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Martedì, 1 Marzo 2011 (All day) Roma

Dal seme gettato con il "Manifesto.

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Martedì, 1 Marzo 2011 (All day) Roma
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Tempi e orari

Riflessioni sulla flessibilità amica

N3

2005

Luglio - Settembre

nota del direttore

Nota del Direttore

Questo numero di «Rps» si occupa di temi molto trattati sotto il profilo sia teorico sia delle relazioni negoziali in particolare negli anni ’80 e per una parte degli anni ’90: quelli della contrattazione degli orari di lavoro e della redistribuzione degli orari fra le persone e nelle varie fasi del corso di vita. La nostra scelta, volutamente forse un po’ fuori tendenza, è stata motivata principalmente dall’intenzione di voler contribuire a reimpostare un dibattito sulla flessibilità che riconsideri al suo interno la possibilità di una flessibilità amica, che interpreti e rispetti le esigenze delle persone, oltreché naturalmente della produzione. Non senza esserci posti innanzitutto un quesito sulle ragioni della sostanziale sparizione dei temi degli orari di lavoro e dei tempi di vita dal dibattito pubblico italiano (e forse anche europeo).
Prezzo:20.00€
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Flessibilità e produttività: introduzione al numero

Organizzazione del tempo e sistema delle tutele

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L’autore svolge in questo saggio alcune considerazioni relative essenzialmente a quattro temi tra loro connessi: la natura ambivalente della flessibilità del lavoro, che se da una parte precarizza i rapporto di lavoro, dall’altra sembra concedere maggiori possibilità di realizzazione professionale di sé; il crescente «riconoscimento sociale» di attività extra-lavorative o «fuori mercato», come il lavoro di cura e quello volontario; e, anche in conseguenza di quanto sin qui argomentato, le prospettive di un riallineamento tra tempo di lavoro e tempi di vita, e la contemporanea esigenza di una nuova articolazione del sistema delle tutele in grado di dare risposte tanto ai vecchi che ai nuovi rischi ed opportunità.
Europa-Usa: modelli occupazionali a confronto

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Per rispondere al quesito sull’entità dell’impegno lavorativo degli italiani, si analizzano in una prospettiva di comparazione internazionale gli orari di lavoro in Italia, in Europa e negli Stati Uniti e si individua come essi costituiscono un elemento portante del modello occupazionale. Una volta accertato che il modello occupazionale italiano garantisce un livello di impegno lavorativo superiore alla media europea, si approfondisce il tema dei suoi risultati in termini di produttività e prodotto pro capite. Dal quadro comparato emerge la netta perdita di vantaggio dell’economia italiana e il lavoro si conclude indicando alcune misure di politica degli orari e mirate alla riorganizzazione dei luoghi di lavoro necessarie per la ripresa della produttività.
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Fra passato e futuro. La contrattazione degli orari e la flessibilità

Gli orari nelle relazioni industriali italiane - Riflessioni a posteriori

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Il tema del tempo di lavoro e dell’orario è sempre stato centrale nella contrattazione collettiva italiana. Nell’articolo se ne ripercorre l’evoluzione, mettendo in luce come dalla prevalenza di obiettivi di riduzione e contenimento della durata degli orari a vantaggio soprattutto del lavoro ci si sia andati spostando verso la prevalenza di obiettivi di negoziazione e controllo della flessibilizzazione dei tempi di lavoro richiesta dalle imprese. Nella ricognizione emergono punti critici, ma insieme elementi propositivi che fanno della contrattazione degli orari il terreno forse più innovativo della contrattazione collettiva in Italia.
1970-2000 - Riduzione e flessibilità degli orari nell'esperienza dei sindacati tessili italiani

