
Ironia del caso, di Veltroni e degli errori della sua segreteria si è parlato molto, ma il suo nome non è mai stato fatto. Una specie di legge del contrappasso per colui che durante tutta la campagna elettorale parlava di Berlusconi come del "principale esponente dello schieramento a noi avverso". È quello che è accaduto nel corso della presentazione del volume 'Perché la sinistra ha perso le elezioni?' Ne discutevano Massimo D'Alema, Bruno Tabacci e il giornalista Giovanni Valentini, presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione "La Sapienza" di Roma. Il volume analizza le ragioni della clamorosa sconfitta elettorale del 2008 che ha avuto il duplice effetto di annichilire sia la sinistra riformista - quella che, con le parole di Veltroni, doveva aprirsi al centro - sia la sinistra radicale - ormai bandita dal Parlamento.
L'intervento più atteso era evidentemente quello di D'Alema. Il quale non ha lesinato critiche al Pd, ribadendo alcune sue posizioni già ampiamente note. Il suo ragionamento parte dall'amara constatazione che "nulla è stato meno sorprendente del risultato elettorale del 2008. Gli unici risultati sorprendenti sono stati in realtà quelli delle elezioni del 1996 e del 2006". Gli ultimi 15 anni hanno sempre visto confermati gli orientamenti di una larga fascia di italiani, tanto che i numeri ci dicono che gli elettori del centro destra rappresentano lo stesso bacino di voti sia nelle elezioni del 1996 che in quelle del 2008: circa 19 milioni di voti, spalmati su ben 12 anni. Un dato robusto che trova spiegazione, nelle parole del presidente di Italianieuropei, nella "crisi del sistema democratico", nella rottura del sistema di rappresentanza, nella progressiva corsa verso il bipartitismo e verso il plebiscitarismo. Una corsa su un terreno tutto berlusconiano, e sul quale il Pd non può che rimanere arretrato, con in più l'aggravante della perdita dell'"autonomia culturale".
Non si è perseguita la strada di una modifica della legge elettorale - e qui D'Alema rilancia il suo apprezzamento per il modello tedesco - al contrario ci si è incamminati verso un sistema bipolare, in una "pretesa di autosufficienza" che si è rivelata suicida. Tanto più in un contesto in cui Berlusconi, che pure non nasce come uomo di politica, ha sempre tenuto presente l'ottica delle alleanze: dall'inizio della sua carriera fino al compromesso di oggi con la Lega sulla questione del referendum. A proposito di referendum, va detto a margine che D'Alema si dichiara anche favorevole all'ipotesi di rimandarlo al 2010, proprio perché si possa "riproporre in Parlamento una coraggiosa e radicale riforma della legge elettorale".
Parlando dunque dell'abilità tattica di Berlusconi, D'Alema è costretto a dire: chapeau. Ma la sinistra non può giocare lo stesso gioco di Berlusconi, non può aspirare a un partito di leadership. Non può permettersi quelli che D'Alema definisce "forti sbandamenti organizzativi", come l'idea che un partito moderno debba prescindere dal tesseramento. Non è questione di avversione al nuovo, quanto piuttosto di arginare il "nuovismo". Bisogna rinnovare, ma non si può spazzare via un'intera classe dirigente senza averne formata una nuova. Dunque, per cercare di ridare voce alla sinistra è necessario "recuperare il valore della politica, perché se cominciamo noi a teorizzare l'antipolitica lasciando al nostro avversario, che dell'antipolitica è maestro, anche la signoria degli strumenti della politica, a quel punto non c'è più partita".
Dello stesso tenore, con i debiti distinguo, anche le osservazioni di Tabacci che parla di uno "scadimento della qualità della politica italiana", critica la spirale presidenzialistica in cui si rischia di precipitare ed elogia il modello tedesco. Tabacci fa notare peraltro come il testo del federalismo porti già in nuce l'idea di modificare in senso presidenzialistico l'assetto costituzionale e avverte che, senza una cultura parlamentare dei contrappesi, la via verso cui si procede è quella del Sud America, non certo del Nord America, da tanti richiamato come modello.
Il libro 'Perché la sinistra ha perso le elezioni?' nasce in ambito universitario e ha lo scopo dichiarato di indagare le ragioni di una sconfitta, cercando nuovi strumenti analitici per interpretare gli scenari della politica italiana. Il dibattito che ne è scaturito, oltre a essere un momento di riflessione, propone anche possibili ricette per il futuro della sinistra - anche se D'Alema ci tiene a precisare di non essere nell'esecutivo del Pd e di parlare dunque a titolo personale. Per costruire un progetto credibile bisogna sfidare Berlusconi sul campo dei valori della democrazia parlamentare, sul rilancio dei partiti, sull'elaborazione di un pensiero sulla società italiana. Bisogna poi puntare sulla riforma della classe dirigente e sulle alleanze. Certo non ci si può abbandonare agli slanci messianici. Perché, dice D'Alema, è inutile sperare in un salvatore "giovane e bello" che seduca gli italiani e li induca ad abbandonare il vecchio capo. Tanto più che rischiamo, gli fa eco ironico Tabacci, che quel "giovane e bello" si chiami Piersilvio.