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19-21 settembre 2013, Università della Calabria, Arcavacata di Rende (CS)

In un tempo in cui l’incertezza sul futuro condiziona drammaticamente l’Unione Europea la conferenza si interroga sulla sua integrazione sociale e politica.

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19-21 settembre 2013, Università della Calabria, Arcavacata di Rende (CS)
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Strategia di Lisbona 2010

Un compromesso divenuto imperfetto

4

2009

Ottobre - Dicembre

nota del direttore

Nota del direttore

Il fascicolo è dedicato alla Strategia europea di Lisbona che nacque con l’obiettivo di rendere l’Europa il sistema economico più competitivo del mondo grazie all’immissione di fattori innovativi quali la conoscenza e la sostenibilità, pure ambientale, e grazie anche allo sviluppo di maggiori e più generalizzati gradi di universalismo, inclusività e armonizzazione dei sistemi di protezione sociale già presenti negli Stati membri. Nel complesso il bilancio della Strategia non è positivo. Ad emergere con forza sono tanto i suoi limiti, oggi sottolineati dal blocco della crescita economica e dagli incrementi esponenziali di disoccupazione e povertà; ma anche quelli rintracciabili sin dalle origini, intrinsechi al suo stesso impianto, per certi versi, e certamente attribuibili alla evoluzione che il Trattato ha subito nel corso del primo decennio di vita.
Prezzo:20.00€
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La Strategia di Lisbona. Analisi e bilanci

Lisbona: verso una Strategia ripensata?

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La Strategia di Lisbona è un approccio comunitario inteso a creare opportunità di apprendimento sul proprio sistema nazionale e su quello di altri paesi allo scopo di favorire le soluzioni ottimali selezionando le pratiche migliori e utilizzando indicatori per verificare le performance (benchmarking). Si tratta di un processo che ha portato a compimento l’idea di convergenza, mirando alla ridefinizione da parte degli attori delle priorità strategiche e politiche sotto l’effetto dell’apprendimento continuo. Tuttavia si può constatare che nessuno degli indicatori adottati a Lisbona, o immediatamente dopo, sarà raggiunto nel 2010. Si tratta però di un fallimento che non si limita al solo ambito sociale. L’articolo discute, anche sulla base dei dati più aggiornati, le ragioni di questo parziale fallimento e si conclude proponendo alcune riflessioni sulle possibili soluzioni.
Il coordinamento delle politiche nell’Unione europea dopo il 2010: idee per un’architettura di governance inclusiva

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L’architettura della governance della Strategia di Lisbona è stata modificata, formalmente o informalmente, varie volte nel corso dei suoi dieci anni di vita. Questo studio si sofferma su queste evoluzioni contribuendo al dibattito in corso sul futuro della strategia di Lisbona e sull’appropriata architettura di governance per il coordinamento delle politiche nell’Ue dopo il 2010. Il paper si sviluppa in due parti principali; la prima parte riconsidera la governance della strategia di Lisbona dal marzo 2000 fornendo una visione critica generale delle tre principali fasi del suo sviluppo. La seconda parte guarda in avanti, esaminando un’appropriata futura architettura di governance per il coordinamento delle politiche nella Ue dopo 2010. La parte conclusiva valuta i probabili esiti del dibattito in corso sulla strategia di Lisbona post-2010, sulla base delle informazioni disponibili al momento della stesura del testo.
Per un bilancio critico della Strategia di Lisbona

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A partire dal 2004 la Strategia di Lisbona è stata ricentrata sulle riforme strutturali e sulle prescrizioni economiche, mentre a conclusione del vertice di Lisbona una strategia differente, organizzata in parte attorno ai metodi aperti di coordinamento, aveva introdotto una reale innovazione auspicando una vera e propria assunzione, a livello comunitario, della «dimensione sociale» dell’Europa. A partire dal secondo Rapporto Kok le cose sono cambiate. Importanti eventi successivi hanno modificato completamente il quadro, per non dire della crisi economica esplosa a partire dal 2007-2008. In queste condizioni resta da stabilire il bilancio globale di quella che si chiama per metonimia «Lisbona». Il presente articolo intende tracciarne le grandi linee. Se ci si limita alla materia sociale la Strategia di Lisbona, come dimostrano due esempi simbolici (l’attivazione della protezione sociale e la flexicurity), non ha mantenuto le promesse. In fin dei conti non si è trattato che del discorso di accompagnamento alle riforme economiche, sullo sfondo di una crescente pregnanza del diritto comunitario, che privilegia le libertà economiche sui diritti sociali.
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La Strategia di Lisbona. Intersezioni-chiave

La Strategia di Lisbona come fattore di modernizzazione del Modello sociale europeo: valutazioni

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Il presente articolo introduce alla prima e incompleta valutazione dell’influenza della Strategia di Lisbona sul Modello sociale europeo. Tale esercizio risulta complesso per alcuni motivi: in primis, per la complessità della Strategia; in secondo luogo per la difficoltà di individuare una definizione chiara del Modello sociale europeo. Sulla base della letteratura esistente e dei principali indicatori proposti dalla stessa Strategia, l’articolo vuole proporre alcune riflessioni sul successo (limitato) e i limiti (molteplici) della Strategia. Il riferimento è da un lato al contenuto dell’Agenda di Lisbona e la sua influenza sulla modernizzazione del Modello sociale europeo. L’ulteriore e più preciso oggetto di analisi è dato dall’evoluzione del modello di welfare sud-europeo (più lontano dagli obiettivi di Lisbona e dunque oggetto di maggiore pressione). In secondo luogo vengono analizzati gli aspetti procedurali della Strategia e la sua capacità di incidere sulla partecipazione, il processo di apprendimento e le capacità istituzionali dei singoli paesi membri. In conclusione vengono richiamate le luci e le ombre legate all’implementazione della Strategia e le tensioni (sostantive
La Strategia europea per l’occupazione. Meriti e limiti

