Brutti, sporchi e cattivi
L’inganno mediatico sull’immigrazione
Pubb. : Ottobre 2011
184 pag
ISBN: 88-230-1611-8
Collana: Saggi
Descrizione
L’Autore indaga con rigore scientifico e passione civile sul ruolo dei media nella costruzione della figura, generalmente negativa, dell’immigrato, sempre e solo chiamato clandestino, secondo una vulgata giornalistica, che non riconosce loro altro status: migrante, immigrato, irregolare, richiedente asilo, profugo politico, rifugiato. Ben diversa è l’immagine che risulta negli ambienti scientifici, dalla ricerca sul campo, dai rapporti diretti con comunità di stranieri in Italia. Ma la realtà conta poco quando la posta in gioco non è la credibilità scientifica ma la preziosa merce del consenso. Gran parte della stampa italiana ha acquisito un ruolo centrale nella definizione del clima di sospetto verso i nuovi arrivati, quando non addirittura di aperta xenofobia. Qualcosa che i meridionali migrati a Torino o Milano negli anni Sessanta ben ricordano, quando erano sbattuti in prima pagina dai quotidiani come «calabresi», «pugliesi» o «siciliani». Come ieri per tanti di noi, i luoghi comuni e la ricerca di capri espiatori si presentano con nuove vesti ed oggi anche l’immigrato perde identità, diventando semplicemente un «extracomunitario». Di Luzio si lancia in un coraggioso lavoro di ripristino della verità storica e di informazione, riportando alla memoria recenti avvenimenti di cronaca, che hanno rappresentato pagine poco dignitose per l’informazione del nostro Paese. Nel libro è presente un'intervista a Laura Boldrini.
Rassegna:
Le parole sbagliate
da: l'Unità-11 Febbraio 12
11/02/2012

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Brutti sporchi e cattivi
da: funkhauseuropa-22 Dicembre 11
22/12/2011
È il titolo del saggio di Giulio Di Luzio che denuncia l'accanimento mediatico nei confronti degli stranieri in Italia. Un libro reso ancora più attuale dai recenti e gravi episodi violenza contro migranti consumatisi a Torino e a Firenze. Secondo Di Luzio questi episodi sono anche conseguenza dell'immagine negativa e lontana dalla realtà che molti media danno degli stranieri che vivono in Italia. Anche il mondo politico italiano ha contribuito a creare una visione distorta dello straniero: "A mio modo di vedere c'è quasi una totale convergenza sulla politica migratoria tra destra e sinistra in Italia", sottolinea Giulio Di Luzio, giornalista per il "Corriere del Mezzogiorno" e autore del saggio "Brutti sporchi e cattivi", edito da Ediesse.
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“Zingari, vucumprà, clandestini”. Così l’informazione ha “rovinato” gli immigrati
da: il Fatto Quotidiano (web)-21 Dicembre 11
21/12/2011
“Brutti, sporchi e cattivi. L'inganno mediatico sull'immigrazione” è il saggio di Giulio Di Luzio, che analizza i clichés narrativi attraverso i titoli dei quotidiani e i programmi del piccolo schermo. Emergono ritratti umani e cronache distanti anni luce dalla realtà. Perché in ballo ci sono consenso e direttive politiche. In Italia non sono migranti. In tv e sui giornali si chiamano “vucumprà”, “zingari” o “clandestini”. Stereotipi che formano l’immaginario collettivo e falsano l’informazione su chi arriva nel nostro paese in cerca di un futuro migliore. “Brutti, sporchi e cattivi. L’inganno mediatico sull’immigrazione” (Ediesse) è il saggio di Giulio Di Luzio, giornalista e collaboratore del Corriere del Mezzogiorno di Bari, che analizza i relativi clichés narrativi attraverso i titoli dei quotidiani e i programmi del piccolo schermo. Emergono ritratti umani e cronache distanti anni luce dal risultato di una ricerca scientifica e accurata. Perché in ballo ci sono consenso e direttive politiche. “Ho osservato un clima montante di disprezzo e intolleranza rispetto ai migranti”, spiega l’autore che ha