
È fatto di 8 reportages-racconti e 99 foto Il mondo in una regione, l’ottavo volume della collana “Carta bianca” (Ediesse1, Roma, 2009). I racconti sono di Angelo Ferracuti, le foto di Daniele Maurizi. Fa da prefazione un dialogo degli autori con Mario Dondero che si chiama “L’arte dell’avvicinamento”. Questa locuzione – ‘l’arte dell’avvicinamento’ – viene fuori da una domanda ‘sulla fotografia’ [in particolare sulla differenza fra il bianco e nero con quel che “di poetico” che il b/n aggiunge alle foto, e una immagine ‘a colori’, ma priva “di qualsiasi valore aggiunto”] che Maurizi rivolge a Dondero, e alla quale egli risponde: “Le cose che riguardano la tecnica fotografica sono secondarie rispetto alla sostanza, che poi è l’arte dell’avvicinamento. Il senso più grande è introdursi in mondi che per noi sembrano impenetrabili.” In coda alla conversazione Ferracuti ricorda la prima delle epigrafi del libro: “Come epigrafe del libro ho messo una frase di Max Frisch che ti ho sentito citare tante volte.” E allora Dondero dice: “Aspettavamo delle braccia, e invece sono arrivati degli uomini”. E Ferracuti dice: “Proprio quella”. “Il mondo in una regione” si “avvicina” e ci racconta – benissimo – molte cose che ci allietano e insicurezze drammatiche, individuali e comuni. E forse è proprio per questo che a pag. 74 Ferracuti trascrive queste parole di Robert Castel: “Una società di individui non sarebbe più, propriamente parlando, una società ma uno stato di natura, cioè uno stato senza legge, senza diritto, senza costituzione politica e senza istituzioni sociali, in preda a una concorrenza sfrenata degli individui tra di loro, alla guerra di tutti contro tutti.”
Il primo racconto del libro si chiama ‘Babele House’. Siamo nelle Marche, a Porto Recanati, e nelle Marche resteremo con gli altri sette racconti. ‘Babele House’ è un palazzo conformato a Y: 17 piani, 480 mini appartamenti; “ci vivono in più di duemila”. In realtà il palazzo si chiama ‘Hotel House’, ‘Casa hotel’: “Il passaggio è continuo”, “trentadue etnie diverse, manca l’Oceania e poi ci sarebbero tutti i continenti.” Non tutto va nel migliore dei modi in questa ‘Babele House’, ma “Oggi è venerdì, è giorno di preghiera.” Ferracuti allora inizia a raccontarci di questa preghiera e del “silenzio cupo, profondo” che essa produce nel “grande garage sottostrada” dove i fedeli sono raccolti, “vecchi e giovani, barbuti e con i cappellini a visiera, pakistani e marocchini, nigeriani ed egiziani, bengalesi, senegalesi, tunisini.” In coda al racconto arrivano 21 foto, fra le quali quella di un bambino di seconda generazione. È ripreso contro una parete perfettamente pittata, con le braccia piegate ad L, appoggiate contro la parete e insieme alzate. Ha il viso mite di un bambino. Ha lo sguardo fulgido.
Il secondo racconto è la storia di Bruno Cozzi “che di mestiere fa il barbiere a Sant’Elpidio a Mare”. Bruno da sempre ha la passione della boxe, “è un uomo semplice ma molto sensibile, dice le parole anche estremamente disarmate della vita senza nessuna vergogna”; “alla fine degli anni sessanta” Bruno mette su una società pugilistica. Fra gli atleti, dallo Zaire, arriva Kalemba Kumba. “All’inizio Kalemba Kumba non sa dove metterlo, poi lo piazza da una vecchia signora che gli offre un alloggio in cambio di compagnia, un badante ante litteram, e gli trova lavoro in una sala giochi.” Tra alti e bassi la storia della palestra di Bruno va avanti, ma “C’è un buco nero in questa storia”: “Kalemba Kumba, quello che lui [Bruno] chiamava ‘il nostro attore’ un giorno morì in circostanze drammatiche”. Era tornato intanto nella sua terra. Era nato il primo figlio che Kalemba aveva chiamato Yuri, come il figlio di Bruno, poi era accaduta la tragedia: ”Kalemba aveva trovato un diamante. È morto perché per portarglielo via gli hanno dato fuoco, bruciandolo vivo”.
Per terza arriva la storia di Dulal, Bangladesh, “ma sta ad Ancona da più di vent’anni”. Dulal è stato il primo rappresentante sindacale all’interno dei cantieri navali della città dorica, lo è stato per sette anni, poi ha aperto un ristorante che si chiama “L’India”. Ferracuti lo intervista proprio nel suo ristorante. Non tralascia nessuna delle parole che gli vengono dette e delle cose che intanto accadano intorno a lui. E chi legge così capisce quanto viene detto e quanto sta anche accadendo.
