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RECLUSE. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere

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Pubblicato il:4 Marzo 15

Da: Redattore sociale -

Le statistiche ufficiali riferiscono che le detenute nel nostro paese sono il 4% dell’intera popolazione carceraria, ma le loro diverse esigenze e caratteristiche non sono tenute in considerazione nell’organizzazione degli istituti di pena. Ha indagato la dimensione carceraria con uno sguardo di genere il libro di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa, che prende spunto da una ricerca condotta nei penitenziari di Firenze Sollicciano, Pisa ed Empoli nel 2013 attraverso 38 interviste biografiche a recluse, 3 interviste in profondità a personale educativo e altre a diversi testimoni chiave, 2 focus group con 8 donne agenti di polizia penitenziaria. Tra gli obiettivi della ricerca “il contenimento della sofferenza, la prevenzione dell’autolesionismo e del suicidio, la promozione della salute” senza mancare di “allargare lo sguardo ed esplorare il vissuto delle donne intervistate”. Se da un lato il lavoro ha evidenziato vincoli, dolori e “fattori più acuti di stress della carcerazione”, dall’altro ha valorizzato volontà e potenzialità delle detenute, dando una lettura “attraverso il pensiero femminile della differenza”. Il settimo capitolo - Il filo della differenza fra il “dentro” e il “fuori” - è una conversazione tra le autrici e Maria Luisa Boccia. “Recluse” è il quinto volume frutto della collaborazione tra Ediesse e l’associazione La Società della Ragione, che ha come finalità “lo studio, la ricerca e la sensibilizzazione culturale sul tema della giustizia , dei diritti e delle pene nell’orizzonte di un diritto penale mite e minimo”. Fra tanti pensieri, che il libro provoca, una piccola annotazione. Nella miseria della vita carceraria (perché il carcere è miseria, e violenza e negazione), la relazione fra donne emerge come “possibile motivo di stress, ma anche come eventuale fattore di protezione”. Una riflessione, questa, che riporta alla mente una frase del racconto dal carcere di Goliarda Sapienza ( ricordate? finì dentro, a Rebibbia, per un furto) che, narrando della sua breve esperienza in un mondo pur spietato ed estremo, dice: “Lì non hai l’obbligo di vestirti, se non ti va non parli, non devi correre a prendere l’autobus. Quelle che ti conoscono sanno esattamente cosa vuoi. Quando sono uscita ho avuto la nettissima impressione di aver lasciato qualcosa di caldo, di sicuro”.