Bella Napoli
Storie di lavoro, di passione e di rispetto
Pubb. : Gennaio 2011
200 pag
ISBN: 88-230-1544-9
Collana: Arte e lavoro
Descrizione
Napoli e i napoletani non sono la stessa cosa, perché se è vero che la città è l’immagine di tutti, classi dirigenti e popolo, è altrettanto vero che dicendo classi dirigenti e popolo non si dice la stessa cosa, che non si può fare di tutta l’erba un fascio, né delle classi dirigenti, né, tantomeno, del popolo. Dove li mettiamo quelli che si sono aggrappati con le unghie, con la speranza e con i denti, alla possibilità di non chinare il capo, di non arrendersi alle inefficienze, al pressappochismo, al clientelismo, agli ismi senza fine che hanno ammorbato la città? Quelli che talvolta ne hanno fatto una questione etica, altre volte una regola di vita, altre ancora una ragione pratica? In Bella Napoli si racconta di loro, di chi ogni mattina non si veste da supereroe ma da artigiano, insegnante, operaio, scienziato, barista, perito chimico e così via. Di chi con la propria normalità mantiene accesa la speranza e rende meno evanescente la possibilità di cambiare. Persino quando non lo sa.
Rassegna:
BellaNapoli, eroi anonimi sotto il Vesuvio
da: Inviato Speciale-19 Luglio 11
19/07/2011
Se nel senso comune è consolidata un’idea di Napoli come città decadente, caotica e “senz’anima”, come sostiene Serena Sorrentino nella prefazione a “BellaNapoli” di Vincenzo Moretti (pp. 225, € 10,00, Ediesse editore), questa raccolta di “storie di lavoro, di passione e di rispetto” ha il pregio di restituirci una Napoli che non ci aspetteremmo, una Napoli che non ha perso assolutamente il treno della storia, a partire da una cultura e un’etica del lavoro che sono quanto sta più a cuore all’autore, non a caso sociologo dell’organizzazione all’università di Salerno e membro della Fondazione Di Vittorio. Già, perché essendo associata a Napoli anche la cosiddetta “arte dell’arrangiarsi”, lavorativamente parlando, per via del ruolo giocato dalla camorra nell’economia informale e sommersa, queste dodici storie di vita, che hanno per protagonisti otto uomini e quattro donne, ci descrivono delle persone che nonostante tutte le avversità hanno forgiato un carattere che li eleva ad esempio nella loro unicità. “Eroi anonimi” come li definisce Cristina Zagaria nella post-fazione al libro. Infatti, che Gabriele V. dei Quartieri Spagnoli faccia il barista e si esalti quando si sente dire “fai proprio un bel caffè”, o Antonio E. del Vomero, ingegnere costruttivo, dica “sono stato orgoglioso di portare anche la mia napoletanità all’interno dei processi direzionali del gruppo e nell’uso dei laboratori” a Tsukuba, la città della scienza giapponese che si è sviluppata mediante la contaminazione culturale, ciò che li accomuna è l’assoluta dedizione al lavoro, ovvero a quanto dà un senso alla vita, permettendo l’affermazione della dignità delle persone. Perchè è una costante in tutti i racconti, oltre all’importanza dell’indipendenza economica e dell’autonomia connesse alla prestazione lavorativa, la “ percezione del lavoro come realizzazione di se stessi, non come condanna o necessità”, come sottolinea Angelo M. del quartiere dell’Arenella. Ma il lavoro è anche il prodotto di una fondamentale trasmissione del sapere tra generazioni, oltre ad essere generatore di relazioni intense e solidali che, quando si spezzano, producono reazioni di delusione e di dolore. “Niente è stato più lo stesso”, afferma Salvatore D.D. del quartiere Materdei, poiché quando si rompe la solidarietà di fabbrica, la divisione operata dal padrone disintegra la possibilità di ribellarsi all’unisono. Sicché la perdita del posto di lavoro viene così schernita: “E’ stato il lavoro a tradire me, non io a tradire il lavoro”. Ed è amarezza anche quella che trasuda dal vissuto sindacale di Pier Paolo R., del quartiere di Fuorigrotta, che ha proposito dell’incombere della precarietà sulle nuove generazioni, mentre quella di suo padre contestava addirittura il contratto di apprendistato, si sfoga perché in Cgil gli hanno detto in una riunione che è poco moderno: “Che ci sta di moderno in questo continuo arretramento”, prodotto anche dalla concertazione e non solo dall’ideologia della flessibilità infinita. Che poi il lavoro coniughi fare e pensare, ovvero che contempli una certa “capacità visionaria degli uomini” – chè “mi domando se le persone si rendano conto di che cosa c’è in termini di idee, lavoro, scoperte, dietro le cose che usano ogni giorno” – è una suggestiva considerazione evidenziata sempre da Angelo M. a proposito di Guglielmo Marconi e l’idea della radio. Infine, è un incanto l’ultimo racconto di Beppe D.V., del quartiere Mergellina, incentrato sulla riscoperta e la valorizzazione della manualità, il sapere tacito ed il maestro che ti insegnava un’etica, unitamente ad un “lavoro minuziosamente portato avanti con amore”. Risuona in questo racconto la lezione tratta da “ L’uomo artigiano” del sociologo Richard Sennet, ed è quanto mai edificante sapere che Vincenzo Moretti intende prossimamente raccontare l’Italia attraverso la cultura del lavoro, sollecitando centinaia di racconti di persone che quotidianamente amano ciò che fanno con tanto impegno e passione. D’altronde, per riprendere Barry Lopez, “le storie che ci raccontiamo alla fine si prendono cura di noi”.
Elogio dell'uomo artigiano
da: Rassegna Sindacale-4 Mag 11
04/05/2011

