
Pubblico o privato? La scelta sulla gestione dei servizi, dalla sanità ai trasporti, dall´energia ai rifiuti, è ancora attanagliata nella morsa tra chi sostiene l´intoccabile gestione statale dei beni pubblici e chi si inchina senza dubbi al mito del «privato è bello». A dare nuovo fiato alla polemica tra le due fazioni arrivano, finalmente, dei dati. Sono quelli contenuti nella ricerca voluta da Arci, Rete Nuovo Municipio, Attac Italia e dal dipartimento Funzione Pubblica della Cgil, presentata mercoledì a Roma. E a quindici anni dall´inizio delle privatizzazioni in Italia, in attesa del nuovo piano di liberalizzazioni che il governo Prodi ha in cantiere, l´indagine sulla trasformazione dei servizi pubblici ha una sola obiezione: «Pubblico è meglio».
Per i nullafacenti dell´impiego statale come li chiama la recente denuncia di Pietro Ichino, viene individuato un tallone d'Achille: la verifica di qualità affidata agli utenti, un'ipotesi che circola anche nei corridoi di Palazzo Chigi e che, a quanto pare, non dispiace neppure a sindacati e associazioni.
Perché i dati che emergono dalla ricerca – abbassamento della qualità del servizio, peggioramento delle condizioni di lavoro, diminuzione del coinvolgimento dei cittadini nelle scelte delle aziende – vedono una consonanza di opinioni tra lavoratori e cittadini, tra chi produce e chi consuma, per intenderci. Non si tratterebbe quindi della difesa di interessi particolari, ma di una reale discesa verso il basso dei servizi offerti. Secondo i giudizi raccolti tra i lavoratori degli Enti locali e le associazioni di cittadini attive sul territorio, la legge della concorrenza e del conseguente abbassamento dei prezzi, nella gestione dei beni comuni non ha funzionato: il 53% delle associazioni, tra cui ricordiamo Acli, Adiconsum, Codacons, Federconsumatori, ritiene che le "esternalizzazioni" - cioè la cessione a aziende esterne di parte del lavoro - abbiano influito in maniera negativa sulla qualità dei servizi offerti, in particolare in campo sanitario. Mentre il 60% dei lavoratori del servizio pubblico afferma che l´appalto dei servizi pubblici ai privati non solo ha peggiorato la qualità delle prestazioni, ma ha anche avuto ripercussioni negative sui loro diritti e sulla loro condizione lavorativa.
Ed è proprio qui che si incaglia il ragionamento sulle possibili soluzioni. Se da un lato è evidente la necessità di una riforma della macchina statale, dall´altro è altrettanto chiaro che il cammino verso l´efficienza non può calpestare i diritti dei lavoratori e la qualità dei servizi. Una possibile via d´uscita, la indica Carlo Podda, segretario generale della Cgil-Funzione Pubblica: «Non si capisce – ironizza Podda – perché se la Fiat va bene è merito della genialità di Marchionne, mentre se i servizi pubblici vanno male è colpa dei dipendenti fannulloni. In vista del rinnovo dei contratti per il 2007 – propone il responsabile sindacale – sono disposto a introdurre un premio di produttività, a partire dai manager e dai dirigenti, su giudizio dei cittadini».
La partita, dunque, passa nelle mani delle persone che hanno voglia di partecipare attivamente alla cosa pubblica: «Oggi – aggiunge il presidente dell´Arci Paolo Beni – ci sono le condizioni per rimettere al centro l´interesse generale della collettività senza rituffarsi nello statalismo». Un esperimento è quello della Rete Nuovo Municipio un´associazione che riunisce singoli cittadini, movimenti ed amministratori locali "sensibili" all´idea che il coinvolgimento degli utenti sia il primo passo per il buon funzionamento dei servizi pubblici: «Serve partecipazione pubblica nei consigli di amministrazione delle aziende – spiega Marco Gelmini, vicepresidente della Rete e membro del cda dell´Atac, l´azienda di trasporto pubblico di Roma – bisogna costruire comitati di sorveglianza, urge trasparenza e informazione». Intanto, per chi volesse dare il proprio contributo, c´è già un primo appuntamento: sabato 13 gennaio parte la campagna di raccolta firme per una legge di iniziativa popolare sulla ripubblicizzazione dell´acqua, il bene comune che in Italia ormai è gestito per l´80% da aziende private.