Arte e potere
Il mondo salverà la bellezza?
Il rapporto tra arte e potere al tempo del capitalismo finanziario.
A cura di:
Pubb. : Novembre 2014
224 pag
ISBN: 978-88-230-1912-6
Collana: Saggi
Descrizione
L’idea guida di questo saggio è che l’arte, dall’inizio della storia, sin da quando cioè si afferma la divisione del lavoro e nascono le classi sociali, ha sempre avuto a che fare con il potere. Nel corso dei secoli le dinamiche di questa relazione hanno sicuramente influenzato l’arte, senza riuscire a modificarne l’intima essenza. Negli ultimi decenni, tuttavia, il potere tende a centralizzarsi a livello sovranazionale, assumendo una fisionomia che riflette, da un lato, l’affermazione e la naturalizzazione del capitalismo finanziario globalizzato e, dall’altro, il binomio tecnocrazia-ipercomunicazione. Questo nuovo tirannico dispositivo mette a rischio l’arte per come l’abbiamo conosciuta nel corso dei secoli, riportando all’ordine del giorno la questione della sua morte, ben oltre le previsioni di Hegel. Con lucidità e passione, l’autore indaga dapprima i rapporti fra l’origine dell’arte, la sua natura intima e il potere. Successivamente analizza le trasformazioni che questi rapporti hanno subito nel corso dei secoli, e l’attuale dominio dell’ultracapitalismo finanziario globalizzato, trionfante e insieme portatore di una drammatica crisi epocale. Ciò che questo dominio ha prodotto ha finito per trasformare l’arte in una sottomerce, mettendo a rischio la sua sopravvivenza nella plurimillenaria lotta per la difesa della propria libertà e autonomia. Non può sfuggire il valore metaforico e predittivo di questa sconfitta: se l’arte muore, tutto muore. Tutto ciò che conta per chi ha a cuore i destini di una umanità che rischia di essere messa definitivamente in ginocchio. In questa denuncia è riposto il senso profondo di questo libro.
Rassegna:
Se l'arte è minacciata da sapere liquido e finanza selvaggia
da: La Repubblica ed. Roma-3 Novembre 14
03/11/2014

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L'origine e la natura dell'arte
da: Conquiste del Lavoro-1 Dicembre 14
01/12/2014

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La finanza dopo il mecenate
da: Rassegna Sindacale-3 Dicembre 14
03/12/2014

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Arte e potere
da: Esse blog -3 Dicembre 14
03/12/2014
In ogni epoca storica l'arte, nelle sue mutevoli forme, ha avuto a che fare con il potere, rimanendone in misura variabile condizionata. La stagione della sua totale autonomia è da circoscrivere a un tempo preistorico, entro il quale le forme del potere non erano evolute sino al punto di condizionarne le caratteristiche connotanti. In questo senso, i milioni di anni che precedono l'inizio della storia, o meglio di quella che convenzionalmente si ritiene tale (a partire dalla comparsa dei primi documenti scritti), sono tutt'altro che ininfluenti rispetto alla natura che l'arte è venuta assumendo. In questa natura, infatti, è stata inscritta la ragione del suo (primordiale) essere una libera ludica e spontanea manifestazione creativa, strettamente legata alla soddisfazione di necessità  fondative primigenie e totalmente libera da condizionamenti. Nel corso dei millenni, questa originaria libertà  si trovò a fare i conti con le esigenze e le influenze del potere politico e religioso, cosà come si vennero configurando nelle varie epoche. Sin dagli albori della storia fu chiara, infatti, alle autorità  che gestivano questi poteri, l'importanza dell'arte, non solo come fondamentale strumento di autocelebrazione, ma anche come decisivo mezzo di controllo del consenso. Il re nell'antichità  è colui il quale controlla i depositi dei beni. Non a caso l'etimo di 'tiranno indica il capo della fattoria, cioè colui che regola la produzione del formaggio (tyros). Cosà come il suo scettro prende le mosse simbolicamente dal bastone del pastore. Per difendere i suoi beni il tiranno ha bisogno della forza militare (il bastone) ma anche del consenso. Quest'ultimo non può essere solo il frutto di una tirannica minaccia di violenza militare ma, anche, di sottomissione culturale e religiosa accettata, condivisa o subita, essendo tacita la molteplicità  delle forme e dei gradi di passaggio di essa. Ebbene, l'arte ha storicamente favorito per millenni questa funzione. Lo ha fatto, però, riuscendo a conservare parte della sua originaria autonomia e garantendo esiti di straordinaria, a volte sublime imprevedibilità . È questa la sua proprietà  più sorprendente: rimanere se stessa, nonostante i tentativi di manipolazione subiti da parte del potere. Anzi, essere capace di trasformarsi ' all'occorrenza ' addirittura in strumento di offesa nei confronti proprio di quel potere con l'aiuto del quale veniva sviluppandosi. Basti pensare alla forza sovversiva del realismo di Caravaggio, cosà come alla multiforme ed eretica carica disubbidiente delle Avanguardie storiche dei primi decenni del secolo scorso (â?¦). Uno degli scopi forti di questo libro è quello di raccontare, nel modo meno noioso possibile, le tappe di questo formidabile viaggio ' dalle origini fino ai giorni nostri ' con una finalità  aggiuntiva che poi, a ben guardare, tende a diventare la principale: quella di dimostrare che, nel tempo della postcotemporaneità , l'arte disperde il suo nucleo costitutivo essenziale, fatto di mutevolezza ma anche di stabilità , di divenire continuo ma anche di immutabilità . La perdita di questa essenza rischia di decretare la sua morte, o meglio la morte della sua natura più intima, mantenutasi intatta per millenni. L'arte, cioè, anche se non scompare del tutto, oggi, diventa altro da sé, mantenendo il suo nome solo in ragione degli interessi che la circondano e la sostengono. La cosa più sorprendente è che questo accade proprio nel momento in cui lo sviluppo ipertrofico dei mezzi di comunicazione di massa sembrerebbe poterla emancipare da ogni soggezione o subordinazione al potere. L'attuale disponibilità  di strumenti raffinatissimi di manipolazione del consenso parrebbe, infatti, poter sottrarre del tutto l'arte dalle sollecitazioni di chi ha interesse a utilizzarla come veicolo ideologico di messaggi che tendano a perpetuare lo stato di cose presenti. Il punto è che nel frattempo ' soprattutto a partire dagli anni Settanta-Ottanta ' si è venuta imponendo la dittatura di un capitalismo assoluto e totalitario, di un ultracapitalismo finanziario globalizzato che ha finito per conquistare una supremazia definitiva, non più sottoposta a discussione. (â?