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I custodi della terra. Un libro sul "buen vivir"

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Pubblicato il:22 Dicembre 10

Da: Carta -

Pubblichiamo alcuni stralci di un capitolo del libro “Buen vivir”, di Giuseppe De Marzo (Ediesse), dedicato a come indigeni e comunità del sud del mondo contribuiscono a costruire una nuova democrazia della terra. De Marzo è il fondatore dell’associazione “A Sud”, che ha molte attività in America Latina, ed è un amico di Carta.

La proposta di un nuovo paradigma di civiltà da parte dei movimenti si costruisce a partire dall’idea centrale del buen vivir, che prende spunto e ispirazione dal modello millenario di vita delle comunità originarie delle Ande. Queste ultime, come ricordato in precedenza, scandiscono il loro modello sociale ed economico attraverso la promozione di una vita in armonia con la natura, di cui l’essere umano e la sua comunità sono parte.
Per le comunità native il sumak kawsay, o suma qamaña a seconda della lingua dei diversi popoli, suppone un’idea della vita e dello sviluppo basata sulla consapevolezza di utilizzare della natura solo quanto necessario, per evitare di danneggiarne e pregiudicarne la riproduzione, compromettendo così anche i diritti delle future generazioni. Un’impostazione che proviene dalla cosmovisione indigena che consente di sviluppare relazioni sociali sostenibili ed allo stesso tempo conservare una spiritualità in grado di mantenere vivo il rapporto tra esseri umani, natura e cosmo. Un elemento costituente della vita e del pensiero dei popoli originari. Questo è quello che sostenta il concetto di «madre Terra» o di «Pachamama» utilizzato dalle comunità indigene per descrivere la loro relazione con la natura, intesa in senso ampio ed integrale. Una relazione che vede la Terra come «colei» – il femminile – che dà la vita e la garantisce, per questo considerata «madre» di tutti i viventi, esseri umani inclusi. Un pensiero che avvicina uomini e donne a tutti gli altri viventi, ne individua i nessi biologici e spirituali, attribuisce responsabilità collettive ampie e destituisce l’uomo oeconomicus dal ruolo di utilizzatore e dominatore unico dei cicli della vita sul pianeta, restituendogli il prestigioso incarico di «amministratore» della casa comune. Questo passaggio, da uomo oeconomicus ad amministratore, è fondamentale per comprendere la critica delle nuove soggettività al regime dello sviluppo e ai danni provocati da un’idea patologica della modernità e del progresso, in maniera drammaticamente crescente nel corso degli ultimi tre decenni. Un modello che tra le sue mille incongruenze e paradossi non è riuscito lontanamente, nonostante continue crisi di sovrapproduzione, a soddisfare le necessità di tutti gli esseri umani. Anzi, come abbiamo visto in precedenza, il modello economico centrato sulla crescita si riproduce a partire da un’accumulazione originaria strutturata per non potere né dovere soddisfare le necessità di tutti gli esseri umani.
Il filosofo e scrittore indiano Tagore2 sosteneva che la libertà che significa unicamente indipendenza è priva di qualsiasi significato, e che la perfetta libertà consiste nell’armonia che noi realizziamo non per mezzo di quanto conosciamo, ma di ciò che siamo. Recuperare e sviluppare ciò che siamo, nella sua multidimensionale ragnatela di relazioni, è il compito che spetta all’amministratore della casa comune. Il buen vivir riflette questo concetto e sviluppa questa consapevolezza.
Questa prospettiva non è solo una suggestione, ma in diverse comunità, regioni e – negli ultimi tempi – interi Stati, è già diventata uno strumento concreto per orientare una proposta che ricostruisce in basso il potere e crea nuove relazioni di forza per contribuire a ristabilire la connessione tra comunità umane e cicli biologici. Le nuove Costituzione di Ecuador e Bolivia individuano come forma ed obiettivo dello sviluppo proprio il buen vivir. Frutto delle conquiste e delle lotte politiche dei movimenti indigeni, che hanno fondato e portato avanti le loro battaglie a partire dal bene comune, l’idea dello sviluppo che ne deriva individua una matrice di valori centrati sulla giustizia ambientale e sociale, il rispetto e la valorizzazione di ogni diversità, la conservazione del patrimonio naturale e la responsabilizzazione verso le generazioni future. Una prospettiva universale che è stata accolta e fatta propria dalla pluralità sociale e culturale di questi paesi. Il nuovo contratto sociale viene infatti coniugato – a partire dallo sviluppo del buen vivir – sulla plurinazionalità, l’interculturalità, l’economia sociale e solidale e i diritti della natura. Nelle due Costituzioni di Ecuador e Bolivia vengono riconosciute, garantite e sostenute tutte quelle forme di economia sganciate dal-l’utilizzo non sostenibile delle risorse naturali e dei beni comuni. Sia nella parte legata alla struttura ed all’organizzazione economica dello Stato, che nel sistema di governo, di partecipazione e nei diritti fondamentali, i nuovi patti sociali dei due paesi andini operano un’inversione di tendenza inedita nel panorama internazionale, affermando il primato della sostenibilità sociale ed ambientale sul profitto generato nella logica della crescita economica capitalista.