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Competitività: con l'atlante dei distretti mappa produzioni di qualità

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Pubblicato il:27 Gennaio 08

Da: Adnkronos/Labitalia -

MEGALE (IRES), VALORIZZARE QUESTO PATRIMONIO PER RIMANERE COMPETITIVI

Arredamento, prodotti per la meccanica, tessile e calzaturiero, ma anche oreficeria, strumenti musicali e giocattoli. Sono queste le produzioni che nei dieci anni tra il 1991 e il 2001 hanno caratterizzato i distretti eccellenti del nostro Paese. In alcune aree del Veneto o delle Marche, le produzioni di qualita' (uscite per lo piu' da piccole imprese) hanno portato un aumento dell'occupazione locale anche del 49%. Lo sottolinea un recente studio pubblicato da Ediesse, 'Atlante dei distretti - Come cambia la struttura industriale dell'Italia' (362 pagine, 18 euro). Gli autori, Emanuele Galossi e Stefano Palmieri, sono due ricercatori dell'Ires Cgil che hanno condotto un accurato lavoro di ricostruzione degli andamenti occupazionali e produttivi dei circa 199 distretti industriali italiani, vale a dire di quelle aree in cui persone e imprese sono fortemente integrate e in cui le aziende appartengono prevalentemente a uno stesso settore industriale.

Nel periodo preso in considerazione, ben nove distretti industriali presentano un campo di variazione degli addetti tra il 25% e il 49%. Si tratta di Pieve d'Alpago nel Veneto (meccanica, +49%), di Oderzo nel Veneto (prodotti per l'arredamento, +33,5%), Gualdo Tadino in Umbria (arredamento, +33,3%), Osimo nelle Marche (oreficeria, strumenti musicali e giocattoli, +29,9%), Castellarano in Emilia Romagna (arredamento, +28%), Urbino nelle Marche (arredamento, 26,8%), Castelfranco Veneto (tessile e abbigliamento, +26,6%), Piandimeleto
nelle Marche (arredamento, +25,9%), Pesaro nelle Marche (arredamento, 25,1%).

''Abbiamo voluto realizzare questo lavoro di ricerca -dice a LABITALIA Agostino Megale, presidente dell'Ires Cgil, che firma la prefazione dello studio- per rimettere in moto una riflessione su come l'Italia, nell'economia globale, o assume una barra dritta nella capacita' di valorizzare il patrimonio distrettuale (che nel nostro Paese assorbe piu' di un terzo del totale dell'occupazione) oppure rischiamo di perdere il treno della competitivita'''.

NEI 199 DISTRETTI ITALIANI LAVORA IL 32% DEGLI OCCUPATI

A fine 2001, dicono Galossi e Palmieri, erano oltre 14,6 milioni gli occupati del totale dei 784 sistemi locali del lavoro italiani (unita' territoriali che comprendono piu' comuni). All'interno di essi, si trovano 463 sistemi locali semplici (caratterizzati da una scarsa incidenza dell'occupazione manifatturiera e concentrati attorno alle grandi citta') con circa il 56% delle unita' produttive e il 52% degli occupati (circa 7,6 mln). Poi, secondi per ordine di importanza in termini occupazionali e produttivi, si trovano i 199 distretti industriali (con il 29% delle
unita' produttive e il 32% degli addetti pari a oltre 4,7 mln di lavoratori), collocati per la maggior parte in alcune regioni come Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Marche. Il terzo raggruppamento e' costituito dai 122 sistemi manifatturieri, dove opera il 15% delle imprese e il 16% (oltre 2,3 mln) degli occupati. Nell'ultimo decennio, dice lo studio dell'Ires, sono stati proprio i distretti industriali a segnare la migliore performance in termini occupazionali: +9,5% (pari a 411 mila addetti) contro il +6,15 % (436 mila addetti) dei sistemi locali semplici e il 4,9% dei sistemi manifatturieri (+108 mila).

A crescere e' stato soprattutto il comparto dei servizi (+16,4% di addetti nell'ultimo decennio, con un vero e proprio boom nell'ultimo quinquennio), maggiormente nei distretti industriali (21,9%). Al contrario, il comparto manifatturiero ha segnato una significativa contrazione, sia per unita' produttive (-3,5% nei distretti industriali) sia per addetti (-4,9% nei sistemi manifatturieri e -12,6% nei sistemi semplici). Un calo che, pero', non ha interessato i distretti industriali, dove gli occupati nel manifatturiero sono praticamente rimasti stabili (-0,7% nel decennio).

Insomma: il sistema distrettuale finora ha tenuto, mostrando una duplice capacita'. Da un lato, riesce, meglio di altre formule, a cogliere le opportunita' collegate a una fase favorevole del terziario e, dall'altra, anche di fronte a una fase delicata (per non dire critica) del manifatturiero, mostra una discreta tenuta, anche grazie a forme di nuova riorganizzazione produttiva. Ma, ora, le forti pressioni competitive estere impongono un cambiamento e le realta' distrettuali che riescono a reagire meglio sono proprio quelle che riescono a modificare le loro strategie competitive basandole sulla qualita' dei prodotti.

MEGALE, BASTA CON 'PICCOLO E' BELLO' ORA IL DISTRETTO SIA GLOBALE

''Abbiamo voluto sottolineare -spiega Agostino Megale, presidente dell'Ires- tre aspetti. Il primo e' che bisogna passare dall'idea antica di 'piccolo e' bello' all'idea di distretto globale e internazionalizzato, capace di agire configurandosi come una filiera piu' lunga e piu' larga. Piu' lunga, perche' capace di organizzarsi con investimenti all'estero, anche nei nuovi mercati di sbocco e piu' larga perche' capace di crescere in dimensioni, nel rapporto tra universita', centri di ricerca, progettazione, produzione e distribuzione''. Il secondo aspetto, prosegue Megale, e' che ''il distretto puo' e deve essere accompagnato dalla mano pubblica''. Magari attraverso ''Agenzie regionali per l'Innovazione -ipotizza Megale- che aiutino il distretto a crescere''.

Infine, il terzo aspetto e' quello di ''ridare valore all'idea di concertazione nel territorio, facendo fare un salto di qualita' al capitale sociale del distretto''. Megale spiega che ''il successo delle imprese distrettuali italiane nel mondo dipendera' dal capitale sociale, una prassi concertativa che porti al superamento di antiche contrapposizioni, e su obiettivi condivisi e concordati, a pratiche negoziali e contrattuali''. Oggi, la contrattazione di secondo livello, ricorda Megale, ''riguarda il 30% delle imprese e il 50% dei lavoratori e dunque una larga fetta del mondo del lavoro ne e' esclusa''.

Abbattere queste resistenze e', per Megale, ''la convinzione essenziale per un processo di modernizzazione improntato all'equita' sociale''. Insomma, il distretto con le sue piccole e piccolissime imprese e' ''il luogo principale in cui si puo' esercitare un compromesso sociale'', una pratica che finora ha dato buoni frutti per tutti. ''Abbiamo verificato -dice Megale- che, laddove il sindacato non c'e', la produttivita' e' piu' bassa, gli infortuni maggiori, i salari piu' bassi. Invece, laddove il sindacato c'e', la sua azione e la sua presenza fungono da 'pungolo' -conclude- e da sfida competitiva per l'impresa''.