¦). Nel teatro delle gesta del capitalismo, anche l'arte non può che divenire una merce. Come vedremo, una forma particolare di merce. A questo processo corrosivo rivolto non solo verso di essa ma verso pressoché tutte le attività  del pensiero e della creazione, si aggiungono gli effetti ulteriormente peggiorativi prodotti dall'interferenza massiccia di altri due fenomeni tipici del nostro tempo. Mi riferisco agli sviluppi consensuali e iperplastici della tecnica e della comunicazione che, nel corso dei decenni, hanno finito per costituire un binomio intervenuto a modificare la struttura e le dinamiche stesse del sistema capitalistico, mondializzandolo e distorcendo abitudini, relazioni, aspettative, bisogni, fino a mutare la stessa percezione diffusa del tempo. La mercificazione dell'arte e l'influenza mutagena dell'iper-tecnica e dell'iper-comunicazione producono di fatto un evento senza precedenti: il suo congedo dalla realtà . L'arte si consegna a una dimensione puramente astratta, puramente autoreferenziale. E in questo suo uscire dalla realtà , finisce per diventare altro da sé. (â?¦). La mercificazione dell'arte e il suo essere sussunta alla voracità  del trinomio economia-tecnica-comunicazione producono (â?¦) una mutazione snaturante che rischia di assumere definitivamente la forma marmorea di una tomba. Da questa tomba esce fuori, non solo di notte, una 'cosa nuova e deforme che vampirizza le coscienze degli uomini e delle donne in buona fede e riempie le casse delle case d'asta più prestigiose e le tasche di squali-mercanti, speculatori e intellettuali disponibili in buona o, più spesso, in cattiva fede (â?¦). C'è chi sostiene ' credo a ragione ' che l'arte di tutti i tempi è contemporanea nel senso che la sua struttura circolare fa sà che linguaggi e intuizioni creative si sottraggano a qualsiasi sviluppo temporale, progressivo e lineare. Anticipazioni e ritorni all'indietro descrivono o meglio hanno descritto fino ad alcuni decenni fa le evoluzioni, i corsi e ricorsi di un'arte che non presenta mai, rigidamente, un prima e un dopo. A tutta questa meravigliosa circolarità  di eventi il post-contemporaneo ha posto fine. L'arte si è ficcata in un vicolo cieco che, isolandola dalla realtà  pulsante di un pluricentenario discorso sul bello e sul vero, l'ha consegnata alla cronaca misera e triste del business. IL 9 dicembre, presso il MACRO di Roma, il libro verrà  presentato per la prima volta. Ne parleranno con l'autore: Alberto Dambruoso, Simone Oggionni, Massimiliano Smeriglio, Claudio Strinati e Vincenzo Vita. - See more at: http://www.esseblog.it/tutti-gli-articoli/arte-e-potere/#sthash.2ElaTrQa.dpuf
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L'arte è in pericolo ma salverà  questo mondo
da: Il Venerdì di Repubblica-5 Dicembre 14
05/12/2014

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'Arte e Potere, il nuovo libro di Gramiccia
da: ArteMagazine-5 Dicembre 14
05/12/2014
ROMA ' «In ogni epoca storica l'arte, nelle sue mutevoli forme, ha avuto a che fare con il potere, rimanendone in misura variabile condizionata». Con questa affermazione il critico d'arte Roberto Gramiccia introduce ai lettori la riflessione del suo ultimo libro, Arte e Potere. Il mondo salverà  la bellezza?, pubblicato dalla casa editrice Ediesse, scritto con la collaborazione di Diana Cardaci, con la prefazione di Alberto Burgio e la postfazione di Claudio Strinati. Il testo parte da un assunto semplice e diretto: l'arte ha sempre avuto a che fare con il potere. Un legame indissolubile insito nella storia dell'uomo, del lavoro e delle classi sociali. Il saggio, scrive Claudio Strinati, «ha l'ambizione di tracciare un panorama ampio ed esaustivo della situazione attuale dell'arte. Il proposito è ambiziosissimo ma l'autore ha alle spalle una solida attività  di critico militante che gli permette di spostarsi adesso sul piano dell'estetica generale e della sociologia, per tentare di definire un quadro organico di un universo culturale immenso e variegato, senza venir meno alla coerenza della sua parabola ricca di contributi veramente significativi e validi». Grammiccia racconta con piglio deciso il cosiddetto sistema dell'arte, descrivendo come i rapporti di potere abbiano sempre influenzato l'attività  artistica. Un'influenza che, col passare degli anni, risulta sempre più condizionante e negativa. E con intelletto vivo, l'autore analizza le trasformazioni che questi rapporti hanno subito nel corso dei secoli, fino all'attuale dominio del capitalismo finanziario globalizzato, che ha tolto all'arte la sua essenza più pura, la sua bellezza, trasformandola in merce di scambio. «L'arte ' scrive Gramiccia ' si è ficcata in un vicolo cieco che, isolandola dalla realtà  pulsante di un pluricentenario discorso sul bello e sul vero, l'ha consegnata alla cronaca misera e triste del business. Ciò che dico corrisponde ovviamente e fortunatamente a una linea di tendenza forte, anzi perentoria, che non esclude esempi in controtendenza. Ma su questo non c'è da farsi troppe illusioni. Ancora oggi resistono artisti connessi con la storia e non immersi esclusivamente nella povera, asfittica cronaca dei nostri giorni. Ma sono pochi. Sono sempre di meno. Una specie in via di estinzione sul palcoscenico internazionale. E non è proteggendoli come le foche monache che salveremo l'arte. La salveremo solo cominciando col capire le ragioni che hanno portato a questo, armandoci di una rabbia trasformatrice». Will Delvoye, Jeff Koons, Damien Hirst, Maurizio Cattelan, ma anche Marcel Ducham, sono soltanto alcuni esempi che, inseriti in un meccanismo commerciale, hanno portato al decadimento dell'arte. Forse addirittura alla sua morte. «L'arte, insomma, ' scrive con passione partigiana l'autore ' va salvaguardata per difendere una prospettiva di liberazione, senza pretendere di farne uno strumento ma trattandola alla stregua di un fine. Cosà facendo si prefigura quell'umanesimo integrale capace di armare ogni grande e ambiziosa trasformazione. Se questo accadrà  i rapporti fra arte e potere cambieranno. Perché il potere, inteso come esercizio del dominio dei pochi nei confronti dei molti, progressivamente tenderà  ad estinguersi e l'arte potrà  tornare a sprigionare tutta la sua forza liberatrice. La stessa che oggi rischia di spegnersi». L'evento. Martedà 9 dicembre, alle ore 18, nella sala del Cinema del Macro di Roma (via Nizza 138), Roberto Gramiccia presenterà  al pubblico Arte e Potere. Il mondo dalverà  la bellezza?. Con l'autore, intervengono anche Alberto Dambruso, critico d'arte, Simone Oggionni, Sinistra Lavoro, Massimiliano Smeriglio, Vicepresidente della Regione Lazio, Claudio Strinati, storico dell'arte e Vincenzo Vita, giornalista.