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L’articolo ripercorre la storia sindacale del settore tessile e le peculiarità della contrattazione degli orari in questo settore nell’ultimo trentennio. Guardando ai 105 anni di vita della categoria e attraverso le voci dei due autori coinvolti in prima persona in questa vicenda, in qualità di delegati di impresa e poi nella direzione del gruppo dirigente nazionale del sindacato dei tessili Cgil, il saggio analizza i processi di ristrutturazione e di riorganizzazione che hanno interessato l’industria tessile: dalle prime negoziazioni collettive in tema di orari e di maggiore utilizzo degli impianti e flessibilità, nella ricerca di una sintesi più avanzata tra gli interessi competitivi dell’impresa e le esigenze individuali e collettive del lavoratore, fino agli anni più recenti caratterizzati dai pesanti effetti dei processi di globalizzazione e al contratto nazionale siglato nel 2000.
L'esperienza di contrattazione degli orari della Filcams: un modello da riconsiderare

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La flessibilità contrattata dell’orario di lavoro, la sua distribuzione nella settimana nel mese e nell’anno diventano lo strumento principe per rispondere alle diverse esigenze e contrastare, per via negoziale l’uso della precarietà nel lavoro. In questa prospettiva la sperimentazione dell’autogestione della distribuzione dell’orario di lavoro è una coerente evoluzione e rappresenta la nuova frontiera. L’articolo ripercorre l’impostazione storica della Filcams nella contrattazione degli orari di lavoro e la sua evoluzione dagli anni ’70 alle sfide di oggi. In tutte le tappe del percorso, la realtà strutturale e organizzativa del settore e le aspirazioni delle lavoratrici rappresentano punti imprescindibili da coniugare.
Dalla flessibilità oraria alla flessibilità numerica? Considerazioni sull'azione governativa e l'intervento del sindacato

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L’articolo esamina i risultati dell’implementazione della legge 30/03 alla luce degli andamenti della contrattazione collettiva successiva alla sua emanazione, e verificandone gli esiti in riferimento alle scelte assunte dalla Cgil in proposito. Successivamente viene svolto un commento di alcune indagini Istat e di altri istituti sull’incidenza delle disposizioni della legge 30 sul mercato del lavoro italiano. I risultati desunti sonoche la contrattazione ha ottemperato in larga misura le indicazioni elaborate dalla Cgil, e che tuttavia si iniziano a scorgere possibili indizi di un indebolimento complessivo della tenuta dell’occupazione italiana, in larga misura dovuti al crescente peso dei rapporti a termine (specie per l’occupazione femminile). Di qui la necessità di porre mano radicalmente alle legislazione vigente.
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Evoluzione delle logiche nazionali di organizzazione e gestione dei tempi di lavoro

Paesi Bassi - Lavoro part-time e politiche di conciliazione

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Nei Paesi Bassi l’impiego part-time è un fenomeno diffuso, specie nell’universo femminile. Non solo i tassi di occupazione part-time sono più alti rispetto a qualsiasi altro paese, ma gli stessi interessati dichiarano di voler lavorare part-time e di non essere alla ricerca di un impiego a tempo pieno. Questo saggio descrive e analizza la crescita dell’impiego part-time nei Paesi Bassi come processo largamente spontaneo, innescato dal tardivo ma rapido ingresso delle donne nel mercato del lavoro, dall’atteggiamento inizialmente incerto ma in seguito incoraggiante assunto dalle istituzioni e dalle politiche del mercato del lavoro nei confronti dell’impiego part-time e, infine, dalle modifiche al sistema giuridico e fiscale volte ad abolire gran parte delle misure che consentivano un trattamento ineguale dell’impiego part-time. Inoltre il saggio prende in esame il modello economico basato su un percettore di reddito e mezzo, confrontando i Paesi Bassi con il Regno Unito e la Germania, e si chiede come mai le donne olandesi non si siano finora impegnate nella ricerca di un impiego a tempo pieno, opzione preferita dalle loro sorelle scandinave.
La via francese alla riduzione della durata del lavoro e le ragioni di uno scacco