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Bella Napoli - Lo Scaffale
da: TgR Campania-21 Luglio 11
21/07/2011

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Bella Napoli, storie di lavoro e passione
da: Corriere. Quotidiano dell'Irpinia-6 Marzo 11
06/03/2011

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Piccoli eroi-normali di una Napoli che lavora
da: Napoli Today-7 Mag 11
07/05/2011

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Bella Napoli, di vita e di lavoro
da: il Levante-18 Febbraio 11
18/02/2011

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La Bella Napoli in un libro
da: Repubblica TV-19 Febbraio 11
19/02/2011
Dodici storie per raccontare la città che crede in se stessa. Le ha raccolte il sociologo Vincenzo Moretti nel suo ultimo libro "BellaNapoli" (Ediesse editore, 2011. 10 euro). Le vite di dodici persone normali che rivelano una Napoli diversa da quella di "Gomorra" e della "monnezza"
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La Bella Napoli di Vincenzo Moretti
da: Rassegna.it-17 Febbraio 11
17/02/2011
Si intitola Bella Napoli il libro (edito dall'Ediesse) in cui Vincenzo Moretti racconta, dando voce ai protagonisti, dodici storie di napoletane e napoletani, di diversi quartieri ed età, che hanno trovato identità nel lavoro e conquistato, grazie a questo, il rispetto di se stessi, degli altri, della città cui rendono, essendo come sono, amore ed onore. Il libro è stato presentato ieri – da due giovani donne determinate e intelligenti (la giornalista di Repubblica Cristina Zagaria e la segretaria confederale della Cgil Serena Sorrentino – espressione della Napoli che rivela tenaci ambizioni civili) - alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri, un posto in cui torno sempre con piacere e che penso sia una delle librerie più vive che si possa frequentare, dove i libri sono proposti ai visitatori – giovani in prevalenza, ma anche persone d’età più matura, tra cui, senza che urtino, perditempo manifesti – con una garbata sapienza commerciale, che si potrebbe anche chiamare buona educazione. Ci sono stato diverse volte, per la presentazione dei libri di Vincenzo ma anche per parlare di un libro mio e di Cristiana Rogate sulla rendicontazione sociale; in ognuna di queste occasioni sono rimasto sempre colpito dalla partecipazione e dalla voglia di discutere e contestare che ha protratto gli incontri fino all’estremo dell’ora di chiusura della libreria (ieri, uno ce l’aveva, ma lo diceva senza particolare acredine e quasi solo per aprire un fronte di dibattito, con la Cgil che avrebbe consentito in combutta con De Benedetti la chiusura della Olivetti a Napoli, un po’ d’anni fa). Diciamo che in questa libreria i libri di Vincenzo Moretti si presentano bene, perché sono libri di conversazione: il contenuto è ovviamente importante (Bella Napoli, è stato definito da qualcuno una sorta di controcanto alla Napoli di Gomorra – e cioè la Napoli che riesce ad evitare d’essere deturpata dal contatto con la criminalità, dal lerciume dei rifiuti sui marciapiedi, dalla scostumatezza di famiglie che fondano i loro miseri affari all’ombra delle fanciulle in fiore). Ma più ancora del contenuto conta il come questi libri sono scritti, al modo appunto di una conversazione, il cui narratore principale e unico, ma che sa moltiplicarsi in più voci, è Vincenzo Moretti, sempre alle prese con la domanda su quale sia il genere dentro cui confinare le sue scritture e che, invece, dovrebbe finalmente convincersi dell’evidenza che si tratta sempre di manuali di pratica della conversazione, di esemplari di una narrazione sul tipo di quella che si può fare la sera dopo cena, o se si ha un po’ di tempo la mattina davanti al caffè: di un intrattenimento, insomma, ai cui modi e riti si coinvolgono gli amici, per renderli parte di un discorso che descrive un’autobiografia ideale dell’autore e dei tanti uomini “straordinari” (è un aggettivo che Moretti usa spesso, dando sempre l’impressione di non sprecarlo) che egli ha certo avuto la fortuna di incontrare ma che pure hanno avuto la fortuna di incontrarlo. Ora che ci rifletto, mi pare chiaro che i