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La sinistra che verrà

Versione stampabile

Di: Giulio Sardi

Pubblicato il:6 Mag 09

Da: Linkontro -

“Perché la sinistra ha perso le elezioni?” Dopo la debacle elettorale dello scorso anno, si è aperta la discussione a sinistra e, al di là della retorica di breve respiro della “doppia vittoria” del PD, numerosi sono i saggi che hanno iniziato ad affrontare il tema. Tra questi uno dei più interessanti è quello che già dal titolo si pone questa domanda. Appena uscito in libreria per Ediesse, è curato da Mario Morcellini, preside della facoltà di Scienza delle Comunicazioni alla Sapienza di Roma, e Michele Prospero, professore di Filosofia del Diritto e Scienza Politica presso la stessa facoltà.
In realtà il saggio è una raccolta di saggi e la domanda contenuta nel titolo viene articolata in cinque quesiti chiave: quali errori strategici, quale peso della tv, quali gli effetti della campagna elettorale, dove sono andati gli elettori di sinistra, quali e quante Italie emergono dal voto. A queste domande si tenta di dare risposta, partendo dagli studi dell' Osservatorio Mediamonitor Politica, che, istituito con lungimiranza dallo stesso Morcellini proprio nell’anno della discesa in campo di Berlusconi, si è trasformato con il tempo in "laboratorio permanente (...) di formazione continua allo studio del rapporto tra media e politica".
La cosa più sorprendente di questo lavoro è che sono proprio gli scienziati della comunicazione a mettere in discussione uno dei dogmi della sinistra più accesamente antiberlusconiana, ridimensionando in definitiva il peso dei media nella competizione elettorale rispetto al peso della politica, intesa come tecnica politica, di costruzione delle alleanze.
E’ vero, in campagna elettorale il clima di insicurezza diffuso dalle televisioni ha giocato un ruolo: come evidenzia il saggio di Marco Bruno, “dal 2003 al 2007 il numero di servizi di telegiornale dedicati alla cronaca nera è passato da una media del 10,4% al 23,7% sul totale dei servizi”, contribuendo non poco alla costruzione della “società della paura”, rispetto alla quale la destra della “tolleranza zero” è sembrata dare risposte più convincenti rispetto alla sinistra, che pure ha cercato di inseguire sul tema, piuttosto che smontare una percezione non suffragata dai dati.
Al contrario, la scelta di Veltroni di puntare tutto sull’innovazione comunicativa e su quelle che Prospero chiama “illusioni del marketing” non ha portato da nessuna parte: “la tecnica e i mezzi della comunicazione non surrogano mai la scienza della comunicazione ossia la correttezza dell’analisi e la capacità di costruire sbocchi politici concreti”. Semplificando, non basta dire “yes we can” per rendere possibile l’impossibile.
Alla fine il nodo non sta nella comunicazione, ma nella politica. L’"anticomunicativo Prodi" aveva battuto due volte Berlusconi con la politica delle alleanze, nel 1996 e nel 2007, nonostante il centrodestra sia rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi 15 anni dell’era berlusconiana, prendendo ogni volta circa 19 milioni di voti. Invece il comunicativo Veltroni sfida Berlusconi fuori casa, sul terreno della comunicazione e della leadership assoluta, ma non si rende conto che Berlusconi l’ha già battuto in casa sua, sul terreno della politica.
Come abbiamo già evidenziato ne Il falso mito del predellino, il disastro si consuma tutto in due mesi, tra il 18 novembre 2007, quando Berlusconi, nel punto più basso della sua parabola politica, sale sul predellino a San Babila e viene definito da Fini e dagli altri alleati alle “comiche finali”, e il 19 gennaio 2008, quando Veltroni annuncia che corre da solo, inserendo nel vaso già colmo del governo Prodi la goccia che cinque giorni dopo lo farà traboccare.
Il saggio di Prospero evidenzia come proprio la parola chiave della campagna elettorale del Partito Democratico coincida con il suo principale errore strategico: la vocazione maggioritaria. “Correre da soli” con il maggioritario di lista del Porcellum, che assegna il 55% dei voti alla coalizione che conquista la maggioranza relativa, per utilizzare una metafora canottistica, è un po’ come far competere un due con contro un otto con: non si può che arrivare secondi. Si decide insomma, per dirla con Prospero, di “giocare una partita nuova con regole vecchie” o, per dirla con D’Alema, intervenuto alla presentazione del libro, di “giocare iuxta sua propria principia”, cioè con le regole di Berlusconi.
Questo deficit strategico è talmente lampante, da ritenere difficile che Veltroni non lo abbia visto, abbagliato dalla sua stessa illusione mediatica. Allora forse Veltroni ha messo in conto una sconfitta immediata in una prospettiva di medio periodo, che, grazie ad un bipartitismo forzoso dovuto alla legge elettorale e al voto utile che avrebbe annientato la sinistra, rafforzasse il Partito Democratico in vista di tempi migliori.
Ed è proprio qui, sempre secondo Prospero, la sconfitta più bruciante di Veltroni. Non quella elettorale, bensì quella di sistema, con un bipartitismo che non supera il 70% dei consensi elettorali, lasciando fuori dalla rappresentanza politica una fetta di popolazione troppo ampia per un sistema democratico, e soprattutto con il rischio di riproporre una democrazia bloccata da prima Repubblica, con il Popolo delle Libertà al posto della Democrazia Cristiana e il Partito Democratico al posto del PCI.
E’ lo stesso D’Alema ad avere quindi agio, a partire dal lavoro di Morcellini e Prospero, a rivendicare la bontà dell’analisi che va proponendo fin dal seminario di Gargonza del 1997. Per tornare a vincere, bisogna abbattere la concezione bipartitica, anzi bi-leaderistica della politica, modificare il sistema elettorale in chiave tedesca, con un proporzionale con soglia di sbarramento, tornare ad una politica delle alleanze con il centro e con la sinistra che si pone il tema del governo. Coerente. Logico. Limpido.
Come però questa analisi si possa coniugare con la scelta del Partito Democratico, sostenuta anche da D’Alema e da Bersani, di votare sì al prossimo referendum elettorale - che ha l’obiettivo dichiarato di dare ulteriore e definitivo impulso al bipartitismo e la noiosa controindicazione di consegnare il Parlamento nelle mani del solo Berlusconi libero da alleanze - è una cosa che vorremmo chiedere al "leader Massimo". Lo faremo, se ne avremo l’occasione.