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L’orario di lavoro è sempre stato considerato in Francia una materia di responsabilità dello Stato. La legge sulle 35 ore settimanali è il frutto di una lunga tradizione di interventi statali sull’occupazione e sulle condizioni di lavoro. Questa modalità di gestione degli orari di lavoro non ha riscontro in altri paesi europei. In questo saggio viene presentata la specificità francese: una logica di partecipazione al mercato del lavoro sostenuta dallo Stato. L’obiettivo di creare occupazione attraverso una riduzione per legge dell’orario di lavoro ha portato il governo a redigere un insieme complesso di atti che non solo definiscono la durata del lavoro, ma riducono anche il contributo sociale, definendo un quadro preciso di negoziazione degli accordi collettivi. La maggior parte delle valutazioni sulle conseguenze della legge sulle 35 ore mostrano che i suoi effetti sull’occupazione sono limitati, di contro le relazioni tra le parti sociali non sono migliorate e le disuguaglianze tra lavoratori sono peggiorate. Si può affermare che la via francese si fonda sul presupposto del potere assoluto dell’azione pubblica e della razionalità dello Stato e sulla sfiducia nelle parti sociali.
Germania - L'Ig Metall e la difficile ricerca di un equilibrio tra salari e orari

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L’articolo analizza gli sviluppi della politica sindacale tedesca nel settore metalmeccanico a partire dai mutamenti economici e di contesto che hanno caratterizzato gli anni 90 e gli effetti che questi hanno prodotto sui rapporti di forza all’interno delle aziende. Le conseguenze della parziale perdita di potere del sindacato si sono manifestate in particolare con la proliferazione di deroghe ai contratti collettivi e la crescente impossibilità di procedere a una loro applicazione «automatica» in sede di azienda. L’esempio più recente è rappresentato dalla firma del contratto collettivo detto «Pforzheim» del 2004 reso possibile dalla forte pressione ricattatoria data dalla possibilità di esportazione dei siti di produzione che consente di scaricare i costi della produttività e della competitività con sempre maggiore prepotenza sui dipendenti in termini di salario e di orario di lavoro.
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Riduzione degli orari e conciliazione dei tempi di vita

Europa - Modelli di conciliazione dei tempi

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L’analisi comparata delle politiche di conciliazione promosse dai paesi europei evidenzia la presenza di diversi modelli di intervento. I dati suggeriscono di diversificare gli strumenti di conciliazione per venire incontro alle preferenze espresse da modelli famigliari e di vita sempre più eterogenei, ma anche la centralità di azioni di sistema che puntino sull’offerta di servizi pubblici di cura con orari flessibili, di buona qualità e a costi contenuti, che contrastano la divisione di genere del lavoro di cura rinforzata, invece, da politiche centrate solo sull’estensione dei congedi parentali. L’intervento pubblico consente, inoltre, di ridurre i costi che dovrebbero altrimenti sostenere le imprese e ha l’effetto, nel lungo periodo, di ridurre la povertà e le disuguaglianze sociali, oltre che di aumentare la produttività, per gli effetti positivi sulle capacità di apprendimento e le condizioni di vita delle nuove generazioni.
Lavoro e lavori part-time - Un quadro europeo dell'offerta e delle preferenze

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L’articolo prende in considerazione il part-time non tanto inteso come politica di crescita dell’occupazione ma come elemento centrale di una società pluriattiva in cui l’individuo che lo voglia possa «dedicarsi anche ad altre sfere della vita» col presupposto di non «essere penalizzato sul piano del welfare e della stabilità del lavoro». Il part-time è qui visto come via alla valorizzazione delle attività lavorative fuori mercato in un quadro di riduzione parziale del tempo di lavoro. Nell’analizzare il panorama europeo in materia di lavoro a tempo parziale viene utilizzata una classificazione in 3 gruppi di paesi («nordici», «continentali» e «mediterranei»), costruita considerando l’entità del part-time, il genere, la distribuzione per età, i tassi di part-time sostanziale e marginale, nonché le motivazioni che inducono i lavoratori a optare per questa modalità contrattuale e i diritti che ne conseguono. Il part-time sembrerebbe, dove ben tutelato, rappresentare un buono strumento di conciliazione tra lavoro per il mercato, formazione per i giovani, cura della famiglia per le donne, graduale ritiro dal lavoro (per svolgere attività di tempo libero o volontariato) per gli anziani.
Italia - Fasi e tipologie delle politiche di conciliazione

