
Mauro Francesco Minervino e la fotografia di una regione malata.
«Mi fu sempre più difficile spiegare che cos' è la mia regione», scrisse Corrado Alvaro nel lontano 1925.
Non la riconosceva più, la terra in cui era nato e che amava in modo disperato come si può amare una donna che ti ha tradito lasciandoti stordito e pazzo di dolore. Non era più la «sua» Calabria.
Neanche Mauro Francesco Minervino, docente di antropologia culturale, collaboratore di vari giornali e autore del libro La Calabria brucia, riesce più a riconoscere la sua terra.
A partire dal paesaggio, devastato ogni estate dai piromani: «Si bruciano i boschi secolari, si brucia la Sila, il Pollino, l' Aspromonte. Si bruciano i parchi nazionali e le oasi naturalistiche da cui dovremmo, si dice ipocritamente, saper trarre opportunità di sviluppo per un "turismo sostenibile".
Qui la tragedia della natura è il seguito degli altri disastri d' una democrazia senza qualità, degenerata in oclocrazia, governo caotico d' una massa disordinata e priva di regole».
E' un atto d' accusa durissimo, La Calabria brucia. Contro l' indifferenza, la cecità, la rassegnazione di chi non vuol vedere come «ormai la mafia più ricca e più potente del mondo domina senza oppositori la regione dichiaratamente più povera, disperata e disamministrata d' Europa» mentre «nel contempo si levano alti lai sulla povertà diffusa, sull' incapacità di programmare sviluppo, sulla disoccupazione dilagante».
Contro il «sistema di scambio "cazzi miei / cazzi tuoi"» che domina «la Regione e il suo ceto politico abbarbicato alle poltrone» le quali «in questo clima di agonie democratiche» si preparano «a mettere le mani sulla madre di tutte le "pigliate", l' ultimo tesoro elargito dalla macroeconomia amministrata: una barca di soldi che arriveranno dall' Europa col Por 2007-2013».
Contro «la peste delle case» che «ha rovinato la campagna e gli angoli più belli e mozzafiato».
Contro le contraddizioni di «paesi che hanno mille abitanti ma periferie estese come le banlieue di una metropoli del nord Europa».
Contro certe ricchezze sommerse: «Controllate se in un paio d' ore, in una cittadina della Calabria in culo al mondo, popolata di pensionati con la minima, col 30% minimo di disoccupati dichiarati e il salario medio di 600 euro, passa qualcosa di più piccolo di uno scuterone formato king-size, o una macchina che sia meno grande di un Suv, di una Mercedes o di una grossa Audi nuova fiammante».
Sarebbe venuto giù il diluvio, se parole come queste le avesse scritte «uno del nord»: il diluvio.
Ma proprio perché è calabrese, Minervino può permettersi di dire cose scomodissime.
Sulle quali farebbero bene a riflettere tutti. A partire da chi, a Roma, crede che oggi la situazione sia (relativamente) tranquilla: «L' "ammazzatina" di Duisburg non è la norma dell' understatement mafioso che in Calabria solitamente vige tra le cosche. È un' eccezione. Il clamore guasta la piazza.
La pace mafiosa certe volte è un sistema di equilibri intelligente e paralizzante; avvolge tutto, rassicura, coccola il consenso, si serve della politica e dei politici.
"La ' ndrangheta è la mafia perfetta" ammettono pure certi magistrati che la combattono da anni nei palazzi di Giustizia.
"Mantiene l' ordine, di solito non fa morti e ha eliminato il concetto stesso di vittima. In nome di chi possiamo agire noi se nessuno denuncia?"».