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Il sesso debole della guerra

Di: Stefania Prandi

Pubblicato il:8 Marzo 16

Da: epaper azione -

Il sesso debole della guerra
Stefania Prandi

8 marzo L’Alto commissario Onu per i diritti umani è allarmato per la grave spirale di violenze in Burundi, dove sono segnalati casi di violenze sessuali contro le donne. Tema affrontato nel saggio di Simona La Rocca

Nelle guerre, i corpi delle donne diventano terreno di battaglia. Contro di loro viene usata l’arma dello stupro di massa, una «pratica» bellica che ha caratterizzato gran parte della storia dell’umanità, ma che soltanto dagli anni Novanta è stata riconosciuta nella sua portata. Prima veniva considerata un «effetto collaterale» dei conflitti armati, un male minore, come spiega Simona La Rocca, ricercatrice universitaria, nel corposo volume (di cui è curatrice) pubblicato dalla casa editrice italiana Ediesse, Stupri di guerra e violenze di genere . Sono stati gli orrori compiuti nella ex Jugoslavia e in Ruanda, insieme alla critica che ne è stata fatta da giuriste, studiose e attiviste di diversi Paesi, a fare capire che le donne vengono colpite in quanto parte più vulnerabile della società. È emersa così la reale portata del fenomeno: i campi di stupro, le gravidanze forzate, le violenze di massa, la tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale, non sono il risultato di eventi casuali, dovuti alla libera iniziativa dei singoli soldati, ma azioni pianificate dai leader politici.

I numeri forniti dalle Nazioni Unite permettono di avere un quadro più chiaro della situazione. In Ruanda, durante il genocidio del 1994, sono state stuprate tra le 100mila e le 250mila donne (il 70% delle quali ha contratto il virus dell’HIV); in Sierra Leone, tra il 1991 e il 2002, oltre 60mila; in Liberia, tra il 1989 e il 2003, più di 40mila; fino a 60mila, tra il 1992 e il 1995, nell’ex Jugoslavia; almeno 200mila nella Repubblica Democratica del Congo, negli ultimi 12 anni di guerra. Violenze ordinate dall’alto, come quelle in corso in queste settimane in Burundi, dove secondo Zeid Ra’ad Al Hussein, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ci sono stati stupri di gruppo contro donne considerate non allineate alla posizione del governo. Il Burundi è scosso da tensioni etniche ai danni della minoranza tutsi, che sembrano destinate ad aggravarsi, portando alla guerra civile. Stando alle ricostruzioni dell’Onu, le forze di sicurezza sono entrate nelle case delle vittime, hanno separato le donne dagli altri membri della famiglia e hanno abusato di loro, in alcuni casi sottoponendole a stupri collettivi.

Anche in Darfur sono stati compiuti crimini organizzati contro le donne, nei mesi scorsi. Un rapporto di Human Rights Watch denuncia che a ottobre 2015 le forze armate sudanesi hanno violentato circa 220 donne, in un attacco organizzato nella città di Tabit. Una vittima ha raccontato che i militari sono piombati nella stanza dove si trovava con le tre figlie, due delle quali con meno di 11 anni, abusando prima di loro e poi di lei.

E resta tragica la situazione nelle zone controllate dallo Stato Islamico, per le quali è difficile trovare numeri attendibili. Alcune fonti riportano che 7mila curde sono state imprigionate nel carcere di Telafer, vicino a Mosul, in Iraq; 5mila donne sono state sottoposte a mutilazioni genitali in diverse città irachene; oltre 3mila sono state rapite e vendute al mercato degli schiavi, per un minimo di 50 e un massimo di 150 dollari.