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Partendo dal presupposto che per favorire la conciliazione lavoro/famiglia occorre intervenire su vari piani – la condivisione e la redistribuzione del lavoro di cura, le modalità di lavoro per il mercato, l’organizzazione dei servizi territoriali, i tempi e la fruibilità dei luoghi del vivere – il saggio prende in esame il caso italiano, mostrando in quale contesto le politiche di conciliazione si siano sviluppate e consolidate, grazie anche all’impulso dell’Unione Europea e all’importanza di un nucleo di norme, tra cui è centrale la legge 53/2000. La varietà delle esperienze svolte viene ricondotta a tre successive fasi di intervento e ad una tipologia di «misure» di conciliazione, integrata da alcune proposte. Infine vengono evidenziate alcune criticità per lo sviluppo di queste politiche e prospettato il ruolo positivo – anche ai fini della conciliazione – dell’innovazione organizzativa e del ricorso a modelli più evoluti di gestione della flessibilità.
La conciliazione come elemento chiave nella costruzione di un nuovo welfare: uno studio di caso

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Dall’analisi delle ultime tendenze dell’occupazione femminile e della specifica contraddizione tra la volontà/necessità delle donne di entrare e rimanere nel mercato del lavoro e l’organizzazione complessiva del mercato, così come si è venuto strutturando, discende l’urgenza di mettere a punto politiche di conciliazione. Queste non vanno intese non come misure «aggiustative» a valle per permettere alle donne, pur a prezzo di defatiganti equilibrismi, di svolgere il triplice ruolo di mogli, madre, lavoratrici, ma come politiche innovative e trasversali a monte, come perno centrale di un nuovo welfare. Questa tesi viene supportata nel saggio attraverso l’analisi di un «case study» di costruzione di una coalizione territoriale nel territorio della provincia di Arezzo e il richiamo alle più recenti raccomandazioni europee sul tema della conciliazione.
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Rubriche

Tempo e orari

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Al centro del saggio viene posta l’analisi del rapporto tra tempi di vita e orari di lavoro e le trasformazioni che questo rapporto ha subito nel triplice passaggio dalla società fordista a quella post-fordista a quella globalizzata odierna. Vengono elencate le principali contraddizioni che nascono dalle esigenze di iper-flessibilità degli orari (sincronizzazione e desincronizzazione, dislocazione delle rigidità temporali e qualità della vita, incertezza, rischio di mercato e precarizzazione, bisogni di sicurezza emergente e crisi del sistema delle garanzie). La questione della flessibilità temporale viene collocata in rapporto alle altre tre dimensioni della flessibilità del lavoro: funzionale, numerica, salariale. Alcune implicazioni di policy making vengono sviluppate partendo dal concetto di flessibilità sostenibile.
Orario di lavoro - La disciplina comunitaria e dei paesi europei

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Il contributo dà conto della legislazione sull'orario di lavoro in Europa, con particolare riferimento alla normativa comunitaria e alle sue recenti proposte di modifica, e di alcuni Paesi dell'Unione europea (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Germania e Inghilterra). L'analisi condotta rileva, da un lato, le debolezze interne alla prima quanto a standard di protezione dei lavoratori e a possibilità di deroga. Dall’altro, dopo aver esaminato alla luce di questa gli istituti fondamentali delle discipline nazionali, conclude per la sua debole influenza sugli ordinamenti degli Stati membri, constatando piuttosto il suo effetto di incentivo al «ribasso» delle tutele vigenti.
Italia - Orari e conciliabilità come componenti della qualità del lavoro

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Il contributo analizza la qualità del lavoro in Italia in relazione alla dimensione temporale, a partire dagli esiti di un’indagine Isfol sull’argomento. In particolare, facendo riferimento alla soddisfazione espressa dai lavoratori quale misura della qualità percepita del lavoro, vengono analizzate le caratteristiche dei tempi di lavoro (durata, regolarità, atipicità oraria, ecc.) in rapporto alla tipologia di impiego (temporanea vs. permanente, indipendente vs. dipendente) e ad altri aspetti dell’occupazione. Inoltre, si esamina il rapporto tra il tempo di lavoro e gli altri aspetti dell’esistenza (con i problemi e la percezione di conciliabilità collegati) in relazione alle diverse condizioni di vita e di utilizzo del tempo libero (nel rapporto con la famiglia, nell’impegno sociale, nelle attività ricreative e così via).
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Fuori dal tema