integrato la sua analisi con un’intervista a Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite e un intervento di Oliviero Forti, responsabile dell’Ufficio Immigrazione della Caritas Italiana. “Gran parte della stampa italiana, senza distinzione tra destra e sinistra, ha contribuito in modo significativo nella definizione del clima di sospetto e diffidenza. O addirittura di aperta xenofobia”. I casi sono numerosi: Di Luzio ricorda l’accanimento dei cronisti contro Patrick Lumumba, additato come colpevole dell’omicidio di Meredith Kercher. E ancora la caccia all’immigrato dopo la morte di Yara Gambirasio e il recente rogo del campo rom di Torino. Tutti esempi in cui l’immigrato innocente è stato il capro espiatorio. “I media italiani dovrebbero farsi un esame di coscienza e la tv in particolare. – prosegue – Alimentano odio e cinismo senza preoccuparsi di entrare nelle comunità degli stranieri e consumare le suole, perché preferiscono limitarsi a trasmettere le notizie che arrivano dalle procure o dai politici”. Non c’è alcun interesse a trattare in modo serio e accorto il tema dell’immigrazione, spesso affrontato senza conoscenze adeguate. Vince la descrizione lugubre e minacciosa del migrante, la stessa applicata ai meridionali che nel dopoguerra si trasferivano dal Mezzogiorno al Nord Italia. “Il trattamento che veniva riservato ai nostri nonni oggi è stato trasferito su rumeni, marocchini e neri – osserva Di Luzio – C’è stata una cesura storica nei confronti del nostro passato, come se la memoria fosse stata cancellata. E anche la politica preferisce raccontare il fenomeno con la lente dell’emergenza, ignorando una cronaca più complessa e strutturata”. Un canovaccio adottato anche a sinistra, che “per timore di ritorsioni sul piano del consenso elettorale, ha preferito rifugiarsi nelle politiche securitarie”. Eppure solo due generazioni fa i migranti calabresi e siciliani che arrivavano a Milano e Torino erano sbattuti in prima pagina con titoli infamanti. L’unica differenza è che oggi i bersagli non hanno il passaporto italiano. “I luoghi comuni si replicano su altri soggetti e in tv come sui giornali l’immigrato diventa semplicemente un extracomunitario. Senza identità”. Una massa indefinita e semplificata dai titoli che li riducono a “congolese” o “nigeriano”, che parlano di “sbarco di albanesi” e di “clandestini”. E sul piccolo schermo la mappa concettuale degli stereotipi diventa di default la verità, spesso pilotata dalla politica. “Nei rotocalchi pomeridiani in particolare – conclude l’autore – le formule retoriche sono strettamente interdipendenti da ordini di scuderia superiori. Parliamo di servizi che sono veri e propri spot ideologici venati di intolleranza”. Una logica che abbassa anche la soglia di rispetto per i migranti. Fotografati mentre sono detenuti nei Cie, descritti negli articoli con tutte le generalità senza preoccuparsi delle gravi conseguenze personali “in patria” o presentati come vuole l’iconografia dell’approssimazione mentre lanciano pietre dai centri di detenzione. “Queste, del resto, sono le uniche chiavi di lettura del corpo degli estranei se si preferisce mantenere la distanza. Il risultato? Un racconto distorto che ignora l’oggetto di cui sta parlando”. La semplificazione che foraggia la macchina del consenso parlando dei “soliti immigrati” tradisce il dovere di informare i lettori. E di svolgere con responsabilità il lavoro di giornalista.
Stranieri, la giustizia (sommaria) si fa in prima pagina
da: Corriere del Mezzogiorno - Bari e Puglia-
01/01/1970

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Invisibili e clandestini già sul piccolo schermo
da: La Gazzetta del Mezzogiorno-14 Novembre 11
14/11/2011

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Immigrazione: quale verità dietro al ritratto che ne fanno i media?
