
GEOPOLITICA Mosca chiede alla Nato di rinunciare alle esercitazioni previste il 6 maggio nel Paese di Saakashvili. Che intanto vola negli Usa in cerca di rassicurazioni.
Nuove scintille tra Russia e Nato, dopo la richiesta di Mosca di rinviare le esercitazioni militari nell’ambito del programma Partnership for peace previste per il 6 maggio in Georgia.
«In questo modo la Nato cerca di intervenire negli affari interni della Georgia», ha dichiarato da Bruxelles Dmitri Rogozin, rappresentante permanente russo presso l’Alleanza atlantica. Secondo il diplomatico, «lo svolgimento di queste esercitazioni si può definire come una sfida» a tutta l’opposizione georgiana, all’Ossezia del Sud, all’Abkhazia e ovviamente alla Russia.
Per il Cremlino l’iniziativa rappresenta un chiaro e inequivocabile sostegno della Nato al presidente georgiano Saakashvili, contro il quale, da una settimana, l’opposizione ha iniziato una protesta a oltranza per ottenerne le dimissioni. Dopo il fallimento della guerra in Ossezia del Sud e le mancate riforme promesse con la Rivoluzione delle rose, la popolarità del leader georgiano è ai minimi storici e la carta atlantica è una delle poche che rimangono nel suo mazzo.
Non a caso Saakashvili si recherà in visita negli Stati Uniti il 25 aprile, su invito della fondazione presieduta dall’ex presidente Bill Clinton, dopo che questa settimana il ministro degli Esteri georgiano, Grigol Vashadze, si è incontrato a Washington con il segretario di Stato Usa Hillary Clinton. Alle richieste del Cremlino Tbilisi ha replicato invitando la Russia a rinunciare alla sua politica di forza, mentre la Nato ha precisato di «non aver ricevuto ancora nessuna domanda di rinvio da parte di Mosca».
L’Alleanza, comunque, è ben consapevole delle delicatezza con cui ogni passo deve essere mosso nel quadrante caucasico e ha tentato di gettare acqua sul fuoco, sottolineando che le esercitazioni del 6 maggio «erano previste già da un anno e non prevedono impiego di armi pesanti». Semplici operazioni di coordinamento, insomma, «senza impiego di materiale militare pesante e prive di qualsiasi legame con la situazione nella regione».
«Il Cremlino sa che la Georgia riveste un’importanza strategica fondamentale per tenere un piede in Europa e non è disposto a cedere su questo fronte» spiega Cristiano Orlando, collaboratore di Archivio disarmoe autore del libro La partita eurasiatica (Ediesse), in uscita il 22 aprile. A mostrare i muscoli, infatti, non è stato solo Rogozin: anche il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, ha preso subito posizione, sostenendo che le esercitazioni della Nato in Georgia non favoriranno la stabilizzazione dell’area.
«Nello stesso tempo però si deve considerare che quelle dell’Alleanza sono più che altro manovre dimostrative - continua l’esperto -. L’organizzazione, per il momento, non ha alcuna intenzione di consentire l’ingresso della Georgia che, viste le tendenze filoamericane del suo presidente, finirebbe per sbilanciarne gli equilibri interni in favore degli Stati Uniti. Un’ipotesi cui si oppongono tutte le maggiori potenze europee, a cominciare dalla Francia». Scintille diplomatiche dunque, ma per un fuoco di paglia.