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Vertice di Copenaghen. De Marzo: “Un fallimento per l’umanità. Costruiamo una nuova democrazia della terra fondata sul buen vivir"

Versione stampabile

Di: Giulia Pandolfi

Pubblicato il:22 Dicembre 09

Da: Linkontro -

Intervista a Giuseppe De Marzo

E’ da poco uscito il suo ultimo libro “Buen vivir. Per una nuova democrazia della Terra” (Ediesse edizioni, pp. 165, euro 10). A Giuseppe De Marzo, economista, attivista e portavoce dell’Associazione A Sud, abbiamo chiesto un giudizio sull’esito del vertice di Copenaghen. “Purtroppo drammaticamente negativo - è il suo primo commento - perché davanti alle sfide poste la risposta dell’attuale governance globale è stata completamente insufficiente, o addirittura controproducente per certi versi”. In questa intervista ci spiega perché.

Come hai seguito e che giudizio dai del vertice di Copenaghen?
L’ho seguito con speranza e trepidazione, come tutti credo. Forse era l’appuntamento più rilevante degli ultimi anni per le sorti del genere umano. La sfida di Copenaghen non era di poco conto: come garantire le condizioni per la riproduzione della vita, salvaguardando i diritti di tutti i viventi? Per farlo bisognava produrre una profonda riflessione su quali siano le cause che generano la crisi ambientale. Analizzare i nessi della crisi ecologica con quella economica, alimentare, finanziaria, migratoria, energetica, democratica. Dal nostro punto di vista, condiviso ormai da tutti i movimenti e dalla società civile globale, è l’attuale modello di sviluppo capitalista la causa scatenante della crisi ambientale. Sino a quando continueremo con un modello di sviluppo che teorizza la possibilità di una crescita economica infinita che non tiene assolutamente conto dei limiti fisici del pianeta e della sua biosfera, basato su modelli di produzione e consumo che utilizzano la “sostituzione” e la “compensazione” per affrontare le questioni legate ai “servizi ambientali”, non saremo mai capaci di dare delle risposte utili ed efficaci alle grandi domande che l’umanità ha posto a Copenaghen. Dunque il mio giudizio, purtroppo, è drammaticamente negativo perché a Copenaghen davanti alle sfide poste, la risposta dell’attuale governance globale è stata completamente insufficiente, o addirittura controproducente per certi versi. In questo senso mi riferisco alle relazioni con i paesi del sud del mondo, irrimediabilmente compromesse dalla pochezza delle scelte fatte davanti ai drammi ambientali e sociali denunciati da molti paesi danneggiati proprio dai cambiamenti climatici e che chiedevano molto di più.

Come giudichi il documento stilato al termine del summit?
Non è altro che una dichiarazione di intenti che rimanda ancora, senza prendere impegni precisi. L’accordo non rappresenta una piccola mediazione al ribasso bensì qualcosa di peggio. Questa volta erano tutti a conoscenza delle condizioni drammatiche in cui si trova il nostro pianeta e degli esiti catastrofici per miliardi di esseri umani, qualora non si inverta la rotta. Le pressioni dell’opinione pubblica non sono mai state così forti e mai si è raggiunto un terreno di consenso comune così ampio su questioni rilevanti per la nostra sopravvivenza. Invece, ancora una volta abbiamo assistito inermi alla vittoria del profitto e degli interessi delle grandi transnazionali sulla vita e sul buon senso. Qualcosa dunque è successo a Copenaghen, ma non nella direzione che ci auguravamo. Forse tra qualche anno questo vertice sarà ricordato per aver segnato la fine della democrazia per come la conosciamo, visto che davanti ad una emergenza così gigantesca questo tipo di democrazia ha tagliato fuori gli interessi dei molti, a vantaggio di pochi, mettendo addirittura a rischio le condizioni di riproduzione della vita sul pianeta. È anche vero che da Copenaghen possiamo uscirne con una consapevolezza in più: non saranno l’occidente, ne le forme classiche della politica, a salvare la Terra. La speranza di cambiamento sta nei movimenti, nella società civile, nelle comunità impegnate a difendere i beni comuni ed in tutto quel campo che costituisce quell’ecologismo dei poveri che può rappresentare un elemento di liberazione capace di saldare i nessi e le pratiche tra i soggetti impegnati sulla giustizia ambientale e quella sociale. In questo campo ascriverei anche le esperienze di governo di diversi paesi latinoamericani come la Bolivia, l’Ecuador ed il Venezuela, che hanno reso le loro democrazia più partecipate ed hanno aumentato il catalogo dei diritti individuali, collettivi e comunitari. Un approccio plurale sul piano culturale, giuridico, economico, rende possibile l’individuazione di soluzioni per i nostri problemi complessi ed interdipendenti, ed è quanto questi governi stanno garantendo nel dibattito internazionale.

