
SOSTENIBILITA'. Dallo studio emerge il connubio tra crisi economica e ambientale. E il nostro Paese spicca per numero di condotte illecite: in media oltre settanta reati contro l’ambiente ogni giorno, tre all’ora.
«E' sulla questione climatica che convergono le crisi economica, sociale, alimentare e idrica», sostiene Maurizio Gubbiotti, coordinatore nazionale di Legambiente intervenendo alla presentazione del Rapporto sui diritti globali 2010. In un’ottica internazionale, infatti, le soluzioni devono essere in grado di superare i confini degli Stati, se non altro perché ogni anno 6 milioni di persone si trasformano in eco-profughi, colpiti da calamità che aggravano le già esasperate condizioni di povertà.
Ma non va meglio nel nostro Paese, dove ecomafie e traffici illeciti manifestano in modo esemplare l’indissolubile connubio tra economia e ambiente. Secondo il rapporto, sono ben 25.776 i reati contro l’ambiente accertati dalla magistratura, in media quasi 71 al giorno, tre ogni ora. Circa la metà di questi, poi, è consumato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Calabria, Campania, Sicilia e Puglia). Non solo il business delle scorie industriali, ma anche l’abusivismo edilizio è il maggiore responsabile del progressivo disfacimento del patrimonio ambientale del Paese.
Il primato, in questo campo, va alla Campania, dove il 67 per cento dei Comuni sciolti per infiltrazione mafiosa dal 1990 a oggi ha visto motivarsi il provvedimento proprio in virtù del riscontrato abusivismo edilizio. Secondo i dati forniti dal Cresme, nel corso del 2008 la pratica ha «rialzato la testa con 28mila nuove unità, grazie anche alle aspettative nei confronti del governo e alla percezione di un atteggiamento più possibilista nei confronti di “chi fa”», scrivono i ricercatori.
Sul fronte - ben più frequentato - del traffico illecito di rifiuti, il Rapporto diffuso ieri rileva che nel 2008 si sono sequestrate 4.800 tonnellate, sei volte il quantitativo intercettato nel 2007. Ciononostante, è diminuita la capacità di perseguire il reato perché, come scrivono i relatori, «la tendenza delle forze dell’ordine è di concentrare le attività investigative sui reati di maggior gravità», lasciando soltanto intendere le reali dimensioni di un fenomeno soltanto parzialmente rilevato.
Insomma, «il degrado dell’ambiente italiano è da codice rosso», è la conclusione allarmata cui giunge il dossier che non usa messi termini quando individua le responsabilità: «Anziché puntare sulla pianificazione e gestione del territorio - si scrive - la politica italiana sembra improntata a fronteggiare le varie emergenze secondo una logica che eleva a sistema la straordinarietà».