protagonisti delle storie raccontate da Vincenzo (in questo e negli altri libri, a partire da Uno doje tre e quattro, conversazione attraverso il canale di facebook) siano personaggi letterari, non perché non siano veri e concreti nella loro fattuale esperienza di vita, ma perché costantemente rappresentano un tratto più universale; sono personaggi gnomici, suggeriscono una lezione di vita e perciò hanno anche quel tanto di astratta perfezione che li fa funzionare tanto bene come esempio da richiamare nella conversazione, per portare prove all’assunto. Che è uno e sempre lo stesso: dignità, lavoro, sobrietà, compostezza, lealtà sono valori e gli uomini si giudicano (sì, si giudicano) su questi; dalla facilità con cui se li sistemano sulle spalle, tenendoseli come eloquenti compagni di viaggio, attraverso la vita o un racconto, che è proprio la stessa cosa.
Storie normali di 12 napoletani al lavoro
da: Repubblica.it - Napoli-19 Febbraio 11
19/02/2011
Un'opera contro tendenza di Vincenzo Moretti che fa diventare personaggi dei cittadini sconosciuti Storie di lavoro, di passione e di rispetto. Storie raccontate in prima persona, che parlano di Napoli. Ma non quella della camorra e della munnezza, non quella che si getta via e non ha più speranza. È "Bella Napoli", un libro contro tendenza. Un libro che va a stanare e fa diventare personaggi le persone normali. Dodici protagonisti che non vogliono più vergognarsi di essere napoletani e proprio per questo rendono questa città eccezionale tutti i giorni con il proprio lavoro. Dodici storie più una, quella dell'autore Vincenzo Moretti, che dedica il libro ai suoi tre maestri: Luigi Santoro, suo padre (operaio Enel) e Salvatore Casillo. "Nel marzo 2008 feci un viaggio a Tokyo, al Riken, uno degli istituti di ricerca più importanti del mondo, di Bella Napoli non c'era traccia neanche nei più reconditi dei miei pensieri - spiega l'autore -. A pensarci oggi, però, credo che sia lì che è cominciata questa storia. Conservo vivido il ricordo della mia vergogna ogni volta che raccontavo ai giapponesi, agli inglesi, agli americani, ai francesi, agli italiani che incontravo per la mia attività di ricerca, di essere napoletano. Nessuno di loro mi ha mai detto niente, mai un accenno o un riferimento, alla monnezza connection, eppure io mi vergognavo, peggio, mi sentivo in colpa". Poi Angelo Lana, presidente della casa editrice Ediesse chiede a Moretti un nuovo libro, dopo il successo di Enakapata. E Moretti si trova davanti a un bivio: "Che scrivo su Napoli, la città ferita, l'orgoglio, la pessima qualità delle classi dirigenti, la camorra, la monnezza, i cittadini-sudditi? Per carità, tutte cose dette in tutte le salse". Così Vincenzo Moretti, 51 anni, sociologo, responsabile della sezione Società Culture e Comunicazione della Fondazione Giuseppe Di Vittorio e professore a contratto di Sociologia dell'Organizzazione all'Università di Salerno, comincia a pensare a un libro. "Ho scritto su un foglietto Napoli - racconta l'autore -. Poi mi sono detto: se devo scegliere una sola parola che mi rappresenta, che rappresenta la mia cultura, i miei valori, le mie idee, quale scelgo? Mi sono risposto: "Lavoro". Poi mi sono messo lì a guardare il foglietto dove avevo scritto le due parole, Napoli e Lavoro e mi sono detto "va bene, proviamoci". E ho provato a raccontare Napoli attraverso il lavoro di persone normali, persone lontane dalle luci della ribalta, persone differenti per età, professione, quartiere". Ed ecco "Bella Napoli" (con la prefazione di Serena Sorrentino: "Essere felice a Napoli") e le sue dodici storie, come quella di Francesco con la passione della musica, che dal lavoro su Ebay a quello nello "scatolificio" arriva finalmente a un lavoro con la "L" maiuscola, addetto alle vendite in una grande catena specializzata in video e cd, con un contratto di un anno di quinto livello. Emma e Colomba insegnanti, tra trasferte, treni e lezioni negli istituti paritari. Beppe artigiano. Salvatore operaio. Valeria che lavora nel Terzo Settore. Giovanna E. centralinista felice di un call center. Piccole storie di dodici sconosciuti, che rendono bella Napoli.