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La sinistra e gli invisibili

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Pubblicato il:13 Novembre 09

Da: Left -

Il pensiero e la rivoluzione, il lavoro e la sua centralità, l’idea alternativa di società. Lo sguardo lucido e sensibile del filosofo politico.
Colloquio con Mario Tronti di Pasquale Serra.

Pubblichiamo alcuni estratti della conversazione inedita che Mario Tronti ha avuto con Pasquale Serra, l’introduzione al libro Non si può accettare.

In uno dei testi più densi di questa raccolta - “Politica e cultura” - c’è un brano che sintetizza molto bene tutto il tuo pensiero: «Pensare per estremi. Altra cosa, altro piano è l’agire. L’errore è agire conseguentemente per estremi». Cosa significa?
Il pensiero, nel suo contenuto e nella sua forma, non può venire da fuori. O viene da dentro, o non c’è. È vero che spesso sono irresistibili gli influssi esterni, che fanno moda e quindi affascinano. Qui da noi, ad esempio, hanno combinato, in ambienti diversi, disastri culturali sia un certo heideggerismo sia un certo foucaultismo, come merce di importazione e quindi di cattiva imitazione. (…)
Oggi una cosa è certa: puoi pensare la rivoluzione, ma non puoi farla. Questo non poter fare sovvertimento delle cose porta molti, porta quasi tutti, a dismettere un pensare alternativo e ad accogliere culture compatibili con la prassi vincente in atto. Nei casi migliori si attenua la carica antagonistica delle idee per ottenere un miglioramento delle condizioni presenti. Nei casi peggiori, si scavalca il campo e si passa dall’altra parte, assumendo il punto di vista dominante, visto che le cose stesse lo confermano. Il primo atteggiamento è l’errore del riformismo contemporaneo. Il secondo è un vero e proprio cedimento alle ragioni dell’avversario. Ai primi bisogna riservare la critica, ai secondi il disprezzo. (…)
Il pensare estremo l’ho imparato da Marx. Ma non solo. Anche da tutte quelle forme di pensiero incomponibili con lo stato presente, inassorbibili dall’opinione corrente, irriducibili al senso comune di massa, alternative al buon senso intellettuale. Queste forme sono venute da chi prefigurava un altro mondo per il futuro, ma anche da chi rammemorava un altro mondo, dal passato. Di qui, la mia passione, assolutamente non compresa, di coltivare insieme il pensiero grande rivoluzionario e il pensiero grande conservatore. Ferruccio Masini usava l’espressione «pensare per estremi», perché conosceva bene Nietzsche e frequentava il nichilismo del Novecento. A volte - non sempre, e bisogna essere attenti e valutare caso per caso - contro ciò che c’è e contro chi comanda qui e ora, vale più ciò che c’è stato rispetto a ciò che sta per essere. L’agire accorto l’ho imparato da Machiavelli, l’ho inseguito nei teorici della ragion di Stato, poi alla scuola dei Gesuiti, specialmente spagnoli, quindi nella forma politica del cattolicesimo romano, l’ho ritrovato in Max Weber e in Carl Schmitt, l’ho studiato e ristudiato e dunque approfondito in Lenin, non nei suoi libri di scarso spessore teorico, ma nelle sue geniali e magistrali mosse tattiche. Per nessuna ragione «ideale» rinuncerei a questo sapere incorporato. Tra il tuo pensiero e il tuo mondo, in mezzo, c’è il tuo tempo. Con questa contingenza devi fare i conti. Spesso è un terreno nemico. Devi attraversarlo, senza farti né eliminare né imprigionare. Se ne esci libero e vivo, è un miracolo. Il miracolo dell’esistenza sovrana.

Al tema del lavoro è dedicata una parte significativa di questo libro, nella quale tuttavia la difesa del lavoro viene svolta in un quadro sostanzialmente nuovo, molto problematico, con elementi di forte discontinuità rispetto al passato.
Il lavoro, dunque. Manca ancora una considerazione di fondo, una elaborazione sistematica. In realtà, il discorso sul lavoro in questa fase nasce più da un’esigenza pratica che da un bisogno teorico. Il discorso sul lavoro è molto una proposta per la sinistra. Si tratta di ricomporre, di ricostruire, un’idea di sinistra. E la proposta è che questo si può fare solo recuperando e riorganizzando una centralità del lavoro. Sembrerebbe una cosa ovvia. E invece è il contrario. Per la maggioranza dello schieramento che si definisce di centrosinistra, e per moltissimi di quelli che fino a ieri militavano in un partito di sola sinistra, si tratta proprio di superare questa centralità, se si vuole conquistare un consenso più largo, indispensabile per diventare forza di governo, legittimata da un voto popolare. Quindi quello sul lavoro è un discorso fondamentalmente polemico, che mira a contrastare questa posizione. è un limite, che in qualche modo impedisce l’approfondimento del tema. L’espressione che io uso spesso è quella di una sinistra dopo il movimento operaio, che si fa erede di quella storia e la porta avanti nelle condizioni del capitalismo attuale. Il movimento operaio era quel complesso di forme organizzate e di coscienze collettive fondato su una centralità operaia, su una centralità politica del lavoro industriale. è chiaro che questa condizione sociale non si dà più. L’eredità che la sinistra deve raccogliere da quella lunga storia è una centralità del lavoro, oltre i confini della fabbrica moderna, declinando l’attività lavorativa a tutti livelli, materiali e intellettuali, in cui essa si svolge nella struttura presente della produzione di profitto. Anche quella del lavoro odierno deve essere una centralità politica. (…) “Popolo del lavoro”, ma sarebbe meglio dire dei lavoratori, è un’espressione non perfetta, approssimativa, però comprensibile. Quell’espressione per me traduce, aggiornandola e diciamo pure adattandola, quell’altra a noi, a me senz’altro, cara di “popolo comunista”. Un protagonista della storia recente, che consapevolmente è stato messo a morte. I gramsciani-togliattiani ortodossi non hanno mai assunto questa definizione. Perché, per loro, popolo è popolo-nazione. Io non ho mai ragionato in termini di Italia. è il sociale, non il nazionale, che definisce, per me, il popolare.