Per Xie Zhenhua, il capodelegazione cinese, "tutto il mondo dovrebbe essere felice per i risultati del vertice". Per il premier indiano Manmohan Singh "ogni accordo sul clima deve considerare i bisogni di crescita delle nazioni in via di sviluppo". E' stato davvero il vertice del trionfo di Cina e India?
Beh, sicuramente bisogna essere un po' autolesionisti per essere felici dei risultati del vertice, a meno che non ci si riferisca alla ristretta cerchia di persone che continueranno a trarre vantaggio dalla distruzione ambientale, dalle guerre e dalle carestie che potrebbero seguire. Questo vertice è un fallimento per l’umanità e per tutti quelli che rischiano di venire al mondo in una situazione di drammatica scarsità di beni e servizi ambientali non rinnovabili. L’India e la Cina sicuramente sul piano geopolitica rappresentano, ma già prima di Copenaghen, due nuovi poli del potere economico, senza i quali il “capitale” non può decidere nulla. La maggior parte del plusvalore mondiale fatto sulla forza lavoro, si produce proprio grazie ai giganteschi "eserciti di riserva di manodopera" di paesi come Cina e India, di cui il capitale ha bisogno per riprodurre se stesso nella sua funzione di accumulazione originaria. Se dunque intendiamo che la Cina e l’India escono da questo vertice come vincitori perché hanno dimostrato che il capitalismo non può fare a meno di arruolare integralmente questi due paesi, allora possiamo dire che hanno raggiunto l’obiettivo di assurgere al ruolo di grandi potenze economiche. Se guardiamo da altri punti di vista, sia l’India quanto la Cina hanno tradito le aspettative dei loro popoli e di quelle centinaia di milioni di lavoratori, contadini, indigeni, pescatori, pastori che più di altri pagheranno il peso di una decisione sbagliata che non si tradurrà in "più sviluppo" per loro. Crescerà il PIL di questi paesi, ma non crescerà di certo lo sviluppo umano della popolazione. Ormai il PIL cresce costantemente in questi due paesi, ma la gente sta sempre peggio e diventa sempre più povera.

Il Ministro dell'Ambiente italiano Stefania Prestigiacomo ha criticato la scelta dell'Europa di presentarsi al summit con il pacchetto 20/20/20 definendolo un impegno "unilaterale" che "puo' appagare la nostra coscienza (noi contribuiamo al 25% del livello di emissioni globale), ma non risolve il problema''. Come giudichi queste dichiarazioni?
Quanto meno azzardate. Il governo Berlusconi non aveva una proposta a Copenaghen; o meglio, la proposta era nessuna proposta. Da un altro punto di vista trovo invece scandaloso che un ministro dell’ambiente paragoni l’appagamento delle coscienze con la necessità di intervenire per cambiare una situazione di estremo pericolo nella quale proprio il modello economico e sociale partorito in Europa è il principale responsabile. La Prestigiacomo rimuove le responsabilità storiche e politiche dell’Europa e frustrando quella parte della UE che vorrebbe fare di più, continua quel processo di svilimento e divisione politica dell’Europa iniziato dalla guerra in Bosnia, accelerato dall’idea della vecchia Europa di Rumsfield e Bush e continuato da governi antieuropei ed antidemocratici come, purtroppo, quello italiano. Qualcuno forse dovrebbe riferire alla Prestigiacomo che non può esistere economia senza ecologia, mentre quest’ultima esista anche senza economia.

In questi giorni sei in giro per l'Italia a promuovere il tuo ultimo libro in cui parli della necessità di lavorare alla costruzione di un nuovo paradigma di civiltà, fondato sul "buen vivir". Cosa intendi con questo termine?
Buen Vivir indica molto semplicemente un’altra idea della vita, delle relazioni sociali, del rapporto con la natura e con le altre forze vive di questo pianeta. Una prospettiva che si declina a partire da un “etica della Terra” e che punta a ricucire lo strappo tra diritti e responsabilità che il modello capitalista ha prodotto con le sue continue lacerazioni interne ed esterne alla vita. Buen Vivir per i popoli nativi, in particolare per i popoli Andini, vuol dire la necessità intrinseca in ogni essere umano di ricerca della felicità, intesa non solo in senso individuale ma collettivo e comunitario. Un'armonia che sta nella necessità di immaginare innanzitutto lo sviluppo dell’essere umano dentro un quadro armonico con la natura. Una necessità profonda che non si sostanzia solo su un piano materiale. La pietra angolare su cui poi costruire sul piano pratico una società che tenda al buen vivir, sta proprio nei diritti della natura. Non a caso i Diritti della Natura sono entrati prepotentemente nelle nuove costituzioni di Ecuador e Bolivia che per la prima volta nella storia indicano come obiettivo dello sviluppo debba essere i buen vivir per ogni essere umano. Finalmente si analizza con un paradigma completamente altro rispetto a quello capitalista la relazione con la vita, con la società, immaginando un concetto di sviluppo, crescita e progresso non unidirezionale ed unidemensionale, così come abbiamo ereditato dalla concezione illuminista. Abbiamo bisogno di costruire una nuova democrazia della Terra, capace di salvarci tutti, nessuno escluso e di contenerci tutti. Per farlo, il buen vivir rappresenta una saggezza, più che un’evocazione, irrinunciabile.