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'Lavoro' e una recensione sulfurea di Ando Gilardi

Versione stampabile

Di: Tarcisio Tarquini

Pubblicato il:5 Luglio 09

Da: Rassegna.it -

Ando Gilardi, grande fotografo e protagonista con Gianni Toti della stagione di “Lavoro”, rotocalco della Cgil degli anni cinquanta, dopo aver letto il bel volume curato da Rossella Rega in cui vengono pubblicati in anastatica tre numeri della rivista (“Lavoro. Il rotocalco della Cgil, 1948-1962”, Ediesse 2008), ha scritto una recensione sulfurea pubblicata da “Photo” qualche giorno fa.

Gilardi se la prende un po’ con tutti. Con la curatrice che, pur senza averla mai vista ma per non smentire la sua fama di disinibito rubacuori, ammette che gli “piace parecchio” ma taccia ripetutamente di ingenuità rimproverandola di aver scambiato per rotocalco del sindacato una rivista che ha avuto tutt’altro spessore e ambizione (“un momento importante della fotografia italiana”). Con i dirigenti della Cgil dell’epoca, eccezion fatta per Di Vittorio che “Lavoro” apprezzava, “ai quali il nostro rotocalco non piaceva proprio per niente”, anzi – precisa acidamente – “ai più faceva schifo perché non c’era mai il loro ritratto”. Con tutta la stampa illustrata di sinistra che pretendeva di “parlare al lavoratore della sua vita”, rivolgendosi a un “Operaio, che non esisteva e non era un essere umano”, mentre il lavoratore vero, dopo una giornata di fatica, quei pochi minuti che dedicava alla lettura del giornale prima di andarsene stanco morto al letto li riservava alla “Gazzetta dello sport” e perciò, invoca infine Gilardi, “Dio remuneri con la Gazzetta rosa tutta la stampa sportiva che è la sola che ha fatto allora, e spero continui a fare, qualcosa di utile per i lavoratori”.

Nell’incandescente prosa di Gilardi c’è anche il ricordo efficace di Gianni Toti, “inventore della poesia elettronica”, che – a parere dell’occasionale e informato recensore – “è stato tutto, ma proprio tutto di tutto nella sua lunga divertentissima vita, tranne che direttore del settimanale della Cgil. Che quando usciva, l’amico fraterno Gianni, perché siamo stati davvero come fratelli, indossava un impermeabile simbolico e doveva portarne una copia ai dirigenti grossi e medi della Confederazione, da dove ritornava coperto di sputi, parlo sempre per simboli”.

Di “Lavoro”, Gilardi ricorda anche le riunioni di redazione, che si svolgevano alla presenza del “responsabile della Confederazione per la stampa in generale, un vecchio commovente analfabeta, o quasi”. Davanti al quale tra Toti e Gilardi si imbastiva un surreale dialogo in cui il fotografo citava articoli mai scritti dal direttore, nei quali questi avrebbe sentenziato che “per l’operaio le ferie sono l’omiletica falsa liberazione di un io che resta reificato nel prodotto”, e il direttore pensosamente annuendo aggiungeva “qualche volta un inciso”, provocando – immaginiamo che questo fosse l’esito della finta discussione - il più che prevedibile corto circuito cerebrale nello scrupoloso, ancorché culturalmente sprovveduto, controllore.

È una recensione divertente, questa di Ando Gilardi e credo sia giusto ringraziarlo, dalla postazione di questo blog che è ospitato su un sito che può considerarsi l’ultima evoluzione di quella specie di cui “Lavoro” è stato illustre, e mai sufficientemente rimpianto, progenitore. È una recensione, però, non solo divertente ma anche utile (dove sta scritto, comunque, che le due categorie debbano escludersi?).

Gilardi ci fa entrare infatti nel laboratorio del giornale. Ci ricorda, per esempio, di come i tre redattori di “Lavoro” e il direttore fossero giornalisti e fotografi insieme, abituati a scrivere e fotografare e offrissero così in anteprima un modello di reportage che, nato dalla ristrettezza di mezzi, proponeva già il giornalismo multimediale di oggi.

Ci spiega che la scelta dei fotoservizi era operata da Gianni Toti “al quale piacevano proprio le fotografie che chiunque avrebbe giudicato completamente sbagliate”.

Gilardi racconta ancora che per soddisfare l’ansia sperimentatrice del direttore gli insegnò “a mettere dietro l’obiettivo che si svitava una pallina di carta biascicata che causava fotogrammi stranissimi che a lui piacevano tanto, e pure a me”. Il pasticcio di carta fu sostituito poi “con un campanellino minuscolo che Toti agitava prima dello scatto con l’apparecchio e – dilin, dilon – ...per attirare l’attenzione del soggetto e fargli assumere una migliore espressione”.

Gilardi ha certo ragione nell’additare lo scarso entusiasmo di gran parte dei dirigenti Cgil nei confronti di “Lavoro” e dei suoi geniali giornalisti. Ma noi gli chiediamo anche: “quale altro sindacato, o partito, a metà degli anni cinquanta avrebbe acconsentito, e per più di un lustro, di finanziare un giornale tanto poco in linea con gusti e passioni del tempo?” Non abbiamo notizia di altri casi. Per questo continuiamo a pensare che l’esperienza di “Lavoro” non fu estranea alla Cgil, e come tale fu ovviamente segnata dalle sue generosità intellettuali e anche dalle sue cecità. E che, quindi, nella biografia di Gianni Toti, intellettuale straordinario e precursore di tutto (dalla poetronica alla videoarte) che la casa editrice della Cgil ha voluto ricordare e riproporre all’attenzione di oggi con l’anastatica di “Lavoro” e con la pubblicazione di una bellissima antologia di scritti giornalistici (“Planetario”, a cura di Francesco Muzzioli), gli anni in cui egli fu direttore del rotocalco della Cgil non furono una parentesi né un episodio privo di senso e futuro.