
Negli anni che seguirono la fine della seconda guerra mondiale, il nostro Paese venne attraversato da treni carichi di bambini che, dalle città segnate dai bombardamenti alleati e dalle campagne meridionali attanagliate dalla miseria e dalla repressione agraria, giungevano nei centri urbani delle regioni “rosse”. Lì, i bambini venivano “adottati” (a volte per qualche mese, altre volte per anni) da famiglie di contadini, artigiani ed operai attivate dal Partito Comunista Italiano e dalle associazioni popolari di massa (l’Anpi e, soprattutto, l’Unione donne italiane) per portare soccorso a comunità locali e strati sociali duramente colpiti dalle vicende storiche. E per rendere le classi popolari protagoniste della ricostruzione del Paese, non solo attraverso la presa di parola nell’arena politica ma anche cercando di connettere le diverse realtà regionali nel quadro di una vasta operazione che affondava le sue radici nella tradizione mutualistica del movimento operaio italiano. I “treni della felicità” coinvolsero circa 70.000 bambini e bambine, che lasciarono i loro paesi spaventati dalle voci fatte circolare dai sacerdoti, secondo cui venivano inviati in Unione sovietica a patire la fame, e scoprirono un “mondo nuovo”: stili di vita e regimi alimentari diversi, dialetti differenti e un approccio diverso alla terra ed ai modi di lavorarla. In questa storia si imbatte quasi per caso Giovanni Rinaldi (ricercatore e direttore dell’associazione “Casa Di Vittorio”), mentre, con il regista Alessandro Piva, stava lavorando ad un progetto di ricomposizione delle memorie relative alla condizione bracciantile e alle lotte sindacali che hanno scosso la Puglia nel secondo dopoguerra. Essi la ripercorrono con cura e rigore, in un caleidoscopio di racconti che si snoda da un capo all’altro del Paese e che impasta gli accenti e le cadenze dei protagonisti di un’epopea che scorre parallela a quella delle grandi battaglie popolari dell’epoca, ma che si rivela nondimeno densa di riflessioni squisitamente politiche.
In primo luogo, emerge dalle testimonianze relative alla costruzione di tale vasta rete un protagonismo femminile che, fuori e contro le retoriche patriarcali e paternaliste, racconta un modo diverso di intendere e praticare la militanza: una dimensione del fare politica che mette al primo piano l’agire concreto e la tessitura di relazioni sociali ed umane fondate sull’accoglienza e la capacità di rispondere ai bisogni concreti ed alla materialità della vita delle persone. Non è un caso che la ideatrice di tale struttura sia Teresa Noce, che innerva il suo ruolo di “rivoluzionaria professionale” con una capacità organizzativa ed una carica di umanità non comuni.
Inoltre, i membri delle famiglie ospitanti, interrogati sulle ragioni della scelta di impegnarsi nell’accoglienza dei bambini, articolano risposte che intrecciano, in modi e misure variabili, spiegazioni di natura politica ad altre che rimandano ad una civiltà contadina ed operaia in cui la miseria (ed il ricordo di essa) alimentavano un’etica solidaristica e di mutuo aiuto che veniva praticata nella quotidianità e che costituiva il terreno fertile su cui si innestavano le esperienze collettive di lotta e di emancipazione.
Un elemento questo che ci racconta del nostro presente. Le terre che diedero ospitalità ai piccoli viaggiatori dei “treni della speranza” sono le stesse dove diversi decenni prima risuonava una canzone socialista che recitava “uniti siamo tutto, divisi siam canaglia”. Vi è in quel verso la consapevolezza che la trasformazione dell’esistente aveva come condizione necessaria l’identificazione dei membri dei ceti popolari con una comunità sociale e politica capace di produrre cultura, esprimere rivendicazioni e pensarsi come soggetto della storia.
Una frase che sembra risuonare come un’amara profezia se si rivolge lo sguardo alle “comunità immaginarie” che frammentano, lacerano ed imbarbariscono i mondi sociali subalterni. Ma che contiene anche un’esortazione, o quantomeno un suggerimento, una traccia di lavoro per quanti rifiutano di consegnare agli archivi della storia i valori di solidarietà, giustizia sociale ed uguaglianza.