
Aprire i diritti. Questa la filosofia del “Rapporto sui diritti globali 2005”, un compendio quanto mai esaustivo e voluminoso presentato dalla casa editrice Ediesse (pp. 1390, 30 euro). Per il terzo anno consecutivo CGIL, Arci, Antigone, Forum Ambientalista, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, Legambiente si sono impegnati in un’opera che non trova pari in nessun altro paese del mondo. C’è chi parla di diritti in termini politici, sostenendo il diritto alla democrazia, chi in termini economico-sociali, per ribadire la necessità di una minore sperequazione delle condizioni di vita del pianeta. Nel Rapporto 2005 invece si cerca di intersecarne i significati e aprire alla prospettiva di un’azione globale per farli godere pienamente a tutti. Dalla loro compenetrazione infatti si ricavano gli strumenti giusti per livellare le differenze e cercare la migliore convivenza possibile. Il lavoro di quest’anno, come ha sottolineato il curatore del progetto Sergio Segio, è dedicato a Tom Benettollo, presidente dell’Arci e scomparso l’anno scorso poco dopo la presentazione del Rapporto 2004. Fu lui che definì il libro come un «indicatore di marcia», uno strumento utile per riflettere, discutere e trovare strumenti, che dovrebbe trovare casa soprattutto negli ambienti della politica e avere un posto d’onore nella "Fabbrica del progetto" di Prodi.
La pubblicazione è divisa in quattro grandi capitoli – dedicati ai diritti economico-sindacali, ai diritti sociali, a quelli umani civili e politici e a quelli globali ed ecologico-ambiantali – che cresce in numero di pagine e introduce altri due importanti punti di vista sulla situazione attuale: il diritto all’informazione e i diritti alle città. Il primo, che mai come quest’anno ha assunto una drammatica attualità per via delle perdite subite dagli operatori dei media, rappresenta un autentico apripista, strumento necessario per la conquista degli altri diritti. Il secondo nasce dalla volontà di illustrare il fenomeno del disagio abitativo: nella spesa di protezione sociale l’Italia investe lo 0,1% del suo bilancio (fanalino di coda n Europa dove la media è del 2%). Gli effetti sono devastanti ma “invisibili”: si prenda Milano, per esempio, dove quasi 8.000 migranti vivono in aree dimesse. Una piccola città nella città, dove oltre al diritto di cittadinanza vengono negati anche tutti i diritti fondamentali propri della moltitudine dei “visibile”.
Diritti economico-sindacali
Tocca al segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani fare un punto sulla situazione in pieno svolgimento delle lotte sociali nel nostro paese. La storia dei movimenti ha sempre conosciuto delle fasi di crescita, maturazione, declino, immersione e poi emersione. Sintomatico è stato il maggio francese, che durò lo spazio di poco più di un anno ma seminò tantissimo in fatto di maturazione delle coscienze e avanzamento di richieste legittime. È per questo che la conflittualità a cui abbiamo assistito nel mondo della scuola e del lavoro, che dura da almeno tre o quattro anni e sta conoscendo una fase di riprogrammazione degli obiettivi deve essere motivo di orgoglio, per la sua longevità e l’importanza degli obiettivi che si è prefissa. Perché portare all’attenzione dell’opinione pubblica i problemi di cui soffre il paese è un’azione che serve a preparare e rafforzare la lotta comune.
Nella parte dedicata al mercato del lavoro viene fuori un’immagine dell’Italia in piena sofferenza, un vero e proprio miracolo economico “alla rovescia”. Perché se tra il 2002 e il 2003 galleggiavamo in una fase di stagnazione, oggi siamo in piena recessione. Con un paradosso tipicamente italiano: l’occupazione cresce. In realtà si tratta di lavori qualitativamente scadenti, che trovano spazio nei servizi, e sono precari nelle forme e nei salari. Eppure il “falso movimento” della nostra economia adesso non può più essere nascosto. Perché la disoccupazione attestata all’8% dipende anche da un altro fattore: la significativa regolarizzazione del lavoro immigrato. Lavoro che già c’era.