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Arte e potere. Il mondo salverà  la bellezza?
da: Il Becco-26 Novembre 14
26/11/2014
Perché nasce l'arte? Qual'è il suo rapporto con i diversi poteri (comunicativo, religioso, politico)? Il libro di Roberto Gramiccia (Arte e Potere. Il mondo salverà  la bellezza? Con la collaborazione di Diana Cardaci, prefazione di Alberto Burgio, postfazione di Claudio Strinati - Ediesse, 2014, â?¬ 13,00) prova a fornire uno strumento di comprensione sulla misteriosa comparsa dell'arte (tra le prime attività  umane insieme alla techné, all'erotismo ed al sacro) e sulla relazione - dialettica e tutt'altro che meccanica - tra questa ed il potere. Una relazione che è anche - e qui vi è tutta l'influenza del pensiero marxiano - tra struttura e sovrastruttura, con diversi gradi di egemonia del potere sulla 'più sconvolgente e meravigliosamente inutile delle attività  umane, con mille sfumature storiche che impediscono di stabilire rigide categorie di maggiore o minore asservimento dell'una all'altro. Il testo traccia un percorso storico che dagli egizi passa per la 'rivoluzione stilistica di Caravaggio fino all'irrompere del mercato (con la sua sottile ma pervasiva influenza) e della provocazione di Duchamp che darà  il via - anche se l'autore prenderà  le distanze da alcune conseguenze del suo gesto - a tanti 'cattivi esempi in cui 'il manufatto non conta niente, quello che conta è l'idea. Un'idea che deve però essere straordinaria, se non lo è può essere qualsiasi cosa, e come qualsiasi cosa può diventare business. L'arte dunque, ha un futuro nell'era del capitalismo trionfante, della ipercomunicazione che deforma, plasma, crea sentimenti, bisogni, aspettative? Una possibile risposta la lasciamo alla lettura del libro ed al futuro che attende la nostra società .
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Il mondo salverà  la bellezza?
da: Rai Cultura-1 Dicembre 14
01/12/2014
Ci sono svariate ragioni per cui è sempre piacevole ed interessante leggere i saggi o ascoltare la voce di Roberto Gramiccia. Intanto perché espone le sue idee con grande schiettezza e chiarezza, senza mai essere banale. Poi perché è un critico d'arte tutto particolare che fa della passione per l'arte il suo motore ma di professione è un medico ed è dunque poco interessato a tenersi buono questo o quell'artista o addetto ai lavori. Chi avesse dubbi può leggere il suo ultimo libro " Arte e Potere" in cui propone una ben documentata analisi del rapporto tra queste due realtà  dall' antichità  ad oggi, epoca in cui qualcosa si è rotto e la realtà  e l'opera d'arte, il manufatto artistico e l'uomo della strada non sembrano più comunicare. Di chi è la colpa ? Cosa è successo ? Perché molti di fronte a certe opere contemporanee si sentono cosi' disorientati ? Perché " non si capisce più cosa sia arte e cosa no" ? Di questo e di altro ci parla in questa intervista in cui prova a spiegare perché come qualcuno ha di recente sostenuto: " L' arte è un super-business. Dopo il traffico di droga e la prostituzione è il più grande mercato senza regole del mondo ! "
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Il potere dell'arte e l'arte del potere
da: Dialoghi Mediterranei-11 Gennaio 15
11/01/2015
Roberto Gramiccia, medico, appassionato ed attento collezionista, studioso di formazione marxista, con uno sguardo ampio a 360 gradi, curatore di importanti mostre, è stato critico d'arte del quotidiano Liberazione ed è autore di diversi libri sull'arte contemporanea. Ricordiamo fra gli altri i recenti Fragili eroi e Slot art machine. Il nuovo, ultimissimo, volume, Arte e potere. Il mondo salverà  la bellezza? (Ediesse editore, 2014), con prefazione del filosofo Alberto Burgio e postfazione dello storico dell'arte Claudio Strinati, è stato di recente presentato, con grande successo, al Museo di Arte Contemporanea di Roma MACRO ed all'Accademia di Belle Arti. Vi si indaga il rapporto che da sempre intercorre tra arte e potere. Sostiene Gramiccia che nonostante le regole e i condizionamenti imposti dal potere, l'arte nei secoli è riuscita a salvaguardare la sua autonomia ed il suo valore poetico espressivo. Oggi, però, sembra che il potere, nella odierna fisionomia di capitalismo finanziario globalizzato, metta a rischio il concetto di valore e qualità  dell'arte che abbiamo conosciuto attraverso i secoli. «Il saggio ' ha scritto Claudio Strinati ' ha l'ambizione di tracciare un panorama ampio ed esaustivo della situazione attuale dell'arte. Il proposito è ambiziosissimo ma l'autore ha alle spalle una solida attività  di critico militante che gli permette di spostarsi adesso sul piano dell'estetica generale e della sociologia, per tentare di definire un quadro organico di un universo culturale immenso e variegato, senza venir meno alla coerenza della sua parabola ricca di contributi veramente significativi e validi». Parafrasando la celebre asserzione di Dostoevskij 'la bellezza salverà  il mondo sappiamo che, purtroppo, la bellezza non è riuscita a salvare il mondo, Gramiccia si chiede se oggi, alla luce delle contraddizioni contemporanee dell'ultracapitalismo finanziario, il mondo riuscirà  a salvare la bellezza. La ipermercificazione, la spettacolarizzazione senza precedenti associata alla ipercomunicazione non rischiano di stravolgere e snaturare il senso profondo dell'arte, la cui verità  espressiva richiede invece misura, ritmo, qualità  formale, silenzio e contemplazione e tempo lungo di meditazione? In verità , sembra, che in una certa parte dell'arte contemporanea, escluso come sempre le eccezioni, venga sospeso ed eluso ogni giudizio di qualità  artistica in quanto la cosa che più interessa in maniera esclusiva è il suo valore di titolo finanziario. L'artisticità  è qualcosa di opzionale ed un elemento aggiunto, non una qualità  primaria ed intrinseca e viene attribuito e conclamato dal valore economico, confermato ed ufficializzato nelle battute d'asta. Paradossalmente l'oggetto d'arte diventa opera d'arteper il valore finanziario che assume. Si sono mescolate le carte e si è rotto quel sistema che in linea di massima aveva una precisa corrispondenza tra il valore in sé dell'opera ed il suo conseguente valore economico. Ciò accade da circa trent'anni a questa parte e coincide con il venir meno del dibattito culturale, la progressiva scomparsa della critica militante, delle gallerie d'arte intese nella loro autonoma funzione editoriale di proposta e scelta artistica. Sembra che questa assenza, il vuoto di pensiero e di esercizio critico, accompagnato dalla mutazione dell'informazione televisiva e dal trionfo della cosiddetta audience, hanno consolidato questa soglia amorfa di indifferenza con l'acquiescenza di un potere cinico e spregiudicato, che con le sue collusioni si allontana sempre più dalle ragioni fondanti della società  civile. Oggi siamo all'epilogo di trent'anni di lenta devastazione, che ha contribuito alla formazione della mostruosa crisi economica alimentata da indifferenza ed insipienza civile e culturale. L'assenza di valore culturale e di pensiero critico può generare solo mera speculazione finanziaria, che ha lo scopo di usare l'arte in funzione strumentale. Solo il valore etico e civile della bellezza, della cultura e dell'arte può darci l'energia e la ragione per una ripresa, rinascita e progettazione del futuro. Come non essere d'accordo?