da: Imola Oggi.it-7 Novembre 11
07/11/2011
L’autore indaga con rigore scientifico e passione civile sul ruolo dei media nella costruzione della figura, generalmente negativa, dell’immigrato, sempre e solo chiamato clandestino, secondo una vulgata giornalistica, che non riconosce loro altro status: migrante, immigrato, irregolare, richiedente asilo, profugo politico, rifugiato. Giulio di Luzio è nato a Bisceglie (Bari). È stato antimilitarista e obiettore di coscienza nella Caritas Italiana. Dopo anni di precariato giornalistico per Il manifesto, ha collaborato con La Repubblica e Liberazione. Attualmente scrive sul Corriere del Mezzogiorno. INTERVISTA A GIULIO DI LUZIO a cura di Luca Balduzzi Quante storie differenti vengono nascoste dietro alla parola clandestino? E quante di queste possono effettivamente ricondursi ad una situazione di clandestinità? Innanzitutto la parola clandestino non ha un’equivalenza lessicale in Europa. Inoltre giuridicamente i clandestini non esistono. Esistono invece i migranti in posizione irregolare. E’ un’espressione che contiene tutto un carico semantico fortemente negativo e criminalizzante. Basti solo pensare al fatto che se un italiano perde il posto di lavoro diviene un disoccupato, se un immigrato cade nella medesima condizione finisce nello status di clandestino. Questa espressione va bandita dal linguaggio giornalistico, sarebbe un atto di autocritica del mondo dell’informazione e al suo modo di affrontare questo delicato segmento della comunicazione, spesso segnato da superficialità e conformismo, senza mai allargare la lente e offrire all’opinione pubblica un’immagine del fenomeno migratorio più obiettiva e meno distorta. Secondo lo schema proposto dai mezzi di comunicazione di massa, l’immigrazione clandestina coincide sostanzialmente con gli sbarchi degli immigrati nelle isole del sud dell’Italia, ma quali clandestinità, altrettanto se non addirittura più violente, si affiancano a quelle su cui quotidianamente vengono puntati i riflettori? Gli sbarchi sulle coste adriatiche o a Lampedusa e in generale la rappresentazione mediatica e iconografica dei migranti è sempre affidata a metafore, che alludono all’invasione e alla privazione dei nostri spazi vitali. I luoghi della loro visibilità pubblica, puntualmente sparati dalla carta stampata e dai diversi Tg, sono appunto gli sbarchi di massa ma anche gli sgomberi delle baraccopoli, le identificazioni e i rastrellamenti nei campi rom, le espulsioni e la permanenza dietro le reti dei Cie. La terminologia della cronaca ripete ossessivamente le medesime parole: arrivano, premono alle frontiere, sporcano, invadono…! Insomma una narrazione schiacciata su una visione emergenziale e cronachistica, che ignora storie e percorsi e ragioni delle migrazioni. Perché (e per chi) è più comodo raggruppare tutte queste storie dietro ad un unico termine, e per di più facendolo caricare una caratterizzazione fortemente? I giornalisti sono mediamente poco preparati sul tema. Ormai sia la FNSI che l’Ordine del Giornalisti, in collaborazione all’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, ha istituito precise tappe formative nei curricoli delle scuole di giornalismo in materia di storie delle migrazioni. Inoltre i tanti stereotipi sui clandestini hanno un forte impatto emotivo sull’opinione pubblica e vengono usati in chiave ideologica dal mondo della politica soprattutto alla vigilia di competizioni elettorali. Lo stesso schieramento progressista ha dimostrato di privilegiare una visione securitaria del fenomeno, rincorrendo la controparte sul terreno delle politiche proibizioniste. Dunque la scelta di giornali e scalette di Tg, da cui leggiamo e ascoltiamo l’arrivo dei migranti sulle nostre coste con toni spettacolaristici e di forte drammatizzazione, non fa che amplificare l’ordine di scuderia, che viene dall’agenda politica. Senza parlare di testate dichiaratamente razziste, che usano l’informazione per cavalcare gli istinti più rozzi e xenofobi dell’elettorato. In base a quali motivazioni l’emigrazione/immigrazione dei giorni d’oggi dovrebbe apparire agli occhi degli italiani più brutta, sporca e cattiva di quella di cui gli italiani stessi sono stati protagonisti nel corso dell’Ottocento e del Novecento? I migranti sono i brutti, sporchi e cattivi del nostro tempo. Ai primi del Novecento eravamo