Un dizionario ragionato sul genere, le differenze, la riproduzione, il relativismo, il velo, il sex work e tanto altro ancora.
LIBRO
Prezzo: 18.00€
Il punto sullo stato della giurisprudenza, sul diritto sostanziale e sugli aspetti processuali in tema di patologie da amianto.
LIBRO
Prezzo: 13.00€

Il mercato dei valani a Benevento. Presentazione a Roma

Martedì, 29 Mag 2012 - 17:30
Roma, Casa della Memoria e della Storia, via San Francesco di Sales 5
altri appuntamenti
Una biografia intellettuale e scientifica non agiografia né ideologica di un icona della pedagogia.
LIBRO
Una descrizione del dispositivo logico sotteso alle ideologie razziste tra Ottocento e Novecento, fino ai giorni nostri.
LIBRO
altre pubblicazioni
riviste

Scopri le riviste pubblicate da Ediesse, puoi visitare i loro siti, acquistare un numero oppure abbonarti

rivista giuridica del lavoronotiziario della rivista giuridica del lavoro
rivista delle politiche socialiquaderni di rassegna sindacale
le rivsite di Ediesse
Ediesse
Hecl-1 Giugno 10Hecl-1 Giugno 10

G. Rinaldi, I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie

Versione stampabile

Di: Davide Montino

Pubblicato il:1 Giugno 10

Da: Hecl -

Tra la fine della Seconda guerra mondiale e il 1952 circa 70.000 bambini partirono dal sud per raggiungere diverse città del nord Italia. La crisi economica, sociale e morale che la guerra aveva lasciato, soprattutto in certe zone particolarmente colpite dai bombardamenti, si ripercuoteva specialmente sui più piccoli, ed è per questo che i Gruppi di difesa della donna, nati nella Resistenza e poi l’Unione donne italiane, fin dall’inverno 1945, iniziarono ad organizzare l’accoglienza di quei fanciulli, in primo luogo in alcuni paesi e città dell’Emilia. Fu un grande movimento di solidarietà, che si appoggiò non tanto ai partiti della sinistra, quanto al popolo che in quei partiti si riconosceva. Spesso, infatti, gli amministratori, i segretari e gli organizzatori del P.C.I e del P.S.I furono o indifferenti oppure vi si opposero, non cogliendone l’utilità o addirittura pensando di ricavarne un danno. Invece, uomini e donne comuni – contadini, operai, commercianti e bottegai – risposero in modo solerte all’iniziativa, dando prova di una solidarietà che sorprende anche di più se si considera il contesto in cui maturava.
Giovanni Rinaldi, antropologo, drammaturgo e direttore dell’Associazione “Casa Di Vittorio”, racconta questa storia a partire dal 23 marzo del 1950, quando il prolungarsi dello sciopero generale indetto il giorno prima si trasformò, a San Severo, in scontri violenti in cui i manifestanti, braccianti pugliesi stremati dalla guerra e dallo sfruttamento padronale, ebbero la peggio. Tutti i protagonisti di quella protesta finirono in carcere, spesso padri e madri nello stesso tempo, cosicché molti bambini restarono soli. Si attivò quindi il sistema già collaudato del biennio 1945-1947, e questi bambini trovarono accoglienza nelle Marche. Ed è proprio a loro che l’A. chiede di ricordare quell’esperienza. Da qui inizia un viaggio che lo porterà in Emilia-Romagna, a raccogliere altre storie, in collaborazione con il regista Alessandro Piva. I luoghi interessati sono Ancona, Follonica, Ravenna, Lugo di Romagna. In queste città, attraverso la mediazione di diverse persone, che via a via si sono incuriosite alla vicenda, si sono svolti gli incontri.