La quarta storia è quella del sindacalista Muhammad. Il distretto è quello calzaturiero, ‘crisi produttiva e occupazionale’, ‘insicurezza sociale’. “Può succedere che all’improvviso uno possa perdere tutto, prima il lavoro, e poi la casa (…) Che poi se sei trasandato, se hai un aspetto da miserabile da fare schifo è anche difficile presentarsi ai colloqui e convincere i padroni a darti un altro posto di lavoro”. Ferracuti non ha nessun dubbio se dire parole ‘forti’ come queste sopra, no, perché sono queste le parole che magari staranno ‘non dette’ in quel ‘colloquio’, nel quale da una parte c’è una persona che deve guadagnarsi da vivere e dall’altra parte c’è una persona a cui non interessa questo fatto.
Nel quinto racconto la prosa di Angelo Ferracuti si mette insieme alla poesia di Filippo Davoli, insegnante d’italiano di ragazzi stranieri “minorenni e clandestini, abbandonati a se stessi”. Per classe i divani all’aperto del Bar Mercurio o le stanze della sua stessa casa. “Una raccolta di Davoli, Gli incendi, è costruita proprio da queste voci”, “Il suo libro – scrive Ferracuti – è una specie di coro, un parlatorio, un insieme di voci. Alì la cosa che è scritta in questa poesia l’ha detta per davvero:
Un anno fa sono partito da casa
e non posso chiamare se non ho soldi
da mandare a mia madre. Che le dico?
Ma non ci torno, non ci tornerò più
a salutare i miei nonni – lei, che pensava
che in tutto il mondo si parlava persiano.
Questo ha detto Alì, questo ha reinventato Filippo con una lingua altra, lui che è un poeta vero, con l’idioma della letteratura.”
Quasi inevitabilmente il sesto racconto – siamo a Macerata, e il colle delL’infinito è lì, a due passi – si chiama “Sabato del villaggio”: “Siamo al centro di un grande parcheggio, dietro lo stadio comunale di Civitanova Marche, una periferia qualunque fatta di brutti palazzi di cemento che dire triste è poco. Un pezzo di mondo uguale a tanti altri.” Ma fra poco la tristezza passerà, sta per inziare la partita di cricket. Non lontano “sono parcheggiate in uno spazio vuoto” “Le roulotte di un gruppo nomade”, “Lungo il cordolo che delimita la parte sud, prima del canale fognario che corre verso il mare, scorgo una croce con in cima dei fiori variopinti”, “a tre quarti della croce scopro la targhetta col nome, Paul Caldares, nato nel novembre del ’93 e morto il 23 febbraio 1999”, “Già da sola, questa tomba povera in un posto così assurdo è qualcosa che fa accapponare la pelle”, ”E mentre vedo i giovani pakistani correre allegri lungo queste piste di asfalto, mi viene improvvisamente in mente una cosa: tornerò qui il prossimo 23 febbraio, devo tenere a mente questa data. Qualcuno dovrà pur raccontarmi la storia di Paul Caldares, vorrei proprio conoscerla.”
Le penultima storia del libro si chiama “Storie dell’altro mondo” e racconta della “scuola elementare di San Tommaso di Fermo, su due allievi che assistono alle lezioni uno è straniero. Fra i molti bambini tutti impeccabilmente ripresi nelle loro parole e nei loro gesti c’è anche Alex, “un moscovita vero”; andava a giocare fuori delle mura di Mosca, a fare il bagno nel Volga. ‘Ci stavano dei ponti, e dei campi dove potevamo giocare a pallone. Lì ho imparato a nuotare, da solo, insieme a un cane. I miei amici, siccome non sapevo nuotare, mi hanno buttato nell’acqua e mi hanno detto: adesso devi arrivare a riva. Allora siccome vicino a me ho visto un cane, ho guardato come nuotava, e ho provato a fare come faceva lui. È così che ho imparato. Era un pastore tedesco.’”
L’ultimo reportage-racconto è sul ‘tempio dei Sik di Morrovalle’, ‘una casa colonica come tante spersa nella campagna, a pochi passi dalla strada’; ‘è il giorno della preghiera’; “C’è molto movimento perché dopo il rito si ritroveranno tutti insieme per mangiare, come una comunione, anche se non è una comunione, ma la condivisione dello stesso identico pasto.”; fra i ragazzi che accolgono Ferracuti e Maurizi c’è Harneck; “parla perfettamente italiano, anzi: dialetto marchigiano elpidiense”. Si chiama “Tu, prega” il racconto-reportage, e termina con “una frase bellissima” della Prima lettera ai Corinzi, la quale termina così: “L’amore non avrà mai fine”.
In questo racconto ci è data anche notizia che a Morrovalle si svolge annualmente il Campionato nazionale dei giochi indiani. Fra i giochi di cui Maurizi con le sue foto dà conto è il tiro alla fune. A pag 138 c’è una foto di un giovane che tira la fune, la foto taglia a metà la fune, non si vede chi è dall’altra parte, però in quella foto è rimasta per intero impressa ‘la tensione’ con cui quella fune è tratta. A pagina 171, l’ultima pagina – e dispiace molto a chi legge che il libro non continui ancora – c’è la foto di una danza tradizionale, a Macerata, un 28 di luglio, quando la comunità peruviana si riunisce per festeggiare l’indipendenza del paese d’origine.