
I beni comuni hanno fatto irruzione sulla scena politica. Giornali, partiti, istituzioni non se ne sono ancora accorti, ma un nuovo paradigma di società sta prendendo piede nell’immaginario di milioni di persone. Non si tratta di una nuova categoria merceologica, di una lista di cose rintracciabile sui banchi del supermercato o tra i capitoli di bilancio dello Stato. L’idea che si sta facendo strada nella testa delle persone è che vi siano dei beni e dei servizi “di tutti e di nessuno”, res communes omnium, per usare una antica categoria giuridica che si è perduta nel tempo a seguito degli attacchi dei predatori e le ondate successive delle “accumulazioni originarie”. Una categoria concettuale incompatibile con le logiche della proprietarizzazione, privata o pubblica-statale, che sia.
I beni comuni, prima di diventare “cose”, sono un processo di riconoscimento e rivendicazione collettiva. Un repertorio di pratiche conflittuali e di azioni dirette volte alla riappropriazione e ri-creazione sociale di beni e servizi giudicati indispensabili e insostituibili. Materici, come l’acqua, l’aria, il cibo… o cognitivi, come i saperi, le lingue, i codici, i beni culturali e artistici… Non è un problema di gratuità (non siamo così cretini da non sapere che prendersi cura e rendere accessibili tali beni chiede l’impiego di lavoro e investimenti che in qualche modo vanno sostenuti) ma di rifiuto di ogni forma di gestione che comporti la discriminazione ed esclusione di chiunque dalla possibilità di poterne fruire. Insomma, se i beni comuni sono doni del creato o lasciti accumulati nel tempo dal genio creativo delle generazioni che ci hanno preceduto, i benefici che se ne traggono dalla loro utilizzazione non possono che andare a vantaggio dell’intera comunità umana. Davvero troppo facile fare business appropriandosi di risorse che sono di tutti e rivendendole a chi non ne può fare a meno. Il caso della privatizzazione dell’acqua (non solo in Italia) ha segnato il superamento del limite della decenza e ha provocato l’indignazione che conosciamo.
La gestione dei beni comuni deve seguire due semplici principi: la giustizia distributiva e la preservazione nel tempo (la salvaguardia degli habitat e dei tempi biologici necessari alla rigenerazione dei cicli di vita).
Mi ha molto colpito il titolo netto di un convegno che la Pastorale sugli stili di vita del Patriarcato di Venezia ha organizzato venerdì scorso: “La ricchezza o è comune o non è”, con relazione del vescovo Angelo Scola. Il lemma “beni comuni” oramai è applicato ad ogni cosa si voglia ricondurre ad un uso collettivo: dal web e dai software del cyberspace, all’acqua, dai sistemi complessi che determinano il clima alle foreste, dalle istituzioni sociali alle risorse minerarie, fino a Pacha Mama, che è poi la madre di tutti i beni comuni.
Come si intuisce subito, una corretta gestione dei beni comuni (the commons) imporrebbe norme e regole sociali esattamente opposte a quelle dominanti che si fondano sul diritto della proprietà.. Vi è una “incompatibilità con la logica della pura efficienza economica, cioè con l’imperativo della massima resa produttiva. Scrive Rodotà: “Davanti a noi è il tema, davvero ineludibile, di che cosa possa stare nel mercato e che cosa, invece, non deve starci” (La proprietà come diritto relativo, in “Alternative per il socialismo”, febbraio-marzo 2011). Gli studi del gruppo di Elinor Ostrom, politologa, prima donna ad essere stata insignita due anni fa del Nobel per l’economia, hanno dimostrato che esistono forme di gestione comunitaria più efficaci nell’usare le risorse naturali. Una terza via che ci apre la strada alla individuazione di alternative sociali ed economiche, istituzionali, sociali al capitalismo. Il concetto di beni comuni ci permette di mettere con i piedi per terra l’idea di alternativa.
Su questi temi un gruppo di riflessione dell’Officina delle idee di Rete@Sinistra ha prodotto un lavoro collettivo che è ora pubblicato da Carta ed Ediesse: “La società dei beni comuni”.Vi hanno, partecipato: Bruno Amoroso, Massimo Angelini, Eugenio Baronti, Davide Biolghini, Nadia Carestiato, Giuseppe De Marzo, Pippo Jedi, Luigi Lombardi Vallauri, Laura Marchetti, Ugo Mattei, Emilio Molinari, Tonino Perna, Riccardo Petrella,Mario Pezzella, Giovanna Ricoveri, Edoardo Salzano, Chiara Sasso, Gianni Toniolo, il Laboratorio Verlan.