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Rps 2 2017

È disponibile online il numero 2/2017 di Rps. Il fascicolo dedica la sezione monografica al welfare occupazionale. Nella sezione Attualità si discute di diseguaglianze di salute.

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Il benessere oltre il Pil

Definire e misurare la qualità sociale

1

2011

Gennaio - Marzo

Presentazione

Il fascicolo affronta le questioni connesse alla ridefinizione di ciò che si intende per progresso e benessere sociale, nonché quelle relative alla definizione degli indicatori da adottare per misurare lo sviluppo equo e sostenibile. Si tratta di un dibattito ormai di lungo corso che si è concentrato sulla critica al Pil, quale misura unica, e perciò parziale e fallace, di benessere. Della complessità del dibattito si punta a dar conto nel fascicolo, come sempre strutturato per sezioni. Nella prima, i contributi di C. Offe e di I. Gough e J. Meadowcroft pongono l’accento sulle concezioni da sottoporre a urgente revisione critica. Seguono le tre sezioni dedicate alle dimensioni della misurazione, in cui si evidenziano i processi e le opzioni delle agenzie pubbliche, a partire dalla produzione dell’Istat, con un contributo di E. Giovannini e T. Rondinella. Nella seconda e nella terza si ricostruisce il quadro delle proposte e dell’analisi degli indicatori e si riportano alcuni casi di applicazione di nuovi indicatori. Si segnala, inoltre, che a partire da questo numero prende avvio la pubblicazione regolare dell’Osservatorio Europa dedicato all'analisi dell’azione sociale dell'Ue.
Prezzo:20.00€
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Sul valore della prevenzione. Riflessioni e proposte

Progressi nella concezione di progresso?

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L’articolo muove dall’interrogativo di ciò che oggi (semmai qualcosa) si può intendere per «progresso» politico. Dopo una prima parte dedicata alle caratteristiche-chiave dell’idea, moderna e secolare, di progresso e ai dilemmi contemporanei delle prospettive «progressiste», l’autore si sofferma su tre temi: i costi del progresso, l’ipocrisia e il deficit di credibilità di molte delle attuali rivendicazioni normative, il cinismo e il fatalismo politico che ne risultano. Le conclusioni del saggio sono dedicate alla declinazione di quella che secondo l’autore potrebbe essere un’alternativa progressista, che oggi dovrebbe basarsi su un concetto difensivo e preventivo di progresso. Dunque sul rafforzamento delle capacità collettive di prevenire le catastrofi e il regresso della civiltà e su un nuovo concetto di progresso «netto», capace di considerare gli effetti secondari e i costi (nel senso più ampio del termine) del progresso «lordo».
Decarbonising the Welfare State

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Dopo una premessa sulle funzioni fondamentali dei sistemi di welfare nelle società sviluppate contemporanee, il saggio si concentra sui legami fra politiche sociali e cambiamento climatico analizzando le implicazioni dell’imperativo della decarbonizzazione. Anche alla luce dei paradigmi e delle lezioni messe a disposizione dall’esperienza del welfare tradizionale, vengono quindi considerati i nuovi dilemmi e le opzioni possibili per l’individuazione delle opportunità e la redistribuzione dei costi della decarbonizzazione, entro la prospettiva inevitabilmente mutata di una prosperità sociale globale non abbinata alla crescita.
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Sviluppi nella misurazione del benessere: criteri e processi

Italia. Misurare il benessere equo e sostenibile: la produzione dell’Istat

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La misurazione del benessere è divenuta una delle sfide che gli istituti nazionali di statistica sono chiamati ad affrontare. Per far ciò, le grandi sfide sono almeno due. In primo luogo, la produzione statistica deve essere in grado di coprire tutte le dimensioni rilevanti del progresso. In secondo luogo, la selezione degli indicatori chiave deve derivare da un processo democratico che garantisca la legittimità dello strumento. La produzione statistica dell’Istat appare in grado di fornire informazioni sufficienti e solide per la misurazione della performance economica, delle diverse dimensioni che compongono il benessere e della sostenibilità ambientale. La definizione del set di indicatori da utilizzare per la misurazione del progresso è assegnata ad una iniziativa lanciata recentemente dall’Istat e dal Cnel che mira ad includere tutti gli stakeholders più rappresentativi in un processo deliberativo comune.
Il confronto tra i cittadini come condizione e misura di progresso e coesione sociale. L’esperienza del Consiglio d’Europa