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Il potere dell'arte e l'arte del potere
da: Dialoghi Mediterranei-11 Gennaio 15
11/01/2015
Roberto Gramiccia, medico, appassionato ed attento collezionista, studioso di formazione marxista, con uno sguardo ampio a 360 gradi, curatore di importanti mostre, è stato critico d'arte del quotidiano Liberazione ed è autore di diversi libri sull'arte contemporanea. Ricordiamo fra gli altri i recenti Fragili eroi e Slot art machine. Il nuovo, ultimissimo, volume, Arte e potere. Il mondo salverà  la bellezza? (Ediesse editore, 2014), con prefazione del filosofo Alberto Burgio e postfazione dello storico dell'arte Claudio Strinati, è stato di recente presentato, con grande successo, al Museo di Arte Contemporanea di Roma MACRO ed all'Accademia di Belle Arti. Vi si indaga il rapporto che da sempre intercorre tra arte e potere. Sostiene Gramiccia che nonostante le regole e i condizionamenti imposti dal potere, l'arte nei secoli è riuscita a salvaguardare la sua autonomia ed il suo valore poetico espressivo. Oggi, però, sembra che il potere, nella odierna fisionomia di capitalismo finanziario globalizzato, metta a rischio il concetto di valore e qualità  dell'arte che abbiamo conosciuto attraverso i secoli. «Il saggio ' ha scritto Claudio Strinati ' ha l'ambizione di tracciare un panorama ampio ed esaustivo della situazione attuale dell'arte. Il proposito è ambiziosissimo ma l'autore ha alle spalle una solida attività  di critico militante che gli permette di spostarsi adesso sul piano dell'estetica generale e della sociologia, per tentare di definire un quadro organico di un universo culturale immenso e variegato, senza venir meno alla coerenza della sua parabola ricca di contributi veramente significativi e validi». Parafrasando la celebre asserzione di Dostoevskij 'la bellezza salverà  il mondo sappiamo che, purtroppo, la bellezza non è riuscita a salvare il mondo, Gramiccia si chiede se oggi, alla luce delle contraddizioni contemporanee dell'ultracapitalismo finanziario, il mondo riuscirà  a salvare la bellezza. La ipermercificazione, la spettacolarizzazione senza precedenti associata alla ipercomunicazione non rischiano di stravolgere e snaturare il senso profondo dell'arte, la cui verità  espressiva richiede invece misura, ritmo, qualità  formale, silenzio e contemplazione e tempo lungo di meditazione? In verità , sembra, che in una certa parte dell'arte contemporanea, escluso come sempre le eccezioni, venga sospeso ed eluso ogni giudizio di qualità  artistica in quanto la cosa che più interessa in maniera esclusiva è il suo valore di titolo finanziario. L'artisticità  è qualcosa di opzionale ed un elemento aggiunto, non una qualità  primaria ed intrinseca e viene attribuito e conclamato dal valore economico, confermato ed ufficializzato nelle battute d'asta. Paradossalmente l'oggetto d'arte diventa opera d'arteper il valore finanziario che assume. Si sono mescolate le carte e si è rotto quel sistema che in linea di massima aveva una precisa corrispondenza tra il valore in sé dell'opera ed il suo conseguente valore economico. Ciò accade da circa trent'anni a questa parte e coincide con il venir meno del dibattito culturale, la progressiva scomparsa della critica militante, delle gallerie d'arte intese nella loro autonoma funzione editoriale di proposta e scelta artistica. Sembra che questa assenza, il vuoto di pensiero e di esercizio critico, accompagnato dalla mutazione dell'informazione televisiva e dal trionfo della cosiddetta audience, hanno consolidato questa soglia amorfa di indifferenza con l'acquiescenza di un potere cinico e spregiudicato, che con le sue collusioni si allontana sempre più dalle ragioni fondanti della società  civile. Oggi siamo all'epilogo di trent'anni di lenta devastazione, che ha contribuito alla formazione della mostruosa crisi economica alimentata da indifferenza ed insipienza civile e culturale. L'assenza di valore culturale e di pensiero critico può generare solo mera speculazione finanziaria, che ha lo scopo di usare l'arte in funzione strumentale. Solo il valore etico e civile della bellezza, della cultura e dell'arte può darci l'energia e la ragione per una ripresa, rinascita e progettazione del futuro. Come non essere d'accordo?
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L'arte è merce?
da: Succedeoggi-27 Gennaio 15
27/01/2015
Jeff Koons e Cattelan resteranno come Michelangelo e Caravaggio? Se lo domanda Roberto Gramiccia, cercando di capire quando l'arte, mercificata, ha smesso di rappresentare il mondo e l'uomo La bellezza può salvare il mondo. Cosà un secolo e mezzo fa Dostoevskij assegnava al linguaggio profetico dell'arte un traguardo sublime di liberazione e speranza. Centocinquantanni dopo, nel suo saggio Arte e Potere (Ediesse, 219 pagine,13 euro) Roberto Gramiccia, medico, collezionista, critico e scrittore ribalta questa prospettiva. La trasforma in una domanda provocatoria che battezza nel sottotitolo il suo libro: «Il mondo salverà  la bellezza?». E capovolge completamente l'orizzonte. Trascina chi ne condivide l'urgenza dall'estetica alla politica. Perché è il mondo che va cambiato, sottratto alla voragine di senso in cui è sprofondato: il capitale che consegna l'esclusiva del comando alla finanza, alla mitologia del pensiero unico e del libero mercato, la diseguaglianza sociale che cresce a dismisura, l'uomo che perde il controllo del proprio destino. E l'arte che si accoda, si rassegna ad essere merce, una variabile del sistema che abdica alla profondità , alla storia, alla realtà . Rinuncia a farsene con l'immaginazione contrappunto e misura, continuando a cercare nella sfida alla morte la sua ragion d'essere. jeff koons elephantGià , la morte. È la premessa alla quale Roberto Gramiccia ricorre per inquadrare il senso ultimo dell'arte, che condensa l'origine e il cammino, la sua necessità  di interrogarsi sul mistero, sull'invisibile, inoltrarsi nei suoi labirinti, farsi a sua volta Storia. Felice intuizione che offre almeno una bussola, il criterio della durata nel tempo delle loro opere, per distinguere artisti veri e presunti: Michelangelo (accanto al titolo un particolare del 'Mosè), Caravaggio resteranno, difficile sapere se Jeff Koons ('Elefante, 2011, qui accanto) o Cattelan riusciranno altrettanto: si sono assicurati un posto in un museo, lo troveranno anche nell'immaginario del futuro? E comunque aggiunge una spiegazione al declino attuale dell'arte: come potrebbe non entrare in crisi in una società  che ha messo al bando la morte, l'ha trasformata in uno scandalo? Tracciato questo quadro di riferimento l'analisi di Roberto Gramiccia si sviluppa con rigoroso puntiglio storiografico su due versanti: quello