Il riconoscimento internazionale dello stupro e della violenza come arma di guerra, non solo per le conseguenze fisiche e psicologiche sulle vittime, ma per la sua dimensione sociale (porta, molto spesso, le donne colpite e i figli «illegittimi» a venire abbandonati dalla famiglia di origine, dal marito e dall’intera comunità), è stato fondamentale per riuscire ad avviare azioni giudiziarie. È degno di nota quanto sta accadendo in Guatemala, dove è in corso un processo storico contro due ex militari, Francisco Reyes Giron e il suo comandante regionale Heriberto Valdez Asij, alla sbarra per le accuse di abusi contro donne indigene commessi negli anni Ottanta, al tempo della guerra tra l’esercito e i movimenti di guerriglia di sinistra. Almeno 15 donne, tra il 1982 e il 1983, sarebbero state detenute nel distaccamento militare Sepur Zarco, dove furono stuprate e ridotte in schiavitù. In aula, a chiedere giustizia, ci sono 11 sopravvissute.

Per contrastare in modo efficace il fenomeno, secondo le studiose che hanno contribuito al testo pubblicato da Ediesse, non basta però la giustizia dei tribunali, ma è necessario un cambiamento culturale, che richiede anche il superamento della vergogna, che spinge le donne vittime a non parlare.

Una storia esemplare, in questo senso, è quella del Ruanda. Dopo quello che è stato definito il genocidio più veloce e sistematico della storia dell’umanità, con 1 milione di persone uccise in 3 mesi, «le donne hanno raccontato, contro l’imposizione del silenzio, una storia di violenza ma anche di reazione, hanno iniziato a riflettere e a mettere seriamente in discussione quelli che erano stati i loro ruoli tradizionali, assegnando al racconto della violenza subita e al tentativo di superarla un forte significato politico». Oltre ai processi, che hanno coinvolto migliaia di persone, sono stati creati comitati di donne per l’accesso femminile a ogni livello amministrativo, che hanno permesso la riabilitazione nel periodo post genocidio e la partecipazione a tutti i livelli dell’attività politica.

Il passato degli stupri di guerra non si cancella né si dimentica, ma può aiutare per costruire un presente migliore. Da questa premessa prende le mosse il lavoro di Elisabeth Wood, docente di Scienze politiche e internazionali nella prestigiosa università statunitense di Yale, esperta di violenza sessuale durante i conflitti armati, e consulente per diverse associazioni internazionali. Wood sostiene che la violenza sessuale nelle guerre è evitabile. Infatti, non tutti gli eserciti la usano: alcuni hanno come specifica linea interna quella di non commettere abusi sessuali. In Sri Lanka, le Tigri Tamil, che pur sono state brutali nelle insurrezioni degli anni Ottanta e Novanta, hanno monitorato da vicino le truppe e punito i pochi soldati che si sono macchiati di abusi.

Un comportamento simile è stato tenuto in El Salvador nel 1980, durante la guerra civile. E ancora: sia da parte delle forze di difesa israeliana sia dai gruppi militanti palestinesi, negli anni più recenti, lo stupro è stato estremamente raro. Prendendo spunto da queste esperienze, la studiosa teorizza la possibilità di lavorare sulla prevenzione. Un primo passo importante è parlare del problema mentre è in corso, sostenendo e diffondendo le narrazioni delle sopravvissute. In secondo luogo si deve operare per dissuadere chi compie i crimini sessuali, pubblicando nomi e cognomi dei comandanti, mettendo in discussione il loro onore e la reputazione di fronte alle truppe che vengono così spronate a non imitarli, introducendo sanzioni. Misure che possono convincere i leader dei gruppi armati che i costi degli stupri sono troppo alti e non valgono la pena.

Un altro possibile modello di reazione, suggerito da Stupri di guerra e violenze di genere , è rappresentato dall’ empowerment delle donne, che deve avvenire dall’interno, senza imposizioni esterne. Un esempio viene dalle donne curde che combattono nelle fila dell’Ypg, le unità per la protezione della popolazione. Attraverso percorsi di studio e pratica politica, hanno iniziato ad avere un ruolo istituzionale, sociale ed economico attivo, nelle loro comunità, ottenendo una vera e propria parità di genere, che spaventa i nemici. Succede così che i fanatici dell’Isis, pur volendole assoggettare, abbiano paura di loro, sul campo di battaglia. Qualche religioso, infatti, ha prospettato che l’essere uccisi da una donna non farebbe entrare in paradiso dopo la morte.

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