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L’articolo mira a definire, assumendo come presupposto la voce dei cittadini, il divario sociale in termini di benessere esistente a livello locale. Per fare ciò vengono identificati gli estremi nella distribuzione dei diritti, delle opportunità, dei beni e delle aspettative tra gli abitanti, anziché i percorsi sociali, economici e d’interazione per ridurli. Senza criteri e indicatori funzionali a questo obiettivo il concetto di progresso non è identificabile, sapendo che associarlo alla nozione d’illimitatezza del prodotto interno lordo ormai non ha più senso. Il progresso può essere illimitato solo nel campo dell’immateriale, dei legami sociali, ambientali e istituzionali indispensabili ad assicurare a ciascuno il riconoscimento del proprio contributo, la valorizzazione e l’impiego effettivo delle competenze e delle risorse. Esplicitare tale campo e renderlo oggetto specifico di progresso richiede che il benessere di tutti sia definito con metodi e percorsi che favoriscano il confronto tra cittadini. Nell’articolo, quindi, viene sintetizzata la metodologia partecipativa promossa dal Consiglio d’Europa per la definizione del benessere di tutti.
Indicatori di benessere e politiche pubbliche: quattro proposte

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L’articolo esamina alcune delle problematiche connesse all’introduzione e all’utilizzo concreto dei nuovi indicatori di benessere nelle politiche pubbliche. Sono analizzate alcune criticità sia di tipo metodologico (relative alla selezione delle variabili e all’attribuzione dei pesi) sia legate ai processi decisionali. Vengono inoltre presentate quattro proposte orientate a introdurre questi indicatori nel dibattito pubblico in un’ottica di partecipazione e di dialogo fra la società civile, il mondo accademico e quello istituzionale.
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Discussione

La statistica sempre più oltre il Pil. La politica seguirà?

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L’articolo analizza le cause dell’apparente paradosso tra il riscontro fortemente positivo che trova nel dibattito pubblico la denuncia dell’inadeguatezza del Pil quale bussola del progresso e la persistente centralità della crescita economica negli obiettivi politici effettivamente perseguiti. Quest’ultima postula l’allargamento continuo dei mercati, senza il quale si verificherebbe il rischio del crollo economico. In una simile situazione, la crescita economica continua a rappresentare il presupposto della sicurezza indipendentemente dalla sua valenza in termini di benessere, progresso e sostenibilità. Per poter perseguire tali obiettivi prescindendo da essa non basterà andare «oltre il Pil» nella misurazione più di quanto già non si faccia, essendo necessaria una riconsiderazione complessiva, tale da rendere possibile la trasformazione degli aumenti di produttività in minor tempo di lavoro anziché in maggiore produzione e lo spostamento dal mercato alla società del baricentro delle decisioni relative a cosa, quanto, per chi, dove e come produrre.
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Dimensioni del benessere sociale: cosa conta come misurare

Il Feem Si. Un indicatore comparativo per lo sviluppo sostenibile

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Il dibattito sull’adeguatezza del Pil come misura di sviluppo permea da sempre il suo utilizzo, ma la strada per la definizione di un concetto più olistico di sviluppo fatica a produrre misure condivise. Oltre a considerare le iniziative a livello di politica nazionale e internazionale volte alla definizione di paradigmi concordati di sviluppo sostenibile, questo articolo si propone di identificare una serie di elementi teorici e culturali sui quali si possa fondare una misura di benessere coerente con l’idea di sostenibilità. La possibilità di tradurre questi elementi in un esempio concreto viene esplicitata nell’analisi dell’Indice di sostenibilità Feem (Fondazione Eni Enrico Mattei Sustainability index, Feem Si), uno strumento flessibile che permette di simulare l’impatto di diverse politiche rendendo così operativo un nuovo paradigma di sviluppo sostenibile.
La salute sociale e i suoi indicatori. Una rassegna di esperienze

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L’autrice si interroga sui limiti tanto di ordine interno che esterno del Pil e della crescita in quanto indicatori del benessere e dello stato di salute sociale. L’accresciuta legittimità degli argomenti sviluppati al riguardo ha portato ad una proliferazione di nuovi indicatori, soprattutto sociali, che l’articolo si propone di illustrare per la loro capacità esemplificativa e per il loro carattere composito. In particolare, l’attenzione viene è posta sull’Iss (Indicatore di salute sociale) americano e successivamente su quello francese. Considerato che la salute sociale deve riflettere lo stato della coesione sociale del territorio, del suo capitale sociale e delle sue capacità individuali e collettive di prendere parte al progetto economico e sociale locale, la sperimentazione francese dell’Iss, basando la propria legittimità su una procedura innovativa, sottolinea la volontà di legare la questione degli «indicatori» al processo democratico dal quale possono emergere.
L’indicatore di Qualità regionale dello sviluppo italiano (Quars) e altri casi studio internazionali