della filosofia e quello dell'economia e della tecnocrazia. Un prezioso compendio di teorie che si affannano di inseguire e catturare l'identità  mercuriale dell'arte, di definirne il valore nel mercato dei beni o infine , restando all'indagine specifica di questo libro, di ricostruirne i rapporti oscillanti con il mondo del potere. duchampLa svolta decisiva in questo intreccio di relazioni avviene con Duchamp. Un colpo di genio fatale il suo orinatoio (qui accanto), innesca conseguenze che scavalcano le stesse intenzioni dell'artista. Se ogni cosa può essere arte, l'arte non è che una cosa tra le altre, una merce. Poco importa che Duchamp stesso ridimensioni la portata provocatoria del suo gesto, rifiutandosi, come spiega in un'intervista cui Gramiccia concede ampio risalto, di mettere in mostra il suo campionario di oggetti trovati. E poco importa che in questi cento e più anni di guerre, orrori, rivoluzioni e naufragi ideologici, l'arte continui a dare segni di vitalità  in un andirivieni di altri percorsi. La sua mercificazione è ormai sancita. Con il trionfo del neoliberismo selezione e controllo passano a un complesso sistema autoreferenziale: case d'asta, collezionisti, musei pubblici, ribalte internazionali, critici trasformati in manager definiscono l'imbuto sempre più stretto delle scelte che danno plusvalore e profitto, degli autori che contano e più di altri si adeguano alle linee di tendenza dominanti. E l'arte abbandona la storia, la realtà , anche se è un controsenso, si condanna alla superficie, accodandosi passivamente al trapasso dei poteri dalla politica alla finanza. Poche le eccezioni, le figure controcorrente. Come poche sono le voci che si battono per cambiar direzione a una società  che precipita a occhi chiusi in questa voragine. Ma ci sono, tengono viva la speranza. E Roberto Gramiccia ci si aggrappa per disegnare, augurarsi un futuro possibile di riscatto. Ma è una battaglia, come nota giustamente nella sua prefazione il filosofo Alberto Burgio, che tocca alla politica combattere. E gli artisti, quelli che non si sono piegati e ora pagano dazio al sistema e alla crisi, che cosa possono, debbono fare. Certo la loro immaginazione, persino la loro angoscia sarebbero strumenti preziosi? Ma come coinvolgerli, come restituir loro voce di gruppo e parole, visto che il sistema li ha frantumati, li ha resi afasici, continua a negar loro ribalte? Come possono opporsi alle storture del libero mercato se non riescono a crearsene uno alternativo di sopravvivenza? E i critici, quelli alla Roberto Gramiccia che vedono lontano come Cassandra? Avrebbero anche loro un ruolo importante da recitare, se solo cominciassero a imporre filtri più rigorosi, a distinguere chi fa ancora arte da chi si limita a venderla, a riancorare il giudizio all'opera e non all'idea. Perché non cominciano a farlo. Ma questa è un'altra storia. Un altro capitolo, un altro libro che Roberto Gramiccia non ha ancora scritto.
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Bellezza, arte e potere
da: Controlacrisi.org-17 Febbraio 15
17/02/2015
Nel saggio di Gramiccia: la storia e la cronaca di un eterno conflitto che oggi vede l'arte a rischio di sopravvivenza. «Ho cercato la grande bellezza e non l'ho trovata», confessa a se stesso Jep Gambardella, il protagonista del film di Paolo Sorrentino, premiato con l'Oscar. Il personaggio in questione è un affermato giornalista di una rivista culturale, penna autorevole e autore di recensioni capaci di consacrare o, all'opposto, stroncare i destini di scrittori e artisti. Giunto sulla soglia dei sessantacinque anni, entra però in una crisi esistenziale e si rende conto di aver consumato la propria vita nella banalità  avvolgente dei salotti romani. Comprende di aver messo da parte le ambizioni letterarie nutrite in gioventù ed essersi, poco a poco, assuefatto ai riti insignificanti della mondanità , tra feste e vip dello spettacolo. Un velo di banalità  che finisce per avvolgere il mondo e renderne la bellezza muta, irriconoscibile, irraggiungibile. Un mondo cosà non può più attendersi di essere salvato e redento dalla bellezza, come disperatamente invoca il principe Miskin ne L'Idiota di Dostoevskij. Il mondo ' il mondo contemporaneo della globalizzazione e del capitalismo finanziario ' rischia di uccidere l'arte e distruggerne quel potere di riscattare l'individuo dalla miseria esistenziale che da sempre filosofi e artisti hanno celebrato. Il rischio del definitivo congedo dal mondo dell'esperienza artistica è il tema con il quale si cimenta il nuovo saggio di Roberto Gramiccia, 'Arte e potere. Il mondo salverà  l'arte? (edizioni Ediesse, pp. 219, euro 13). Da leggere per almeno due motivi. Primo, per la proposta di un'estetica non speciale e per il rifiuto appassionato del settorialismo. L'arte non è una questione per soli addetti ai lavori e quel che oggi viene spacciato per arte ' gli eventi-spettacolo, le mostre ultramondane, l'intrattenimento, i giri d'affari di collezionisti imprenditori ' non lo è affatto. Secondo, Gramiccia difende l'idea 'militante di una funzione universale dell'arte, come medicina dell'anima e come esperienza in grado di dare un senso al mondo. La capacità  di tracciare segni dotati di senso e sottratti alla morte e al tempo è una caratteristica dell'Homo sapiens. Sin dalle sue prime manifestazioni l'arte è attività  disinteressata, ludica, spontanea, incondizionata, senza fini espliciti. George Bataille vedeva nelle note opere parietali delle grotte di Lascaux, risalenti al Paleolitico superiore, «l'aurora della specie umana» e il passaggio alla vita simbolica. La storia del genere umano inizia qui, nel momento in cui gli uomini elaborano strategie simboliche e creative via via più complesse per rielaborare l'angoscia della morte. Diversamente da altre pratiche culturali che prendono in carico ambiti delimitati della vita umana - la politica, l'economia, il diritto - l'arte ha una funzione totalizzante, si rivolge al senso complessivo dell'esistenza. Non sarà  quindi un'estetica speciale a poter cogliere le prerogative dell'arte in quanto questa esprime un'apertura all'incondizionato e al senso generale del nostro stare nel mondo, senza tuttavia mai abbandonare i limiti dell'esperienza e la finitezza degli oggetti con cui la pratica artistica ha irrimediabilmente a che fare. Può conciliarsi questa idea dell'arte come funzione umana universale con il marxismo? Nella filosofia di Marx non vi è attività  dell'uomo, per complessa e astratta che sia, che non sia condizionata dai rapporti sociali di produzione. Anzi, tanto più un'attività  culturale si definisce autonoma dai processi materiali e sociali, quanto più questa rivendicazione di autonomia è sospetta di voler