fondato sul "buen vivir". Cosa intendi con questo termine? Buen Vivir indica molto semplicemente un’altra idea della vita, delle relazioni sociali, del rapporto con la natura e con le altre forze vive di questo pianeta. Una prospettiva che si declina a partire da un “etica della Terra” e che punta a ricucire lo strappo tra diritti e responsabilità che il modello capitalista ha prodotto con le sue continue lacerazioni interne ed esterne alla vita. Buen Vivir per i popoli nativi, in particolare per i popoli Andini, vuol dire la necessità intrinseca in ogni essere umano di ricerca della felicità, intesa non solo in senso individuale ma collettivo e comunitario. Un'armonia che sta nella necessità di immaginare innanzitutto lo sviluppo dell’essere umano dentro un quadro armonico con la natura. Una necessità profonda che non si sostanzia solo su un piano materiale. La pietra angolare su cui poi costruire sul piano pratico una società che tenda al buen vivir, sta proprio nei diritti della natura. Non a caso i Diritti della Natura sono entrati prepotentemente nelle nuove costituzioni di Ecuador e Bolivia che per la prima volta nella storia indicano come obiettivo dello sviluppo debba essere i buen vivir per ogni essere umano. Finalmente si analizza con un paradigma completamente altro rispetto a quello capitalista la relazione con la vita, con la società, immaginando un concetto di sviluppo, crescita e progresso non unidirezionale ed unidemensionale, così come abbiamo ereditato dalla concezione illuminista. Abbiamo bisogno di costruire una nuova democrazia della Terra, capace di salvarci tutti, nessuno escluso e di contenerci tutti. Per farlo, il buen vivir rappresenta una saggezza, più che un’evocazione, irrinunciabile.
Democrazia della terra e Latinoamerica
da: Corriere del Mezzogiorno-5 Dicembre 09
05/12/2009

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La lunga marcia boliviana verso "el buen vivir"
da: il Manifesto-6 Dicembre 09
06/12/2009

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La via latinoamericana al benessere collettivo
da: Terra-3 Dicembre 09
03/12/2009

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Salviamo la democrazia della terra con un nuovo contratto sociale
da: Liberazione-4 Novembre 09
04/11/2009

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Buen vivir di Giuseppe De Marzo
da: Left-13 Novembre 09
13/11/2009

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La terra è malata se scompaiono le api e i rospi
da: l'Unità-18 Novembre 09
18/11/2009

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