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Un set di indicatori statistici in grado di cogliere efficacemente tutti gli aspetti che si riferiscono all’idea di progresso di un paese, dovrebbe in primo luogo incarnare e rappresentare un’idea di progresso condivisa a livello nazionale. Questo obiettivo può essere raggiunto avviando un processo di deliberazione democratica sui valori e sulle priorità che le nostre società intendono darsi e perseguire. La società civile può fornire a tal fine un contributo fondamentale – in termini di partecipazione sociale, radicamento territoriale, mobilitazione di risorse, elaborazione di informazioni, saperi e conoscenza – per la problematizzazione e la legittimazione delle prospettive del progresso e del benessere sociale e per la definizione stessa degli indicatori che possano misurarli. A riguardo, un buon esempio è costituito dall’indice di Qualità regionale dello sviluppo (Quars), un indicatore sintetico di progresso per le regioni italiane realizzato dalla campagna «Sbilanciamoci!» attraverso un processo di consultazione delle 46 organizzazioni della società civile che vi aderiscono. A questo e a altri casi presenti a livello internazionale è dedicata la seconda parte dell’articolo.
Energia e sostenibilità ambientale come fattori del benessere. Un’analisi dei principali indicatori

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L’articolo si propone di illustrare l’attuale critica al modello dominante di sviluppo, incentrato sulla crescita della produzione, in favore di un nuovo concetto di progresso sociale e ambientale basato sul benessere sostenibile delle persone. A tal fine, nella prima parte del lavoro si presenteranno alcuni indicatori di sviluppo alternativi o integrativi del Prodotto interno lordo (Pil) che consentono di inserire la valutazione della qualità ambientale in quella economica e sociale; nella seconda parte si metterà in luce il ruolo centrale svolto nella determinazione del progresso dalle fonti rinnovabili e dall’efficienza energetica, in quanto fattori capaci di coniugare le istanze della tutela dell’ambiente con quelle della crescita economica, valorizzando il capitale complessivo (naturale, umano, sociale e fisico) da cui le società traggono le risorse per costruire il proprio benessere.
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Esperienze

Dalla misurazione del ben-essere alla valutazione di genere delle politiche pubbliche secondo l’approccio delle capacità

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Negli ultimi decenni il ben-essere, inteso come insieme di capacità di fare e di essere di individui collocati in contesti storici e sociali dati, è stato proposto da Amartya Sen quale centro di un nuovo paradigma analitico. Nell’ambito di questo approccio si è aperto un dibattito sulla lista delle capacità che compongono uno stato di benessere. All’interno della discussione si colloca anche la domanda al centro del saggio: qual è il ruolo delle politiche pubbliche nello sviluppo di tali dimensioni e quali le diseguaglianze di genere nel loro impatto? Nell’articolo, che si basa sulla lunga esperienza di studio sul tema delle stesse autrici, si delineano le metodologie seguite nella sperimentazione dei bilanci di genere in approccio ben-essere, introdotta per la prima volta in Emilia-Romagna, e condotta poi in Italia a vari livelli di governo locale, da quello regionale a quello provinciale e comunale.
Sviluppare la salute (per tutti) oltre il Pil

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Da molto tempo si sta lavorando per trovare indici che misurino il benessere come alternativa al Pil, oggetto di molte discussioni a vari livelli per la sua incapacità di misurare lo sviluppo di un paese nel suo complesso. In particolare nel confronto tra nazioni è stato utilizzato come strumento alternativo un indicatore composito, l’Indice di sviluppo umano (Isu), che oltre al Pil considera anche la salute e l’istruzione, contribuendo a diffondere un’idea di sviluppo multidimensionale non strettamente correlato al reddito. L’Isu è stato anche disaggregato a livello regionale in Italia e utilizzato per analizzare le diseguaglianze nella salute. Sono stati considerati inoltre altri indici sintetici che spiegano il benessere delle regioni italiane e un indice d’area che consente di misurare la dipendenza economica, sociale, sanitaria e culturale tra i Comuni. Si sta quindi diffondendo sempre più la necessità di trovare indici complessi che consentano di valutare le varie realtà locali in modo da poter pianificare programmi di intervento per ridurre le diseguaglianze sociali e sanitarie.
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Fuori dal tema

