
Antonello De Oto è il curatore della raccolta di saggi “Simboli e pratiche religiose nell’Italia ‘multiculturale’. Quale riconoscimento per i migranti?” in cui sono affrontate l’inadeguatezza delle politiche di immigrazione italiane e le difficoltà nel riconoscimento dell’identità di immigrato.
Quale riconoscimento e trattamento della cultura degli immigrati nel mondo del lavoro e della società multiculturale? È questa la domanda a cui tenta di rispondere il saggio “Simboli e pratiche religiose nell’Italia ‘multiculturale’. Quale riconoscimento per i migranti?” a cura di Antonello De Oto, ricercatore nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna.
Il volume è il risultato di un convegno che si è tenuto a Trieste lo scorso anno. Raccoglie sei saggi e una ricca documentazione di sentenze ed ordinanze che affrontano in maniera interdisciplinare la complessa sfida posta dai recenti flussi migratori al mondo del lavoro, alla società e alla legislazione italiana.
Negli ultimi venti anni l’Italia da paese di emigranti diventa paesi di immigrati e “solo con grande ritardo ci si è accorti dunque – come sostiene nella prefazione Walter Citti dell’Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, nata nel 1990 - che i consistenti flussi migratori degli anni Ottanta e Novanta hanno portato all’interno dei confini nazionali persone provenienti anche da universi culturali distanti dai nostri, da paesi e società dove i processi di secolarizzazione non si sono dispiegati nell’ampiezza e nelle dimensioni con cui si sono affermati nel mondo occidentale e per le quali, dunque, la pratica della fede religiosa, l’adesione a precetti culturali, alimentari e regole di abbigliamento religiosamente connotate costituiscono l’espressione della propria intima ed irrinunciabile identità personale”.
Gli immigrati, provenienti soprattutto dall’Africa e dal Medio Oriente, sono così portatori di richieste che stressano il tessuto sociale e l’ordinamento giuridico italiano incapace di fornire risposte chiare ai loro bisogni culturali e identitari come è dimostrato dalla documentazione, riportata nel volume, su alcune sentenze italiane spesso confusionarie e contraddittorie tra loro e a volte fautrici di una realtà assimilazionista, piuttosto che multiculturale, che non garantisce l’autonomia culturale e l’equiparazione giuridica fra le varie identità.
Il saggio affronta in particolare il fenomeno migratorio della comunità musulmana in Occidente partendo da un’analisi dell’Islam inteso non solo come fede e religione ma anche come codice etico di comportamento con profili economici, giuridici ed alimentari che necessitano di un’integrazione sociale nel paese di accoglienza, realizzabile solo tramite un dialogo che non può prescindere dalla conoscenza reciproca tra le culture.
Il dialogo interculturale e il riconoscimento della dignità del migrante, inteso come persona e non come minaccia dell’ordine pubblico, sono i mezzi proposti nel saggio al fine di garantire un’integrazione sociale, giuridica ed economica degli immigrati che sia di arricchimento per tutte le culture a confronto. Un’idea di integrazione che garantisca il giusto riconoscimento dell’identità culturale e religiosa degli immigrati, entro i limiti del rispetto dei principi costituzionali e dei diritti inalienabili dell’uomo.