legittimare la realtà  esistente e i rapporti di dominio in essa presenti. Tuttavia in Marx sono presenti anche germi di un pensiero che in parte mitigano l'irruenza antihegeliana e antiidealistica degli scritti giovanili. La consapevolezza della complessità  farà  ammettere allo stesso Marx, non senza un certo stupore, la difficoltà  di comprendere come mai, ad esempio, l'arte greca che nasce legata «a certe forme dello sviluppo sociale» del passato possa continuare a suscitare in noi un godimento estetico e a rappresentare «una norma e un modello inarrivabili». I canoni artistici greci sono sopravvissuti al tempo e alla formazione sociali che li ha prodotti, come se l'arte fosse un'espressione umana universale. Il caso dell'arte greca spinge Marx ad ammettere la possibilità  che le attività  sovrastrutturali più complesse ' come l'arte o la letteratura ' possano rendersi autonome dalla struttura e dall'organizzazione materiale della società , anzi, in alcuni casi possano addirittura condizionarla. Gramiccia propone un'ipotesi di scansione storica. Fino al Rinascimento, sia pure attraversata da spinte a sovvertire i canoni dominanti, l'arte si rapporta alla realtà  in una forma idealizzata e conforme ai dettami religiosi. La rivoluzione moderna avrebbe inizio con Caravaggio nel momento in cui questi sostituisce al dover essere e alla centralità  della trascendenza, l'interesse per la realtà  cosà com'è, «per l'angoscia dolorosa dei corpi e per l'umana deperibilità  che li pervade». A questa segue un'altra rivoluzione, quella dell'arte contemporanea, fondata sul primato perentorio della soggettività : l'intrascendibilità  dello sguardo dell'artista esplode letteralmente con l'impressionismo, bene esemplificato dalle impressioni psicoretiniche che Monet fissa sulla tela con le sue Ninfee. Il paradigma soggettivistico si radicalizza nel Novecento, soprattutto ad opera delle Avanguardie, e genera linguaggi espressivi sempre più lontani dal naturalismo, fino ad approdare all'astrattismo di Kandinsky, Mondrian e Malevic. Nelle forme più estreme l'arte arriva persino a negare se stessa, come nel caso dell'Orinatoio di Duchamp. «L'arte diventa concettuale, si smaterializza». Ma è con l'arte post-contemporanea che si consuma il destino di una fagocitazione completa ad opera del potere. L'opera d'arte si mercifica. Il potere - qui colto dall'autore attraverso suggestioni heideggeriane e foucaltiane - diventa biopotere, tecnica, dispositivo impersonale, insieme di pratiche che pervadono la vita umana in tutte le sue manifestazioni, dal linguaggio al lavoro, dai sentimenti alle stesse attività  creative, tutte asservite nella catena della produzione e del profitto. L'arte è svuotata dall'interno, perde la funzione originaria di creazione di senso e si annacqua nei circuiti della società -spettacolo. L'arte si è congedata dalla realtà . No, non sarà  l'arte a salvare il mondo, come sperava Dostoevskij. Semmai è il mondo che dovrà  salvare l'arte per continuare a essere degno di essere vissuto. Ci riuscirà ?
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Bellezza, arte e potere
da: Controlacrisi.org-17 Febbraio 15
17/02/2015
Nel saggio di Gramiccia: la storia e la cronaca di un eterno conflitto che oggi vede l'arte a rischio di sopravvivenza. «Ho cercato la grande bellezza e non l'ho trovata», confessa a se stesso Jep Gambardella, il protagonista del film di Paolo Sorrentino, premiato con l'Oscar. Il personaggio in questione è un affermato giornalista di una rivista culturale, penna autorevole e autore di recensioni capaci di consacrare o, all'opposto, stroncare i destini di scrittori e artisti. Giunto sulla soglia dei sessantacinque anni, entra però in una crisi esistenziale e si rende conto di aver consumato la propria vita nella banalità  avvolgente dei salotti romani. Comprende di aver messo da parte le ambizioni letterarie nutrite in gioventù ed essersi, poco a poco, assuefatto ai riti insignificanti della mondanità , tra feste e vip dello spettacolo. Un velo di banalità  che finisce per avvolgere il mondo e renderne la bellezza muta, irriconoscibile, irraggiungibile. Un mondo cosà non può più attendersi di essere salvato e redento dalla bellezza, come disperatamente invoca il principe Miskin ne L'Idiota di Dostoevskij. Il mondo ' il mondo contemporaneo della globalizzazione e del capitalismo finanziario ' rischia di uccidere l'arte e distruggerne quel potere di riscattare l'individuo dalla miseria esistenziale che da sempre filosofi e artisti hanno celebrato. Il rischio del definitivo congedo dal mondo dell'esperienza artistica è il tema con il quale si cimenta il nuovo saggio di Roberto Gramiccia, 'Arte e potere. Il mondo salverà  l'arte? (edizioni Ediesse, pp. 219, euro 13). Da leggere per almeno due motivi. Primo, per la proposta di un'estetica non speciale e per il rifiuto appassionato del settorialismo. L'arte non è una questione per soli addetti ai lavori e quel che oggi viene spacciato per arte ' gli eventi-spettacolo, le mostre ultramondane, l'intrattenimento, i giri d'affari di collezionisti imprenditori ' non lo è affatto. Secondo, Gramiccia difende l'idea 'militante di una funzione universale dell'arte, come medicina dell'anima e come esperienza in grado di dare un senso al mondo. La capacità  di tracciare segni dotati di senso e sottratti alla morte e al tempo è una caratteristica dell'Homo sapiens. Sin dalle sue prime manifestazioni l'arte è attività  disinteressata, ludica, spontanea, incondizionata, senza fini espliciti. George Bataille vedeva nelle note opere parietali delle grotte di Lascaux, risalenti al Paleolitico superiore, «l'aurora della specie umana» e il passaggio alla vita simbolica. La storia del genere umano inizia qui, nel momento in cui gli uomini elaborano strategie simboliche e creative via via più complesse per rielaborare l'angoscia della morte. Diversamente da altre pratiche culturali che prendono in carico ambiti delimitati della vita umana - la politica, l'economia, il diritto - l'arte ha una funzione totalizzante, si rivolge al senso complessivo dell'esistenza. Non sarà  quindi un'estetica speciale a poter cogliere le prerogative dell'arte in quanto questa esprime un'apertura all'incondizionato e al senso generale del nostro stare nel mondo, senza tuttavia mai abbandonare i limiti dell'esperienza e la finitezza degli oggetti con cui la pratica artistica ha irrimediabilmente a che fare. Può conciliarsi questa idea dell'arte come funzione umana universale con il marxismo? Nella filosofia di Marx non vi è attività  dell'uomo, per complessa e astratta che sia, che non sia condizionata dai rapporti sociali di produzione. Anzi, tanto più un'attività  culturale si definisce autonoma dai processi