Chi sono gli invisibili? E che hanno a che fare con la sinistra, con la sua crisi, con il suo futuro? Forse che non può esistere sinistra senza gli invisibili? Senza l’Invisibile? Non è forse intorno a questo problema che stiamo tutti girando a vuoto?
Quando dicevamo socialismo o comunismo, si capiva chi eravamo e che cosa volevamo. Quando dici che sei di sinistra, c’è una domanda che segue: e allora? (…) Si cita spesso il catechismo di Bobbio, la sinistra si distingue dalla destra, perché declina il tema della libertà insieme a quello dell’uguaglianza e della giustizia. è il socialismo liberale, da partito d’azione, che, specialmente in Italia, ha occupato quasi per intero il territorio della sinistra. Ma anche le varie terze vie, alla Blair, e prima alla Dahrendorf, sono questa roba qui. E il Partito democratico se ne allontana quel tanto che basta per accontentare la componente cattolica, che segue una terza via diversa, quella delle encicliche sociali della Chiesa. Io credo che la sinistra è una seconda via, rispetto alla prima via che nella modernità ha preso l’interesse borghese-capitalistico. Un percorso diverso per lo sviluppo del progetto moderno, un’idea alternativa della modernità, che voleva dire un’altra idea dell’uomo e della donna, del mondo e della vita. (…).
Infine, gli invisibili. Ne parlo, perché ne ho conosciuti. Ho avuto la fortuna di incontrarne alcuni. Non li nomino, perché allora che invisibili sarebbero! Ma li porto dentro, in giro con me e, appunto, in fuga. Sono delle personalità in lotta con il mondo e che il mondo ripaga, non conoscendoli, o non riconoscendoli. Le dittature, rozzamente, li colpivano. Le democrazie, sottilmente, li ignorano. (…) E tuttavia queste persone sono esistenti e, siccome non demordono, non concedono, sono anche resistenti. (…) Non tutte, ma in gran parte, si tratta di personalità religiose. Il che mi conferma una cosa che so da tempo, ma che faccio fatica a comunicare anche agli amici più stretti. L’homo religiosus ha una potenzialità di alternativa, e di antagonismo, rispetto alla struttura fondante di questo mondo, che l’homo democraticus non ha e non può avere, perché è stato costruito affinché non l’avesse. Perché se tu, piccolo invisibile, ti metti in rapporto con un Invisibile più grande, ti rendi indisponibile, inassimilabile, incatturabile per una coscienza dominante di mondo che ti dice: è tutto qui, non c’è altro, quello che conta è quello che vedi, devi sistemarti, o devi partecipare, che è la stessa cosa. Ogni volta che accenni a un oltre, ti liberi e non c’è altro modo per liberarti. Se accetti il tutto qui, sei tutto dentro. (...) L’uscita “liberatoria” - a detta di tutti - dal Novecento ci ha in realtà definitivamente imprigionato in questa ultima nostra specifica, weberiana, gabbia d’acciaio, la profana, laica, tutta terrena, alleanza tra capitalismo e democrazia, che purtroppo anche le menti più aperte si ostinano a non voler vedere.

Il libro
I temi cruciali dell’oggi
Mario Tronti, filosofo politico, docente all’università di Siena, presidente del Centro per la riforma dello Stato, è uno dei padri storici dell’operaismo e al tempo stesso una voce critica della sinistra italiana. Il libro Non si può accettare (Ediesse), in uscita nei prossimi giorni, è una raccolta degli ultimi scritti, eccetto uno, “Sulla categoria politica della diversità”, a proposito della categoria berlingueriana, che risale al 1985. I temi affrontati da Tronti, con grandissima sensibilità e cultura, sono quelli cruciali della sinistra degli ultimi decenni: la politica e la cultura, la società e il lavoro, le riflessioni sul passato, lo spazio concesso all’utopia nella politica attuale.