Il volume non è propriamente un saggio storico, anche se raccoglie e pubblica le testimonianze in maniera rigorosa e costruisce i contesti storici, culturali e sociali di riferimento con appropriata accuratezza. E’ qualcosa al contempo di meno e di più. Di meno: perché non ha la pretesa di ricostruire il fenomeno nel suo insieme, ma si limita a dare alcune suggestioni, alcuni squarci di memoria soggettiva di chi da quel processo fu interessato. Di più: perché sono pagine in cui quasi ad ogni riga vengono fuori sentimenti, emozioni, sofferenze e gioie. Il racconto, seppure a volte è timido, poi diviene quasi piacere, e le narrazioni, inevitabilmente, arrivano ad interessare aspetti ben più ampi che non la singola vicenda. Emerge un’Italia al femminile, politicamente impegnata ma soprattutto socialmente attiva, fatta dalle donne dell’U.D.I e da quelle che diedero il loro apporto, fatta di Camere del lavoro e Società operaie che credono nella solidarietà non solo di classe ma più genericamente popolare, fatta di divisioni e contraddizioni. Non solo alcuni funzionari di un P.C.I. pubblicamente schierato con queste iniziative non accettarono il protagonismo delle loro compagne, ma grande avversità arrivò dalla Chiesa e dalla Democrazia cristiana. Ai bambini e alle loro famiglie veniva detto che sarebbero stati mangiati dai comunisti, e molti partirono con l’angoscia che fosse vero. Era un’Italia popolare ed ingenua, dove i toni strapaesani della contesa politica erano quanto di più lontano si possa immaginare dalla realtà dei passeggeri dei “treni della felicità”. Quei bambini spesso non avevano mai mangiato un gelato, e altrettanto spesso nemmeno avevano pasti regolari tutti i giorni. Arrivavano sporchi e mal vestiti, impauriti e spaesati. Venivano poi accolti e accuditi da famiglie che in molti casi avevano poco di più, ma che in un contesto agricolo potevano permettersi di accudire ancora una persona. In alcuni casi, i bimbi arrivati dal sud si fermarono più del tempo stabilito, e in altri ancora furono adottati dalle nuove famiglie.
Il libro, nel riportare le testimonianze, non indulge però a retorica. Dai ricordi emergono anche le contraddizioni di bambini che una volta arrivati non vogliono più tornare indietro. Il benessere trovato, il cibo, l’amore fanno loro dimenticare rapidamente i genitori e la famiglia d’origine, e non poteva essere diversamente. Negli anni della Ricostruzione, in ambiti sociali marginali e poveri, c’era ancora poco spazio per i sentimenti. Ma se guardiamo in positivo a quell’esperienza solidaristica di massa, vediamo un’idea più ampia di famiglia, la costruzione di reti solidali e affettive che scavalcano i localismi (dialetti compresi, che molte volte erano il primo ostacolo da superare), vediamo dispiegarsi una volontà di costruire qualcosa che sappia guardare alla tragicità della guerra e dei tanti lutti che ha portato. Se è vero che un’espressione come quella che asserisce che una volta si era “poveri ma felici” è banale e finanche falsa, è altrettanto vero che quella società conosceva ancora forme di solidarietà costruttiva che con l’epoca del consumo di massa, dell’“omologazione individualistica” e del benessere diffuso si sono perse.
Il libro, di quell’Italia della Ricostruzione, con la voce di storie minime, flebili e quanto si vuole minori, ci racconta un momento profondo e suggestivo che spinge a riflettere su tutto quel tormentato periodo per ripensarlo sotto altre categorie. Insieme alla fatica della ripresa economica, ai cantieri che rimettevano in piedi città e paesi, c’èra anche un movimento orizzontale che metteva insieme persone prima ancora che idee, fatti prima ancora che progetti, su cui era possibile immaginare un altro futuro, con la forza della ragione e della passione. Un futuro di cui si sono perse le tracce ma non la memoria. Tutto ciò testimonia la complessità di identità, impegni, sogni, esperimenti, fedi e scelte in cui prese concretamente forma l’Italia postbellica e che andarono col tempo normalizzandosi, e su cui bisogna cominciare a riflettere.