L’articolo prende in considerazione il part-time non tanto inteso come politica di crescita dell’occupazione ma come elemento centrale di una società pluriattiva in cui l’individuo che lo voglia possa «dedicarsi anche ad altre sfere della vita» col presupposto di non «essere penalizzato sul piano del welfare e della stabilità del lavoro». Il part-time è qui visto come via alla valorizzazione delle attività lavorative fuori mercato in un quadro di riduzione parziale del tempo di lavoro. Nell’analizzare il panorama europeo in materia di lavoro a tempo parziale viene utilizzata una classificazione in 3 gruppi di paesi («nordici», «continentali» e «mediterranei»), costruita considerando l’entità del part-time, il genere, la distribuzione per età, i tassi di part-time sostanziale e marginale, nonché le motivazioni che inducono i lavoratori a optare per questa modalità contrattuale e i diritti che ne conseguono. Il part-time sembrerebbe, dove ben tutelato, rappresentare un buono strumento di conciliazione tra lavoro per il mercato, formazione per i giovani, cura della famiglia per le donne, graduale ritiro dal lavoro (per svolgere attività di tempo libero o volontariato) per gli anziani.
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