materiali e sociali, quanto più questa rivendicazione di autonomia è sospetta di voler legittimare la realtà  esistente e i rapporti di dominio in essa presenti. Tuttavia in Marx sono presenti anche germi di un pensiero che in parte mitigano l'irruenza antihegeliana e antiidealistica degli scritti giovanili. La consapevolezza della complessità  farà  ammettere allo stesso Marx, non senza un certo stupore, la difficoltà  di comprendere come mai, ad esempio, l'arte greca che nasce legata «a certe forme dello sviluppo sociale» del passato possa continuare a suscitare in noi un godimento estetico e a rappresentare «una norma e un modello inarrivabili». I canoni artistici greci sono sopravvissuti al tempo e alla formazione sociali che li ha prodotti, come se l'arte fosse un'espressione umana universale. Il caso dell'arte greca spinge Marx ad ammettere la possibilità  che le attività  sovrastrutturali più complesse ' come l'arte o la letteratura ' possano rendersi autonome dalla struttura e dall'organizzazione materiale della società , anzi, in alcuni casi possano addirittura condizionarla. Gramiccia propone un'ipotesi di scansione storica. Fino al Rinascimento, sia pure attraversata da spinte a sovvertire i canoni dominanti, l'arte si rapporta alla realtà  in una forma idealizzata e conforme ai dettami religiosi. La rivoluzione moderna avrebbe inizio con Caravaggio nel momento in cui questi sostituisce al dover essere e alla centralità  della trascendenza, l'interesse per la realtà  cosà com'è, «per l'angoscia dolorosa dei corpi e per l'umana deperibilità  che li pervade». A questa segue un'altra rivoluzione, quella dell'arte contemporanea, fondata sul primato perentorio della soggettività : l'intrascendibilità  dello sguardo dell'artista esplode letteralmente con l'impressionismo, bene esemplificato dalle impressioni psicoretiniche che Monet fissa sulla tela con le sue Ninfee. Il paradigma soggettivistico si radicalizza nel Novecento, soprattutto ad opera delle Avanguardie, e genera linguaggi espressivi sempre più lontani dal naturalismo, fino ad approdare all'astrattismo di Kandinsky, Mondrian e Malevic. Nelle forme più estreme l'arte arriva persino a negare se stessa, come nel caso dell'Orinatoio di Duchamp. «L'arte diventa concettuale, si smaterializza». Ma è con l'arte post-contemporanea che si consuma il destino di una fagocitazione completa ad opera del potere. L'opera d'arte si mercifica. Il potere - qui colto dall'autore attraverso suggestioni heideggeriane e foucaltiane - diventa biopotere, tecnica, dispositivo impersonale, insieme di pratiche che pervadono la vita umana in tutte le sue manifestazioni, dal linguaggio al lavoro, dai sentimenti alle stesse attività  creative, tutte asservite nella catena della produzione e del profitto. L'arte è svuotata dall'interno, perde la funzione originaria di creazione di senso e si annacqua nei circuiti della società -spettacolo. L'arte si è congedata dalla realtà . No, non sarà  l'arte a salvare il mondo, come sperava Dostoevskij. Semmai è il mondo che dovrà  salvare l'arte per continuare a essere degno di essere vissuto. Ci riuscirà ?
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'Arte e potere ' Il mondo salverà  la bellezza?
da: Abitare a Roma-24 Febbraio 15
24/02/2015
Ho avuto il piacere di assistere alla presentazione del libro di Roberto Gramiccia 'Arte e potere ' Il mondo salverà  la bellezza? Prefazione di Alberto Burgio, postfazione di Claudio Strinati, Edizioni Ediesse, 2014, un libro notevole e poi di leggerlo con sommo interesse. L'argomento non è forse nuovo, ma il contenuto sà, assai complesso e soprattutto illuminante del momento storico che stiamo attraversando del quale il Sistema dell'Arte è senza dubbio un indicatore. libroGramicciaRoberto Gramiccia è medico, scrittore, critico d'arte e giornalista, ha ideato e curato numerosi e importanti eventi espositivi, fra cui alcune grandi antologiche di Tano Festa, Pizzi Cannella, Cloti Ricciardi, Lucilla Catania, Giacinto Cerone, Franco Mulas. Ha pubblicato La medicina è malata (1999); La regola del disordine (2004); La nuova scuola romana. I sei artisti di via degli Ausoni (2005); Fragili eroi. Ritratti d'artista (2009); Il mondo dei mondi dei mondi. Un dipinto di Pizzi Cannella (2011); Slot art machine. Il grande business dell'arte contemporanea (2012); La strage degli innocenti ' un libro di inchiesta e di riflessione che parte dalla stridente contraddizione fra le teorie dei cosiddetti difensori della vita (caso Englaro, aborto, eutanasia ecc.) ed il silenzio catacombale che incombe sul fenomeno raccapricciante che il libro intende denunciare. (2013); Vita di un matematico napoletano (2014). Nel 2009 ha realizzato il film I sei artisti di via degli Ausoni, selezionato nella Rassegna internazionale «Doc fest». Anche solo scorrendo l'indice del libro ci si rende conto della quantità  degli argomenti approfonditi e messi a confronto con la Storia e quella Cartina di Tornasole che è la storia dell'Arte, fino a sprofondare nell'attualità  odierna del rapporto tra Arte e Potere. Una prefazione di tutto rispetto di Alberto Burgio, professore ordinario di Storia della filosofia nell'Università  di Bologna, introduce sistematicamente i punti salienti del volume: l'arte come chiave di lettura della crisi del nostro tempo; l'arte come teatro nel quale mettere in scena una strategia di critica e di resistenza; l'arte come epifania di un nuovo tempo di libertà  dal potere; l'arte, infine, come tassello di una possibile alternativa. Forse qualcuno ricorderà  la disputa sulla Morte dell'Arte accesasi diversi anni or sono, un tema che suonava cosà apocalittico, un concetto che girava senza radici come una mina inesplosa poichè il testo di Heghel, che in qualche modo aveva innescato la catena, aveva plasmato l'Estetica come filosofia dell'Arte. Il testo conosciuto con il titolo di Estetica non era stato un'opera pubblicata da Hegel, bensà nasceva dalla rielaborazione e dall'integrazione da parte del discepolo Heinrich Gustav Hotho, di materiali diversi la cui struttura portante era costituita dagli appunti presi da diversi uditori dei corsi universitari sull'Estetica tenuti da Hegel. Questa nascita particolare dell'opera pareva mettere in pace molte coscienze, in realtà  si trattava di ben altro nell'emergere di quel Tema nell'attualità  degli anni, della perdita inesorabile del rapporto tra l'opera ed il pubblico mentre l'Arte si inabissava in un'altra scala di valori, dove le regole le dettavano i gruppi di potere che stabilivano il listino delle corrispondenze tra lo stesso denaro e l'oggetto 'artistico. Anche Jean Clair aveva chiarito cosà ne L'inverno della cultura (Skyra 2011) in sintesi che l'Arte Moderna aveva avuto