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Avviata nel 1997, la Strategia europea per l’occupazione (Seo) mirava a creare le condizioni favorevoli al raggiungimento di una più elevata occupazione attraverso il coordinamento delle politiche nazionali in materia di lavoro. Le riformulazioni successive della Strategia (nel 2003 e nel 2005) non modificano l’orientamento di fondo, che fa perno su misure dal lato dell’offerta, mentre insufficiente attenzione è rivolta all’interazione fra gli sviluppi sul mercato del lavoro e le caratteristiche del modello sociale da un lato, e sull’impatto macroeconomico dall’altro. Il saggio si propone due obiettivi: da un lato, mostrare la preoccupazione continua, all’interno della Dg Employment and Social Affairs, di coniugare flessibilità e inclusione, in risposta all’esigenza di preservare il «modello sociale europeo». Dall’altro, mostrare come la Seo costituisse una condizione essenziale per il funzionamento dell’unico meccanismo su cui si sono basate le politiche di convergenza dei paesi membri dell’Unione monetaria europea, rappresentato dalla flessibilità di prezzi e salari relativi. I limiti di questo meccanismo vengono discussi nella parte finale del saggio.
La flexicurity come idea centrale del Modello sociale europeo

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È noto come la flexicurity sia gradualmente divenuta una questione centrale nelle iniziative di riforma a livello comunitario nelle politiche sociali e dell’occupazione. Il termine flexicurity – combinazione tra flessibilità e sicurezza – coglie con efficacia l’essenza del processo decisionale della politica economica europea sin dalle sue origini ed esemplifica efficacemente il carattere del modello sociale europeo: un bilanciamento di interessi economici e sociali che intende la politica sociale e dell’occupazione come parte integrante della politica economica e come importante fattore di produzione nell’economia europea. Le politiche di flessicurezza costituiscono inoltre un caso paradigmatico del nuovo approccio adottato dall’Unione europea in materia di regolazione della legislazione sociale e dell’occupazione; sono parte degli sforzi che mirano ad introdurre nuove modalità di governance e a confidare di più su strumenti di soft law nel processo decisionale europeo. Il saggio riflette sull’evoluzione del processo decisionale a livello sovranazionale e su come questo presenti elementi crescenti di riflessività. La tesi centrale è che, per rendere efficaci le forme soft di gover
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Politiche e casi nazionali

Il Mac e le politiche pensionistiche: Italia e Europa

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Nell’Unione europea l’organizzazione e la gestione dei sistemi previdenziali è di competenza esclusiva degli Stati membri; dal 2001 è però previsto un intervento comunitario in ambito pensionistico attraverso il Metodo aperto di coordinamento (Mac). Nel presente articolo si riflette sui contenuti del Mac-pensioni e sulla sua capacità di influenzare le politiche previdenziali nazionali, in particolare quella italiana; si valuta inoltre in quale misura il sistema pubblico contributivo introdotto nel nostro paese dalla riforma del 1995 consenta di perseguire i diversi obiettivi alla base del metodo del coordinamento aperto (sostenibilità, adeguatezza e modernizzazione), identificando, infine, le principali criticità di tale sistema.
Il ruolo dell’Ocse e dell’Ue nelle politiche nazionali del lavoro. Il caso della Repubblica Ceca

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L’articolo analizza il ruolo svolto dall’Ocse con la sua «Jobs Strategy» (Strategia dell’occupazione), e quello svolto dall’Ue con la «Strategia europea dell’occupazione» (European employment strategy, Ees), nello sviluppo della politica macro-economica, dell’occupazione e del mercato del lavoro nella Repubblica Ceca. In quanto membro a pieno titolo delle due organizzazioni, la Repubblica Ceca è soggetta alla loro discreta e non vincolante consulenza in materia di riforma del mercato del lavoro. I modelli di riferimento dell’Ocse e dell’Ue sono simili, dal momento che entrambi insistono sulla politica macroeconomica orientata alla crescita, sostenuta da politiche attive del lavoro, da servizi pubblici per l’impiego attivi ed efficaci e dalla deregulation dei mercati del lavoro. L’Ocse sostiene però attivamente la necessità di coinvolgere l’attore privato nei mercati del lavoro, mentre l’Ue insiste sul ruolo del settore pubblico.
Il Portogallo come caso di studio dell’europeizzazione delle politiche sociali

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Il saggio analizza il modo in cui tre diversi strumenti di politica sociale europea con differente capacità di convergenza sono stati messi in atto in Portogallo, e si concentra in particolare sui fattori che spiegano i diversi gradi di cambiamento nelle politiche nazionali in risposta alle pressioni europee. Le ragioni che, secondo l’autore, spiegano la conformità tra le politiche nazionali e quelle europee risiedono nella combinazione tra un contesto favorevole creato da una forte impronta europea nelle politiche nazionali e una convergenza tra la pressione europea e l’agenda politica nazionale in arene di policy le cui caratteristiche facilitano il cambiamento. Non esiste dualismo tra l’approccio della politicizzazione e quello della socializzazione; infatti, seppure si considerano preminenti i meccanismi di politicizzazione, nel caso di conformità i meccanismi sono entrambi presenti. L’idea è che le reazioni alle pressioni europee riflettano non solo l’introduzione di nuovi sistemi di incentivazione ma anche la creazione di nuovi modelli di relazioni sociali.