Leggere l’Europa attraverso indicatori armonizzati

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L’articolo analizza il fenomeno dell’esclusione sociale in Europa attraverso gli indicatori proposti dalla Commissione europea, inclusi nel Portfolio of Indicators for the Monitoring of the European Strategy for Social Protection and Social Inclusion – 2009 Update. Tali indicatori garantiscono la comparabilità delle statistiche derivando anche da rilevazioni armonizzate a livello europeo. Gli indicatori sono stati analizzati dapprima in maniera disaggregata, per evidenziare le caratteristiche dei vari paesi in relazione al problema, e successivamente questi sono stati aggregati in gruppi omogenei per evidenziare omogeneità e disomogeneità tra i paesi della Ue-27.
Lisbona, metodo aperto di coordinamento, Eu2020: dieci anni di indicatori sociali nell’Unione europea

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Il Consiglio europeo ha recentemente adottato «Europa 2020», l’ambiziosa strategia per una «crescita intelligente, sostenibile, inclusiva» che, nel prossimo decennio, indirizzerà l’azione comunitaria e dei paesi membri nei campi delle politiche economiche, occupazionali, ambientali e sociali. In essa un ruolo fondamentale è svolto da target quantitativi – cinque in tutto – al cui raggiungimento nel 2020 i paesi dovranno impegnarsi attraverso concrete azioni di policy. Uno dei cinque target è relativo ad un indicatore di povertà ed esclusione sociale ed è fissato in termini assoluti: 20 milioni di persone fuori dall’area di povertà in dieci anni. È il compimento di un lungo percorso iniziato a Lisbona nel 2000, quando, all’avvio del coordinamento comunitario in materia di politiche sociali, gli indicatori furono da subito considerati ingredienti fondamentali del processo con l’obiettivo di rendere più trasparenti gli esiti degli interventi e meglio giudicabile l’azione dei governi nel confronto nel tempo e tra paesi. L’articolo ripercorre le tappe fondamentali di questo cammino.
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Rubriche

Rileggere Giorgio Ruffolo

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Le pagine che seguono sono tratte da un noto testo di Giorgio Ruffolo che, all’epoca della pubblicazione, prospettava un’ottica del tutto innovativa sui limiti della crescita e sulla capacità del Pil di riflettere lo sviluppo, inaugurando un filone di pensiero fino ad allora quasi inesplorato nel nostro paese (La qualità sociale. Le vie dello sviluppo, Laterza, Roma-Bari, 1985, pp. 347). Il volume di Ruffolo, ed è questa la ragione per cui «Rps» ha deciso di ripubblicarne con il consenso dell’autore alcuni stralci, fu infatti precursore di una ricerca e di un dibattito che sarebbero esplosi – nelle proporzioni attuali – solo alcuni decenni dopo.
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L’inizio del 2011 coincide con l’inaugurazione del «Semestre europeo», una delle principali novità della governance economica e sociale dell’Unione europea, e con l’ulteriore accelerazione in vista del risanamento dei conti pubblici e dell’introduzione delle riforme strutturali. Si tratta per molti aspetti di una vera e propria ipotesi di «germanizzazione» dell’Ue e dei suoi paesi membri. Nel presente numero di Osservatorio Europa l’attenzione è posta proprio su questi primi passi della nuova strategia europea in materia economica e sociale (sotto il nome di «Europa 2020»). Si farà poi riferimento agli altri temi centrali nel dibattito europeo: la revisione del Trattato di Lisbona al fine di istituzionalizzare il Fondo europeo per la stabilità finanziaria (Fesf); lo stato del processo legislativo della nuova direttiva sull’orario di lavoro e della direttiva in materia di congedo parentale; e i passaggi più importanti dell’agenda europea in tema di coordinamento degli schemi di protezione sociale e di tutela dei rom . Come sempre sono indicate una serie di letture consigliate per saperne di più sull’Europa sociale.
Dalla crescita economica al progresso sociale: una traiettoria complessa

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L’articolo ripercorre le principali tappe e gli eventi più significativi che hanno accompagnato lo sviluppo degli indicatori di progresso dal 1930 al 2010, ovvero dalla nascita del Pil alla sua attuale messa in discussione. Il contributo delinea come nel dibattito corrente si è sviluppata una riflessione sull’opportunità di affiancare al tradizionale indicatore della crescita economica, il prodotto interno lordo (Pil), una serie di indicatori complementari. Indicatori in grado di misurare il livello di benessere raggiunto da una società garantendo, nel contempo, la sua sostenibilità economica, ambientale e sociale.