noi a vestire quei panni, trattenuti in quarantena a Ellis Island, all’imbocco del porto di New York, identificati, schedati, trattati come trogloditi e sottosviluppati prima di approdare sul suolo americano. Siamo stati un popolo migrante, abbiamo lasciato una scia di dolore e di drammi esistenziali in ogni angolo del mondo, storie di abbandoni e distacchi familiari, storie di migrazioni, di cui purtroppo non c’è traccia nella livida informazione, che racconta chi oggi chiede un posto alla nostra tavola. Ma anche le migrazioni interne degli anni Cinquanta sono capaci di descrivere storie di discriminazione ai danni dei tanti operai e contadini del sud emigrati nelle fabbriche lombarde o torinesi. Ma c’è una cesura storica sul nostro recente passato di popolo migrante! In una Europa che in questi ultimi anni si è trovata a fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione in maniera particolarmente pressante, questa sua caratterizzazione negativa è comune ad altri paesi? L’immigrazione in questi anni non è stata pressante. E’ la modalità narrativa dei media, che l’ha rappresentata con canovacci cronachistici improntati all’emergenza e alla retorica dell’invasione. Naturalmente se i diversi Tg e la maggior parte delle testate di carta stampata sfornano ossessivamente copioni di cronaca sui clandestini, che occupano e invadono o sono fermati, espulsi, cacciati, sgomberati, schedati con un lessico che non lascia spazio ad altra interpretazione, il minimo che ci si possa aspettare da un’opinione pubblica a digiuno di esperienze dirette coi migranti, è l’idea distorta che essi, per esempio, siano troppi. Solo per fare un esempio l’Italia ospita un numero di rifugiati dieci volte inferiore alla Germania. I fatti di Lampedusa della primavera scorsa sono esemplari: si è voluto raccontare il copione della paura, sulla base di una invasione costruita ad hoc in un territorio gravato da 5mila migranti a fronte dello stesso numero di residenti. Ma non pare una scelta strumentale quella di accalcare come sardine profughi e migranti con bisogni umanitari e offrire all’opinione pubblica uno spettacolo indecoroso in un Paese di 60 milioni di abitanti e tra i più industrializzati del pianeta? Il termine immigrazione clandestinità -cito dalla postfazione- non trova alcun corrispettivo nel glossario internazionale… inesistenza del fenomeno o piuttosto una maggiore sensibilità da parte dell’opinione pubblica? Esiste il tema delle migrazioni come fenomeno planetario e dell’impossibilità -e dell’inefficacia- di qualsiasi politica proibizionista, che pretenda di erigere muri e palizzate e fortezze apparentemente inespugnabili. Il nodo sta nella scelta di efficaci politiche sociali di integrazione, a cui il nostro Paese destina un decimo delle risorse affidate alla repressione delle migrazioni e alla detenzione illegale dei migranti giunti in Italia.
Brutti, sporchi e cattivi - L’inganno mediatico sull’immigrazione
da: Rainews24-24 Ottobre 11
24/10/2011
Nel suo libro, Giulio di Luzio indaga sul ruolo dei media nella costruzione della figura dell’immigrato, sempre e solo chiamato clandestino, secondo una vulgata giornalistica, che non riconosce loro altro status: migrante, immigrato, irregolare, richiedente asilo, profugo politico, rifugiato. Ben diversa è l’immagine che risulta negli ambienti scientifici, dalla ricerca sul campo, dai rapporti diretti con comunità di stranieri in Italia. Gran parte della stampa italiana ha acquisito un ruolo centrale nella definizione del clima di sospetto verso i nuovi arrivati. Nella puntata di oggi anche il ruolo delle donne nelle rivoulzione araba: ieri la proclamazione ufficiale della liberazione della Libia e le elezioni in Tunisia. Ospiti: Giulio Di Luzio - scrittore e Seyda Canepa - corrispondente TV Turca NTV in Italia
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Intervista a Giulio Di Luzio su suo libro "Brutti, sporchi e cattivi. L'inganno mediatico sull'immigrazione"
da: Radio Radicale-17 Ottobre 11
17/10/2011

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Villa San Giuseppe in un libro
da: Gazzetta del Mezzogiorno-16 Ottobre 11
16/10/2011

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Brutti, sporchi e cattivi
da: il Quotidiano della Basilicata-20 Novembre 11
20/11/2011

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