Alla fine dell’anno scorso le persone in cerca di un’occupazione sono cresciute di quasi il 3% . Ma diminuisce drasticamente tra le donne, specie nel mezzogiorno, dove si registra un calo del 7,6%. Meno persone in cerca di lavoro è un indice positivo? No, è drammatico, perché non allude a chi un’attività da svolgere l’ha trovata ma piuttosto a coloro che hanno proprio rinunciato a trovarlo. Seppellendo per sempre la speranza di farcela in un mercato più liberalizzato e più precaro.
Crescono le disuguaglianza nel mondo e l’Italia non inverte la tendenza. La FAO parla di 852 milioni di persone sottoalimentate nel mondo. Il nostro paese detiene il record di povertà infantile in Europa: sono 1,7 milioni i bambini che non hanno di che vivere, con una crescita negli ultimi dieci anni del 2,6%. Sempre di più assomigliamo a un paese sud-americano, con tante risorse ma distribuite in modo assolutamente iniquo. La metà delle ricchezze familiari è detenuta dal 10% della popolazione, mentre la metà delle famiglie possiede solo il 10% della ricchezza. Mediamente, una famiglia molto ricca lo è 80 volte di più di una povera. I dati della Banca d’Italia raccontano di una condizione di povertà che è come un piano inclinato da cui è difficilissimo risalire e in cui si va sempre più a fondo. La percentuale di coloro che, partiti da una fascia reddituale bassa, continuano a ristagnarvi, è passata dal 62,8% - tra il ’91 e il ’93 – al 71% fino al 2002. Cresce dal 62% al 70% la percentuale di chi, da molto ricco è diventato ulteriormente ricco. Tutto questo mentre si spinge sempre di più sugli effetti positivi del libero mecato, le cui virtù sono ancora tutte da dimostrare.
Diritti sociali
L’Italia ha bisogno di un nuovo Patto sociale, che ridiscuta i termini del lavoro, del welfare, della sanità, della convivenza nel paese. Circa il 10% delle famiglie della penisola vive in condizioni di povertà relativa, quasi l’8% si trova sulla soglia, con un piede dentro e uno fuori da questo limbo. Soffre di più chi ha 3 o più figli piccoli, chi vive al sud e chi ha un livello d’istruzione basso. Dal 2002 al 2004 sono cresciute del 7% le sofferenze bancarie del credito a consumo: gli italiani si indebitano, specie al centro e al sud, per poter tirare avanti.
In una condizione di assoluta insicurezza il governo ha tagliato i trasferimenti agli enti locali di più del 3% (ma il 70% è concentrato al sud): significa che a fronte di circa il 50% dei comuni capoluogo che sono riusciti con scelte di bilancio a mantenere invariata la spesa sociale, tutti gli altro hanno dovuto tagliare o indebitarsi.
Una questione che è un nervo scoperto resta quella delle carceri. Il sistema vive di contraddizioni stridenti, che annullano la massima fondante dello stato di diritto che recita “legge uguale per tutti”. A fronte di un altissimo numero di cause andate in prescrizione per la lentezza del nostro sistema giudiziario (e spesso per i magheggi di chi può permettersi buoni avvocati), resta drammaticamente alto il sovraffollamento negli istituti di pena. Un esempio può assumere le fattezze di metafora per descrivere l’intero sistema: il disegno di legge Cirielli-Vitali, detto anche “salva-Previti”. La proposta di legge ancora all’esame delle Camere vorrebbe introdurre un meccanismo di abbassamento dei tempi di prescrizione, aprendo una corsia privilegiata all’impunità per chi ha mezzi tecnici ed economici. Mano pesante invece si vorrebbe usare per i recidivi, che per una questione di tara sociale difficile da superare con il solo strumento del carcere, riguarda soprattutto tossicodipendenti e migranti senza mezzi.
Diritti umani, civili e politici
Quello trascorso è stato un anno nero per l’informazione e chi lavora per diffonderla. Peggiore persino del 1999, quando 86 operatori dei media persero la vita soprattutto nei teatri di guerra della Sierra leone e dei Balcani. Nel 2004 sono state 89 le perdite, 34 delle quali avvenute in Iraq.