inizio nel 1905 mentre nel 1968-1970 aveva visto la sua fine, motivandone profondamente la 'concatenazione segreta di incontri ed influenze che svelavano una Storia dell'Arte ben diversa da quella ufficiale. Ebbene Gramiccia denuncia tutto questo con puntuale competenza ed ironia, basandosi su di una nutrita lista bibliografica e con interessanti citazioni nonchè metafore mediate dalla sua esperienza medica assolutamente legittime. Ma spesso l'ironia nel suo testo, lascia il posto al rammarico nell'evidenza della regressione dei rapporti umani, della crisi della Politica e degli istituti democratici, nel complesso della crisi dell'Occidente e nell'abnorme trasferimento di ricchezza dal basso verso l'alto, nella falsa coscienza che accompagna questo profitto privo di qualsiasi valore etico. In sintesi la mercificazione dell'Arte sembra essere diventata per Gramiccia nient'altro che lo specchio della fase Neoliberista del capitalismo, perdendo 'da programma ogni valore di comunicazione, di denuncia, di innovazione e persino il suo concreto contatto, non solo con il pubblico, ma con la realtà  stessa, divenendo un surrogato, un oggetto insignificante, spesso irritante e costoso, soprattutto per i contribuenti otre che per gli acquirenti, come il teschio coperto di diamanti di Damien Hirst o peggio la macchina inutile sottotitolata Cloaca turbo di Wim Delvoye, defecante a comando, con tutti gli odori disgustosi del fatto viscerale che surroga, nella trasformazione del cibo, non certo in Oro, ma come diceva Martin Lutero in denaro, sterco del demonio. In questo libro si torna a dare valore all'Arte come azione e strategia avversa al Potere in quanto strumento simbolico che attinge ad un linguaggio universale affinchè la conoscenza, ovvero l'informazione, liberi le menti dall'oppressione. Citando anche Marx, arte come dialettica conflittuale, asimmetrica rispetto al Potere. Nella postfazione di Claudio Strinati altri indizi 'â?¦ non può non notare il processo di colossale mercificazione cui l'opera d'arte è stata sottoposta negli ultimi trent'anni. Lo studioso, però, è troppo intelligente per non capire come una tale generalizzazione potrebbe portare a confondere le idee piuttosto che a chiarirle e intraprende, allora, un vero e proprio combattimento con quelle che considera le forze distruttive del mercato dell'arte e dell'opera d'arte in sé e per sé â?¦ La sistematicità , allora, della trattazione di Gramiccia alla ricerca di una via di uscita da una situazione tanto incresciosa e dolorosa per chi, come lui, ha fatto dell'indagine sull'arte uno degli obbiettivi principali della vita, è la migliore garanzia della coerenza del suo pensieroâ?¦ Pensiero che, è importante sottolinearlo, mette come sottotitolo, ma rovesciata, la celebre frase di Dostoevskij ' Il mondo salverà  la bellezza?- Il libro è scritto in un linguaggio chiaro, adatto a tutti i lettori interessati a capire in un contesto di attualità , a riflettere con onestà  sul valore dell'Arte come espressione significativa in un momento storico in cui si assiste all'aggressione sistematica all'Ambiente, alle Coscienze, alle Religioni, in un panorama dove Dio è morto, è morta l'Arte, è morta la Poesia dopo Auschwitz e neanche noi ci sentiamo troppo bene â?¦ Gramiccia scrive con coraggio ' â?¦Uno degli scopi forti di questo libro è quello di raccontare, nel modo meno noioso possibile, le tappe di questo formidabile viaggio ' dalle origini fino ai giorni nostri ' con una finalità  aggiuntiva che poi, a ben guardare, tende a diventare la principale: quella di dimostrare che, nel tempo della postcontemporaneità , l'arte disperde il suo nucleo costitutivo essenziale, fatto di mutevolezza ma anche di stabilità , di divenire continuo ma anche di immutabilità . La perdita di questa essenza rischia di decretare la sua morte, o meglio la morte della sua natura più intima, mantenutasi intatta per millenni. L'arte, cioè, anche se non scompare del tutto, oggi diventa altro da sé, mantenendo il suo nome solo in ragione degli interessi che la circondano e la sostengono. La cosa più sorprendente è che questo accade proprio nel momento in cui lo sviluppo ipertrofico dei mezzi di comunicazione di massa sembrerebbe poterla emancipare da ogni soggezione o subordinazione al potereâ?¦ - Tralasciando le conclusioni del libro, lasciate alla lettura diretta, vogliamo citare un articolo da 'art a part of cult(ure) una testata giornalistica online, un magazine nato con l'intento di trattare in maniera agile e approfondita, di promuovere, diffondere, valorizzare le arti visive e più in generale la cultura della contemporaneità  nelle sue molteplici manifestazioni. Si tratta di 'Quella sedia vuota ' di Davide Dormino e del giornalista Charles Glass. 'Quando l'arte cessa di essere puro business e torna ad essere arte'. Con il contributo dello stesso Roberto Gramicca e Simone Oggionni, attraverso l'articolo si può fare esperienza di un esempio concreto di come l'Arte possa perseguire le sue finalità  in totale autonomia. Il progetto consiste in un gruppo scultoreo in cui figurano quattro sedie; su tre di queste sono posti i bronzi a figura intera di Julian Assange, Chelsea Manning e Edward Snowden. La quarta sedia è vuota. Ci può salire chiunque ed unendosi ai tre, parlare ad un eventuale pubblico astante. L'opera verrà  finanziata con fondi che l'artista stesso, insieme a Charles Glass, sta cercando di raccogliere con una campagna di crowfounding, attraverso il sito specializzato per farla girare in tutto il mondo ' https://www.indiegogo.com/projects/anything-to-say-a-public-art-project-for-freedom campagna rivolta a chiunque sia interessato a mantenere aperta la questione della libertà  di informazione, da poco atrocemente macchiata di sangue. Non potrà  ovviamente essere proposta a istituzioni pubbliche o a governi, magari gli stessi che si sono resi responsabili dei crimini che i tre personaggi hanno denunciato. L'intero articolo sul link al quale rimandiamo.
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La bellezza ambigua e i suoi committenti
da: il Manifesto-27 Marzo 15
27/03/2015

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"Arte e potere" di Roberto Gramiccia
da: Un libro per l'Europa-27 Marzo 15
27/03/2015

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GRAMICCIA, QUELLO CHE RESTA DELLA LIBERTÈ DELL'ARTE
da: Alternative per il Socialismo-1 Aprile 15
01/04/2015

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Due parole su arte e potere
da: Arte e Critica-1 Aprile 15
01/04/2015

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Cosà hanno ucciso il mondo dell'arte
da: Cronache del Garantista-19 Giugno 15
19/06/2015

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