Europa sociale o Europa liberoscambista? Il futuro del modello sociale europeo

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Pur non sottacendo gli aspetti problematici presenti nei welfare states europei, l’autrice mette in luce la violenza della riproposizione dell’ideologia neoliberista e la continua mortificazione degli aspetti più salienti del modello sociale europeo secondo logiche deterministiche dei modelli economici e processi naturali ineluttabili. Le conclusioni a cui arriva sono che nei welfare states europei non appaiono all’opera i fattori ipotizzati dalla letteratura della crisi; e che non sembra essere in atto la restrizione della gamma di percorsi evolutivi possibili per le società del futuro implicita nell’idea schematica della «convergenza» verso il modello americano propria di questa letteratura. L’articolo analizza le ipotesi alternative alle teorie della crisi e alla demolizione del «modello sociale europeo» ed esplora attraverso l’approccio dello «sviluppo umano» le sinergie possibili tra sviluppo economico e sviluppo sociale, tra competitività e giustizia, tra diritti e crescita, che possono tornare di nuovo a configurare il welfare come «fattore produttivo».
La politica pensionistica fra dimensione europea e prospettive nazionali

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La questione demografica, intesa come il processo di invecchiamento progressivo della società europea, è da tempo elemento di riflessione per decisori politici, esperti ed esponenti del mondo accademico. Il tema principale è legato all'impatto di tale evoluzione sull'equilibrio presente e futuro dei sistemi pensionistici europei. Il fenomeno, beninteso, non assume importanza solo nel contesto europeo, bensì ha un rilievo globale. Esso interessa le diverse regioni del mondo, seppure con ritmi e impatti che variano da caso a caso (Bonoli e Shinkawa, 2005). Nel caso europeo, però, il processo di invecchiamento si lega ad altri trend di eguale spessore tutti coerenti con il progressivo restringimento della popolazione attiva e la stagnazione (e nel lungo termine riduzione) della popolazione in termini assoluti.
Venti parole attorno al concetto di modello sociale europeo

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Siamo abituati, nel quotidiano, ad operare una distinzione importante tra parole e fatti: «un conto sono le parole, un'altra cosa sono i fatti!», e via dicendo. Insomma, da una parte i fatti, cosa concreta e dunque positiva (nel senso di empiricamente osservabile e misurabile), dall'altra le parole, entità evanescenti ed effimere, dunque né concrete, né positive. Ma i fatti, a pensarci bene, e soprattuto i fatti sociali, producono parole. E le parole, a loro volta, sono generatrici di fatti. Anzi, per dirla con Wittgenstein, le parole, in quanto segni, suoni, ecc., sono fatti: a differenza di altri eventi che accadono, ma restano muti, essi significano, e significano per l'appunto fatti. E i fatti, dal loro canto, direbbe forse Dewey, diventano oggetti cognitivi quando dall'esperienza si passa alla concettualizzazione, che si esprime appunto attraverso le parole.
Seminario Inca - Bruxelles, 23-24 giugno 2005 - Politiche pensionistiche e modello sociale europeo

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La riforma dei sistemi pensionistici nei diversi paesi europei è ormai da anni al centro del dibattito politico e scientifico. La necessità di far fronte al nuovo contesto socio-economico ha determinato ovunque l'introduzione di nuove misure per il riordino delle istituzioni. Per promuovere un'ampia discussione sulle innovazioni legisltive già introdotte e sulle prospettive di ulteriore impegno per la modernizzazione dei sistemi pensionistici, il seminario svoltosi a Bruxelles il 23-24 giugno 2005, dal titolo «Politiche pensionistiche e modello sociale europeo» organizzato da Inca, Cgil e Ferpa (Federazione europea delle persone anziane e dei pensionati), con la collaborazione dell'Observatoire social européen, ha sviluppato il confronto tra esperti del settore e parti sociali. Qui vengono pubblicati due lavori presentati in quell'occasione.