Ma l’attacco frontale al diritto dovere di informare ed essere informati non si calcola solo con i fatti di sangue. Si caratterizza anche per una serie impressionante di azioni, molte delle quali in forma di leggi, che tendono a imbrigliare e controllare il mondo dei media. A giorni si discuterà al Senato americano per il rinnovo del “Patriot Act”, un provvedimento liberticida nato sull’onda dell’emozione suscitata dagli attentati alle Twin Towers di New York e riproposto anno dopo anno. Si vogliono conferire più poteri all'Fbi, minori limiti nelle indagini di polizia, nelle quali assumerà grande importanza l’etnia, l'affiliazione religiosa o l'appartenenza a schieramenti politici ostili al governo. Tutto a scapito della privacy dei cittadini. Un restringimento dei diritti disponibili di ciascuno, in quanto tutti possono essere messi sotto controllo anche per il minimo sospetto. Compreso chi per mestiere indaga, scopre e denuncia attraverso i mezzi di informazione. Questo un esempio di quanto fa il paese portabandiera dell’esportazione della libertà nel mondo. Sicuramente non migliore la situazione in numerosi posti del pianeta, dove chi critica il governo in carica o assume posizioni non allineate rischia la censura, il carcere o conseguenze peggiori. Anche la guerra è diventato un tabù dei cui effetti devastanti non si può parlare se non con rigidi schemi. La popolazione "libera" dell'occidente rischia il black out informativo visto che, si prenda l'Iraq, sul luogo sono ammesis e protetti solo i giornalisti enbedded, diventando però megafono delle veline dei vertici militari.
Diritti globali ed ecologico-ambientali
L’unica globalità che bisogna accettare è quella dei diritti. Già l’asimmetria del potere tra l’occidente e gli altri paesi si sta traducendo in una progressiva distruzione delle culture locali, dell’arte, delle abitudine e degli usi delle popolazioni. Se oltre alle ricchezze naturali quindi vengono distrutte anche identità e caratteristiche culturali, si toglie loro la libertà. Lo si fa in nome della “libertà”: quella dei mercati e della concorrenza.
Il mondo è malato, ucciso dall’Aids, dalle guerre, dalla povertà e dalla distruzione dell'ambiente. Due milioni e trecentomila africani sono morti lo scorso anno perché colpiti dal virus: non uccide soltanto la malattia ma anche l’impossibilità ad accedere a terapie il cui costo sia accessibile. Troppo avida la rincorsa al profitto delle multinazionali farmaceutiche per fermare questa indegna mattanza.
A uccidere sono anche le guerre, naturalmente, e le vittime predestinate – il 90% del totale – sono i civili. Dice l’Onu: ogni anno si spendono 950 milioni di dollari in armamenti, soltanto 58 per politiche per lo sviluppo. Si riducesse di un decimo la quota destinata alle armi, si potrebbe raggiungere l’Obiettivo del Millennio assunto da 189 capi di stato nel 200: eliminare povertà e fame nel mondo entro il 2015. parole al vento, si potrebbe dire: l’Italia ha aumentato l’export di armi del 16% nel 2004, anche verso i paesi in conflitto. Poi però ha deciso di tagliare del 40% le donazioni per la bonifica delle zone infestate da mine antiuomo, che peraltro abbiamo prodotto in grande quantità. Ma è un mercato fiorente che tende a crescere quello delle armi, senza che i maggiori produttori muovano un dito per cambiare la situazione: del resto Usa, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina, il Consiglio di sicurezza delle azioni Unite al gran completo, producono l’88% degli apparati bellici, che per il 67% finisce proprio nei paesi in via di sviluppo. Una politica scellerata, che affama le popolazioni locali e arricchisce le lobby delle armi.
Meno male che ci sono delle buone notizie
A rendere meno amara la fotografia scattata sul mondo dei diritti globali, una parte del rapporto è dedicata alle buone pratiche, esempi positivi che andrebbero replicati. Uno per tutti: ad Antinòpolis, un piccolo comune brasiliano nello stato di San Paolo, sindaco e cittadini sono riusciti a raggiunger un perfetto equilibrio di autogestione nella cura del verde pubblico, nell’assistenza a chi ne ha bisogno e alle donne incinta, nel garantire generi di prima necessità, nell’istituire programmi di educazione alla salute e di prevenzione. Risultato? Il numero di bambini morti alla nascita è sceso al 3 per mille, 10 volte meno che nel resto del Brasile e inferiore anche alla media europea. La criminalità è scesa del 90%, la polizia ha deciso di disarmarsi.